Il debito pubblico è anche la storia delle nostre scelte politiche
Quando guardo il debito pubblico italiano, la prima domanda che mi pongo è come siamo arrivati fin qui. Perché dietro quella cifra ci sono leggi approvate, pensionamenti consentiti, imprese salvate, agevolazioni introdotte e riforme rimandate. La mia tesi è che il debito italiano abbia un’origine profondamente politica: per decenni abbiamo deciso come distribuire risorse e benefici, accettando che una parte del conto venisse trasferita al futuro. Parlare soltanto di mercati, spread o vincoli europei lascia fuori proprio questa responsabilità.
Le crisi economiche, i tassi d’interesse e la crescita hanno certamente inciso. Ma anche la capacità di affrontare una crisi dipende dalle condizioni nelle quali un Paese ci arriva. Un bilancio già appesantito da impegni permanenti lascia meno spazio per investire o reagire a un’emergenza. E scegliere di rinviare una correzione, quando il problema è conosciuto, è a sua volta una decisione politica con conseguenze economiche.
Non considero tutta la spesa pubblica uno spreco: sanità, istruzione e infrastrutture possono produrre benefici molto superiori al loro costo. Quello che mi interessa è capire quali risultati abbiamo comprato con il debito e quali alternative abbiamo sacrificato. Per farlo userò dati documentati, esempi numerici e ipotesi dichiarate. Il costo opportunità si può stimare: occorre costruire uno scenario alternativo e mostrarne i calcoli, senza presentare una simulazione come una fattura già pagata.
1. Gli anni Settanta: l’espansione della spesa pubblica e l’origine degli squilibri
Gli anni Settanta rappresentano un passaggio fondamentale nella storia economica italiana. Il Paese proveniva dal cosiddetto miracolo economico, durante il quale l’industrializzazione e l’aumento della produttività avevano sostenuto un considerevole miglioramento delle condizioni di vita. Tuttavia, la crisi petrolifera del 1973, seguita da quella del 1979, determinò un forte incremento dei costi energetici, contribuendo alla diffusione della stagflazione, una situazione caratterizzata dalla contemporanea presenza di elevata inflazione e debole crescita economica.
In questo contesto, i governi italiani continuarono ad ampliare la spesa pubblica, sostenendo i redditi dei lavoratori, sviluppando il sistema previdenziale e rafforzando i servizi sociali. La crescita delle uscite non fu però accompagnata da un corrispondente incremento strutturale delle entrate tributarie. Secondo le ricostruzioni storiche della Banca d’Italia, il rapporto fra debito pubblico e PIL passò da circa il 40% nel 1970 a un valore prossimo al 100% nel 1990. Si crearono così squilibri destinati a influenzare la politica economica dei decenni successivi.
Le baby pensioni: lavorare pochi anni e ricevere una pensione per decenni
Tra gli interventi previdenziali degli anni Settanta, una delle vicende più conosciute riguarda le cosiddette baby pensioni, associate al sistema di pensionamento anticipato di determinate categorie di dipendenti pubblici. Nel quadro normativo disciplinato dal D.P.R. n. 1092 del 1973, alcune lavoratrici statali con specifici requisiti familiari potevano accedere al pensionamento dopo circa 14 anni, 6 mesi e un giorno di servizio utile. Per altre categorie di dipendenti pubblici erano previsti requisiti differenti, generalmente più elevati. Il risultato fu che alcuni lavoratori poterono lasciare il servizio in età relativamente giovane, percependo successivamente un trattamento pensionistico per un periodo molto lungo.
Per comprendere le conseguenze finanziarie, immaginiamo un dipendente che inizi a lavorare a 20 anni e riesca ad andare in pensione a 40. Se percepisse una pensione annua di 18.000 euro per quarant’anni, il totale nominale delle prestazioni sarebbe:
18.000 × 40 = 720.000 euro.
Si tratta di un esempio puramente illustrativo, che non considera inflazione, rivalutazioni, contributi versati o valore temporale del denaro. Il problema economico emerge quando il valore attuale delle prestazioni previdenziali supera significativamente quello dei contributi destinati a finanziarle. Nel sistema pensionistico italiano, fondato prevalentemente sul meccanismo a ripartizione, i contributi dei lavoratori attivi finanziano le pensioni correnti. Pertanto, condizioni di pensionamento particolarmente favorevoli possono trasferire parte del costo alle generazioni successive. Le riforme previdenziali degli anni Novanta e Duemila hanno progressivamente modificato questi meccanismi, ma gli effetti delle precedenti disposizioni si sono protratti nel tempo.
Il 1978 e la nascita del Servizio sanitario nazionale
Non tutte le grandi spese pubbliche degli anni Settanta riguardavano trasferimenti monetari. Con la legge n. 833 del 23 dicembre 1978 venne istituito il Servizio sanitario nazionale (SSN), fondato sul principio della tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. La riforma contribuì a superare il precedente sistema mutualistico, nel quale l’accesso e le condizioni dell’assistenza dipendevano maggiormente dalla posizione lavorativa e previdenziale. Da quel momento, la sanità pubblica divenne una componente strutturale della spesa italiana.
