Mentre una parte enorme dell’attenzione sui mercati continua a concentrarsi sull’intelligenza artificiale, sui data center e sulle società tecnologiche che potrebbero beneficiare di questa trasformazione, alcuni dei più famosi investitori al mondo stanno compiendo scelte che meritano di essere osservate con calma. Berkshire Hathaway mantiene una quantità impressionante di liquidità, ma ha anche ripreso a impiegare capitale in nuove operazioni. Michael Burry continua a mettere in discussione le convinzioni più diffuse, mentre Bill Ackman seleziona un numero relativamente limitato di aziende sulle quali costruire le proprie aspettative di rendimento. Leggere queste mosse come un unico segnale di sfiducia nella tecnologia sarebbe però una semplificazione: gli approcci sono diversi e alcune delle loro partecipazioni restano fortemente esposte all’innovazione.

La tentazione è chiedersi subito: «Cosa stanno comprando i grandi investitori? Dovrei comprarlo anch’io?». Le singole operazioni, però, possono cambiare rapidamente e spesso diventano pubbliche quando sono già trascorse diverse settimane. Inoltre non conosciamo sempre il prezzo medio di acquisto, le coperture, gli obiettivi e tutti gli altri investimenti dello stesso soggetto. Quello che possiamo provare a capire è come ragionano quando devono decidere dove mettere il capitale: quale valore attribuiscono a un’azienda, quali rischi accettano e quanto sono disposti a pagare per i risultati futuri.

Le informazioni sui portafogli arrivano in ritardo

Prima dei nomi e dei numeri serve una precisazione. Negli Stati Uniti molti grandi gestori comunicano determinate partecipazioni attraverso il Form 13F, un documento periodico depositato presso la SEC, l’autorità che vigila sui mercati finanziari americani. Di regola la scadenza è entro 45 giorni dalla fine del trimestre, con gli aggiustamenti previsti per festività e fine settimana. Il documento fotografa le posizioni alla data di riferimento: non mostra il portafoglio in tempo reale, non comprende ogni tipo di investimento e non riporta le vendite allo scoperto. Per questo un elenco di titoli, pur corretto, può raccontare soltanto una parte della strategia. La guida della SEC spiega chiaramente questi limiti.

Al 30 settembre 2026, quindi, non possiamo trattare una posizione comunicata per il 30 giugno come se fosse stata verificata questa mattina. Lo stesso vale per una frase attribuita a un investitore: può descrivere una convinzione generale oppure una scelta compiuta in condizioni ormai diverse. Seguire questi documenti è utile per studiare un metodo; usarli come una lista della spesa richiede molta più cautela.

Berkshire: quasi 365 miliardi di dollari, ma anche nuovi investimenti

Partiamo da Berkshire Hathaway, la società costruita per oltre sessant’anni da Warren Buffett e oggi guidata da Greg Abel. Dal 18 settembre 2026 Buffett è presidente emerito e rimane nel consiglio di amministrazione, mentre Howard Buffett ha assunto la presidenza. È una distinzione utile: parlare dell’approccio storico di Buffett ha senso, ma non significa attribuirgli automaticamente ogni decisione attuale della società. Il cambiamento è indicato nel comunicato ufficiale di Berkshire.

Al 30 giugno 2026, sommando cassa, disponibilità equivalenti e titoli di Stato americani a breve termine e sottraendo gli acquisti di questi titoli ancora da regolare, si arriva a circa 364,7 miliardi di dollari. È il dato consolidato ricostruibile dal bilancio trimestrale, non denaro interamente fermo su un conto corrente. Il confronto con marzo cambia inoltre il significato della notizia: la disponibilità è scesa da circa 380,2 miliardi. Nel secondo trimestre Berkshire ha effettuato acquisti netti di azioni per quasi 20 miliardi e riacquistato proprie azioni per circa 4,5 miliardi, come ricostruito da Reuters l’8 agosto.

