PARTE I — STRUMENTI E MEDIOEVO
1. Letteratura, linguaggio, stile e strumenti di analisi
Quadro del capitolo. Il manuale parte dagli strumenti che permettono di leggere la letteratura come una forma specifica di comunicazione. La parola letteraria non coincide con il linguaggio comune: crea scarti, ambiguità, ritmo e nuove relazioni tra significante e significato. Prima della storia degli autori è quindi necessario chiarire come si analizzano stile, struttura, metrica e funzione del testo.
Nuclei fondamentali: comunicazione linguistica e funzioni del linguaggio • significante, significato e struttura del messaggio • metodi critici e strutturalismo • lessico, sintassi e registro • figure retoriche, metrica e rima
Letteratura non necessariamente è una scrittura che insegna a scrivere bene. Talvolta può essere: Manzoni, per esempio, ha impostato un sistema che abbiamo seguito, imparando a scrivere. Non necessariamente insegna storia: Manzoni, ad esempio, crea un Cardinal Borromeo che non è certo storico. Durante la peste a Milano si prodiga ad aiutare la gente, mentre la storia dice che aveva paura, non usciva a confortare il prossimo. Non necessariamente deve dare insegnamenti morali, far trionfare il bene sul male. Boccaccio viveva in una società in cui si pensava che l’arte dovesse essere morale: così era presentato in edizioni ridotte, perché alcune novelle venivano censurate per immoralità. Anche in opere morali, come i Promessi Sposi, Manzoni presenta una morale di Don Abbondio, una di Lucia, una di Agnese, a significare che i valori assoluti incontrovertibili, incontestabili sono pochi.
Non necessariamente insegna a vivere, come comportarsi, anzi sarebbe rischioso identificarsi con personaggi letterari. Dante, nell’Inferno, presenta Paolo e Francesca, la cui storia confonde il romanzo con la vita. Sono persone colte, appartenenti all’aristocrazia, e sono cognati, ulteriore motivo per considerare l’adulterio infamante. Reprimono la passione, ma leggendo insieme il romanzo d’amore di Ginevra e Lancillotto si lasciano andare, poi scoperti, vengono uccisi. Dante li mette nell’Inferno non a causa dell’adulterio, ma perché la logica è stata sovvertita, il piacere si è sostituito alla ragione.
Le ragioni per cui si cede al piacere devono essere giustificate, non dovute ad un libro. Nel ’68 si credeva che vita e romanzo fossero la stessa cosa. Ecco perché i giovani hanno visto fallire le loro idee e azioni: non hanno saputo guardare con logica la realtà, si sono lasciati vincere dalla fantasia, dall’avventura: la fantasia si usa per il romanzo, non per la vita. Infatti il romanzo non insegna a vivere, può farlo ma non è detto. Letteratura è un modo di scrivere che realizza delle infrazioni alla regola, distrugge le norme, crea degli scarti rispetto al linguaggio comune.
Lo scrittore può inventare qualsiasi cosa, può dar vita a nuovi mondi, a realtà in verità impossibili. Tale atteggiamento può realizzarsi perché il linguaggio verbale è imperfetto, si evolve, muta, è teso alla perfezione. La lingua non solo è perfettibile, ma estremamente ricca: segno e mezzo di libertà dell’uomo, che attraverso la trasgressione e l’invenzione può creare altre realtà. La letteratura ha la parola come strumento basilare della comunicazione: per questo è più importante della musica (o della pittura), anche se più rischiosa.
La musica è già un linguaggio a sé, diverso da quello di uso comune, ha uno scarto in sé stesso. La parola, invece, è la base del linguaggio comune e la poesia, il romanzo devono operare da sé gli scarti. Utilizzano l’imperfezione del linguaggio, e tentano di raggiungere la perfezione attraverso invenzioni, innovazioni, nuovi modi di dire le cose, di combinare le parole, di forgiare le strutture. E inventare un linguaggio è testimonianza di libertà. Infatti il linguaggio comune è fascista, impone parole e slogan che altri hanno coniato e messo in voga. È un linguaggio schiavo, che accetta senza discutere, passivamente, senza dar vita a qualcosa di proprio, senza, cioè, raggiungere la libertà. È proprio questa passività che la letteratura vuole infrangere, trasgredire per dar vita a qualcosa di scatenante, dinamico, libero.
Per essere liberi bisogna scrivere cose proprie o almeno leggere e cercare di capire lo scrittore. Il piacere estetico nasce proprio da questa lettura: apre la mente e stimola, costringe ad associazioni e collegamenti capaci di mettere in moto meccanismi che di solito rimangono fermi, utilizzando organi che altrimenti rischierebbero di atrofizzarsi.
Se, per esempio, pronuncio la frase “la madre racconta una favola al bambino”, uso il linguaggio normale, che esprime ciò che accade nella realtà. Invece nel verso di Ungaretti “Tornano in alto ad ardere le favole”, la parola favole significa stelle e concentra in sé i tanti significati che implica tale accostamento – le stelle sono lontane, favolose, incredibili, misteriose, mitiche. Crea un’attività, scatena una dinamica: nasce il piacere estetico. Peraltro, la poesia è comunicazione linguistica, quindi si basa sul linguaggio normale e su certi elementi. La poesia è un fatto totale, deve essere letta ad alta voce perché ha una sua musicalità ed è anche un quadro, perché la stessa disposizione dei versi ha un suo significato. Dopo molti anni Ungaretti ha modificato la poesia Soldati: ha messo “come” nel primo verso, anziché nel secondo.
Si sta come (come) d’autunno sugli alberi le foglie Tutta la poesia dà un senso di precarietà, d’insicurezza. In origine il primo verso era “Si sta”: una frase finita, completa, sicura, in contrasto con il resto. Nella versione finale il “come” rende la frase sospesa, tronca, come sono troncate le vite dei giovani soldati in trincea. La lingua poetica si differenzia dalla lingua d’uso comune, perché è lingua di infrazione, di libertà, attiva (favole = stelle). L’infrazione, però, deve essere razionalizzabile, con un senso, riconducibile al grado zero – grado di comunicabilità – pur non essendoci feed-back – spiegazione di ciò che si dice. Il verso deve contenere tutti i mezzi di interpretazione.
La comunicazione linguistica richiede diversi elementi: mittente (che può essere anche un personaggio di un romanzo, che esprime un suo sentimento) – destinatario – codice (cioè una lingua, per comprendersi) – veicolo (la carta, attraverso cui si realizza la comunicazione) – referente (contenuto, che deve essere comune sia al mittente che al destinatario: se parlo di calcio di rigore e il destinatario non sa che cosa è, manca il referente). Agli elementi della comunicazione corrispondono le funzioni linguistiche:
- funzione emotiva (Addio ai monti, di Lucia), presente soprattutto nella poesia lirica e
moderna. Si ha quando il mittente esprime qualcosa che lo riguarda
- funzione referenziale (telegiornale, interrogazione). Si ha quando si forniscono dati oggettivi,
si descrivono le cose
- funzione conativa (pubblicità, campagne politiche). Si ha quando si danno ordini, si invia un
messaggio per convincere il destinatario. La funzione poetica è propria della poesia, non del linguaggio comune. Si ha quando il mittente volge il suo interesse alla forma del messaggio. È la funzione critica del poeta, che non corregge i sentimenti, il referente, ma la sua forma. Ne è esempio l’ultima edizione della poesia di Leopardi La sera del dì di festa. La prima stesura si intitolava La sera del giorno festivo – Leopardi non ha cambiato il referente, ha soltanto modificato il messaggio. Forse, con la parola “giorno” a Leopardi il titolo sembrava troppo sciatto, normale, comune: ”dì” è un latinismo (da “dies”), è una parola non utilizzata nel linguaggio d’uso, è aulica, colta, quindi di infrazione poetica.
La funzione metalinguistica si ha quando il mittente denuncia una situazione, i limiti, le inadempienze del codice, cioè della lingua. Nella poesia A Silvia Leopardi recita “Lingua mortal non dice quel ch’io sentiva in seno”. Il poeta afferma che la lingua umana non esprime ciò che provava. All’interno del linguaggio letterario, ci sono differenze tra prosa e poesia. Il verso ha un suo metro: le parole sono aggregate secondo regole canoniche o, nella poesia moderna, secondo la propria sensibilità, e la continuità della riga sulla pagina si interrompe.
In prosa, la pagina viene riempita completamente; la casa editrice può pubblicare un manoscritto come vuole, a caratteri grandi o piccoli, righe larghe o strette, senza che cambi nulla. La poesia ha un suo ritmo, viene spezzata la continuità del discorso, che entra in relazione con lo spazio bianco. Corenne dice che già questa rottura dello spazio bianco è poetica, crea un’atmosfera. La disposizione delle parole prepara già alle analogie, ai collegamenti, al linguaggio d’infrazione. La poesia ha anche un effetto pittorico, una funzione visiva. Nella su ricerca delle parole il poeta privilegia l’elemento sonoro, cerca la sua musica, molto più della prosa, anche se esistono pagine di prosa liriche e musicali, come l’Addio ai monti, di Lucia.
“Voi che ascoltate in rime sparse il suono”: così dice Petrarca rivolgendosi ai lettori, che considera ascoltatori, perché la sua poesia è suono, musica. Ecco perché la poesia va letta ad alta voce – gli antichi non concepivano la lettura mentale, che è iniziata con Sant’Agostino. La poesia tende quindi ad essere totalizzante: non solo comunicazione, ma anche musica e pittura. Oggi la poesia è in crisi proprio perché la cinematografia e la grande produzione dei consumi hanno inaridito la nostra sensibilità, la capacità di reagire all’accettazione passiva dei linguaggi che ci vengono propinati dalla pubblicità, dalla moda.
Sarebbe una sventura, se morisse la poesia, perché si perderebbe la libertà sulle parole, quindi sulle cose. Per capire meglio il testo, il messaggio letterario, sono importanti_
- elemento storico. La Metamorfosi di Kafka non ha nulla di storico né realistico nella
trasformazione del protagonista in scarafaggio. Se ne scoprono meglio i significati, lo si può capire più a fondo, se lo si ambienta nel contesto storico: disgregazione dell’impero austroungarico a cui segue il nazismo, in cui l’uomo imbestialisce, diviene arido, tanto da veder morire un uomo con indifferenza. Allora il testo si rivela quasi profetico per ciò che sarebbe accaduto in Europa.
- elemento biografico del mittente. Aiuta a capire l’opera, così come l’opera talvolta spiega
elementi biografici dell’autore. L’essere esule mette Dante in una situazione drammatica, la quale si riflette in molti passi della Divina Commedia. D’altro canto Dante non parla mai del padre: questo rifiuto è sintomatico di una conflittualità padre-figlio, tanto più se si pensa che Enea, quando scende nell’oltretomba e fa un viaggio simile a quello di Dante, per primo incontra proprio il padre, con gioia e commozione.
- identità del destinatario. Boccaccio era letto dai borghesi, quindi lo scrittore si adeguava
ad una concezione di vita borghese.
- situazione ideologica. Anche se più ideologie possono coesistere, la situazione ideologica
ricostruisce l’ideologia egemonica, cioè la visione della vita dominante in un certo periodo (cattolicesimo nel Medioevo)
- struttura culturale è l’intertestualità, il rapporto che un libro ha con altri libri. L’arte
tende ad imitare l’arte, quindi un libro ha rapporto con la vita ma nasce come imitazione di altre opere. Virgilio descrive la guerra tra Rutuli e Troiani dopo aver letto Omero; Manzoni descrive la peste a Milano non perché l’ha vissuta, ma attraverso altre testimonianze.
- poetica, cioè la concezione dell’arte da parte dell’autore, il suo giudizio sul bello. La poetica
di Manzoni, per esempio, è il realismo. È importante, anche se non indispensabile, la poetica intenzionale. Tasso ritiene che il bello è l’epica, descrivere grandi eroi, gesta, ma poi, nella Gerusalemme Liberata, le parti belle sono i momenti di tenerezza, fragilità. Così Tasso è diverso da quello che dice di voler essere e impazzisce poiché non è contento di sé stesso.
- struttura stilistica, come la concezione della vita dell’autore si riflette, si traduce in parola,
linguaggio. A Zacinto: Foscolo dice “Né mai più toccherò le sacre sponde”. Il poeta è pronto a guardare in avanti, la sua concezione della vita è proiettata nel futuro. L’Infinito: Leopardi usa il passato remoto “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”, perché il poeta tende a ricordare, la vita è ricerca dell’intimo, della rimembranza. Il Rapporto con il messaggio, con l’opera, varia:
- rapporto filosofico, estetico – Riguarda l’essenza del bello, è la concezione filosofica che
un autore ha dell’arte. Secondo Platone l’arte è inganno, illusione, menzogna, errore: questa è affermazione estetica, perché non dà regole, norme per fare arte. Per Schelling l’arte è l’assoluto: affermazione estetica, poiché non pone limiti all’artista.
- rapporto di natura poetica – Ha carattere precettistico, normativo: sono le regole che il
poeta, la civiltà, la cultura impongono affinché si realizzi un’opera d’arte. Il Medioevo, ad esempio, elabora soltanto poetica, perché sostiene che è arte soltanto se glorifica Dio. A volte estetica e poetica si confondono. Per Aristotele l’arte è imitazione della realtà: è affermazione filosofica, estetica, ma è anche normativa, perché l’artista che astrae non fa arte. L’affermazione di Manzoni – l’arte è il vero e il vero è storia – è estetica ma anche poetica, perché dà delle norme: l’artista deve documentarsi, studiare storia.
- critica letteraria: dà giudizio di valore dell’opera.
a) giudizio critico: è personale, basato sulla propria sensibilità, legato a una situazione. Una canzone sentita in una notte molto romantica è bella, può sembrare brutta se ho mal di testa. b) giudizio analitico: è più scientifico, oggettivo. Il messaggio viene scomposto, indagato, analizzato. c) critica idealistica. De Sanctis ne è il padre e si rifà all’idealismo di Schelling, Hegel. Fondatore dell’idealismo nel Novecento è Benedetto Croce. Il suo giudizio è severo e riguarda tutta la letteratura italiana. L’arte per lui è sentimento, che si traduce in immagine (personaggio, vicenda), e diventa universale. Nei confronti di Manzoni, afferma che troppo spesso il sentimento diventa propaganda cattolica: quando il sentimento diventa ragionamento, l’autore non fa arte.
In questo modo però si rischia di appiattire molto, di unificare i poeti: tutti parlano di nostalgia, gioia, tristezza, ma non si accontentano dei sentimenti. Quindi la critica di Croce, rimasta incontrastata sino agli anni ’40, è poi sentita limitativa, schizofrenica. d) critica marxista. Finché dominano il fascismo e il crocianesimo, in Italia Marx è proibito. Poi tra il ’45 e il ’68 ha avuto grande successo, oggi è in declino. Nell’interpretazione marxista di un testo ciò che conta è la realtà economica, cioè il rapporto produzione-lavoro, padrone-operaio. Il gusto, la moda, i sistemi etici, religiosi, estetici sono sovrastrutture, perché è la realtà economica a deciderne le sorti, quindi passivamente soggetti a cambiare con l’evolversi della realtà economica. L’arte, però, è anomala perché non muore: nessuno crede in Zeus, ma si può credere in Omero come poeta. L’arte, pur determinata dall’economia, le sopravvive, la supera e continua ad essere apprezzata se è veramente tale, perché è una struttura attiva e ha una forza propria. Croce esalta la poesia lirica: in essa massimamente si ha l’espressione del sentimento puro. Marx predilige film e libri di prosa, perché più facilmente vi si rispecchia la realtà storico-politico-sociale, vi emergono i rapporti imprenditore-proletariato, determinanti per Marx. Il rispecchiamento, però, deve essere attivo, altrimenti non è arte. Infatti anche un trattato storico rispecchia la realtà socio-politica, ma non è arte, poiché si limita a descrivere il presente, senza superarlo.