Il suo costo, tuttavia, deve essere valutato considerando anche i benefici: accessibilità alle cure, prevenzione delle malattie, riduzione dei rischi sanitari e miglioramento del benessere collettivo. Questo esempio dimostra perché non sia corretto identificare automaticamente un aumento della spesa pubblica con uno spreco di risorse.
È qui che, a mio avviso, si vede la responsabilità politica: riconoscere un beneficio permanente senza predisporre entrate sufficienti significa impegnare anche i contribuenti futuri. La nascita del SSN e le baby pensioni non possono essere giudicate allo stesso modo, perché finalità e benefici sono diversi. Devono però rispondere alla stessa domanda: come finanziamo nel tempo ciò che promettiamo oggi? Il consenso si raccoglie quando il beneficio viene riconosciuto; il costo può restare nei bilanci molto dopo la fine di quel governo.
2. Il 1981: il divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia
Nel 1981 avvenne un cambiamento fondamentale nella gestione del debito pubblico. Fino a quel momento, la Banca d’Italia era tenuta, nell’ambito del sistema allora vigente, ad acquistare i Buoni ordinari del Tesoro rimasti invenduti nelle aste. Attraverso il cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, promosso dal ministro Beniamino Andreatta e dal governatore Carlo Azeglio Ciampi, venne eliminato tale automatismo. La banca centrale acquisì una maggiore autonomia nelle decisioni di politica monetaria. L’obiettivo era contrastare l’inflazione e impedire che le esigenze di finanziamento della spesa pubblica determinassero automaticamente un’espansione della quantità di moneta.
Il cambiamento ebbe importanti conseguenze. Lo Stato dovette confrontarsi maggiormente con le condizioni del mercato per collocare il proprio debito, mentre la politica monetaria restrittiva contribuì a riportare l’inflazione su livelli più contenuti. Allo stesso tempo, l’aumento dei tassi d’interesse reali, insieme alla persistenza di elevati disavanzi pubblici, contribuì all’incremento del debito. È importante evitare una semplificazione: non fu il solo divorzio a provocare l’esplosione del debito italiano. Il fenomeno dipese da più fattori, compresa la mancata correzione degli squilibri tra entrate e spese.
Il rapporto debito/PIL, che nel 1980 si collocava intorno al 57%, raggiunse circa il 94% nel 1990 nelle serie storiche qui richiamate. L’esperienza degli anni Ottanta mostra come la sostenibilità finanziaria dipenda non soltanto dal costo del finanziamento, ma anche dalla capacità di uno Stato di controllare i disavanzi e sostenere la crescita economica.
La lettura politica che ne ricavo è precisa: cambiare le condizioni di finanziamento senza adeguare sufficientemente il bilancio espone a un conto crescente. L’indipendenza della banca centrale aveva una finalità importante, ma non sostituiva la responsabilità del Governo e del Parlamento sulle coperture. Attribuire tutto a una decisione monetaria permette di evitare la domanda più scomoda: quali spese, quali entrate e quali riforme sarebbero state necessarie per rendere sostenibile quel passaggio?
3. Il 1987: Chernobyl e l’abbandono della produzione nucleare
Una delle decisioni più significative della storia energetica italiana riguarda l’uscita dalla produzione di energia elettrica nucleare. Prima del 1987, l’Italia aveva sviluppato un proprio programma nucleare, con centrali realizzate a Latina, Garigliano, Trino e Caorso. Il disastro di Chernobyl del 26 aprile 1986 modificò profondamente la percezione pubblica dei rischi associati a questa tecnologia. Nel novembre 1987, gli italiani furono chiamati a votare su tre quesiti referendari riguardanti determinate disposizioni in materia nucleare.
Un elemento storico merita particolare attenzione: i referendum non introducevano direttamente un divieto generale di produzione di energia nucleare. Abrogavano invece norme relative, tra l’altro, alla localizzazione degli impianti, ai contributi agli enti territoriali interessati e alla partecipazione dell’ENEL a iniziative nucleari all’estero. Furono le successive decisioni politiche e industriali a determinare il progressivo abbandono della produzione elettronucleare nazionale. Nel 2011, un ulteriore referendum abrogativo intervenne sulle norme che avrebbero consentito il rilancio del programma nucleare italiano.
Il costo opportunità del nucleare: facciamo un’ipotesi e calcoliamola
Non condivido l’idea che, mancando un’Italia alternativa da osservare, si debba rinunciare a fare i conti. Una stima controfattuale serve proprio a misurare ciò che avrebbe potuto accadere. Parto da un dato reale: secondo Terna, nel 2025 il fabbisogno elettrico è stato di 311,3 TWh, con il 15,1% coperto da importazioni nette. Immagino poi, come ipotesi di lavoro e non come previsione di Terna, un sistema nel quale il nucleare copra il 20% di quel fabbisogno. La produzione ipotizzata sarebbe di 62,26 TWh, cioè 62.260.000 MWh all’anno.