Questi numeri non descrivono una società che ha semplicemente venduto tutto in attesa del crollo. La mia lettura è che prudenza e disponibilità a investire possano convivere. Una grande riserva consente di affrontare impegni operativi, assicurativi e opportunità straordinarie, ma mantenerla ha anche un costo: il rendimento di attività liquide può risultare inferiore a quello di investimenti produttivi nel lungo periodo. Inoltre le dimensioni contano. Un’operazione interessante per un piccolo risparmiatore può essere troppo piccola per incidere sui risultati di Berkshire; per un gruppo del genere servono investimenti da miliardi per cambiare davvero le cose.

È il concetto spesso sintetizzato con l’espressione «dry powder», cioè capitale disponibile quando si presenta un’occasione. Nel settembre 2008, durante la crisi finanziaria, Berkshire concordò un investimento di 5 miliardi di dollari in azioni privilegiate Goldman Sachs, con un dividendo annuo del 10% e ulteriori diritti di acquisto di azioni ordinarie. Le condizioni sono descritte nel comunicato dell’operazione. Avere risorse in una fase di difficoltà può dare un forte potere negoziale, anche se un investimento durante una crisi continua a comportare rischi.

Il debito americano: distinguere i dati dalle previsioni

Sullo sfondo c’è anche la situazione fiscale degli Stati Uniti. Questo è un elemento di contesto, non una spiegazione dimostrata delle decisioni di Berkshire. Sul tema vengono spesso accostati numeri diversi: il debito è lo stock accumulato, mentre il deficit è il disavanzo prodotto in un determinato periodo. Inoltre il debito detenuto dal pubblico esclude quello detenuto da altre amministrazioni federali, ma comprende anche i titoli posseduti dalla Federal Reserve; non coincide quindi con il debito federale lordo né significa soltanto debito verso cittadini e investitori privati.

Per avere un riferimento recente, nel rapporto pubblicato il 9 settembre 2026 il Congressional Budget Office, l’ufficio di analisi del bilancio del Congresso, stima un deficit di circa 2.000 miliardi di dollari nei primi undici mesi dell’esercizio fiscale 2026. Si tratta del periodo da ottobre 2025 ad agosto 2026, non dell’intero anno. La rilevazione mensile del CBO va distinta dalle proiezioni pubblicate a febbraio: queste indicavano per l’intero esercizio circa 7.400 miliardi di spesa, 5.600 miliardi di entrate e 1.900 miliardi di deficit. Le cifre sintetiche sono arrotondate separatamente, perciò la loro sottrazione non restituisce esattamente il disavanzo riportato.

Nello stesso scenario del CBO di febbraio 2026, il debito detenuto dal pubblico passava dal 101% del PIL nel 2026 al 120% nel 2036, mentre gli interessi netti salivano dal 3,3% al 4,6% del PIL. Sono proiezioni costruite su determinate ipotesi economiche e legislative, non risultati già realizzati. Il messaggio resta rilevante: deficit persistenti possono aumentare il debito e il peso degli interessi, riducendo lo spazio per altre decisioni di bilancio. Non bastano, però, a stabilire quando scenderà la Borsa o come si muoverà un singolo titolo.

Nemmeno l’idea che la Federal Reserve possa semplicemente creare denaro e cancellare il problema descrive correttamente il funzionamento del sistema. La Fed e il Tesoro hanno compiti distinti e la banca centrale spiega che acquista titoli del Tesoro sul mercato, senza sottoscrivere direttamente le nuove emissioni. Un acquisto da parte della Fed non fa sparire il debito pubblico. La politica monetaria può influenzare tassi, credito e domanda, ma non elimina il problema di un bilancio che continua a spendere più di quanto incassa.