Il romanziere deve costruire un’opera in cui è già prefigurato il futuro. Manzoni, quando rispecchia il Seicento, immette la fede nella borghesia, che prelude a progetti, tensioni, utopie, profezie del futuro. L’arte è profezia, se è tale presagisce il futuro, ha elementi che lo fanno prevedere. e) critica psicanalitica. Freud è forse colui che ha maggiormente influenzato il modo di vedere l’uomo, per cui non si può più considerarlo come prima. Psicoanalisi è il metodo analitico della psiche. Tale metodo ha avuto molta fortuna in Francia, mentre in Italia c’è stata una forte prevenzione culturale: soltanto oggi si sta sviluppando. Freud ha immesso il concetto di inconscio nella cultura occidentale e ha dato una nuova dimensione dell’uomo. Secondo Freud esistono tre stadi della psiche o “ego”, che corrisponde alla coscienza o super-ego, che riguarda l’ideologia, i progetti o “id” o “es”, che è l’inconscio Ego è la coscienza, una specie di memoria che può rendere conscio ciò che non è presente in un certo momento Super-ego: valori ideologici, morali, religiosi in cui crediamo. È la parte filosofica, che conserva fedi, certezze Id è l’inconscio o subconscio, parte della psiche di cui non abbiamo più memoria, consapevolezza: serba tutto ciò che rimuoviamo, vogliamo nascondere, coprire, dimenticare. L’uomo nasce senza inconscio, ma deve subito censurare parte di sé tanto da dimenticarlo del tutto. Sin dai primi mesi di vita, il bambino nutre sentimenti che deve reprimere. Deve rimuovere la conflittualità nei confronti del padre, perché nutre amore totalizzante per la madre che lo ha portato in grembo e lo ha allattato. Se vuole vivere con questa conflittualità, il bambino deve reprimerla fino a dimenticarla e crea l’inconscio. È il complesso di Edipo e può essere causa di devianze e squilibri come l’omosessualità. Nel suo amore sviscerato per la madre il bambino vorrebbe essere in tutto simile a lei (le bambine vi riescono), fare quello che fa lei, ma non può in quanto maschio. Si crea lo squilibrio: non può estrinsecare l’amore per la madre, né può amare le altre donne, diventa omosessuale. Da questa scena primaria di vita il figlio può arrivare a spodestare il padre, poi per rimorso a divinizzarlo. Basti pensare a Giove che scaccia il padre Saturno, poi lo rende divino. L’inconscio si trasforma in linguaggio, messaggio. Parla attraverso il gioco. Un giorno un bimbo prende un vaso e lo butta a terra: mentre si rompe, dice papà. Ha ucciso il padre, esprime i sentimenti, le pulsioni più profonde attraverso quel gesto.
L’inconscio si rivela attraverso i lapsus, azioni, errori inconsapevoli, che rivelano i sentimenti repressi: sono momenti in cui l’inconscio si proietta fuori, nonostante l’ego, la coscienza censuri, rimuova tendenze e pulsioni con tanta forza da farle dimenticare. L’inconscio riaffiora anche attraverso i sogni. Di notte l’ego dorme e l’id ci parla, non chiaramente ma tramite simboli, allusioni. I fantasmi dell’inconscio sono come persone che vogliono entrare in un ballo, ma c’è il guardiano (ego) che li costringe a mettersi la maschera.
Freud sostiene che c’è un collegamento fra arte e nevrosi. Il nevrotico è colui che non riesce a dimenticare stimoli e pulsioni gettati nell’inconscio, quindi è squilibrato. Leonardo da Vinci non riesce a rimuovere del tutto l’amore per la madre, tanto da non poter avvicinare un’altra donna e divenire omosessuale. Riesce, però, a purificare, a sublimare tale amore nell’arte. Mentre i nevrotici comuni si rivolgono al dottore, l’artista non vuole guarire, perché si rende conto che è la sua nevrosi a permettergli di realizzare l’arte: l’arte è una ricompensa troppo alta per perderla. Più semplicemente si può anche vedere come ci sia collegamento tra arte e inconscio, perché entrambi sono comunicazione, linguaggio. Se l’uomo non rimuovesse nulla e vivesse secondo natura, non esisterebbe la cultura. Poiché l’uomo deve reprimere la natura, si ricompensa con la cultura, l’arte. L’arte esprime sempre la scena primaria, l’inconscio, ma lo rappresenta con serenità e perfezione, senza l’angoscia e il turbamento, spesso comunicati dai sogni: è un linguaggio terso, sublime, capace di comunicare il piacere estetico. Sia nell’arte che nei sogni, il linguaggio è fondamentalmente simbolico, parla attraverso figure, immagini. Manzoni esprime il cattolicesimo tramite Fra’ Cristoforo. Nel sogno, però, il grado di simbolicità è tanto grande che non si riesce a capire il significato profondo: questo non è arte. L’arte, infatti, deve sempre essere razionalizzabile, avere un significato riconducibile al grado zero.
La poesia è il linguaggio dell’io, della coscienza, ma si configura con quello dell’inconscio utilizzando metafore, allegorie, simboli. Questa constatazione talvolta è importante per la critica: è il caso di Pascoli. In questo poeta la presenza dell’inconscio è resa evidente dalla morte del padre: sebbene apparentemente amato, in realtà è odiato, perché, anche al di là della sua volontà, ha lasciato nella fame la madre, che il figlio ama. f) Critica stilistica. Si diffonde in Italia negli anni ’30-’40. Si basa sul presupposto che la poesia consiste in una serie di scarti, di infrazioni linguistiche cui corrispondono i mutamenti psicologici. Analizzando gli scarti si ricostruisce la psiche, il mondo interiore del poeta.
Fubini ne è il massimo rappresentante. Strutturalismo linguistico Tende ad usare metodi scientifici per analizzare la struttura del linguaggio di un’opera. È la scuola critica, la rivoluzione più recente nella concezione del linguaggio e nell’interpretazione dei poeti. Il fondatore è De Saussure. Distingue la lingua – linguaggio d’uso quotidiano – dalla parola – lingua poetica, diversa nel suo modo di essere e retta da regole. La parola è un segno, un vocabolo di significato e di significante. Ogni parola ha un suo referente, cioè un significato, ma ha anche un significante, cioè una struttura fisica propria, un suono.
La parola poetica mira anche al significante, al suono, alla forma metrica, alla disposizione delle parole. Lo strutturalismo non dà alcun giudizio, si limita ad analizzare come si articolano i significanti. Ne consegue una prima accusa: analizzare un fumetto oppure Dante è la stessa cosa. Ribattono che le strutture non sono tutte uguali: sono semplici, come in pubblicità, oppure complesse, come in letteratura. Fa seguito una seconda accusa: se non si può dare una valutazione, è impossibile anche fare storia della letteratura. Al riguardo, sostengono che, per analizzare l’uso poetico del linguaggio, bisogna metterlo a confronto con la lingua comune, con i diversi linguaggi storici, da cui deriva una storia della letteratura.
Diversi sono i metodi per analizzare le strutture. Roland Barthes tende a dividere il romanzo in grandi sequenze narrative, macrosequenze. Sono parti in cui l’azione si realizza con scene, figure che si susseguono a tendere ad un unico significato, come per esempio nei Promessi Sposi il capitolo in cui Don Abbondio è minacciato dai Bravi, non deve fare quel matrimonio! Quando, invece, giungono personaggi nuovi a determinare una realtà nuova, cambia sequenza. Una sequenza è formata da nuclei ed espansioni. I nuclei sono i personaggi e le azioni che determinano il racconto, mentre le espansioni sono i paesaggi, le scenografie, le scene che si evidenziano superflue.
Torodov mette in luce la dinamica delle azioni. Individua i personaggi, scheda le situazioni che determinano le azioni, poi definisce le azioni e i mezzi di cui i personaggi si servono per compierle.
Stile, registri linguistici, figure retoriche e metrica
Lo stile è formato da:
- Lessico
Può essere:
- Aulico: elevato con l’utilizzo di termini colti, raffinati, arcaici;
- Colloquiale: semplice, usato nel quotidiano, con termini noti;
- Popolare: che utilizza termini volgari, gergali (termine usato da una cerchia ristretta di
persone), il dialetto;
- Tecnico: specifico di un determinato settore.
- Sintassi
Può utilizzare:
- Paratassi: uso le cordinate quindi è uno stile di scrittura più semplice e comprensibile;
- Ipotassi: uso delle subordinate quindi la forma è più complessa e più ricercata
Il registro linguistico è dato dal lessico, dalla sintassi e dalle figure retoriche. Ci sono 3 tipi di registro linguistici: alto: caratterizzato da un lessico aulico e da una sintassi per ipotassi medio: utilizza un lessico colloquiale e può usare sia la paratassi che l’ipotsassi. basso: utilizza un lessico popolare e una sintassi per paratassi Figure retoriche: Similitudine: paragone con il come Metafora: è una similitudine senza il come Analogia: è una metafora di non immediata comprensione Metonimia: una parte per il tutto, causa - effetto Anafora: ripetizione ad inizio verso Sinestesia: accostamento di due parole che appartengono a sfere sensoriali diverse (es.urlo nero) Climax: elenco di parole di diversa intensità (ascendente/discendente) Chiasmo: Ossimoro: accostamento di parole contrastanti Nella divisione in sillabe: Un endecasillabo è un verso in cui l’accento cade sulla decima sillaba.
Nel calcolo delle sillabe bisogna tener conto delle sinalefe (unione della vocale finale di una parola con la vocale della Quan/do e/ro u/na / bam/bi/na La dialefe non c’è sempre e consiste nella divisione di Una rima è un’uguaglianza di due parole a partire dall’accento tonico della sillaba accentata L’assonanza è una specie di rima ma con le vocali uguali ma le consonanti diverse La consonanza è l’uguaglianza solo delle consonanti e non delle vocali.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
2. Il Medioevo: società, cultura e nascita delle letterature volgari
Quadro del capitolo. Il Medioevo non è un blocco uniforme, ma una civiltà lunga e profondamente dinamica. La cultura cristiana fornisce un orizzonte comune, mentre il passaggio dall’Alto al Basso Medioevo modifica economia, città, pubblico e forme della comunicazione. In questo quadro maturano i volgari romanzi e le prime tradizioni letterarie europee.
Nuclei fondamentali: caratteri generali • Alto e Basso Medioevo • teocentrismo e universalismo • rinascita urbana e borghese • lingue romanze, epica cavalleresca e amore cortese
Referente della parola Medioevo è il periodo di tempo che intercorre tra la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476) e la scoperta dell’America (1492). Le date sono dei simboli naturalmente. Si può parlare in realtà di inizio del Medioevo quando muore il mondo antico: quando cioè l’uomo non ritrova più dentro di sé quei valori su cui si era basata la civiltà in decadenza. I valori sono le risposte alle domande creaturali, la giustizia, l’amore, Dio. Quando i dubbi intaccano la certezza delle risposte, la civiltà cambia.
Così il Medioevo, che durerà circa un millennio, trova una data importante di cambiamento nel 1492, la scoperta dell’America. Si tratta di una rivoluzione economica: il Mediterraneo, sino ad allora centro della civiltà, deve cedere all’Atlantico il ruolo di asse economico del mondo. Per quanto concerne l’Italia, però, alcuni sostengono che l’era nuova abbia inizio nel 1494, quando, con la discesa di Carlo VIII, l’Italia perde l’indipendenza e inizia un processo politico che durerà fino al 1918. Così, in Europa, l’inizio del mondo moderno si lega ad un’altra data: 1517, pubblicazione delle tesi contro la Chiesa Cattolica Romana da parte di Lutero.
Nel Medioevo il cattolicesimo costituisce l’unità ideologica dell’Europa: alle frantumazioni politiche, all’odio tra i sovrani, ora si aggiunge l’odio ideologico: si uccidono le persone che hanno un’ideologia contrastante. Il Nord Europa si divide dal Sud e le ferite non si rimargineranno più. In origine è chiamato “età gotica”, termine spregiativo perché deriva dai Goti, quindi sinonimo di barbaro, rozzo, incivile, di interruzione storica, incidente di percorso. Poi gli Umanisti adottano un nuovo nome, “media tempestas”, finché nel 600 Keller, erudito tedesco, usa “Medioevo”, età di mezzo tra civiltà classica e moderna.
Dopo la sua fine, a lungo resta incompreso e denigrato: è visto come l’età in cui le tenebre sono diffuse sull’Europa. Nel 400-500 l’arte medioevale è definita “gotica”, cioè barbara. È vero che, quando muore, una civiltà è ridimensionata dalle culture successive che non vi si identificano; il Medioevo, però, è rimosso con una forza eccessiva, la rivolta contro i padri è troppo radicale. La condanna permane fino all’Illuminismo, quindi viene allontanato tanto che non è più possibile comprendere le caratteristiche della sua civiltà dell’essere, antitetica alla nostra cultura dell’avere.
Sarebbe quindi assurdo pretendere di attualizzarlo; ma è importante liberarci dei nostri pregiudizi e attraverso la coscienza storica cercare di capirlo. Si distinguono due momenti: Alto Medio Evo: la civiltà nasce ed è in ascesa, i valori si formano e si rafforzano: la cultura, a livello universitario, dà vita alla letteratura latino-medioevale. Basso Medio Evo: è l’autunno, il declino, in cui i valori iniziano a sfaldarsi, entrano in crisi. Si usano i volgari e nasce la letteratura italiana. Nel mondo antico, l’Impero Romano ha una struttura imperniata sull’esercito e sulla burocrazia, Ci sono gli aristocratici, i cavalieri, le classi medie, gli schiavi. A mantenere il pesante apparato statale, tramite le imposte, è soltanto la borghesia, il corpo sociale che fa da mediatore: artigiani e coltivatori. Quando queste classi si indeboliscono, oppresse sempre più dalle tasse, si verifica la tendenza a fuggire dalla piccola proprietà. Ecco i Gracchi che capiscono quanto sia indispensabile per la vita dello stato ridistribuire il latifondo. Questo processo, già in atto nel II secolo, diviene tumultuoso durante l’Impero. Le classi medie continuano ad assottigliarsi sotto il peso delle imposte, si preferisce diventare funzionari statali o servi stipendiati del latifondista. È la fine del mondo antico e della borghesia. Arrivano i Barbari e sostituiscono i Romani. Continua la mancanza della borghesia: grandi signori diventano proprietari di feudi, piccoli raggruppamenti di case e terre coltivate da una massa di gente che non è nessuno, lavora e produce il minimo per sopravvivere.
Non ci sono artigiani, commercianti: sono i contadini stessi a produrre il proprio vestiario. È una società agricola, autarchica, autosufficiente, produce ciò che consuma, tutto fondato sul ritmo stagionale. Si vive la paura del diverso, del lontano: chiusi in piccole poche certezze, non c’è l’interesse per ciò che sta al di là, ci si muove soltanto per la guerra e i pellegrinaggi. C’è movimento di eserciti da castello a castello, di fedeli da convento a convento. Tanti sono i monasteri, punto di riferimento al di là del castello. La meta principale è Roma, centro della fede.
Altra meta è Santiago di Compostela, dove è la tomba di San Giacomo. La vita è soltanto un passaggio, in preparazione all’eterno. Tutta l’Europa è divisa in latifondi, che diventano feudi. Feudatari, vassalli, servi della gleba: è una società piramidale, dove i rapporti sono personali e si basano su una gerarchia sociale, che prevede l’obbedienza al superiore, fino al re. È una miriade di realtà, dove la fedeltà è l’elemento fondamentale, l’unico valore che accomuna tutti e tutto. Non esiste lo Stato che, nel concetto moderno, è creazione della borghesia, dove la legge è uguale per tutti. Tutto è precostituito, stabilito: esistono diritti e doveri diversi a seconda del rango.
Tale solidità, però, al suo interno ha due elementi che la minano. Per durare, questo sistema non dovrebbe mai muoversi. Bisognerebbe evitare qualsiasi frantumazione, il che sarebbe possibile se il feudatario avesse soltanto un figlio. Invece ne ha molti, perché c’è grande moria. Allora, poiché chi nasce aristocratico non può essere artigiano o altro, la terra, il potere si frantuma. Si crea un mondo che perde la sua compattezza, una società di figli cadetti impazienti, pervasi dalla scontentezza e dalla violenta volontà di ottenere ciò che non hanno. In quanto aristocratici, godono dei privilegi della loro classe, vivono a corte e non lavorano, ma in realtà non hanno la forza, la terra, che deriva loro dalla nascita e che considerano un diritto. Eccoli, allora, pronti a battersi in tutti i modi, poiché addestrati e capaci soltanto a guerreggiare.
Anche l’ortodossia cattolica si è strutturata gerarchicamente: al vertice della piramide è il Papa. Nasce il dubbio a chi appartenga il primato nel dominio delle coscienze e della società: il Papa o l’imperatore. Sono lotte fratricide per realizzare la “reductio ad unum”, ridurre a uno. In Tibet fino al 1951 il Dalai Lama è autorità politica e religiosa, ma nell’Alto Medioevo non è così: o l’imperatore cerca di eleggere il Papa o il Papa cerca di consacrare l’imperatore. In Germania i feudi vengono affidati a vescovi per risolvere il problema della loro frantumazione come conseguenza dei figli numerosi. I vescovi diventano capi di feudo, quindi anche prìncipi: non è soltanto una questione di prestigio, donde il contrasto tra imperatore e Papa, per stabilire a chi debba spettare la nomina dei vescovi e sancire qual è l’autorità superiore – l’imperatore perché principe o il Papa perché vescovo. Papa e imperatore non sono sicuri, quindi cercano di accaparrarsi forze, appoggio di classi, concedendo autonomie, privilegi: portano alla disgregazione, a separare, dividere la società e dare autonomia alle città. C’è una certezza unica, il cristianesimo: anche l’imperatore e il Papa si proclamano cristiani. L’Alto Medioevo crede nell’universo teocentrico: chi fa ruotare tutto il mondo, anche la politica, è Dio, centro di tutte le cose. Ecco quindi il principio Credo ut intellegam, credo per capire, se non credo non capisco, è inutile.