Il passaggio decisivo è il costo dell’energia sostituita. Assumo diversi differenziali fra il costo complessivo del mix alternativo e quello nucleare: −20, 0, 20 e 40 euro per MWh. Sono parametri scelti per questa analisi di sensibilità, non prezzi certificati o stime attribuite alle fonti. Il costo nucleare va inteso comprensivo di costruzione, finanziamento, esercizio, combustibile, rifiuti e smantellamento; anche il confronto con il mix alternativo deve includere i relativi costi di sistema. Un differenziale positivo indica un vantaggio nucleare, uno negativo un maggior costo.
Beneficio annuo ipotetico = 62.260.000 MWh × differenziale di costo per MWh. Mantengo costanti produzione e differenziale in termini reali per 30 anni, a parco già operativo. Per confrontare flussi futuri uso anche un tasso reale di attualizzazione del 3%, assunto per il calcolo. Il valore attuale è la somma dei benefici annuali scontati: il fattore corrispondente è circa 19,60.
| Differenziale assunto | Beneficio annuo | Totale su 30 anni, non attualizzato | Valore attuale al 3% |
|---|---|---|---|
| −20 €/MWh | −1,2452 miliardi € | −37,36 miliardi € | −24,41 miliardi € |
| 0 €/MWh | 0 € | 0 € | 0 € |
| 20 €/MWh | 1,2452 miliardi € | 37,36 miliardi € | 24,41 miliardi € |
| 40 €/MWh | 2,4904 miliardi € | 74,71 miliardi € | 48,81 miliardi € |
Con un vantaggio di costo di 20 euro per MWh, il beneficio ipotetico sarebbe quindi di circa 1,25 miliardi l’anno; raddoppiando il vantaggio, salirebbe a circa 2,49 miliardi. Il caso sfavorevole mostra invece che costi di costruzione o finanziamento troppo elevati possono invertire il risultato. Questa è una simulazione a regime, non il costo storico accertato dell’uscita del 1987: per ricostruire quest’ultimo servirebbero un calendario degli impianti, costi e produzione anno per anno, tempi di costruzione e scenari alternativi coerenti. Non sto inoltre attribuendo tutte le importazioni alla rinuncia al nucleare.
Ritengo che rinunciare a sviluppare questa opzione abbia avuto un costo strategico, perché ha ristretto le alternative disponibili al Paese. I calcoli mostrano come verificare la dimensione economica di questa valutazione, senza dare per certo il segno del risultato. Il beneficio per il sistema economico non coincide automaticamente con una riduzione del debito pubblico: potrebbe andare a imprese e famiglie, mentre l’effetto sul bilancio dipenderebbe da gettito, sussidi, proprietà degli impianti e finanziamento degli investimenti. La responsabilità politica consiste anche nel valutare queste alternative prima di rinunciarvi.
4. Gli anni Novanta: la crisi del debito, le privatizzazioni e il prelievo sui conti correnti
All’inizio degli anni Novanta, la situazione finanziaria italiana era particolarmente complessa. L’elevato indebitamento, l’instabilità dei mercati valutari e le difficoltà di finanza pubblica imposero interventi di risanamento. Nel 1992, il governo presieduto da Giuliano Amato introdusse un’imposta straordinaria sui depositi bancari e postali, applicando un’aliquota del 6 per mille, equivalente allo 0,6%. Per comprendere il meccanismo, su un saldo di 10.000 euro il prelievo dello 0,6% equivarrebbe a 60 euro. Naturalmente si tratta di un esempio espresso nella valuta attuale, mentre nel 1992 era ancora in circolazione la lira. La misura aveva lo scopo di reperire rapidamente risorse per il risanamento dei conti pubblici e fu successivamente esaminata dalla Corte costituzionale.
Parallelamente, prese avvio un’importante stagione di privatizzazioni. Lo Stato cedette partecipazioni in numerose imprese, tra cui società operanti nei settori delle telecomunicazioni, delle infrastrutture, della siderurgia e dei servizi. Dal punto di vista finanziario, una privatizzazione può produrre un’entrata straordinaria attraverso la vendita di quote societarie. Tuttavia, l’operazione comporta anche la rinuncia totale o parziale ai futuri dividendi e ad alcuni poteri di controllo. Il beneficio netto dipende quindi dal prezzo di vendita, dalle prospettive economiche dell’impresa, dall’utilizzo del ricavato e dalle conseguenze sulla concorrenza. Anche in questo caso, valutare l’operazione considerando soltanto l’incasso iniziale sarebbe insufficiente.
Il prelievo sui depositi rende evidente un meccanismo che considero centrale: quando il riequilibrio viene rinviato, la correzione può arrivare in modo improvviso sui cittadini. Anche vendere patrimonio è una scelta politica. Per giudicarla servono il prezzo incassato e il rendimento al quale si rinuncia, insieme al costo del debito eventualmente rimborsato. La domanda non è se privatizzare sia sempre giusto o sempre sbagliato, ma se quella specifica operazione migliori davvero la posizione economica dello Stato.