Apple: una grande azienda può comunque pesare troppo nel portafoglio

Negli ultimi anni Berkshire ha ridotto molto la propria partecipazione in Apple. Questo, però, non autorizza a concludere che consideri l’azienda priva di prospettive. Al 30 giugno 2026 Apple restava la sua maggiore partecipazione azionaria quotata, con un valore di circa 66 miliardi di dollari. Nello stesso periodo Alphabet era salita al terzo posto, con circa 37,8 miliardi: un ulteriore motivo per evitare di leggere queste scelte come una fuga generalizzata dalla tecnologia. I valori sono riportati da Reuters sulla base delle comunicazioni del portafoglio.

Un investitore può vendere una società eccellente per ragioni diverse: una concentrazione eccessiva, la valutazione raggiunta, esigenze di liquidità, considerazioni fiscali oppure opportunità alternative. Queste sono motivazioni possibili, non un elenco di cause che possiamo attribuire con certezza a ogni vendita di Berkshire. Il principio generale è però importante: un’ottima azienda non è automaticamente un ottimo investimento a qualsiasi prezzo. Il P/E, cioè il rapporto tra prezzo dell’azione e utile per azione, serve proprio a collegare ciò che paghiamo ai risultati dell’impresa. Può essere calcolato sugli utili passati oppure su quelli attesi, che restano stime.

I risultati di Apple aiutano a capire la distinzione. Nel terzo trimestre fiscale 2026, concluso il 27 giugno, la società ha registrato 109,4 miliardi di dollari di ricavi, in crescita del 16%, un margine lordo del 50,1% e un utile diluito per azione di 2,02 dollari, in aumento del 29%. Il comunicato Apple depositato presso la SEC precisa che i rimborsi dei dazi hanno contribuito per circa 2 punti percentuali al margine lordo e 0,11 dollari all’utile per azione. I risultati sono forti, ma bisogna distinguere anche le componenti che potrebbero non ripetersi. Per valutare l’investimento servono quindi sia la qualità dell’azienda sia il prezzo richiesto per partecipare ai suoi risultati futuri.

BYD: anche un investimento riuscito può arrivare alla fine

La storia di BYD, il produttore cinese di veicoli elettrici, offre un altro esempio. Berkshire iniziò a investire nella società nel 2008, cominciò a ridurre la partecipazione nel 2022 e ne completò la vendita nel 2025. La comunicazione della controllata energetica indicava un valore della partecipazione pari a zero già a fine marzo 2025, come riportato da Reuters nel settembre dello stesso anno. Si chiudeva così un investimento di grande successo, non necessariamente un errore da correggere.

Vendere non significa rinnegare la scelta iniziale. Il rapporto tra opportunità e rischio può cambiare: un settore diventa più competitivo, i margini vengono messi sotto pressione, la valutazione incorpora aspettative più alte oppure aumenta l’incertezza politica. All’inizio del 2026 Reuters descriveva la debolezza delle vendite e la pressione competitiva nel mercato automobilistico cinese. È un contesto successivo all’uscita di Berkshire, non la prova delle sue motivazioni. La lezione più generale è che il rischio dipende anche dall’ambiente nel quale un’azienda opera: concorrenza, regole, dazi e rapporti internazionali possono incidere sui risultati quanto le capacità del management.

Michael Burry: mettere in discussione il consenso

Michael Burry è diventato famoso per la scommessa contro il mercato dei mutui americani prima della crisi finanziaria. Il suo caso richiede però un aggiornamento: Scion Asset Management è stato chiuso a fine 2025. Il 28 settembre 2026 Reuters ha riferito del suo ruolo di consulente senior di Minerva Investment Management, un nuovo fondo orientato a individuare opportunità ribassiste anche nei rischi del private credit, cioè del credito concesso attraverso operatori e strumenti fuori dai tradizionali mercati obbligazionari pubblici. Questa è una notizia sul suo ruolo attuale, non una fotografia completa dei suoi investimenti personali.