Il mondo è illusione, notte, morte, ma di Dio non si può dubitare: è l’unica certezza e fine, per Lui e da Lui tutto ha origine e si muove, e a Lui tornerà. La fede può spiegare e giustificare tutto. C’è una favola del Basso Medioevo, che esalta ed esemplifica i valori dell’Alto Medioevo. È in costruzione una grande cattedrale, giunge un mercante, non vede nessuno, poi sente un martello: sulla guglia un artigiano scolpisce una rosa. Lo ritiene uno sciocco perché rischia la vita e nessuno vedrà la rosa. L’artigiano, allora, gli spiega che ciò che fa non è per gli uomini, ma per Dio, la rosa sarà la prima cosa che Lui vedrà.
L’uomo medioevale vede la realtà e vi immagina l’oltranza, che va al di là dell’apparenza. Le cose sono segni, simboli dell’invisibile e rappresentano dei valori. È quindi una civiltà lontana dalla nostra, ma non è rozza, è intellettuale, colta: è portata all’astrazione, a vedere il rispecchiamento dell’idea di Dio nella realtà. Sant’Agostino nel De Trinitate rivela la vocazione a Dio, alla trascendenza. Vuole cercare la Trinità nell’interiorità umana: l’anima ha tre categorie – ricordare, conoscere, amare – che serbano l’idea, l’impronta, l’orma di Dio. Lui non è presente soltanto nella Provvidenza, esterna, bensì nel nostro spirito e Lo possiamo trovare attraverso l’autoanalisi. Da questo nasce il superamento di ciò che è terreno, caduco, sino a giungere alla morte, sentita come il contatto, l’intermediario tra noi e Lui.
La società moderna ha ormai abbandonato il valore trascendente delle cose, l’oltranza di quella rosa. Si è portati a credere alla referenzialità delle immagini. Se vediamo in TV una pianta, anche se non la conosciamo, sembra realtà. Si è giunti a conoscere la realtà non per esperienza diretta, ma attraverso le immagini, pensiamo e sentiamo l’apparenza come vera. Il Medioevo è civiltà dell’essere, la nostra è civiltà dell’avere. C’era meno nevrosi, perché ognuno conosceva il posto che gli competeva, era fisso, quindi non entrava in competizione per la carriera, per lo stipendio. Il ruolo precostituito, però, non permetteva di agire liberamente. Nella nostra civiltà dell’avere siamo giudicati in base a come ci mostriamo, quindi ci costringiamo ad apparire ciò che non siamo, da cui nasce la rimozione e la nevrosi. Abbiamo, però, la libertà di costruirci con le nostre mani, di cambiare status, ciò che non era possibile in una società dove tutto era fissato. Riguardo alla cultura, i mittenti erano gli ecclesiastici. Non era importante saper leggere e scrivere, non solo per il contadino ma neanche per il signore, che preferiva la caccia, i tornei, la vita militare; quindi la Chiesa aveva il controllo totale e poteva determinare la società ideologicamente. I destinatari erano i monaci: leggevano, copiavano e trascrivevano testi sacri e letteratura latina (il greco non si conosce più). Sono loro a tramandare la continuità del pensiero e dell’arte occidentale.
Ecco il loro metodo di diffusione: un monastero aveva a disposizione il manoscritto di un testo, un monaco lo leggeva e alcuni di loro lo trascrivevano in copie che venivano poi mandate ad altri monasteri, in un proficuo procedimento di scambi. Dagli eventuali errori, ovviamente presenti in tutte le edizioni, derivano, per esempio, alcuni versi incomprensibili nel De Rerum Natura di Lucrezio. L’Alto Medioevo non ha una concezione altissima dell’arte. Anche la persona colta non ha l’amore per l’estetica, il bello come valore assoluto, come invece era nell’antichità. L’arte classica è essenzialmente pagana, quindi perde valore agli occhi dei primi cristiani, che si riconducono alla teoria platonica. Per Platone esiste il mondo delle idee, fisse, immutabili, l’essere, la vita, l’assoluto; nella realtà terrena, invece le cose divengono, mutano, quindi sono soltanto imitazione, un pallido riflesso dell’essere, ombre, illusioni, copie delle idee. Il mondo è copia delle idee, dunque l’arte, che è copia del mondo, è due volte imitazione. L’arte quindi diseduca, porta ad illudersi, ad allontanarsi sempre più dalla vita. Tra mondo classico e Medioevo non c’è interruzione, bensì evoluzione storica. L’universalità dell’Impero e della Chiesa è la continuità della concezione universalistica romana. Il codice, cioè la lingua, rimane il latino in tutta Europa, anche per i barbari – l’Editto di Rotari è in latino. La cultura classica si tramanda grazie ai monaci, che sono gli unici a capire il latino: la lingua parlata, infatti, non è più il latino, ma già un embrione delle future lingue romanze. La Messa è in latino, ma la predica è in volgare, nei vari dialetti, per essere capita dal popolo.
All’epoca dell’impero romano l’unità linguistica era dovuta all’insegnamento del latino a scuola. Con la caduta dell’impero, anche le scuole vengono a mancare e le popolazioni nel giro di una generazione tornano ai loro dialetti – la cultura è appannaggio di pochi, il popolo, però, fruisce delle arti visive pittura, scultura, e della musica, canto gregoriano. Dopo il 1000 il sistema dell’Alto Medioevo entra in crisi – Basso Medioevo Un segno dell’inizio della fase disgregante sono le Crociate. Sono un tentativo di risolvere il problema dei figli cadetti, spingendoli a stabilire altrove il sistema feudale. Socialmente l’Europa soffre di un grave cancro, di cui vorrebbe liberarsi: gente che sa fare soltanto guerra e pretende i privilegi del rango, ma non può averli. Con il successo della prima Crociata le terre conquistate sono divise in feudi: è una vittoria, che dura poco, però, ostacolata dall’Islam.
Così, al ritorno, i cadetti, che sono venuti a contatto con altre civiltà, si rivelano ancora meno disposti ad accettare i nuovi ranghi – motivo di ulteriore crisi. L’annosa lotta tra Papa e imperatore per stabilire a chi appartenga il primato è un’altra grave ragione di destabilizzazione. Nel 1122 si incontrano a Worms e cercano di accordarsi, suddividere le due sfere, unirsi per sconfiggere la nascente terza forza sociale, la borghesia. È tardi, però: il potere centrale si è indebolito. In Europa, all’Impero universale dell’Alto Medioevo si sostituiscono le Regioni periferiche con governi autonomi e si sta configurando la nascita degli stati nazionali, che battono moneta propria.
In Italia c’è un pullulare di comuni, di città: grazie all’autonomia concessa dal potere centrale per garantirsene il favore, iniziano a dar vita a un governo proprio, che soddisfi le proprie peculiari esigenze. Se nel mondo classico le città nascevano per ragioni militari, nel Medioevo sorgono per motivi economici. Con lo sviluppo del commercio, gradualmente dalla campagna si passa alla città. Dapprima ci sono scambi di prodotti, poi si passa alla moneta. Contadini che portano i prodotti ai vescovi vogliono essere pagati in oro, argento, metalli preziosi di cui la Chiesa è in possesso.
È la più grande rivoluzione della storia e mina la società. Hanno inizio i collegamenti, gli scambi tra città e città: gli artigiani producono e i commercianti vendono. La nuova economia richiede uno sviluppo sempre maggiore nella produzione, cui consegue la rinascita della borghesia. I signori feudali, le cui rendite fondiarie non cambiano, vivono in austerità, mentre in città nasce il consumo. Per acquistare, anche loro, dai nuovi mercanti, cedono la terra: si crea la piccola proprietà e, tra padroni e servi, si forma una classe libera che sceglie la città alla campagna.
Le trasformazioni economiche, sociali, politiche determinano anche nuove esigenze culturali. Mentre il servo della gleba era analfabeta, ora il mercante, che va a Parigi, a Costantinopoli, deve saper leggere, scrivere e far di conto. Con lo sviluppo della nuova società i padroni, per competere con la borghesia, sfruttano ulteriormente i contadini, che si sentono ancora più reietti. Di fronte alla ricchezza degli altri, si fa strada l’invidia sociale. Non riescono ad accettare il mondo borghese e sono portati a credere alla fine del mondo, che coinvolge tutti indistintamente – Dies irae, giorno dell’ira, in cui il mondo si dissolverà in cenere.
In realtà è il mondo della reductio, delle Crociate che sta finendo. L’arte che nell’Alto Medioevo non può essere considerata come valore autonomo, capace di autogiustificazione, viene salvata perché referenziale al divino, per il suo valore eteronimo: rivolgersi all’altro, cantare Dio, essere ancilla teologiae. Così San Tommaso insegna ad analizzare l’opera d’arte, distinguendo il significato letterale-storico dal significato vero, reale. Se nel mondo c’è l’orma di Dio e nell’anima c’è l’idea di Dio, anche l’opera d’arte profetizza, prefigura l’Eterno: sia per chi compone che per chi legge è essenziale cercare il valore più alto che ci immette nello spirito, cioè il significato allegorico.
Nel passaggio dall’Alto al Basso Medioevo, si verifica l’abbandono del codice, l’unica lingua della cultura, il latino. Una lingua è un’entità viva, soggetta a trasformazioni nel corso del tempo – discroniche – e a seconda dell’area geografica – sincroniche. La scuola può correggere le evoluzioni, ma il parlato comincia a perdere la sua regolarità, sia a livello di fonetica che di grammatica e sintassi. Aurum diventa orum; scompaiono le frasi infinitive – “dico te esse bonum” diventa “dico quod tu es bonum”. Nascono le lingue romanze: italiano, francese, portoghese. L’italiano è l’evoluzione del latino. Si elimina la declinazione, perché crea ambiguità e sarebbe irrazionale avere un’uscita per ogni caso.
Così tutte le uscite si concentrano in un’unica, l’accusativo, da cui deriva l’italiano. Le lingue tendono a semplificarsi, però hanno bisogno di sfumature, è un’esigenza spirituale. L’uso del congiuntivo presente nel nostro italiano è praticamente assente in inglese – come lingua troppo semplificata sente la necessità di ricorrere alle espressioni idiomatiche. Una lingua subisce meno trasformazioni in un’area isolata: così il latino in Sardegna, in Romania. Il primo documento europeo scritto in una lingua neolatina risale all’842: è in francese, il giuramento di Strasburgo, in cui i Franchi e i Germani giurano di mantenere clausole di pace. In Francia si avrà anche la prima letteratura in volgare.
In Italia il latino è più radicato che altrove: la ragione è la presenza della Chiesa, massima garante del latino a scapito del volgare. Il latino è difeso nella cultura come lingua di Dio. Anche l’estrema frantumazione dei dialetti, in Italia, porta a scrivere in una lingua comune per favorire la diffusione del libro. Se fine della cultura è proprio la diffusione, un libro scritto in un dialetto resta messaggio vuoto in altre zone: il latino resta indispensabile. In Francia si dà l’avvio alle letterature occidentali post-classiche. Vi si distinguono due blocchi: il Nord, con la lingua d’oil = sì; il Sud, la Provenza con la lingua d’oc = sì. Sono due mondi diversi. Dopo Carlo Magno, si verifica una frantumazione feudale: i signori del Sud, dell’area mediterranea, sviluppano un’organizzazione, un sistema di vita e una cultura diversi.
Al Nord, attorno al 1100, si sviluppa al massimo la civiltà cavalleresca, molto legata al mondo dell’Alto Medioevo. Il Nord si conserva agricolo, pre-urbano, pre-borghese, basato sui valori di fedeltà, di obbedienza. È però un feudalesimo particolare: ci sono tanti cavalieri – i figli cadetti, elemento di tensione nell’Alto Medioevo. C’è una novità: un burocrate, un ministro può avere l’investitura di cavaliere, diviene aristocratico, assume i diritti propri di quei nobili che però non hanno la terra, un potere effettivo. Si specializzano nelle armi e assolvono il compito di sostenere i signori feudali a combattere la borghesia. È la prima volta che la casta aristocratica, tradizionalmente chiusa, si apre sino a diventare una classe sempre più articolata e disordinata. La Chiesa cerca di cristianizzare il nuovo cavaliere e lo manda per il mondo a raddrizzare i torti. Difendere i deboli e gli oppressi: è il cavaliere errante, libero, puro – Don Chisciotte ne è simbolo, in parodia. Ora che sta per finire, il feudalesimo tenta di giustificarsi. La società feudale si era sempre basata sulla forza, a dominare incontrastata imponendo doveri; ora, giunta al tramonto, sente il bisogno di giustificazione in nome della lealtà, della bontà e del disinteresse. Il mondo cavalleresco ha la sua cultura che lo esalta e vuole produrre libri dove i cavalieri puri, gentili, moderati si rispecchiano: non conoscendo il latino, scrivono in lingua d’oil. È prodotto di cultura monastica.
Come nell’Alto Medioevo, sono ancora soltanto i monaci a produrre libri, ora in volgare, anziché in latino, perché devono essere compresi dai cavalieri, che parlano la lingua d’oil, ed essere diffusi a corte, nei castelli – nasce la figura dei clerici vagantes. I poemi cavallereschi cantano il valore dei cavalieri, l’onore, la fedeltà a Dio e alla Chiesa, gli ideali teologici difesi nelle Crociate contro l’infedele. Il primo famoso poema è la Chanson de Roland. Questa letteratura esalta le imprese di Carlo Magno e dei paladini di Francia contro i Mori, gli Arabi: nascono dei miti, Roncisvalle, Rolando, ancor oggi valorizzati.
Sulla scia della Chanson de Roland si inserisce un ciclo di letteratura romanza: non spezza la cultura monastica, nasce dal suo stesso seno. Fino alla sua riscoperta in biblioteca ad Oxford nell’Ottocento, questa letteratura rimane dimenticata nel mondo borghese. Sono, infatti, rimossi i valori dell’amore, del disinteresse, della parola data, dell’onore, l’etica dell’essere: sono l’esaltazione di un mondo anti-borghese. Il passaggio all’oblio, comunque, è lento: i clerici vagantes vanno per l’Europa cercando corti, ambiti dove questi valori sussistono. In Italia trovano terreno adatto nel Ducato di Casale e Saluzzo, dove permane il feudalesimo e si parla un dialetto francese. In Veneto, in Trentino, nella zona del Garda, invece, nasce una letteratura franco-veneta, stranissima, un miscuglio di francese e veneto, una lingua inventata. Nonostante ci sia ancora la struttura feudale, qui si sentono gli influssi della società borghese, dei comuni: gli eroi perdono astrattezza, diventano più concreti – Orlandino, Orlando giovane, si reca alla corte di Carlo Magno e si distingue non per imprese grandiose, ma perché mangia tantissimo. La letteratura cavalleresca in lingua d’oil, non dà origine a grandi capolavori, né a sviluppi per la futura poesia moderna. I valori astratti e spirituali del feudalesimo non hanno prefigurazione di società futura, ma di civiltà ormai in declino. Mentre il Nord della Francia volge al tramonto, il Sud invece è dinamico e proiettato verso il futuro. Le Crociate sono un momento di espansione dell’Europa, anche commerciale; la società si apre ai contatti, flotte di navi europee solcano di nuovo il Mediterraneo che torna ad essere il centro economico, via di unione, quindi le nazioni ad esso affacciate, diventano più ricche e potenti.
Le corti di Italia, Provenza, Catalogna si espandono. La ricchezza ruota attorno al Mare Nostrum dei Latini. Si diffonde la mondanità, il gusto per l’eleganza, la raffinatezza, la poesia, la musica. Navi cristiane vanno e navi arabe arrivano: il contatto con gli altri genera il confronto, il dibattito, si mettono in dubbio i dogmi, la reductio, nascono le eresie. C’è la valorizzazione delle donne, finora assenti giuridicamente perché il feudo era assegnato soltanto ai maschi. La donna diventa fulcro della vita sociale e via di salvezza; le chiese non sono più dedicate ai Santi ma alla Madonna.
Mentre il Nord ha i poemi cavallereschi, i clerici vagantes ed è geograficamente circoscritto, perché i suoi valori sono in declino, il Sud ha la società cortese e dà vita alla lirica trobadorica. In passato la letteratura era solo ancilla teologiae, al servizio di Dio, i monasteri erano la culla della cultura, appannaggio della Chiesa, degli ecclesiastici; ora i trovadori sono i nuovi intellettuali, poeti per professione, che decidono di essere tali per tutta la vita. La società del Sud subisce una forte trasformazione, che rispecchia il suo dinamismo: si diffondono i valori borghesi, tesi al commercio, al mondo concreto più che allo spirito e alla fede assoluta. I signori di Provenza esaltano la liberta di idee, la spregiudicatezza, una cultura laica invece che teologica, crolla la reductio.