5. Le grandi infrastrutture: il caso del MOSE di Venezia
Un’altra categoria significativa di decisioni politiche riguarda la realizzazione di grandi opere infrastrutturali. Tra gli esempi italiani si distingue il MOSE, il sistema di barriere mobili progettato per proteggere Venezia e la sua laguna dalle maree eccezionali. L’opera, sviluppata attraverso un processo decisionale e realizzativo pluridecennale, ha richiesto risorse considerevoli. Secondo una ricostruzione pubblicata nel 2022 da Pagella Politica, il costo della costruzione aveva raggiunto circa 6,2 miliardi di euro, ai quali devono essere considerate separatamente le spese di funzionamento e manutenzione.
L’importanza economica del progetto non può però essere valutata soltanto mediante il costo di costruzione. Una barriera contro le maree produce un beneficio quando evita danni agli edifici, alle infrastrutture, alle imprese e al patrimonio storico. Il suo valore dipende quindi anche dalla riduzione dei danni attesi durante la vita utile dell’opera. Il MOSE illustra il ruolo dell’analisi costi-benefici, una metodologia utilizzata per confrontare i costi complessivi di un progetto pubblico con i benefici economici e sociali che esso può generare.
6. Il caso Alitalia: i costi del sostegno pubblico alle imprese
Nel corso degli ultimi decenni, una parte delle risorse pubbliche è stata destinata a sostenere imprese considerate strategiche per l’economia nazionale. Un caso particolarmente discusso è quello di Alitalia. La compagnia aerea ha attraversato ripetute crisi industriali e finanziarie, accompagnate da interventi pubblici, ricapitalizzazioni e prestiti. Secondo una ricostruzione dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica, l’onere cumulato netto per i contribuenti era stimato nel 2017 in circa 9,4 miliardi di euro.
Successivamente furono considerati ulteriori finanziamenti, tra cui i prestiti ponte concessi nel 2017 e nel 2019, per un valore nominale complessivo di circa 1,3 miliardi. Considerando gli interessi non corrisposti, l’Osservatorio quantificava in circa 1,6 miliardi l’onere legato a questi finanziamenti. Questi importi appartengono a una specifica ricostruzione economica e non rappresentano automaticamente il costo complessivo definitivo di tutti gli interventi pubblici nel settore.
Perché uno Stato decide di salvare un’impresa?
Le motivazioni possono essere diverse: tutelare l’occupazione, garantire la continuità di servizi essenziali, proteggere una filiera industriale o evitare effetti economici negativi derivanti da una liquidazione improvvisa. D’altra parte, il sostegno a imprese strutturalmente in perdita può ridurre gli incentivi alla riorganizzazione industriale e assorbire risorse che potrebbero essere impiegate diversamente. L’economia definisce vincolo di bilancio morbido la situazione nella quale un’impresa si aspetta di ricevere aiuti esterni qualora non riesca a sostenere autonomamente i propri costi. Si tratta di un rischio particolarmente importante nella gestione delle partecipazioni pubbliche.
A mio giudizio, chiamare un’impresa “strategica” non risolve il problema del suo equilibrio economico. Ogni salvataggio dovrebbe avere obiettivi misurabili, scadenze e un limite al denaro pubblico impegnato. Il costo opportunità è concreto: le risorse destinate a coprire perdite non possono contemporaneamente finanziare altre attività o ridurre il debito. La tutela dei lavoratori è un obiettivo legittimo, ma va confrontata anche con strumenti alternativi di protezione e ricollocazione.
7. Le crisi finanziarie del 2008 e del 2011
La crisi finanziaria internazionale del 2008, innescata negli Stati Uniti e propagatasi al resto del mondo, determinò una forte contrazione dell’attività economica. Per l’Italia, già caratterizzata da un debito pubblico elevato e da una crescita economica modesta, gli effetti furono significativi. La riduzione del PIL contribuì ad aumentare il rapporto debito/PIL anche attraverso un semplice meccanismo matematico: quando diminuisce il denominatore del rapporto, l’incidenza del debito aumenta, anche se il suo valore nominale rimane invariato.
Nel 2011, durante la crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona, la pressione sui titoli di Stato italiani determinò un incremento dei rendimenti richiesti dagli investitori. In questo contesto fu adottata la riforma pensionistica del governo Monti, comunemente conosciuta come riforma Fornero, che modificò i requisiti di accesso al pensionamento e rafforzò il sistema di calcolo contributivo. Le conseguenze furono differenti per le varie generazioni e categorie di lavoratori.
Dal punto di vista finanziario, l’innalzamento dei requisiti pensionistici era finalizzato a contenere la crescita della spesa previdenziale nel medio-lungo periodo. Sul piano sociale, invece, la riforma determinò un prolungamento della vita lavorativa per numerose persone e rese necessarie successive misure di salvaguardia per particolari categorie. Questo passaggio evidenzia come una riforma possa migliorare la sostenibilità finanziaria di un sistema producendo, contemporaneamente, costi di adattamento per alcuni cittadini.