Il tratto interessante del suo approccio storico è la disponibilità a sostenere un’analisi diversa da quella prevalente. Si parla di investimento contrarian quando si cerca valore in situazioni giudicate negativamente dal mercato oppure si mettono in discussione aspettative considerate troppo ottimistiche. Questo può portare a comprare un’impresa trascurata, ma anche a formulare una tesi ribassista. In entrambi i casi la qualità dell’analisi conta più del semplice gusto di andare controcorrente: il consenso può sbagliare, ma può avere ragione anche quando ci sembra eccessivo.

Un’azione crollata non è automaticamente economica

Un titolo che perde il 50% non è necessariamente un affare. Immaginiamo, in un esempio puramente illustrativo, un’azione che quotava 100 euro e oggi ne costa 50. Se nel frattempo il valore stimato dell’impresa è peggiorato fino a giustificare soltanto 30 euro per azione, il prezzo attuale resta elevato rispetto a quella stima. Il calo ci dice che il mercato paga meno di prima; non ci dice se stia pagando poco. Il lavoro consiste nel distinguere un’attività che attraversa una difficoltà temporanea da una che sta perdendo stabilmente clienti, margini o capacità competitiva.

Prima di comprare dopo un crollo, quindi, servono domande concrete: quanto potrà guadagnare l’azienda tra cinque o dieci anni? Il debito è sostenibile? Il vantaggio competitivo esiste ancora? Ci sono scadenze finanziarie che potrebbero costringerla a raccogliere capitale in condizioni sfavorevoli? Comprare quando gli altri hanno paura funziona soltanto se il prezzo offre un compenso adeguato per il rischio. Alcune imprese recuperano, altre rimangono deboli per anni e altre ancora non sopravvivono. Essere controcorrente, da solo, non è un metodo di valutazione.

Quanto valgono i soldi che l’azienda produrrà in futuro?

Qui entra in gioco il Discounted Cash Flow, normalmente abbreviato in DCF: un modello che stima il valore attuale dei flussi di cassa futuri. Il principio è semplice: ricevere denaro domani non equivale a riceverlo oggi, perché nel frattempo rinunciamo ad altre opportunità e corriamo il rischio che le aspettative non si realizzino. Attualizzare significa riportare al presente quelle somme utilizzando un tasso coerente con il tempo e il rischio. In un esempio semplificato, 100 euro attesi tra un anno, scontati al 10%, valgono oggi circa 90,91 euro, perché 100 diviso 1,10 dà quel risultato.

Il modello applica questo ragionamento ai flussi di molti anni e a un valore attribuito all’attività oltre il periodo analizzato. Occorre però usare grandezze coerenti: se si valutano i flussi disponibili per tutti i finanziatori si ottiene un valore dell’attività dal quale ricavare quello spettante agli azionisti, considerando debiti, cassa e altri aggiustamenti. Se invece si valutano direttamente i flussi destinati agli azionisti, il percorso è diverso. Non basta prendere una generica voce chiamata «cassa», moltiplicarla e dividerla per il numero di azioni.

Il DCF non restituisce una verità precisa al centesimo. Cambiare crescita, margini, investimenti necessari o tasso di attualizzazione può modificare molto il risultato. Anche affermazioni come «sottovalutata del 300%» sono fuorvianti: se il valore stimato fosse quattro volte il prezzo, l’aumento potenziale dal prezzo a quel valore sarebbe del 300%, ma lo sconto del prezzo rispetto al valore sarebbe del 75%. Sono denominatori diversi e, soprattutto, il valore rimane una stima. Il modello è utile quando rende esplicite le ipotesi e permette di confrontare scenari prudenti e favorevoli, non quando dà un’apparenza matematica a una convinzione già decisa.

La capacità di generare cassa offre più possibilità

Il free cash flow è, in termini generali, la cassa che rimane dopo gli investimenti necessari all’attività; la definizione precisa dipende dal modello utilizzato. Non coincide automaticamente con l’utile contabile. Un’impresa può vendere di più e registrare utili, ma assorbire molta liquidità nei crediti verso clienti, nelle scorte o negli impianti. Per questo la crescita dei ricavi, pur importante, non basta a dimostrare la creazione di valore: bisogna capire quanto capitale richieda e quanto denaro rimanga effettivamente disponibile.