La nuova letteratura dalla Provenza trova i centri di maggior diffusione a Genova, Marsiglia, Barcellona e in Germania, nella zona lungo il Reno. In particolare a Genova si rafforza la nuova civiltà borghese, grazie agli scambi e ai commerci. Così trovano terreno fertile i componimenti in lingua d’oc. Tramite i trovadori, che passano da una nazione all’altra, da una corte all’altra, per via mare, viaggiano anche le idee, stimolo per le letterature nazionali. Il Provenzale diventa la lingua di cultura, perché testimone di superiorità intellettuale, la lingua della poesia lirica in Italia e in Europa.
Non è poesia da leggere, ma da recitare, da cantare, accompagnata da liuto e altri strumenti a corda. Privilegia il significante, la forma, la musicalità della parola, in questo senso è moderna. Anche il contenuto è nuovo. L’amore provenzale cortese rappresenta il rapporto dell’uomo che corteggia la donna, la quale è sublimata, come oggetto alto di amore. Ecco il cliché: l’uomo dedica amore alla donna, tradizionalmente non sua moglie, bensì la donna di un altro; le promette totale fedeltà ed è pronto a morire piuttosto che esternare il sentimento. È quindi amore basato sulla menzogna, che però ha effetto liberatore in una società dogmatica. La menzogna permette all’amore di esistere e prosperare al posto del dogma, che viene aggirato e distrutto.
La bugia di Isotta è presa ad esemplificazione di questa liberazione e legittimazione del sentimento. Isotta, sposata a re Marco, ama Tristano. È accusata di avere un amante ma lei lo nega: deve accettare la prova di Dio e camminare sui carboni ardenti. Se dirà la verità, Dio la salverà, altrimenti sarà punita. Allora chiede a Tristano di vestirsi da mendicante e, la mattina della prova, di aspettarla presso un ruscello che separa la sua dimora dalla piazza dove avverrà la prova. Tristano l’aiuta a passare il ruscello; quando il vescovo le chiede se ha avuto rapporto con un uomo, risponde che è stata toccata solo dal marito e da quel mendicante.
Non mente, ma la sua ipocrisia distrugge quei dogmi, quelle prove di Dio che erano proprie del feudalesimo. Isotta è il simbolo di un mondo che cambia, di donna padrona del suo destino, che vuole salvare l’amore. Anche se è adultera, Dio non la punisce: l’amore di Isotta è puro, ciò che vale è lo spirito, la purezza; tra marito scelto per forza e amante scelto liberamente, Dio è per l’amante. Amore cortese, perché uomo cortese, vassallo della donna. Perché questa civiltà trova la sua espressione migliore proprio in Provenza? Nessuna genesi culturale è esaustiva, soddisfacente. Non esiste rapporto con la poesia classica: l’amore antico è carnale, sensuale – Catullo, Properzio; i trovadori cantano la fedeltà, la purezza, l’amore come spiritualità.
Nel mondo classico protagonista è l’uomo e i suoi valori precipui sono il coraggio, l’onore, l’amicizia virile che porta a combattere insieme, la missione politica: la donna è oggetto, proprietà dell’uomo. Il pensiero di Ulisse va ad Itaca, non a Penelope e, quando torna, ne riprende possesso, come della casa. Ad Achille tolgono la schiava, che lui aveva avuto a gratificazione del suo coraggio: è il suo onore ad essere oltraggiato, per questo si ritira dalla guerra. Non c’è valida intertestualità con il mondo antico. In Provenza nasce l’amore come educazione, ci si educa al bello, alla tolleranza, l’uomo si migliora imparando la dolcezza, la tenerezza: l’amore è un modo per crescere, perfezionare l’anima.
Dal Medioevo maschilista, fondato sulla forza, in Provenza emerge la donna al centro di una nuova società, basata sulla tolleranza, sulla pace. Si tratta di una genesi ideologica, sociale. Avviene la trasposizione del rapporto sociale vassallosignore nel mondo di relazioni intime. In Provenza, all’epoca delle crociate, gli uomini partono e rimangono le mogli a gestire il vassallaggio sociale. Alle corti provenzali, nella vita quotidiana il vassallo trova la castellana e le sue cameriere, donde l’abitudine ad omaggiare, mitizzare la signora, la donna che acquista anche un potere sociale.
In Francia si sviluppano quindi l’antica feudalità al Nord e la società ingentilita al Sud. In seguito si fondono e danno vita ad una terza cultura. Come avviene? Una principessa provenzale, Eleonora d’Aquitania, nipote di Guglielmo IX il Trovadore, sposa Enrico conte d’Angiò, principe della Francia del Nord. Va a Parigi e porta con sé i suoi libri e i trovadori: avviene un incontro stabile tra gli intellettuali al seguito di Eleonora e i clerici vagantes del Nord. Nasce una letteratura romanzesca: si preferisce la prosa, i temi sono la guerra e l’amore – Re Artù e Isotta – in lingua d’oil.
È destinata anche a diventare patrimonio del popolo: avventurosa, fantastica, di evasione. C’è una novità: il libro non è più recitato o cantato, è letto. Diventa quindi possesso pubblico. Anche il messaggio è sconvolto. Se il poema recitato deve essere lineare, chiaro, nitido, adesso nasce una struttura più complessa, intellettuale, con più personaggi. I destinatari sono soprattutto le donne e vogliono storie d’amore: nasce il romanzo d’amore, ancor oggi esistente in forma diversa. Per quanto riguarda la cultura per il popolo, nel Medioevo non c’è il suo coinvolgimento né nella guerra né nell’amor cortese.
Il popolo consuma cultura visiva. I monaci leggono la Bibbia e il popolo la conosce attraverso i dipinti, nelle chiese. C’è anche la cultura orale, quindi scarsissimi sono i documenti. Nei giorni di festa, nelle sagre, al mercato spesso giunge nelle piazze un giullare, che racconta storie, avventure, e a lui va l’obolo della folla. Non è poeta, ma intrattenitore di piazza: la cultura ha carattere realistico, comico, con battute spesso sconce, volgari. Ecco perché a Viterbo si proibisce lo spettacolo dei giullari vicino ai conventi. L’interesse è per i fatti, l’azione che cattura l’attenzione e fa ridere; i personaggi sono definiti in modo sommario, rozzo, senza alcuna analisi psicologica. Non è cultura di contrapposizione, ma è subcultura.
L’unico testo di letteratura giullaresca, tramandato in originale, risale al 1200. È il Contrasto Rosa fresca aulentissima scritto da un poeta siciliano colto, di cui si sa poco o nulla, Cielo d’Alcamo. Il Contrasto è un dialogo d’amore, dove si scontrano due posizioni opposte: è l’unico documento in cui si può ricostruire il dialetto siciliano dell’epoca. È famoso poiché Dante, nel De Vulgari Eloquentia, lo cita e dichiara: i poeti della Scuola Siciliana alla corte di Federico II sono colti e raffinati, tranne uno che scrive versi molto rozzi come il 3° “tràgemi da queste fòcora, se t’este a bolontade” (traimi da questi fuochi, se ti è in volontà – se vuoi). Dante però è un po’ scorretto: per trovare un verso rozzo nel “Contrasto” deve citare il terzo, perché i primi due sono raffinati. Se non ci fosse giunto il testo, il nostro giudizio sul componimento sarebbe stato errato. Certo la lingua non è squisitamente siciliana, è un mélange di dialetti – siculo, campano, pugliese. È vero però che, essendo un poeta colto, il suo è un linguaggio ipotetico: dovendo far parlare in dialetto, deve costruire con tutte le forme che conosce, è metalinguaggio, è un linguaggio d’infrazione. Cerca di imitare il popolo, la rozzezza non risulta istintiva, ma voluta. L’amore cortese è volgarizzato, ridicolizzato. È gente del popolo che vuole darsi un tono, sono due popolani che vogliono fare gli snob – lei reticente, lui poeta, raffinato. Ecco che si inseriscono parole, forme antiche, topos trobadorici: magione è un francesismo di derivazione colta, pulzella è pure un provenzalismo.
Dopo il 1000-1100, la nascita della società borghese, dell’avere, crea forti tensioni sociali. Nelle città lo sfruttamento borghese, l’ostentazione della ricchezza portano ad una diffusa sensazione di inquietudine, di iniquità in coloro che sono poveri. Nell’Alto Medioevo la Chiesa era di aiuto a chi aveva problemi per vivere; ora anche la Chiesa si mondanizza e diventa potentato economico, tesa ad accumulare. Cresce quindi la sfiducia del popolo nel magistero. Il Vangelo predica la povertà, quindi la Chiesa ricca è peccato, è la più colpevole. Si diffonde la predicazione contro i ricchi, la massa dannata, i peccatori assoluti, cui si contrappongono i poveri, gli unici a essere “beati”; quindi la tendenza a non sentirsi obbligati a continuare ad ubbidire a quei sacerdoti e vescovi che sono indegni – i sacramenti sono validi soltanto se impartititi da sacerdoti in stato di grazia. È la fine della reductio, quindi c’è la disgregazione ideologica, l’eresia. Anche le Crociate condizionano il sorgere delle eresie: il contatto con la civiltà orientale, più aperta e tollerante, apre la mente: diminuisce la fiducia nella Chiesa. Nell’Italia del Nord sorgono le eresie patarine (dei poveracci, straccioni) che seguono i predicatori e giungono alla rivolta contro il Vescovo. Ci sono anche predicatori borghesi, come Pietro Valdo, che lasciano tutto e predicano la povertà: numerosi sono i proseliti, i Valdesi, unica eresia ad esistere ancora oggi. Crollano i valori di mille anni, quando si credeva nel Papa e nei dogmi della Chiesa.
In Provenza, si diffonde l’eresia degli Albigesi (da Albi) o catari (puri). In Italia Papa Innocenzo III bandisce la crociata contro gli Albigesi: cosa mai vista, i cavalieri vestono la croce non contro l’Islam, ma contro gli eretici. La Francia del Nord invade il Sud. La Provenza è dichiarata terra di conquista, non ha più diritti. La civiltà provenzale è spazzata via da orde di cavalieri, massacrano anche i signori feudali, radono al suolo città di grande civiltà, estirpano l’eresia. Si estingue la cultura e la lingua d’Oc.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
3. Il volgare e la letteratura religiosa: Francesco d’Assisi
Quadro del capitolo. La nascita della letteratura italiana è legata alla progressiva autonomia del volgare rispetto al latino. La letteratura religiosa è decisiva perché mette la parola scritta e poetica in rapporto con un pubblico più ampio. Francesco d’Assisi trasforma la lode religiosa in una forma poetica capace di dare dignità letteraria al volgare.
Nuclei fondamentali: prime testimonianze del volgare • Bonvesin de la Riva e Gioacchino da Fiore • Francesco d’Assisi • Cantico delle creature • religiosità e nuova comunicazione
Nel Nord Italia, l’eresia patarina è diffusa: molti sono massacrati o arsi al rogo. È proprio in questi ambienti eretici a nascere la letteratura italiana in volgare, nel 1200-1250. I mittenti sono i poveri, gli analfabeti, quindi al posto del latino si usa il volgare. Anche le prediche in piazza sono in dialetto. Sono scrittori di poesie religiose, che non ricercano il bello, i valori estetici, ma mirano ad ammaestrare il popolo. È una letteratura senza storia, rimossa e dimenticata sino al secolo scorso. Le ragioni sono ideologiche, poiché sono opere in odore di eresia, quindi contrastate dalla Chiesa, e al codice latino si sostituiscono i dialetti regionali. Denunciano però un grande dibattito culturale al Nord, costituiscono un fatto culturale.
Il maggiore rappresentante è Bonvesin de la Riva. Appartiene alla congregazione dei frati Umiliati, legati al movimento pauperistico della Pataria, che invitano all’umiltà, alla povertà. È uno dei monaci per il popolo e il suo messaggio religioso o moralistico vuole essere educativo. Comprende le esigenze di libertà di un popolo lavoratore, ignorante ma onesto, forte, e mira ad ammaestrarlo, a renderlo migliore. Bonvesin è anche espressione della disgregazione del mondo dell’Alto Medioevo: non è votato soltanto alla teologia ma anche alla propaganda borghese. Da uomo colto, scrive anche opere in latino, tra cui De Magnalibus Mediolani, un’esaltazione della sua città: questo perché vuole che sia conosciuta nel mondo.
Il De quinquaginta curialitatibus ad mensam è un esempio di cultura che si laicizza: mette in versi regole di comportamento a tavola, è un piccolo galateo, al fine di soddisfare esigenze sociali, di vita comunitaria. È il nuovo intellettuale del tardo medioevo, aperto a nuove esperienze. Muore nel 1313, quando già sono nati Dante, Petrarca, Jacopone da Todi, Marco Polo. Scrive anche il Libro delle tre scritture: scrittura negra, dove descrive le pene dell’inferno; scrittura rossa, che racconta la Passione di Cristo e il dolore della Vergine; scrittura aurea, che esalta i gaudi del Paradiso.
La rappresentazione dell’Inferno è molto concreta, rozza – diavolo con forcone e coda. Anche il Paradiso è tangibile, come può essere compreso dal popolo. Non esiste il Purgatorio e questo fa supporre che avesse dei dubbi in merito: preferisce non parlarne, forse è un po’ eretico, dal momento che gli eretici rifiutano l’esistenza del Purgatorio. L’Inferno è per l’anima in peccato mortale; il Paradiso per l’anima senza colpa. I Padri della Chiesa credono nelle realtà rivelate – Inferno e Paradiso. Si diffondono, però, delle leggende relative a monaci (San Patrizio) che testimoniano l’esistenza del Purgatorio. Il concetto può essere accettato da un punto di vista razionale. Normalmente si pecca e ci si pente: l’anima si salva, ma è ancora indegna perché ha commesso la colpa, quindi necessita del Purgatorio per purificarsi dalla disposizione psicologica al peccato. Poiché ciò che si fa sulla terra è valido in eterno, c’è continuità tra vita e morte, l’umanità è un corpo unico, allora chi è vivo intercede per chi è morto e viceversa. Quando la Chiesa offre l’indulgenza per accelerare il processo di purificazione, l’argomento diventa scottante. Gli strali, le invettive si moltiplicano da parte degli eretici. Ritengono che il Purgatorio sia un’invenzione di classe, della Chiesa per salvare i borghesi. Loro sono ricchi, quindi possono pagare, ma collegare il denaro alla salvezza spirituale è atroce, l’indulgenza è degradante.
Il fine del poeta resta didascalico, fa riferimento alla religiosità da predicatore, non da teologo: è rivolto al popolo, dà insegnamenti per salvare, è ars ancilla. Il modo, però, in cui si realizza il discorso rivela l’influenza della cultura mondana, laica. Parla infatti della Madonna – centralità della donna come mezzo per la salvezza, oltre a Dio. Al di là del dibattito ereticale, esistono eresie particolari, millenaristiche: predicano, auspicano la fine del mondo. Mentre nel Nord Italia nasce la cultura rivoluzionaria per le tensioni sociali contro la nuova società borghese, al centro si verificano rivolte contro il presente, la nuova povertà: invece di ipotizzare una nuova società, pensano alla fine del mondo, perché Dio è stanco degli uomini.
Arrivano i predicatori e decine di migliaia di persone li seguono, pronte a martoriarsi per salvarsi. È un mondo che sta finendo, sarà seguito dall’Umanesimo, dal Rinascimento, ma loro non hanno strumenti per vedere oltre. Le masse di poveri vedono nella fine del mondo la soluzione della loro vita che è diventata invivibile. Gioacchino da Fiore, asceta, monaco poi rifiutato e condannato come eretico, interpreta l’Apocalisse di San Giovanni e vede segni di fine. La parola, il sacrificio di Cristo, prova di sommo amore non sono stati capiti, la prevaricazione ha preso il sopravvento sulla bontà. I tempi, quindi, sono maturi per la fine. La profezia si estingue nel nulla. In centro Italia sorge la borghesia, si formano i comuni, si accendono i cambiamenti.
San Francesco d’Assisi e il Cantico di Frate Sole
Nel 1180 nasce il grande Santo e intellettuale, autore del primo vero capolavoro di letteratura italiana, il Cantico di Frate Sole. Il suo primo nome è Giovanni, poi il padre, tornato dalla Francia, gli dà il soprannome di “piccolo francese”. Cresce in una famiglia agiata, dove si vive una cultura d’evasione, affascinato dal mito dei Cavalieri della Tavola Rotonda – Re Artù, Lancillotto, Ginevra. È colto, conosce un po’ di latino, il provenzale, partecipa alla guerra, ma quando torna è diverso, ama e predica la povertà, la pace e si ribella ai soprusi dei potenti e della ricchezza.