8. Il 2019: Reddito di cittadinanza e Quota 100
Nel 2019 furono introdotte due misure rilevanti per la finanza pubblica italiana: il Reddito di cittadinanza e Quota 100. Sebbene approvate nel medesimo periodo, le due politiche perseguivano obiettivi differenti.
Il Reddito di cittadinanza
Il Reddito di cittadinanza nacque come strumento di contrasto alla povertà, integrato con meccanismi destinati a favorire il reinserimento lavorativo. Il sussidio era rivolto ai nuclei familiari in possesso di specifici requisiti economici e patrimoniali. Secondo l’INPS, tra aprile 2019 e dicembre 2023 la spesa complessiva per Reddito e Pensione di cittadinanza ha superato 34,5 miliardi di euro.
L’analisi economica della misura richiede di distinguere almeno due risultati. Il primo riguarda la capacità di sostenere il reddito disponibile delle famiglie povere, attenuando situazioni di deprivazione economica. Il secondo riguarda gli effetti sull’occupazione, sulla partecipazione al mercato del lavoro e sull’efficacia delle politiche di formazione e accompagnamento. Una misura può produrre risultati redistributivi anche quando quelli occupazionali risultano inferiori agli obiettivi iniziali. Nel passaggio al nuovo sistema, il Supporto per la formazione e il lavoro è stato introdotto nel settembre 2023 e l’Assegno di inclusione dal gennaio 2024, dopo la cessazione del Reddito di cittadinanza.
Quota 100
Quota 100 consentiva il pensionamento ai lavoratori che avessero maturato, entro il 2021, almeno 62 anni di età e 38 anni di contribuzione, rispettando gli altri requisiti previsti. La misura introduceva una possibilità aggiuntiva di uscita anticipata rispetto ai canali pensionistici ordinari. Un’analisi congiunta dell’INPS e dell’Ufficio parlamentare di bilancio, pubblicata dopo i primi tre anni di applicazione, stimava una spesa di circa 23,2 miliardi di euro nel periodo 2019-2025.
È essenziale precisare che tale importo costituiva una valutazione basata sui dati consuntivi fino al 2021 e su proiezioni per gli anni successivi, non il consuntivo definitivo dell’intero periodo. La stima risultava inferiore rispetto agli stanziamenti originari, anche perché il numero di lavoratori che aveva effettivamente usufruito della misura era risultato più basso del previsto. Dal punto di vista economico, l’uscita anticipata modifica il rapporto tra anni di contribuzione e anni di percezione delle prestazioni previdenziali. L’effetto complessivo sulla finanza pubblica deve inoltre considerare eventuali nuove assunzioni, il gettito contributivo e fiscale e i comportamenti dei lavoratori e delle imprese.
Questi numeri mostrano perché considero insufficiente discutere soltanto se una misura sia popolare. Anticipare il pensionamento e contrastare la povertà sono priorità politiche differenti, che competono con altre destinazioni delle risorse. La spesa non diventa automaticamente debito per il suo intero ammontare: conta come viene finanziata e come modifica entrate e attività economica. Ma decidere di introdurla, mantenerla o correggerla resta una responsabilità di chi governa, da valutare sui risultati oltre che sulle intenzioni.
9. Il 2020: il Superbonus 110% e la trasformazione delle detrazioni fiscali
Tra gli interventi di politica economica adottati durante la pandemia, il Superbonus 110% assume particolare rilievo per la dimensione finanziaria e per il suo funzionamento. Introdotto dal decreto-legge n. 34 del 19 maggio 2020, il Superbonus prevedeva, in presenza delle condizioni stabilite dalla normativa, una detrazione fiscale inizialmente pari al 110% delle spese ammissibili per determinati interventi edilizi. L’obiettivo era sostenere l’attività economica durante la crisi pandemica, stimolare gli investimenti nel settore delle costruzioni e favorire il miglioramento energetico e antisismico degli immobili.
La caratteristica più rilevante era che il beneficio poteva superare la spesa sostenuta dal contribuente. Per esempio, su una spesa ammissibile di 100.000 euro, un’aliquota del 110% consentiva teoricamente di maturare una detrazione di 110.000 euro, nel rispetto di tutti i requisiti e dei limiti previsti. La possibilità di utilizzare lo sconto in fattura o la cessione del credito rendeva inoltre l’incentivo accessibile anche a soggetti che non avrebbero avuto sufficiente capienza fiscale per beneficiare direttamente della detrazione.
Quanto è costato il Superbonus?
Il monitoraggio ENEA aggiornato al 30 settembre 2026, relativo agli interventi energetici del SuperEcobonus, riporta:
- 126,65 miliardi di euro di investimenti complessivi;
- 124,87 miliardi di euro di investimenti ammessi a detrazione;
- 131,56 miliardi di euro di detrazioni maturate per lavori conclusi, indicate da ENEA come onere a carico dello Stato;
- 502.419 edifici coinvolti nel monitoraggio.