Una società capace di produrre cassa può finanziare progetti, ridurre il debito, acquisire altre attività, distribuire dividendi oppure effettuare buyback, cioè riacquistare le proprie azioni. Se i riacquisti riducono davvero il numero di azioni in circolazione, ogni titolo rimasto rappresenta una quota maggiore dell’impresa. Il beneficio economico dipende però dal prezzo pagato, dalla solidità finanziaria residua e dalle alternative: riacquistare azioni troppo care può distruggere valore, mentre nuove emissioni possono compensare parte dell’effetto. La cassa offre possibilità; è il modo in cui viene impiegata a determinare il risultato.

Bill Ackman: un portafoglio concentrato, ampliato nel 2026

Un altro approccio è quello di Bill Ackman, fondatore di Pershing Square. Nella relazione semestrale pubblicata ad agosto 2026 il gestore ha comunicato sei nuovi investimenti: Visa, Mastercard, Netflix, S&P Global, Intercontinental Exchange e Alcon. Tutti compaiono anche nella scheda di Pershing Square Holdings al 31 agosto 2026, insieme, tra gli altri, a Microsoft, Amazon, Meta, Uber, Fannie Mae e Freddie Mac. Le date contano: la relazione semestrale include anche aggiornamenti successivi al 30 giugno e non tutte le nuove posizioni erano già presenti alla chiusura del semestre.

Nella lettera agli investitori, Ackman e il direttore degli investimenti Ryan Israel collegano le scelte alla qualità delle imprese, alla generazione di cassa e alla crescita attesa degli utili. Sono valutazioni del gestore, non risultati garantiti. La strategia rimane concentrata rispetto a un fondo indicizzato azionario globale: se le ipotesi si rivelano corrette, le idee migliori possono incidere molto sui rendimenti; se sono sbagliate, anche gli errori pesano di più. Avere una convinzione forte non riduce da sola il rischio e possedere aziende di settori diversi non esclude che alcune dipendano dagli stessi fattori economici.

La lezione che mi interessa davvero

Berkshire mantiene una grande riserva ma torna a comprare, Burry mette in discussione aspettative diffuse e Ackman amplia un portafoglio costruito su convinzioni selettive. Queste mosse non raccontano una fuga comune dall’intelligenza artificiale e non offrono una previsione certa sul prossimo movimento della Borsa. Ci mostrano piuttosto modi diversi di affrontare lo stesso problema: decidere quale rendimento aspettarsi dal capitale, tenendo conto del prezzo e di ciò che può andare storto. Anche un investitore esperto può sbagliare valutazione, tempi o dimensione di una posizione.

Per me, il valore di osservare questi investitori sta qui. Posso trovare interessante un’azienda che comprano, ma prima di investire devo riuscire a spiegarmi perché il prezzo abbia senso, quali ipotesi sto facendo e quanto peserebbe un errore sul mio portafoglio. Le loro risorse, i loro vincoli e le condizioni alle quali possono operare sono diversi dai miei. La notorietà di chi acquista non sostituisce un’analisi. Studiare il loro ragionamento può aiutarmi a fare domande migliori; la decisione finale deve comunque essere coerente con i miei obiettivi, il mio orizzonte temporale e il rischio che posso sostenere.

Riferimenti temporali. Verifica delle fonti al 30 settembre 2026. Dati Berkshire al 30 giugno; risultati Apple relativi al trimestre fiscale concluso il 27 giugno; portafoglio Pershing Square Holdings al 31 agosto. Il deficit dei primi undici mesi è una stima CBO pubblicata il 9 settembre; lo scenario fiscale fino al 2036 è quello di febbraio 2026. Le posizioni comunicate non equivalgono ai portafogli in tempo reale.