Figura emblematica e tra le più affascinanti nella storia dell’umanità, ha ispirato l’arte, l’estetica senza creare grandi miti, eroi popolari. A lui Giotto ha dedicato il famoso ciclo di dipinti ad Assisi. Ha inciso profondamente sull’inconscio e sull’immaginazione collettiva, l’unico ad essere sentito ancora attuale come portatore di valori quali pace e natura, la cultura dei figli dei fiori. È straordinario che una persona appartenente alla gerarchia intellettuale ufficiale continui a vivere ancora oggi. È la sua visione del mondo ad essere sempre valida.
È l’unico capace di realizzare una sintesi storica, tra ortodossia cattolica ed esigenze ereticali. San Francesco riconvoglia le masse povere verso la Chiesa, le riconduce all’obbedienza al Papa. Con San Damiano assolve la funzione di riconvertire la Chiesa al recupero della povertà in senso ortodosso. Dà dignità alla povertà, senza spingere ad eliminare i vescovi. I suoi frati diventano l’unico collegamento tra potere e povertà, mediano le istanze del potere e della prevaricazione con la condizione delle masse. San Francesco ha cambiato il corso della storia, è il più grande Santo della cattolicità dopo Cristo: è il primo Santo a ricevere le stimmate, segni di passione.
Cantico di Frate Sole. Altissimu, onnipotente bon Signore, Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione. Ad Te solo, Altissimo, se konfano, et nullu homo ène dignu te mentovare. Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature, spetialmente messor lo frate Sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significatione. Laudato si', mi Siignore, per sora Luna e le stelle: il celu l'ài formate clarite et pretiose et belle. Laudato si', mi' Signore, per frate Vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si', mi Signore, per sor'Acqua. la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. Laudato si', mi Signore, per frate Focu, per lo quale ennallumini la nocte: ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte. Laudato si', mi Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fior et herba. Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore et sostengono infermitate et tribulatione. Beati quelli ke 'l sosterranno in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si' mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no 'l farrà male. Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate e serviateli cum grande humilitate. L’ordine mendicante cui appartiene Francesco, risposta ortodossa alle eresie, è un movimento pauperistico anomalo, che Papa Innocenzo e Papa Onorio non vogliono riconoscere. Francesco scrive il suo capolavoro non con finalità estetizzante, ma conativa, morale: compone una preghiera per i suoi confratelli, perciò in dialetto assisano illustre, affinché possano capire mentre pregano.
Non volutamente, ma inconsciamente, Francesco è poeta e crea uno dei testi più belli e più clamorosamente celebri. Il Cantico di Frate Sole è il primo capolavoro estetico, poetico, artistico della letteratura italiana, in volgare. È strana composizione, in bilico tra prosa e poesia. È prosa perché ha caratteristica iconografica, ma in realtà non si realizza il riempimento degli spazi. D’altra parte, non è poesia, perché manca la rima, la misura metrica. È prosa ritmica, prosa spezzata secondo un ritmo che non ha regole.
Secondo l’antica leggenda francescana, Francesco avrebbe composto il Cantico due anni prima della morte, dopo una noce obscura, affetto dalla cecità e da acute sofferenze fisiche nella sua cella invasa da topi: una notte senza la luce di Dio, in cui arriva a disperare la salvezza. Quando si risveglia, è tornato in pace e crea il suo canto di gloria a Dio, a ringraziarlo della ritrovata fede. Certi critici vogliono così vedere la prima parte come espressione di equilibrio e serenità contrapposta all’ultima parte, cupa e tragica. In realtà il canto è coerente, ha consequenzialità logica, concettuale e stilistica.
Per quanto riguarda il titolo, al di là di tesi diverse, i biografi testimoniano che, quando lo citava, Francesco amava chiamarlo “Frate Sole”, anziché con il termine latineggiante Laudes creaturarum. Una parola fondamentale nell’antropologia francescana è l’umiltà: come sostiene Tommaso, non è umiltà di mentecatti, bensì consapevolezza dei propri limiti, che porta alla magnanimità, alla grandezza, sentita non come fonte di superbia, ma espressione di Dio. Francesco sintetizza l’etica del cristiano: amare, realizzare la pace, perdonare il prossimo sull’esempio di Cristo che ha dato la vita per salvare l’uomo, ristabilendone il giusto rapporto con Dio.
Nasce l’umile gioiosa accettazione di tutta la vita che palpita con noi e attorno a noi – essa proviene da un Dio che è gioia suprema, amore, bontà, quindi non può che avere un significato altissimo, una profonda bontà e bellezza. Ne sono chiara espressione tutte le cose, l’acqua, il sole, la luna, la terra, il fuoco, i fiori, le stelle, armoniosamente disposti in questo grandioso universo, a mostrarci la grandezza del Creatore e l’utilità alla nostra vita. Possiamo quindi sentire la presenza buona e paterna di Dio per tutto il creato e sentire fratelli tutti gli esseri, nati, come noi, dall’unico Padre.
Non solo la natura, ma anche il dolore e la morte fanno parte di questa armonia superiore: dobbiamo accettarli con serenità, ci avvicinano al Creatore e ci pongono in comunicazione con la Verità, l’ultima vera realtà. Francesco salva le cose semplici e vale la pena di vivere per vederle: è cultura dell’essere, esalta le cose non mercificabili, non si possono comprare perché appartengono a Dio. Esprime in una lingua semplice un contenuto, dei concetti che prima si comunicavano soltanto in latino. Di qui l’infrazione, la poesia nata nell’unità di significato e significante.
Il mondo ruota intorno a Dio e alla morte (luogo di Dio), l’essere è racchiuso in questi due elementi metafisici. C’è la medioevalità, il teocentrismo, ma è moderno, è Basso Medioevo. Dio rimane centrale, ma non è più il Dio del credo ut intellegam dell’Alto Medioevo, incomprensibile, troppo alto, signore onnipotente del mondo le cui creature sono in stato di vassallaggio. Ora si mette in evidenza la Sua bontà: è una categoria, questa, di cui anche noi siamo partecipi, quindi Lo fa scendere più vicino all’uomo. Il termine buono è più moderno, democratico.
Protagonista è la natura, intesa come celebrazione di Dio. Sole, luna, stelle, vento, acqua, fuoco, frutti, fiori: è la scelta coerente di elementi che da sempre fanno parte della simbologia metafisica, della teologia, usati per significare Dio. Il Sole in natura è elemento luminoso, fonte di luce, e la luce è simbolo di Dio. C’è chi sostiene che Francesco canti la luce perché, quando scrive il Cantico, è gravemente affetto da cecità e difficoltà fisiche. Alla ragione culturale, teologica, può aggiungersi quella biografica, psicologica.
Il Fuoco è la prima manifestazione di Dio, che appare a Mosè nel roveto ardente. Il Vento – porta bel tempo – è già noto come metafora di libertà dello spirito, porta quindi a significare l’eterno. L’Acqua è elemento di cui si serve la liturgia per celebrare il battesimo: è simbolo di grazia di Dio, purificazione, strumento di riconciliazione con Lui. Fiori e Frutti significano valori spirituali: anche nella Messa il vino e il pane sono frutti della terra. Elemento moderno è guardare, valorizzare il mondo: per questo Burdach porta San Francesco a prova della sua concezione di Rinascimento come continuazione del Medioevo.
Ma Francesco esalta il mondo in funzione di Dio: l’uomo e le cose ricevono da Dio la ragion d’essere. Eppure le creature hanno già altri valori. Il mondo è vivo secundum deum (Casella), ma anche secundum se et hominem, autonomamente e dal punto di vista dell’uomo. Il Sole è secundum Deum, come luce simbolo di Dio; ma è secundum se quando lo definisce bello e portatore del giorno, gli attribuisce un connotato che oggettivamente riguarda esso stesso: quando illumina gli uomini, allora è secundum hominem. L’acqua è rapportata a Dio, quando è definita casta, umile; agli uomini, quando usa il termine utile.
Il Cantico, quindi, come mondo visto secundum Deum, è Medioevo; all’interno, però, ci sono giudizi che lo valorizzano sul piano concreto, oggettivo. La visione della realtà si allontana dalla purezza teologica, la rispecchia, ma è un po’ inquinata, più moderna.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
4. Jacopone da Todi e il quadro politico-religioso del Duecento
Quadro del capitolo. Con Jacopone la poesia religiosa assume toni drammatici, polemici e interiormente lacerati. Parallelamente, i conflitti tra Papato, Impero e autonomie cittadine definiscono il contesto in cui nasce la nuova letteratura italiana. Religione e politica sono ancora inseparabili dalla visione complessiva della società.
Nuclei fondamentali: Jacopone da Todi • la lauda • misticismo e polemica • Papato e Impero • conflitti politici e trasformazioni culturali
Francesco è la personalità più grande del 1200, carismatica, forte e il suo Cantico è il massimo capolavoro poetico del secolo. Francesco fonda un ordine la cui regola è nuova: nessun possesso, nessun priore che comanda. L’uguaglianza è l’idea democratica che prende il posto della gerarchia. Ci sono perplessità, infine il Papa approva l’ordine. Quando Francesco muore, non ci sono più personalità capaci di difendere la sua eredità santa: la Chiesa cerca di impadronirsene. Si concede di possedere: non sono beni dei frati, ma del convento, quindi non si tradisce la povertà del Santo fondatore. Poi si cerca di regolarizzare l’ordine, per poterlo controllare si torna alla gerarchia.
Molti non accettano, seguono liti, persecuzioni, fino alla creazione dei partiti: i conventuali, a favore del Papa; gli spirituali, a favore dell’eguaglianza e della povertà. Dopo la morte di Francesco, Jacopone da Todi, all’età di 32 anni, entra in convento. Nasce in Umbria, da famiglia abbiente borghese, fa studi regolari e diventa notaio. Si sposa, ma nel 1268, mentre è diffusa l’inquietudine epocale per l’attesa dell’Apocalisse prevista da Gioacchino da Fiore, accade un fatto molto grave. Durante una festa da ballo, crolla il pavimento e la moglie, tanto amata, muore. È colpito profondamente e comincia a pensare.
Quando viene recuperato il cadavere, scopre che questa donna, che lui credeva semplice e lontana da idee metafisiche, si umilia con il cilicio: è qualcosa di inaudito, a lui ignoto. Resta affascinato dal mondo francescano, rifiuta la ricchezza e sceglie gli Spirituali, vivendo l’esperienza in maniera radicale. Morto il Papa, verso il 1290 si tiene un conclave dove prevalgono le tesi degli Spirituali: è una fase di rinnovamento, voluta da Papa Celestino V, eremita, avulso da interessi di potere. Ben presto, però, Celestino fa il gran rifiuto, come dice Dante. Non può accettare il mondo di corte fatto di intrighi e manipolazioni, quindi è incapace di gestire il pontificato come lui vuole.
Gli Spirituali accusano Bonifacio VIII, il nuovo Papa, di aver costretto Celestino ad abdicare con la forza, per poi ucciderlo. Quando Papa Bonifacio VIII li condanna, gli Spirituali, tra cui Jacopone, firmano un audace manifesto contro di lui, Papa simoniaco, quindi indegno di obbedienza. Jacopone è coinvolto nella lotta della potente famiglia dei Colonna contro il Papa e viene scomunicato. Nel 1298, Bonifacio espugna la rocca di Palestrina, estremo rifugio dei Colonna, e Jacopone è incarcerato. È liberato e assolto dalla scomunica cinque anni dopo da Papa Benedetto XI; tornato in convento, muore dopo circa due anni.
La sua opera poetica è rappresentata dalle Laudi, scritte in volgare. Le laudi sono componimenti in versi nate in Umbria nel 1200 all’interno di movimenti religiosi come i Flagellanti e i Millenaristici. Tutte le poesie di Jacopone sono teologiche, parla soltanto di Dio (reductio) onnipotente, non buono, il Dio dell’Alto Medioevo; c’è, però, la novità, la lotta contro l’autorità del Papa. Jacopone è poeta? La critica ha tesi contrastanti. All’inizio del Novecento, Novati sostiene che non è un poeta, ma un mistico-teorico, contrapposto a Francesco mistico-pratico. Il mistico attraverso l’estasi parla con Dio, cerca il contatto con Lui e lo teorizza in versi.
Sapegno, negli anni ’30 del 1900, ritiene che Jacopone cerchi la poesia e si arrabbi perché non la trova. È una stroncatura, tesi denigratoria. Allora mistico o poeta? Luigi Russo dà la risposta corretta: non è poeta-mistico né mistico-teorico, ma mistico-poeta. È un monaco che cerca la salvezza attraverso il misticismo, ma vuole fare poesia. Nasce il laudario, non bello, ma con parti che rivelano il poeta. Il poeta è chi cerca il linguaggio, l’infrazione, e Jacopone vuole trovare la parola capace di convertire, di tradurre il suo misticismo in volgare.
La concezione del mondo. Jacopone ha una visione fortemente pessimistica: non ha fiducia nella realtà, non ama il mondo, i suoi simili. Vive una continua tormentosa battaglia nella ricerca di una fusione mistica con Dio, che è un morire a sé stessi e al mondo. È ben lontano da Francesco, che realizza la dottrina dell’amore per il creato intero, per tutti gli esseri, nella serena capacità di accettare il dolore e la morte come componenti della vita. Francesco vive con gli altri, Jacopone si chiude nella solitudine, nell’annullamento in Dio.
Attraverso il disprezzo di sé stesso, la volontà di annichilire il suo corpo, pensa di potersi liberare della natura umana che è misera e peccaminosa, per giungere all’amore mistico. Jacopone è affetto da nevrosi, che consiste nel suo esasperato pessimismo e si scarica nella violenza contro gli altri e contro sé stesso. Prega Dio di mandargli la malattia, il male, il dolore fisico, fino a martoriarsi. Mentre Francesco pone la morte alla fine del suo Cantico, Jacopone la mette al principio: l’incubo della morte fa giudicare la vita, la deprime, la odia. Come dice Sapegno, il suo pessimismo genera la sua solitudine: si sente diverso, orgogliosamente solo, non sa amarsi, quindi non è capace di amare gli altri. Francesco loda le creature, Jacopone non ne parla, le disprezza.
Misticismo e ascetismo assoluti, cioè rifiuto del mondo, anche delle piccole buone cose della vita: questa visione del mondo tradotta in realtà estetica determina il problema stilistico. O jubelo del core. Jacopone vuole descrivere l’ebbrezza mistica, l’estasi in cui l’anima si sente compartecipe di Dio, viva nella vita eterna, posseduta per un istante e intuita. Ha avuto la visione di Dio, ma la parola non sa esprimere tale esperienza. C’è discrepanza tra l’infinito del referente – Dio – e la finitezza del codice – la parola.
Vuole esprimere la gioia psicologica interiore, ma la lingua balbetta, è poesia metalinguistica, poesia che si interroga sulla lingua: la consapevolezza della sua impossibilità di esprimere Dio lo rende poeta. Se per Francesco l’indegnità dell’uomo di nominare Dio è morale, per Jacopone è concettuale: l’uomo è indegno di nominare Dio perché non ne è capace. I mistici tendono a rendere l’interiorità con elementi concreti, reali. Jacopone parte dal reale – descrizione della cella – per ricavare le realtà metafisiche, le riflessioni mistico-ascetiche. Non sempre riesce a dominare parola o sentimenti estrinsecandoli, quindi il suo è un laudario, un diario in versi, è grido, ma resta tale.
L’unico vero capolavoro è Donna de Paradise. Jacopone riesce a proiettare i suoi sentimenti su personaggi che hanno una loro realtà, ma riflettono la sua visione del mondo. È un breve atto unico di teatro: la passione di Cristo, la Vergine ai piedi della Croce; il Popolo che, con il Nunzio, fa procedere l’azione con incalzante ferocia fino al culmine dello strazio umano di Cristo. Si tratta di teatro medioevale, inteso come luogo dove attori dilettanti recitano in piazza, sul sagrato della Chiesa. Mentre la poesia lirica della Provenza tende a ridurre la psicologia in modi convenzionali, sempre uguali, perché le donne sono amanti, qui c’è la rottura: è la madre, i sentimenti sono diversi, e il poeta cerca di darle sfumature che la rendano individuale, realizza la rappresentazione psicologica dell’umanità.