Le diverse grandezze non devono essere confuse. Gli investimenti rappresentano il valore dei lavori, mentre le detrazioni maturate misurano il beneficio fiscale riconosciuto secondo le regole dell’agevolazione. I dati ENEA qui richiamati riguardano il perimetro del SuperEcobonus: non devono essere presentati come il costo di ogni altra agevolazione edilizia. Inoltre, il momento in cui una detrazione viene contabilizzata può essere diverso da quello in cui produce effetti sulle disponibilità finanziarie del Tesoro.
I benefici economici e i limiti dello strumento
Il Superbonus ha sostenuto la domanda di lavori edilizi, contribuendo all’attività del comparto delle costruzioni e delle imprese collegate. Ha inoltre finanziato interventi di efficientamento energetico, con potenziali benefici sui consumi futuri degli edifici. Tuttavia, il dibattito economico riguarda soprattutto il rapporto tra risorse pubbliche impiegate e investimenti realmente aggiuntivi. Uno studio della Banca d’Italia del 2024, dedicato congiuntamente al Superbonus e al Bonus facciate, ha stimato che circa un quarto degli investimenti agevolati sarebbe stato effettuato anche in assenza degli incentivi.
Questo fenomeno viene definito deadweight effect, ossia finanziamento pubblico di spesa non aggiuntiva: una parte del beneficio finanzia decisioni di investimento che i privati avrebbero comunque realizzato. Non coincide necessariamente con lo spiazzamento di altri investimenti, detto crowding out. Gli stessi ricercatori hanno stimato un moltiplicatore fiscale inferiore all’unità. Il moltiplicatore fiscale misura quanto aumenta la produzione economica a seguito di un incremento della spesa pubblica o di uno stimolo fiscale. Un moltiplicatore inferiore a uno indica che, secondo le ipotesi e il periodo esaminati, l’aumento del valore aggiunto è inferiore al costo dell’intervento.
Un ulteriore studio della Banca d’Italia ha rilevato che gli incentivi avrebbero contribuito in misura significativa all’incremento dei costi di costruzione tra il 2021 e il 2023. Ciò mette in evidenza un problema di progettazione degli incentivi: quando il beneficiario finale sopporta una quota molto ridotta del costo, può diminuire la convenienza a negoziare prezzi più bassi, soprattutto in presenza di offerta produttiva limitata. La valutazione complessiva richiede comunque di considerare, oltre agli effetti immediati sul PIL, anche i risparmi energetici, i benefici ambientali e la durata degli interventi.
La mia critica riguarda soprattutto la progettazione politica dell’incentivo. Se una spesa di 100 viene premiata con un beneficio fiscale di 110, il controllo del prezzo non può essere lasciato alla stessa dinamica di un acquisto pagato interamente dal cliente. Servono limiti, verifiche e una valutazione del rendimento della spesa pubblica. Il fatto che si siano aperti cantieri e creati redditi è un risultato da considerare, ma non dimostra che il provvedimento si sia ripagato: un euro di PIL aggiuntivo non è un euro di entrata fiscale.
Per rendere concreta questa distinzione, faccio un esempio interamente ipotetico: un incentivo da 100 miliardi genera 80 miliardi di valore aggiunto e il settore pubblico ne recupera il 40% come entrate aggiuntive. Il recupero sarebbe di 32 miliardi, lasciando 68 miliardi prima degli altri effetti. Non è una stima del Superbonus, ma un calcolo che spiega perché l’autofinanziamento richieda una dimostrazione. Chi sceglie l’incentivo deve spiegare quali benefici giustificano il costo residuo e chi lo sostiene.
10. La pandemia: sostegni economici, garanzie e debito pubblico
Durante l’emergenza sanitaria del 2020, lo Stato italiano introdusse numerosi interventi a sostegno di famiglie, lavoratori e imprese. Furono adottati contributi a fondo perduto, integrazioni salariali, agevolazioni fiscali, moratorie sui finanziamenti e sistemi di garanzia pubblica. Questi strumenti avevano finalità differenti e non comportavano tutti la medesima spesa per il bilancio pubblico.
Un contributo a fondo perduto rappresenta normalmente un trasferimento di risorse, mentre una garanzia statale su un prestito crea principalmente una passività potenziale: lo Stato potrebbe essere chiamato a intervenire qualora il debitore non fosse in grado di rimborsare il finanziamento. È quindi scorretto sommare indiscriminatamente il valore dei prestiti garantiti e quello dei trasferimenti pubblici. La pandemia contribuì comunque a determinare un forte deterioramento dei conti pubblici, anche a causa della contrazione dell’attività economica. Nel 2020 il rapporto debito/PIL italiano raggiunse circa il 154%, contro un valore vicino al 134% nel 2019. L’aumento fu dovuto alla combinazione di nuove esigenze di finanziamento e caduta del PIL.