Jacopone mostra la divinità inesprimibile, che cerca di raggiungere tramite misticismo e ascetismo, allontanandosi dagli uomini malvagi. Anche l’umanità malvagia, la crudeltà dell’uomo è qui rappresentata: è il Popolo che incita alla morte del Giusto ed è pronto a salvare il ladrone – è l’espressione della sua visione pessimistica. La passione di Cristo non può essere rappresentata, ma è il Nunzio a intervenire narrandola. Il monologo finale di Maria è una pagina lirica: Maria si abbandona al suo disperato lamento: le parole girano su sé stesse; la lingua barbaglia, perché c’è l’incapacità di capire il senso delle cose, ma rende il pianto nella sua monotonia.
Federico II, il Regno di Sicilia e la funzione politica della cultura
All’inizio del 1200, al Nord, troviamo le eresie patarine, da cui nasce la letteratura didascalica; al centro c’è Francesco con il suo Cantico, primo capolavoro della letteratura italiana in volgare. Al Sud c’è il Regno di Sicilia comprendente anche l’Italia meridionale. Il regno raffinato dei Normanni si sta, però, estinguendo per la mancanza di eredi. Costanza di Altavilla deve lasciare il monastero e andare in moglie al figlio di Federico Barbarossa, Enrico. Si crea un’alleanza che è potentato egemone sull’Europa. Il figlio, Federico II di Svevia, è l’ultimo grande imperatore del Medioevo e il primo grande politico moderno. Sta per diventare imperatore di Germania e re di Sicilia, ma Papa Innocenzo gli si oppone. Federico prevale e domina la vita politica della prima metà del 1200. Capisce l’assurdo del Medioevo, della reductio, la necessità di autonomia nel rapporto Chiesa-Stato. Il Papa gli chiede di effettuare una Crociata e Federico va in Oriente, in realtà per risolvere problemi politici, non di fede. Federico, comunque, è troppo moderno in un’epoca ancora legata al Medioevo e anche il suo Stato muore. Nuovo re di Sicilia è il figlio, Manfredi di Svevia, ma il Papa si rivolge al ramo cadetto di Francia, gli Angiò, promettendo loro il regno: nel 1266, nella battaglia di Benevento, gli Angiò sono vittoriosi e Manfredi muore. Ne consegue la decadenza del Sud: smantellano lo Stato moderno dei Normanni e degli Svevi, rifondano lo Stato feudale, con il ritorno al latifondo e il conseguente divario con il Nord, dove prospera la borghesia.
Federico II è il primo ad essere consapevole dell’importanza basilare della cultura come strumento politico: dà prestigio al regno e attira la simpatia per il potere. Eredita dagli Arabi il gusto raffinato per la filosofia, l’astrologia, la musica, la scienza: si circonda di intellettuali in sostanziale identità di cultura e potere ed eredita dalle eresie la necessità di una Chiesa più pura, morale, distinta dallo Stato. Nasce la cultura come emanazione del potere politico: a corte, oltre ai generali e ai burocrati ci sono poeti e musicisti. Egli stesso scrive poesie e spinge i funzionari a farlo.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
5. Dalla Scuola siciliana al Dolce stil novo
Quadro del capitolo. La lirica amorosa italiana nasce dall’incontro tra esperienza cortese, ambiente politico e sperimentazione linguistica. La Scuola siciliana elabora un modello raffinato che la tradizione toscana trasforma e che lo Stil novo porta a un livello nuovo di introspezione. L’amore diventa esperienza intellettuale e spirituale, non semplice tema cortigiano.
Nuclei fondamentali: Federico II e la Scuola siciliana • Rinaldo d’Aquino • Guittone d’Arezzo • Guido Guinizzelli • Guido Cavalcanti • donna-angelo e interiorizzazione dell’amore
Alla corte di Federico II fiorisce la prima poesia italiana scritta con intendimento artistico. Sono scrittori uniti da comuni predilezioni di gusto, stile, contenuti, secondo le linee generali determinate dalla corte imperiale. Scuola Siciliana, non perché i poeti sono siciliani, né perché il linguaggio è siciliano, ma perché la Sicilia è la sede del trono regale. Regale solium Sicilia erat, dice Dante. Ci sono ordini da eseguire – scuola – e provengono dal potere centrale, che è a Palermo. Tutti devono ubbidire agli stessi dettami: parlare d’amore, non di politica, non si devono suscitare contrasti con il potere, è poesia d’evasione.
Problema critico: riguarda l’originalità e la dipendenza dai trovadori. Non ci sono grandi personalità: è un’arte connessa al costume di una società elevata, con le sue regole eleganti e rigorose; al poeta non interessa ostentare la propria originalità, bensì mostrarsi degno di partecipare alla civiltà raffinata della corte, con cui è impegnato anche politicamente e moralmente. Per quanto riguarda il rapporto con i primi trovadori, non ci sono grandi differenze: tema centrale l’amore, espresso in una poesia limpida e chiara.
La poesia siciliana, però, presenta situazioni meno cortesi, è più realistica: è aperta ad aspetti fisici e carnali dell’amore sulla tradizione della poesia araba e di Cielo d’Alcamo. L’amore trobadorico, provenzale, è adulterino, il poeta non può rivelare il nome della donna, ma inserire soltanto elementi che lasciano capire. Il poeta siciliano, invece, sigla gli ultimi versi con il nome di lei. La poesia trobadorica è cantata, la poesia siciliana è recitata. Molto importante è il codice: per la prima è la lingua d’oc, per l’altra è un linguaggio poetico italiano, una tradizione di lingua e di stile, continuata dai poeti della nostra letteratura. I Siciliani assumono a strumento di espressione artistica il siciliano illustre, sintesi colta delle varie parlate volgari in uso a corte. Ha come modello il latino, la lingua dei dotti, e il provenzale, il modello letterario più immediato. Rinaldo d’Aquino merita particolare attenzione con la poesia Già mai non mi conforto. Spezza la tradizione trobadorica, ne infrange la norma: è una donna a parlare, siccome non sa scrivere affida al poeta il suo sfogo. Il suo cavaliere, il più nobile che esista, sta per andare in Terra Santa e lei è disperata. Il suo pensiero è rivoluzionario, libera espressione del suo amore fedele, non solo spirituale ma anche carnale. È infelice: si ribella all’idea di un Dio onnicomprensivo, che giustifica la sua sventura, sacrifica lei per salvare gli altri.
È in antitesi con il Papa, ma anche con l’imperatore che ha deciso di fare la crociata. Emerge la valorizzazione dei diritti del singolo, l’individualismo, e questo è già borghese.
Dalla Scuola siciliana alla poesia toscana
Quando Manfredi è sconfitto da Carlo d’Angiò, i poeti siciliani devono andare altrove. Non possono rimanere al Sud, dominio angioino, né rifugiarsi nello Stato della Chiesa. Sono filo-imperiali e scelgono la Toscana, i comuni ghibellini – Siena, Pisa, Lucca. Qui gli amanuensi conoscono i loro libri, li toscaneggiano: creano la poesia toscana, nota come scuola di transizione, che pone la base per il Dolce Stil Novo, la prima grande scuola di letteratura italiana. La scuola toscana non è soltanto elemento di passaggio, ma ha una funzione storica importantissima: sono i primi a scrivere in un codice che diventerà l’italiano. Non hanno un’importanza estetica, ma poetica: è un gruppo di poeti che obbediscono agli stessi criteri di contenuto e di stile.
Vi si distinguono, però, personalità forti, come Guittone d’Arezzo. Per la prima volta è poeta comunale, rispecchia la realtà del comune, egemone di società italiana. Dante dirà che ha cantato armi, guerra e amore, ma manca di directio voluntatis, cioè di valori morali, che insegnano a vivere la vita come volontà. Non è così: Guittone cerca di educare dal punto di vista etico, sociale. Arezzo ha una vita politica vivace, lotta per la libertà, i Guelfi si succedono ai Ghibellini e viceversa. Guittone dà una lezione di stile di vita, di umanità: è il primo poeta a scegliere l’esilio piuttosto che rinunciare alle proprie idee e da lui Dante assimila la dignità, la capacità di fare lo stesso.
È emblematico di un mondo moderno, dove l’impegno esistenziale e quello culturale si identificano. Come poeta, non è grande. Lui stesso dice aspro è il mio trovato: si rende conto che non è musicale ed è poesia fiacca, per l’eccesso di razionalismo, di sillogismo, ha il tono conativo di chi vuole fare proselitismo, guelfo, nel suo caso.
Il Dolce stil novo: poetica e interiorizzazione dell’amore
È una corrente poetica di fine Duecento, all’interno della quale si formerà Dante. È corrente lirica, amorosa, specificatamente italiana, non riflesso di cultura straniera, bensì fonte di risultati estetici degni di rispetto – Guinizzelli, Cavalcanti. Dante, nel XXIV Canto del Purgatorio, incontra Bonagiunta Orbicciani da Lucca, seguace di Guittone d’Arezzo, che gli chiede chi è. Dante risponde “Io mi son un che quando amor mi spira, noto, e a quel modo che ci ditta dentro, vo significando”: sono uno che, quando sono ispirato dall’amore, scrivo, e come amore mi detta dentro, mi esprimo.
Bonagiunta dichiara di aver capito ciò che ha impedito a Guittone, a lui, ai Siciliani di realizzare il dolce stil novo. A loro è mancata l’interiorizzazione del fatto amoroso, cioè l’individuazione della matrice spirituale, psicologica dell’amore. È questa la novità con cui l’amore è cantato in stile dolce e nuovo. È nuovo perché filosoficamente nuova è la concezione dell’amore, nuovo il contenuto – non più amore-vassallaggio. Dolce – si riferisce allo stile, alla forma – perché il vocabolario è più dolce, musicale, raffinato.
La ricerca formale è basilare: questi poeti non sono dilettanti, vogliono immettere cultura stilistica. È la prima grande poesia moderna italiana. A differenza della scuola siciliana, il dolce stil novo non è poesia gerarchica, non nasce più all’interno dell’impero ma nel comune, dove i valori non sono più quelli aristocratici, ma cittadini, borghesi. La genesi dell’amore è nel cuore gentile, la cui nobiltà non è legata all’origine, ma alla sensibilità, al patrimonio interiore, all’intelligenza dell’individuo. Sono proprio l’intelligenza e la volontà, l’impegno i valori etico-spirituali con cui la borghesia si sostituisce all’aristocrazia.
Se per i trovadori la donna è una sorta di mito a cui inchinarsi, ma non gode di individualità da scandagliare, nello stil novo la donna è valorizzata per l’intelligenza e l’etica, su un piano paritetico con l’uomo. Il suo non è un amore adulterino, ma sacro, morale. Ha una funzione educatrice, di crescita per l’uomo, che lei sa rendere consapevole di sé stesso. Prima di innamorarsi l’uomo non sa che cos’è lo spirito, la dimensione divina. La donna incarna il divino in terra e, tramite l’amore, fa conoscere simbolicamente la beatitudine eterna. Fa crescere l’uomo, gli fa capire quanto lo spirito sia capace di assoluto.
Se il Medioevo è cultura di Dio, la borghesia mondanizza il cristianesimo, preserva Dio e si adegua alla nuova realtà storica: è il tentativo di armonizzare amor mundi e amor Dei, terra e cielo, passato e futuro. Aristotele e San Tommaso concepiscono la vita come attualizzazione delle proprie potenzialità: vivere è esplicarne il numero massimo. Guido Guinizzelli applica tale concezione all’amore. Prima di innamorarsi l’uomo non si conosce a fondo, non sa di essere altruismo, bontà, generosità. La donna, tramite l’amore, lo rende migliore, lo educa a sentimenti e valori che possono elevare spiritualmente sino a portarlo a Dio. È l’amore messo in atto come fatto psicologico.
Si realizza il passaggio da amore-passione ad amore-virtù: l’amore per la donna trascende nell’amore per Dio e la poesia è la ricerca dell’espressione della propria personalità – poesia lirica moderna. Guinizzelli vorrebbe realmente che l’amore lo conciliasse a Dio, ma questo in lui non si realizza: predomina l’amore carnale, la passione. Così Dante lo colloca nel Purgatorio, tra i lussuriosi, perché ha ceduto troppo ai sensi: è lì per purificarsi. Dante lo considera padre suo e di tutti coloro che hanno scritto rime d’amore dolci e leggiadre. In verità è per lui maestro di stile, nella dolcezza, nella forma, ma non nel contenuto.
Per Guinizzelli la donna sembra un angelo, ma non ne è certo: l’amore resta su un piano ottativo. Sarà Dante a realizzare il desiderio del maestro e a trasformare la donna in angelo, realizzando il passaggio dal piano ottativo al piano ontologico. Beatrice è piena incarnazione di Dio in terra, è lode di Dio nel suo vivere, salva Dante perché è un amore che non si consuma. Beatrice muore giovane e Dante vi vede l’oltranza teologica. È l’amore come fatto soltanto interiore: continua a vivere perché è spirito, è la scintilla divina che è in noi, è l’unica cosa al mondo di cui abbiamo bisogno. È un sentimento che non è legato alla carne, al tempo: Beatrice, allora, fa conoscere l’anima, Dio.
Se si sa interpretare la vita e vedere l’oltranza, allora l’amore della donna è tramite all’amore di Dio: se ami una donna, Dio può amarti meglio, toccare la tua anima. Io voglio del ver la mia donna laudare ed asembrarli la rosa e lo giglio: più che stella dïana splende e pare, e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio. Verde river’ a lei rasembro e l’âre, tutti color di fior’, giano e vermiglio, oro ed azzurro e ricche gioi per dare: medesmo Amor per lei rafina meglio. Passa per via adorna, e sì gentile ch’abassa orgoglio a cui dona salute, e fa ’l de nostra fé se non la crede; e no·lle pò apressare om che sia vile; ancor ve dirò c’ha maggior vertute: null’om pò mal pensar fin che la vede.
Guinizzelli vuole lodare la sua donna quale veramente è. Ella non vive di lineamenti e caratteri definiti: sfuma nella dolcezza tenera di una rosa, di un giglio; nello splendore di una stella del mattino; nell’eterea purezza dell’aria; in un incanto di primavera; nel colore vivido dell’oro e delle gemme. È anche fonte di una luce spirituale, una promessa di purezza, di bontà, di salvezza e l’amore, per suo tramite, diviene cosa più gentile. Un uomo il cui animo sia vile (polemica borghese contro l’aristocrazia) non può neppure avvicinarsi a lei e, ancora, mentre la guarda non può concepire alcun pensiero peccaminoso.
Il sonetto lo rivela poeta di luce: la donna è illuminante, vederla è teofania, è poeta dell’innamoramento, dell’amore come euforia di avventura in un mondo di spirito. Guinizzelli, poeta religioso, tenta di sintetizzare le due correnti di pensiero del Duecento: filosofia razionalistica di San Tommaso – intellego ut credam – con il misticismo di San Bonaventura – credo ut intellegam. Nasce così il ragionamento che, però, lui diluisce, stempera in immagini, in similitudini e queste sono i punti cardine della sua poesia: più che poeta filosofico è immaginifico, visivo, pittorico. La similitudine è il suo strumento stilistico, morfologico e sintattico.
Il suo stile è personale – ha una tonalità dolce, leggiadra, musicale, raffinata, che farà scuola. Guido Cavalcanti. Nasce a Firenze nel 1258. Aristocratico, è guelfo di parte bianca, amico di Dante; partecipa alla politica della città che ha ormai escluso l’aristocrazia dal governo. Capo della fazione conservatrice avversa ai guelfi neri; nel 1300 viene esiliato a Sarzana, ma per motivi di salute nello stesso anno è richiamato a Firenze, dove muore poco dopo. Esilio, persecuzione politica, ateismo sono elementi significativi della sua esistenza.
Intelligente, razionalista, arguto, eccentrico, sempre a cercare la prova che Dio non esista, è un individuo solo, socialmente perché aristocratico e ideologicamente perché ateo, in contrasto con il mondo che lo circonda e lo addita, forse ingiustamente, a eretico, omosessuale. Il suo io è nichilista, non ha virtù, intelligenza sufficienti per crescere, maturare tramite l’amore. La morte dell’anima non può liberare amore, non può dar vita alle immagini di luce proprie di Guinizzelli, al rapimento estatico, alla teofania, alla primavera spirituale.
Voi che per li occhi mi passaste ’l core e destaste la mente che dormia, guardate a l’angosciosa vita mia, che sospirando la distrugge Amore. E’ vèn tagliando di sì gran valore, che’ deboletti spiriti van via: riman figura sol en segnoria e voce alquanta, che parla dolore. Questa vertù d’amor che m’ha disfatto da’ vostr’ occhi gentil’ presta si mosse: un dardo mi gittò dentro dal fianco. Sì giunse ritto ’l colpo al primo tratto, che l’anima tremando si riscosse veggendo morto ’l cor nel lato manco L’uomo innamorato si illude che l’oggetto del suo amore sia il più colto, raffinato, grande, ma poi la vita gli mostra che la realtà di amore non è mai uguale ai sogni. Allora, se non sa vedere l’oltranza e maturare, si sente frustrato, angosciato, come il poeta.