La pandemia è stata uno shock esterno, e sostenere l’economia era una scelta necessaria. Questo non rende equivalenti tutti gli strumenti utilizzabili. Destinatari, durata, controlli e coperture sono stati decisi politicamente. Per me la distinzione è questa: riconoscere la gravità dell’emergenza non esonera dal valutare se ogni intervento fosse proporzionato, né giustifica trasformare automaticamente una misura temporanea in un impegno permanente.
11. Il 2022: la crisi energetica e il costo degli aiuti contro il caro bollette
L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 aggravò le tensioni già presenti sui mercati energetici europei. L’impennata dei prezzi del gas si trasferì ai costi di produzione e alle bollette di famiglie e imprese. L’Italia, caratterizzata da una significativa dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, dovette adottare numerosi interventi di sostegno. Tra questi figuravano crediti d’imposta per le imprese, riduzioni di alcuni oneri energetici e bonus sociali, oltre a misure destinate a limitare gli effetti degli aumenti.
Nella legge di bilancio per il 2023, ad esempio, furono destinati oltre 18,5 miliardi di euro a interventi riconducibili al contrasto del caro energia nel perimetro classificato dal Dipartimento per il programma di Governo. Questa cifra riguarda specificamente gli stanziamenti individuati per il 2023 e non rappresenta il costo complessivo di tutti gli aiuti approvati durante la crisi energetica. Il caso dimostra un collegamento fondamentale tra scelte industriali e bilancio pubblico. Quando una crisi energetica provoca aumenti improvvisi dei costi, i governi possono intervenire per attenuarne le conseguenze sociali ed economiche. Tali interventi richiedono tuttavia risorse fiscali, rendendo la struttura del sistema energetico rilevante anche per la sostenibilità delle finanze pubbliche.
12. Il PNRR: quasi 200 miliardi di risorse europee tra investimenti e prestiti
Una delle principali iniziative economiche dell’ultimo decennio è rappresentata dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), inserito nel programma europeo NextGenerationEU. Dopo le revisioni approvate a livello europeo, il Piano italiano dispone di una dotazione complessiva di circa 194,4 miliardi di euro, suddivisa in:
- 71,8 miliardi di euro di sovvenzioni;
- 122,6 miliardi di euro di prestiti.
Le sovvenzioni sono trasferimenti europei che non devono essere rimborsati direttamente dall’Italia come un finanziamento nazionale. Ciò non significa che siano prive di costi collettivi: il finanziamento europeo comporta obblighi di rimborso a livello dell’Unione. I prestiti, invece, costituiscono risorse da restituire secondo le condizioni concordate. Il PNRR comprende investimenti in infrastrutture, digitalizzazione, transizione energetica, istruzione, sanità e numerosi altri settori, oltre a riforme istituzionali.
Dal punto di vista economico, la questione centrale riguarda la capacità degli investimenti di produrre benefici duraturi. La realizzazione di un’infrastruttura ferroviaria, ad esempio, genera una spesa iniziale, ma può migliorare successivamente la mobilità, ridurre i costi logistici e favorire l’attività produttiva. Analogamente, gli investimenti nella digitalizzazione della pubblica amministrazione possono migliorare la qualità dei servizi e diminuire i costi amministrativi. Bisogna comunque distinguere le risorse assegnate, le somme effettivamente erogate dall’Unione europea e la spesa realizzata per i singoli progetti. Si tratta di grandezze differenti, che non devono essere utilizzate come sinonimi.
Usando gli importi arrotondati del Piano, i prestiti rappresentano circa il 63,1% delle risorse complessive. È un’elaborazione di 122,6 diviso 194,4, e aiuta a capire perché considero fuorviante parlare genericamente di denaro ricevuto dall’Europa. Il punto politico è scegliere progetti capaci di migliorare produttività e servizi, sostenendone anche i costi futuri. Spendere tutta la dotazione non è, da solo, una prova di successo: conta ciò che rimane al Paese dopo la spesa.
13. Il debito nel 2026: le decisioni di ieri restringono le possibilità di oggi
La pubblicazione della Banca d’Italia del 15 ottobre 2026 riporta un debito a fine 2025 di 3.097,093 miliardi di euro, pari al 136,7% del PIL, nei dati rivisti. Ad agosto 2026 lo stock raggiunge 3.200,848 miliardi. Sono dati riferiti a momenti diversi: il rapporto annuale non va associato allo stock mensile successivo. La variazione del debito comprende inoltre operazioni finanziarie e variazioni di liquidità, quindi non coincide automaticamente con il disavanzo.
Il deficit è la differenza annuale fra uscite ed entrate; il debito è uno stock accumulato. Gli interessi collegano passato e presente: risorse che oggi servono a remunerare i creditori non sono disponibili per altri impieghi. Per visualizzare il meccanismo, ipotizzo 100 miliardi di debito aggiuntivo finanziato a un costo annuo costante del 3%: servirebbero 3 miliardi l’anno di interessi, ossia 30 miliardi in 10 anni, mantenendo invariato il capitale e senza capitalizzare gli interessi. È un esempio di calcolo, non il costo effettivo di una specifica misura.