È un dramma di gesti silenziosi: l’anima è il palcoscenico su cui sono protagonisti l’Amore che uccide; gli spiriti vitali, cuore e mente, che fuggono via a significare la dissociazione. La struttura della poesia è drammatica e il tono del linguaggio è conativo: l’accusa all’Amore, in forma di dialogo, dà un andamento meno levigato, più concitato, nervoso, nevrotico, imprevedibile. È l’intimo tema di Cavalcanti che sarà capito solo recentemente: il binomio amore e morte, gli unici infiniti della vita per i decadenti.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
6. Poeti comico-realistici e prosa del Duecento
Quadro del capitolo. Accanto alla lirica alta si sviluppa una linea comica e realistica che rovescia i valori cortesi e stilnovistici. Nello stesso secolo la prosa volgare conquista autonomia con cronache, racconti e testi di viaggio. Il Duecento mostra così fin dall’inizio la pluralità di registri e pubblici della letteratura italiana.
Nuclei fondamentali: Cecco Angiolieri • Folgòre da San Gimignano • realismo e parodia • Marco Polo e Il Milione • Il Novellino • nascita della prosa italiana
Ogni civiltà si pone come tesi sul mondo, progetto sulla realtà, è una proposta dell’uomo alla storia. Ma ogni tesi presuppone un’antitesi. La borghesia fa propri i valori antitetici al Medioevo: possesso individuale, ascesa in base alle capacità della persona. È la civiltà dell’avere in contrapposizione alla civiltà dell’essere. Quando i valori entrano in crisi, esplode la cultura antinomica che percorre l’Alto e il Basso Medioevo. Questa cultura, però, si contrappone senza ideali alternativi, è soltanto negazione, corrosione. Rispecchia la visione laica, blasfema, anarchica della tradizione goliardica universitaria, dei canti giullareschi, del discorso di denuncia contro una realtà che è impossibile cambiare e non lascia spazio se non allo sfogo nella risata.
Contemporaneamente allo stil novo si afferma la corrente, di difficile catalogazione secondo i critici, dei poeti comico-realistici. Comico, perché questa poesia è scritta in stile comico, cioè umile, irriverente, in opposizione allo stile tragico, elevato. Realistici, perché all’idealismo cortese e stilnovistico contrappongono il realismo, la concretezza del quotidiano, di un ambiente grossolano e plebeo, senza mai trascendere la materialità. La produzione di questi autori, che non sono rozzi o incolti, è interessante sul piano storicoculturale, poiché riflette aspetti del costume e della vita comune. Si presentano come persone moralmente e socialmente disadattate: seguono le regole della tradizione goliardica e giullaresca, ma indicano un’insofferenza nei confronti delle idealità cortesi e stilnovistiche.
Emerge la crisi dei valori, nell’esigenza confusa di una cultura più vicina alla realtà. È la nuova civiltà borghese a presentarsi libera dalle gerarchie, ma inevitabilmente pone nuovi vincoli: il grande ideale, la nuova legge è il denaro. Cecco Angiolieri Tre cose solamente mi so ’n grado, le quali posso non ben men fornire: ciò è la donna, la taverna e ’l dado; queste mi fanno ’l cuor lieto sentire. Ma sì me le conven usar di rado, ché la mie borsa mi mett’al mentire; e quando mi sovvien, tutto mi sbrado, ch’i’ perdo per moneta ’l mie disire.
E dico: – Dato li sia d’una lancia! – Ciò a mi’ padre, che mi tien sì magro, che tornare’ senza logro di Francia.
Trarl’un denai’ di man serìa più agro, la man di pasqua che si dà la mancia, che far pigliar la gru ad un bozzagro. In questo sonetto il poeta afferma in modo netto quale sarebbe la sua felicità: donne, taverne, giuoco. Ma, purtroppo, sono cose che costano denaro. E il padre è così avaro che meriterebbe un buon colpo di lancia. Dal bel sogno passa così all’amara realtà e chiude con la maledizione rivolta al padre. In realtà Cecco è un ricco borghese, un ottimo letterato, che finge e fa delle sue passioni il pretesto dei suoi giuochi poetici. Si avverte l’esagerazione compiaciuta, il gusto di sbalordire un pubblico consenziente per rendere più allegra e corale la risata che l’accoglierà.
Non manca, però, la denuncia, il disagio: la civiltà borghese libera, ma schiavizza anche, perché chi non ha denaro è una nullità. Cecco usa un linguaggio ricco di modi di dire proverbiali, di cadenze popolaresche, che meglio si presta alla battuta scherzosa e alla parodia, mescolando alla costruzione letterariamente sapiente la parola dialettale incisiva e pittoresca. Non tutti i poeti comico-realistici tendono alla satira. Folgòre da San Gimignano Sempre in zona senese Folgòre = splendore – è un borghese che si diletta a scrivere: i suoi destinatari non sono colti, intellettuali come gli stilnovisti, non sono gli amici del bar come per Cecco; sono amici legati alla politica e alla vita mondana.
Scrive due raccolte di sonetti, rivolgendosi a una brigata nobile e cortese: una, detta dei mesi, in cui augura cacce, feste per ogni mese; l’altra, detta delle settimane, dove consiglia gioie, cortesie amorose. Di maggio sì vi do molti cavagli e tutti quanti siano affrenatori, portanti tutti, dritti corritori; pettorali, testere de sonagli, bandère con coverte a molti 'ntagli di zendadi e di tutti li colori; le targhe a modo degli armeggiatori; viuole, rose, fior, ch'ogn'om abbagli; e rompere e fiaccar bigordi e lance, e piover da finestre e da balconi en giù ghirlande, e 'n su melerance; e pulzellette gioveni e garzoni baciarsi ne la bocca e ne le guance: d'amor e di goder vi si ragioni.
Il poeta, come maestro di cerimonie, dona i suoi sogni di una vita bella, da vivere allegramente insieme, uomini e donne: la festa del torneo, della giostra, con l’addobbo di stendardi, la dovizia di fiori che abbaglia, il bacio sulla bocca e sulle guance, il conversare di amore e di cose gentili. Quando la luna e la stella dïana e la notte si parte e ’l giorno appare, vento leggero, per polire l’are e far la gente stare allegra e sana; il lunedí, per capo di semana, con istormenti mattinata fare, ed amorose donzelle cantare, e ’l sol ferire per la meridiana.
Lèvati sú, donzello, e non dormire, ché l’amoroso giorno ti conforta e vuol che vadi tua donna a servire. Palafreni e destrier sieno alla porta, donzelli e servitor con bel vestire: e poi far ciò ch’Amor comanda e porta. È il sonetto del lunedì. In un paesaggio mattutino, fra la luce e il sogno, si avverte un senso di vita fresca, gioiosa, che è il fascino dei migliori sonetti di Folgòre. Poi il poeta esorta il donzello a levarsi e dedicarsi al servigio d’amore, cioè a corteggiare la donna secondo il costume cortese. Il ritmo agile e svelto suscita un’immagine di giovinezza baldanzosa: è l’intuizione lirica tra il consueto accompagnamento di visioni eleganti.
La realtà rappresentata da Folgòre è ben diversa da quella di Cecco, plebea, volgare. È uno stile di vita aristocratico, dove si consigliano eleganza, dolcezza, raffinatezza, feste d’armi e d’amore, senza problemi di denaro. Mittente, referente, destinatario riguardano un mondo di alto livello. Parla di realtà ma tende a sfumarla, ad alleggerirla: per questo usa molto il verbo all’infinito, che fra tutti i modi è il meno concreto, specifico. È un clima fantastico, di sogno, quello a cui tende. L’abbondanza di sostantivi dà un senso di opulenza, ricchezza, caos felice; vuole, però, attenuarne, ingentilirne la forza realistica e ricorre all’aggettivo.
Folgòre è il poeta della vita festevole della ricca borghesia comunale, ancora pervasa di un sogno di idealità cavalleresche e cortesi. Esalta le virtù di giocondità, prodezza, liberalità, cortesia, e i modi di una vita tesa a un ideale di buon gusto, di mondana eleganza.
La prosa del Duecento: Marco Polo e il Novellino
La prosa si sviluppa più tardi della poesia. La poesia, affidata al canto e alla recitazione, entra a far parte della vita collettiva, davanti ad un pubblico non essenzialmente alfabetizzato: inni religiosi; canzoni feudali di gesta, canzoni d’amore e poemi cavallereschi recitati a corte, nelle piazze. La poesia è morfologicamente e sintatticamente più semplice, ieratica, ripetitiva. La prosa, invece, si rivolge a un pubblico di lettori che vi cercano un arricchimento della loro cultura. Quando l’italiano trova un’identità scritta, si traducono testi dal latino classico e dal latino medioevale. La lingua italiana si irrobustisce, perché il latino costringe a immettere strutture complesse, ipotattiche, con regole tecniche, retoriche, per scrivere bene.
La nascita della prosa in volgare in Italia, verso la metà del Duecento, è legata al costituirsi della nuova classe borghese del Comune. Ci sono i trattati dei maestri di retorica, da Guido Faba a Guittone d’Arezzo, a Brunetto Latini. Nascono in margine all’insegnamento giuridico – il cui centro è l’Università di Bologna – che abbraccia anche la vita pubblica e politica. Guido Faba, per esempio, insegna formule da usarsi nelle ambascerie; scrivendo a un principe; insediando un podestà. Esistono almeno due opere di prosa originali nel Duecento: il Milione di Marco Polo e il Novellino, anonimo.
Livre des merveilles du monde è il titolo originario del Milione. Il codice è il francese, ma l’italianità del Milione è totale – scrive per gli Italiani e descrive al meglio la società italiana del XIII secolo. Se la Divina Commedia è il viaggio dell’eterna trascendenza, il Milione è il viaggio dell’eterna immanenza. Testimonia la fine del Medioevo, rispecchia il trionfo della borghesia in modo dinamico, progressista. È risposta alla sete di viaggiare e di conoscere: ha, quindi, grande importanza storica, anche se non è grande opera estetica.
Marco è il primo mercante di professione, dotato di vero coraggio e spirito di avventura, ma non sa scrivere in italiano. Lascia Venezia, città europea all’avanguardia nel commercio, insieme ad alcuni frati. È sintomatica la tappa in Terra Santa, dove i compagni si fermano, perché a loro manca il coraggio di procedere là dove non c’è Cristo. Nessun mercante ha mai raggiunto la meta di Marco. È la Cina, l’impero colto e civile del Gran Khan, che lo assimila e lui stesso assimila, scoprendo cose favolose che lo stupiscono (uso della carta moneta). Poi la nostalgia lo fa tornare a Venezia.
Durante una delle tante battaglie navali tra Venezia e Genova, è fatto prigioniero. A Genova, in cella, è suo compagno Rustichello da Pisa: a lui detta, in veneto, il romanzo della sua vita, che Rustichello trascrive in forma letteraria in lingua d’oil. È un modo per dimenticare la tragedia del carcere e abbellire la vita: è già memoria, dopo venti anni, ed enfatizza le cose belle. Possono esserci delle notizie imprecise, ma non sono volute, bensì legate a vuoti di memoria, in mancanza di appunti. Ciò che vale è la sua volontà di scrivere cose vere: accanto all’orgoglio di aver compiuto un’esperienza eccezionale, c’è in lui il bisogno dell’analisi concreta, l’ardore inesausto di curiosità dell’esploratore, che scopre stupito e attento un mondo nuovo e vuole farlo conoscere.
È un libro di interesse geografico, con un fine mercantilistico: è scritto da un mercante ai mercanti europei, ai quali vuole indicare la via della Cina, come arrivarci e quali possibilità offre. A stupire e affascinare il lettore, comunque, sono le immense e misteriose terre dell’Asia: paesaggi sterminati, città grandiose, popoli e costumi diversi; l’impero e la potenza del Gran Khan; tutto un mondo allora avvolto nel mistero e nella nebbia di una lontananza invalicabile, tanto che il viaggio di Marco assume il carattere di un’impresa leggendaria.
Novellino. È il primo esempio di prosa narrativa originale in volgare. È un libro di lettura d’evasione, una raccolta di brevi racconti, aneddoti tratti da miti, storia, romanzi medioevali, elaborati in fiorentino. Non si sa nulla dell’autore, tranne che era ghibellino, anticlericale, filoimperiale. I glottologi sostengono che era di Firenze, ma non è certo. Rivela una profonda simpatia per il mondo cavalleresco, sentito soprattutto come magnanimità, saggezza, gentilezza, liberalità, signorile e composto decoro. Ci sono novelle di pieno abbandono fantastico.
Qui conta come Narcis s’innamorò dell’ombra sua La favola è tratta dalle Metamorfosi di Ovidio. L’autore crea la dolcezza di incanto e di desiderio attraverso la concentrazione del racconto con poche, scarne parole. La povertà sintattica e le ripetizioni realizzano un alto valore espressivo, poiché tolgono la vicenda dalla logica consueta e la immergono in un’atmosfera di pura favola. Il tempo di primavera fa da sfondo alla trasformazione finale di Narciso, ad opera del dio d’amore: lo tramuta in un nobilissimo mandorlo, il primo albero a fiorire e a ricordare fra gli uomini la stagione dell’amore.
Qui conta una bella novella d’amore La vicenda trascolora dalla tristezza iniziale dell’amante non corrisposto all’avventura, alla tenera gioia dell’amore fortunato. Il racconto ha carattere lirico più che narrativo: è svolto secondo lo stile del Novellino, per accenni rapidi, seguendo le fila essenziali della trama, con una linearità che qui è eccessiva.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
7. Dante Alighieri: vita, opere e sintesi del Medioevo
Quadro del capitolo. Dante rappresenta il punto di massima sintesi della civiltà medievale italiana. Nella sua opera convergono teologia, filosofia, politica, esperienza personale e sperimentazione linguistica. La Commedia trasforma il viaggio ultraterreno in una lettura complessiva dell’uomo e della storia, mentre le opere minori documentano la costruzione progressiva del suo progetto culturale.
Nuclei fondamentali: vita e formazione • Vita nova • Convivio • De vulgari eloquentia • Monarchia • Divina Commedia: struttura, viaggio, allegoria e lingua
Fa risorgere la grande poesia dell’Occidente dopo Virgilio, sostiene Auerbach. È uno dei massimi poeti dell’umanità, perché un millennio della nostra cultura trova in lui la sua massima sintesi estetica. La Divina Commedia offre il giudizio globale sul mondo ed è oggetto di innumerevoli studi e saggi. Dante realizza il connotato fondamentale su cui si basa la definizione di classico: è l’autore che vive nella pienezza dei tempi, fedele alle strutture ideologiche della sua epoca, ma capace di far confluire una civiltà passata in un’opera che presagisce il futuro, che sa comunicare ai posteri.
Anche Eliot è un classico: Eliot e Dante sono i due massimi poeti dell’umanità. Eliot muore nel 1965 e Dante nasce a Firenze nel 1265. È un animo aristocratico, che individua nell’etica borghese dell’utile, del guadagno, del successo la causa della catastrofe del Medioevo e dell’insorgenza di orgoglio e arroganza. A Firenze la piccola aristocrazia è esclusa dal governo, quindi è necessario vivere del proprio lavoro. I centri culturali seguono due scuole filosofiche, due modi di interpretare il Cattolicesimo: il misticismo di San Bonaventura e di San Francesco – credo ut intellegam – e il razionalismo dei Domenicani.
Dante non rifiuta né l’una né l’altra, né il cuore né l’intelletto. La sua cultura è enciclopedica, spazia dal latino alla scienza. Conosce il provenzale e sa usarlo per poetare; legge romanzi cavallereschi; conosce il siciliano, anche Cielo d’Alcamo; è amico di Guinizzelli e di Cavalcanti. La sua adolescenza è segnata dall’amore per Beatrice. Giunto a 30-35 anni, morta Beatrice, si ritrova “per una selva oscura”: c’è il buio del dubbio, che coinvolge anche la vita politica del Comune fiorentino in cui è inserito. Nascono due fazioni, i Guelfi bianchi, ex Ghibellini, cui appartiene Dante; i Guelfi neri all’opposizione. Firenze ormai deve essere città faziosamente guelfa, fedele a Papa Bonifacio VIII, alleato degli Angioini. Dante, anche se cerca di rimanere super partes, non convince: è l’uomo dell’essere che non si identifica nella società dell’avere, mitizza gli ideali già tramontati come quello imperiale. È processato in contumacia e condannato all’esilio. Vive il dolore, la sofferenza dell’allontanamento dalla sua amata Firenze, matura la consapevolezza dell’ingiustizia, che gli dà la coscienza di classe: come dice Momigliano, senza esilio non ci sarebbe stata la Divina Commedia, quale ci ha lasciato. Si rende conto che il giusto è perseguitato in quella società e il Cristianesimo rischia di fallire storicamente, come previsto da Gioacchino da Fiore. Deve agire: rifiuta di chiedere perdono al Papa, perde tutti i suoi beni, non rivede più i figli, gli amici, passa di corte in corte, scopre quanto è duro mangiare pane che sa di sale, perché appartiene agli altri. È un’umiliazione ma non si compatisce.