Il rapporto debito/PIL dipende anche dalla crescita nominale e dal saldo primario, cioè dalle entrate meno le uscite prima degli interessi. Un avanzo primario può non bastare a ridurre il rapporto se il costo del debito supera la crescita e gli altri fattori sono sfavorevoli. Ecco perché la mia lettura politica comprende sia le decisioni di spesa sia quelle che incidono sulla capacità di crescere. Lasciare poco spazio agli investimenti produttivi può rendere più difficile sostenere anche il debito già esistente.
14. Il quadro economico delle principali decisioni
La seguente tabella riassume alcune delle grandezze esaminate. I dati si riferiscono a periodi, strumenti e criteri contabili differenti e, pertanto, non devono essere sommati tra loro.
| Decisione o intervento | Periodo | Grandezza economica |
|---|---|---|
| Espansione del debito pubblico | 1970–1990 | Dal 40% a circa il 100% del PIL |
| Uscita dalla produzione nucleare | Scenario a regime su 30 anni | Con vantaggio assunto di 20–40 €/MWh: 24,41–48,81 miliardi € di valore attuale al 3%; anche risultati nulli o negativi sono possibili |
| Costruzione del MOSE | Dati disponibili nel 2022 | Circa 6,2 miliardi € |
| Sostegno pubblico ad Alitalia | Fino al 2017 | Circa 9,4 miliardi € di onere cumulato netto stimato |
| Reddito e Pensione di cittadinanza | 2019–2023 | Oltre 34,5 miliardi € |
| Quota 100 | 2019–2025 | Circa 23,2 miliardi € stimati nel 2022 |
| SuperEcobonus | Dati al settembre 2026 | Circa 131,6 miliardi € di detrazioni maturate per lavori conclusi |
| Contrasto al caro energia | Stanziamenti della manovra 2023 | Oltre 18,5 miliardi € nel perimetro descritto |
| PNRR | Piano 2021–2026 | 194,4 miliardi € di risorse assegnate, tra sovvenzioni e prestiti |
15. La responsabilità politica si misura anche nelle alternative scartate
Il criterio che userei per giudicare una decisione pubblica è semplice: quale risultato otteniamo per ogni euro impegnato, rispetto all’alternativa disponibile? Nel sostegno al reddito guarderei alla riduzione della povertà e agli incentivi al lavoro. Nelle pensioni, all’equilibrio fra contributi, prestazioni e generazioni. Nei bonus edilizi, agli investimenti aggiuntivi e al costo dell’energia risparmiata. Nelle infrastrutture, ai benefici prodotti durante la loro vita utile, includendo manutenzione e tempi di realizzazione.
Questa impostazione permette di dare un valore anche alle rinunce. Il costo opportunità non è un numero da inventare: è un confronto da costruire, con ipotesi controllabili e scenari favorevoli e sfavorevoli. La politica dovrebbe rendere esplicito quel confronto quando decide, non soltanto dopo che il conto è arrivato. E dovrebbe spiegare chi riceve il beneficio, chi finanzia la misura e quale onere viene lasciato a chi non vota ancora.
Conclusione: il debito è anche un’eredità politica
La conclusione alla quale arrivo è che il debito pubblico italiano sia, in larga parte, l’eredità delle priorità politiche scelte nel tempo. Alcune erano giustificate e hanno migliorato la vita delle persone; altre hanno privilegiato benefici immediati, rinviando il problema delle coperture e dei risultati. Le recessioni e gli interessi hanno amplificato gli squilibri, ma non cancellano la responsabilità di chi decide spese, entrate, regole e riforme. La responsabilità attraversa governi e maggioranze diverse, e riguarda anche chi ha mantenuto meccanismi che avrebbe potuto correggere.
Per questo mi convince poco discutere del debito come se fosse un fenomeno lontano dalle decisioni concrete. Dietro ci sono pensioni anticipate, salvataggi, incentivi e investimenti, con effetti molto diversi tra loro. Ci sono anche possibilità di crescita sacrificate e correzioni rinviate. La politica decide chi beneficia oggi e quanto spazio rimane a chi verrà dopo: è questo il collegamento che ritengo essenziale rendere visibile.
Chiederei quindi a ogni proposta una risposta precisa: quanto costa, quali benefici produce, come viene finanziata e perché sarebbe preferibile alle alternative? I dati servono a rendere verificabili queste risposte. Le ipotesi, quando sono dichiarate, permettono di valutare anche ciò che non è accaduto. Il debito diventa più comprensibile quando lo riconduciamo alle scelte che lo hanno generato e alle opportunità che quelle scelte hanno aperto o chiuso.
Nota sulle fonti e sui calcoli: gli importi osservati sono attribuiti alle fonti elencate sotto. Gli scenari nucleari e gli esempi di recupero fiscale e interessi sono elaborazioni illustrative dell’autore con ipotesi esplicite. Dati consuntivi, stime e valori attualizzati hanno perimetri diversi e non vanno sommati per ricostruire il debito complessivo.