Soffre le pene dell’Inferno, ma poi “alza le vele la nave del mio ingegno per correr miglior acque”: è l’ingresso al Purgatorio, fiducioso, pieno di speranza, sino a raggiungere la meta desiderata. Negli ultimi anni è ospite degli Scaligeri, di Can Grande della Scala, a Verona, poi di Guido da Polenta a Ravenna, dove muore ed è sepolto nel 1321. Firenze lo richiede e fa erigere un monumento funebre in Santa Croce, vicino a Machiavelli, Michelangelo. Ma resta vuoto. Dante inventa la terzina, usa rime mai tentate prima, parole mai immesse, parla di teologia, materia prima trattata dai dotti in latino.
Tale scelta ha ragioni ideologiche: ha in sé il numero 3, specchio di Dio, della Trinità. È poeta sintetico; se fosse analitico, discorsivo, non userebbe la terzina, ma l’ottava, come avviene con l’Orlando Innamorato, l’Orlando Furioso, la Gerusalemme Liberata. La libertà dell’artista, inizialmente, è infinita, poi si riduce sempre più e deve fare scelte coerenti con il tessuto generale: deve quindi avere l’abilità tecnica dell’artigiano del verso. Scrive un poema che ha referenti nuovi rispetto alla tradizione precedente: inventa il messaggio, quindi anche il destinatario.
Se la Vita Nuova è rivolta agli intellettuali, la Monarchia alla classe politica, la Divina Commedia è per tutti, per l’umanità, per la prima volta è opera totale, sulla nostra vita. Si inventa il pubblico, scrive per un tutti che nel 1300 non esiste e il risultato è inaudito. La critica dantesca inizia nel Trecento con Boccaccio, per continuare ai giorni nostri e certamente in futuro. Boccaccio è il primo a dedicare tempo a scrivere sull’opera di un altro. Vuole commentare tutti i canti, la morte gli impedisce di completare il progetto, ma la sua opera resta significativa. Sa che tanti sono gli analfabeti e, senza banalizzare la serietà degli argomenti, vuole dare Dante a tutti.
Legge i commenti in chiesa e poi ai Fiorentini, che partecipano in massa. Inserisce la Divina Commedia in un dibattito culturale italiano. Il testo è sentito difficile all’epoca come pure da critiche posteriori, per questo richiede un commento. È in realtà un’opera complessa ed esige lettura e riflessione attente. Ma quando la difficoltà è voluta, diventa progetto, un antidoto contro la banalizzazione. Il poeta reagisce alla tendenza della superficialità che è nella vita. La vita, però, non è tanto semplice, riducibile ad uno spot pubblicitario, all’omogeneizzazione: il testo difficile vuole educarci meglio, renderci consapevoli della profondità e del valore autentico della vita.
Petrarca non ama Dante, probabilmente per invidia, perché è consapevole di quanto sia grande la sua opera ma non vi si riconosce ed è infastidito dal culto che, invece, ne ha Boccaccio. Sia l’Umanesimo che il Rinascimento dimostrano una totale incomprensione. Alla visione teocentrica, religiosa contrappongono un’ideologia antropocentrica, laica, che non ha più bisogno dell’allegoria per presentare la realtà per quello che è. Non piacciono i contenuti, ma neanche la forma. Dante è considerato un poeta per i borghesi, non per i professionisti della parola.
Bembo, esprimendo il suo gusto sulla lingua, addita come modelli Petrarca per la poesia, Boccaccio per la prosa. Definisce la Divina Commedia un campo di grano pieno di erbacce, quindi un testo rischioso: spesso il verso è rozzo, con parole di un realismo che fa pensare al linguaggio di un mozzo di stalla mentre striglia un cavallo. Il poeta non è un modello, e non è ritenuto un classico. Qualcuno, però, lo imita: Ariosto lo ama, ma non la cultura ufficiale. Quando Bembo compone il primo Vocabolario della Crusca, con voci di lingua corretta, espunge molte parole usate da Dante.
Il Romanticismo valorizza il pieno recupero del Medioevo come momento basilare della civiltà occidentale, e riconosce pienamente a Dante il ruolo di straordinario poeta. Nella critica emerge Auerbach; nelle arti figurative sono Délacroix, Dorè ad ispirarsi; Listz gli dedica un’ampia sinfonia; Wagner legge Dante per caricarsi.
Dante e la crisi del Medioevo: missione poetica e visione del mondo
Dante rifiuta il presente, il tramonto del Medioevo: l’esilio testimonia che è diverso, non si riconosce nella società borghese, auspica e anela a un futuro nuovo. La sua operazione culturale per salvare il mondo e sé stesso mira a salvare il presente, riconducendo a Dio la realtà con gli strumenti del Medioevo. Le opere minori sono tentativi parziali di risacralizzare la cultura, sempre più laica e profana; la vita politica attiva, ora gioco di potenti. È la preparazione alla Divina Commedia, dove cerca di risacralizzare tutta la vita, la totalità cosmica.
Le Rime. Sono poesie che attestano una complessa ricerca di contenuto e di forma: è un periodo di apprendistato, di formazione. C’è l’esperienza stilnovistica, ove l’amore è riconosciuto come fondamentale principio di nobiltà, cioè di perfezione spirituale ed esistenziale dell’uomo – l’amore concepito da Guinizzelli su piano ottativo è trasformato da Dante su piano ontologico. Imita lo stile della poesia comico-realistica: la tenzone con Forese Donati – fratello di Corso Donati, nemico di Dante – ne è una violenta deformazione caricaturale.
Sperimenta le rime filosofiche, concettuali e morali. Le rime petrose sono dedicate a una donna, Pietra, insensibile come pietra, che disprezza il suo amore. Abbandonato il tono stilnovistico, Dante è a una nuova ricerca contenutistica e formale. Il nuovo tema è l’amore passionale, aspro, sconvolgente, ispirato al modello di un poeta provenzale, Arnaldo Daniello. Richiede quindi un linguaggio adeguato, difficile, intenso e, a volte, brutale, che prevede l’uso di metri ardui e complicati. La Vita Nuova. Sono rime giovanili scritte quando il poeta è ancora a Firenze, collegate da capitoli in prosa che le commentano e le spiegano biograficamente e concettualmente. La vicenda raccontata è fondamentale nella sua vita: l’amore per Beatrice.
Il titolo può significare sia diario di giovinezza che vita rinnovata, cambiata dall’amore per Beatrice. Sorge il problema: è un’opera realistica o di fantasia? Se nuova corrisponde a giovanile, allora è tutto reale, ma è anche vero che il fatto ha colpito profondamente il sentimento, la fantasia di Dante. È un libro di memorie, quindi legato a vicende e persone vere, ma il poeta opera una traslazione del fatto sul piano metafisico: Beatrice è colei che salva, è figura messianica, simbolo di Cristo. C’è una numerologia mistica. La incontra a 9 anni per la prima volta e ne ritrae un’impressione indelebile; la rivede dopo 9 anni ed ella lo saluta soavemente: questo incontro è la piena rivelazione dell’amore che egli portava ancora indefinito nell’animo. Il numero 9 = 3x3, numero simbolico.
Dante sogna la sua morte: il cielo si oscura e manifesta gli stessi segni verificatisi alla morte di Cristo. C’è la volontà di cercare significati trascendenti in quell’amore. È un sentimento che si sforza di tenere segreto perché rivelarlo sarebbe sconveniente, la metterebbe in imbarazzo; per questo cerca la donna dello schermo. Beatrice non lo capisce e gli toglie il dolcissimo saluto. Dante è infelice, ma proprio attraverso la sofferenza il suo amore si rafforza e si sublima. Diventa esperienza beatificante, amore-virtù, che si traduce nella poesia.
L’amore di Dante, vissuto in segreto nella giovinezza, è simbolo di Dio e la Vita Nuova è il tentativo di cercare Dio nelle pieghe della vita. Il Convivio. Doveva essere un grande trattato filosofico, in 14 libri, ma ne scrive soltanto quattro. È un banchetto di scienza, che offre l’enciclopedia del suo sapere; è medioevale, noiosa, ma, comunque, grande. Vuole realizzare un’opera di divulgazione: è il primo libro di filosofia scritto in volgare, in fiorentino. Se la prosa di Vita Nuova è aurorale, romanzo, quella del Convivio è ragionativa, sillogistica, complessa: rivela la volontà di un apostolato della verità e della cultura come unico mezzo per rendere più umana la vita associata.
Altamente formativa e ispirazione di belle pagine è la tematica di fondo: il desiderio del sapere è naturale all’uomo, perché la perfezione della sua natura consiste nella piena esplicazione di quella capacità razionale che lo rende simile a Dio, donde la futura esaltazione della filosofia come uso amoroso di sapienza. La Monarchia. È un trattato politico, scritto in latino, perché diretto ai potenti della terra. È un momento di massima speranza per Dante: l’imperatore Arrigo VII scende in Italia e ravviva in lui l’ideale dell’impero universale.
I° Libro. Soltanto un unico imperatore, mediante la giustizia, può garantire all’uomo la pace e la libertà, così da consentirgli lo svolgimento pieno delle qualità spirituali, meta suprema del vivere terreno e premessa indispensabile alla beatitudine celeste. Impero universale non significa assorbimento di tutti gli stati nazionali in uno solo: compito dell’imperatore è vincere le tendenze sopraffattrici, nate dalla cupidigia, mediante una legge comune, da lui fissata secondo la dottrina dei filosofi. II° Libro. Dante affronta il problema più importante e attuale per il Medioevo e per i suoi tempi: il rapporto tra le due autorità supreme, le due guide volute da Dio, l’imperatore e il Pontefice.
Afferma che entrambe derivano direttamente da Dio, quindi sono distinte e autonome. Se duplice è la natura dell’uomo – corpo e anima – pure duplice è il suo fine – la felicità terrena e quella celeste. Ciascuna delle due guide deve condurre l’uomo alla perfezione nella propria sfera. Il nostro destino terreno, però, è legato a quello ultraterreno, così le due guide sono complementari. L’uomo, qualora sia ricondotto dall’imperatore alla concordia e alla libertà, è meglio disposto ad accogliere il magistero del Papa.
E non è vera la tesi dei Curialisti, che Pietro detiene sia il potere spirituale che quello temporale. Adducono come prova storica il documento con cui Costantino avrebbe donato l’Occidente al Papa. È un falso storico, dimostrato da Lorenzo Valla, perché il latino usato non è quello del IV secolo. Ancora, l’imperatore non può donare le terre dell’impero, perché non sono suo possesso, sono res nullius. De Vulgari Eloquentia. È un trattato sull’arte dello scrivere in lingua volgare. La lingua è il latino, perché destinatari sono gli intellettuali. La finalità è ricondurre a Dio l’amore per la lingua.
Distingue la lingua volgare, che impariamo senza norme, imitando la nutrice, dalla grammatica, il linguaggio letterario, il latino fissato dai dotti, che si apprende con lo studio ed è governato dall’arte. Il più nobile è il volgare, perché più naturale. In origine era comune a tutti gli uomini ed era la lingua ebraica, la lingua che Dio parla. All’epoca della Torre di Babele c’è la confusione del linguaggio. Nascono gerghi specifici, diversi, legati alle differenti attività lavorative. In Europa si distinguono tre lingue: il greco, ad oriente; il germanico, nell’Europa settentrionale; nell’Europa meridionale il latino, che a sua volta si divide in lingua d’oc (provenzale), lingua d’oil, (francese), lingua del sì (italiano).
In Italia si distinguono quattordici dialetti: nessuno, però, può assurgere a lingua letteraria volgare. Dante vagheggia il volgare illustre, un linguaggio che esprima l’italianità della nazione, usato nelle più alte espressioni di cultura e d’arte. Il volgare è illustre perché racchiude lo splendore dell’arte; cardinale, perché cardine su cui si fondano i volgari municipali; aulico, perché, se noi avessimo una corte, sarebbe l’unico degno di essere parlato lì; curiale, perché esprime la norma ben ponderata dell’agire umano secondo ragione e legge, quale si attua nella Curia o corte, che rappresenta il centro culturale, quindi l’anima della nazione.
Se ora in Italia manca una corte unificata da un sovrano principe, vi sono però le sue membra, unificate dal dono divino, che è la luce della ragione. Sono gli Italiani forniti d’ingegno e di scienza ad essere gli animatori di una comune cultura e spiritualità.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
PARTE II — TRECENTO, UMANESIMO E RINASCIMENTO
8. Francesco Petrarca e la nascita dell’io moderno
Quadro del capitolo. Petrarca segna una frattura decisiva rispetto alla compattezza del mondo dantesco. La ricerca si sposta dall’ordine universale all’interiorità individuale, vissuta come dissidio tra aspirazione religiosa, desiderio terreno e bisogno di gloria. Il Canzoniere costruisce un modello lirico destinato a esercitare un’influenza secolare.
Nuclei fondamentali: vita e figura dell’intellettuale • classicismo e filologia • dissidio interiore • Canzoniere • Laura, memoria e tempo • Secretum e opere latine
È il primo vero classico della letteratura italiana, appassionato cultore degli antichi scrittori latini: Virgilio, Cicerone, Seneca, Livio. Per molti autori Petrarca è esempio stilistico, concettuale e formale, dà vita ad una scuola di gusto per ispirazione e per versificazione. Insegna a fare una letteratura decorosissima. Il suo atteggiamento è colto e classicistico e il linguaggio è elitario: sceglie la parola secondo il suo gusto musicale e latineggiante – brando, speme, aura. Nutre un vero culto per le lettere, che sente come scopo fondamentale della vita: per lui il poeta è un mito e la sua attività è la più elevata. Ritiratosi nel suo ultimo rifugio, la casa di Arquà, morirà serenamente leggendo Cicerone: il suo è un passaggio dal sapere alla morte.
Nasce ad Arezzo nel 1304 da famiglia fiorentina esiliata da Firenze perché il padre, notaio, è guelfo di parte bianca (come Dante). Si spostano poi ad Avignone, dove il padre trova occupazione presso la corte pontificia, che da Roma si è trasferita là in ossequio al re di Francia. Per volontà paterna, studia legge, la facoltà colta per eccellenza e va a Bologna: non è la sua passione, sarà uno dei tanti avvocati falliti della letteratura italiana. Comunque, si arricchisce di una cultura sterminata, non enciclopedica però, perché la sua tendenza è selettiva: non ama la Scolastica, non ama San Tommaso, il pensiero scientifico, a differenza di Dante.
Dante vive la realtà politica di Firenze mentre Petrarca nasce in esilio e non può sentirsi legato alla piccola patria fiorentina. Petrarca sogna una nazione italiana autonoma, non più parte dell’Impero universale di Dante, ma nobile continuatrice della Roma repubblicana. Dante ha un vigore interiore che non è di Petrarca, insicuro e ambizioso; Dante esprime la sintesi della cultura e della mentalità medioevale, mentre Petrarca anticipa la concezione umanistica della vita che si affermerà nel secolo seguente e preannuncia il dramma dell’uomo moderno, fra lo smarrimento della certezza religiosa e la ricerca della piena giustificazione della propria vicenda terrena.
Petrarca è alla ricerca di un equilibrio spirituale sempre sfuggente: Valchiusa, in Provenza, poi Selvapiana e Arquà in Italia sono le tappe del suo ideale pellegrinaggio. Vive in un dissidio che non riesce a comporre stabilmente: fra gli ideali della vita cristiana e quelli dell’amore sensuale tormentoso e impossibile per Laura, già sposata; il desiderio di onori; la brama di gloria, realizzata dalla corona poetica di alloro di cui è insignito sul Campidoglio a Roma, città da lui preferita a Parigi per ragioni culturali; l’ardore della passione di cui sono frutto anche due figli illegittimi.
Il bisogno di conoscere cose nuove, l’amore vitale per la cultura lo porta a viaggiare in Francia, nelle Fiandre, in Germania, alla scoperta di codici antichi; alla familiarità con potenti prelati, intellettuali, signori, la cui protezione gli garantisce rendite, onori, incarichi di rappresentanza nelle ambascerie. Secondo Hauser, Petrarca gode di altissimo prestigio sociale come intellettuale di fama europea. Non conosce l’esilio e la povertà di Dante. Passa da una corte all’altra riverito e onorato, senza obblighi gravosi, mantenendo una propria indipendenza e una dimora privata dove può studiare e scrivere, e conferendo lustro ai principi per la sua saggezza di uomo di grande cultura.
È ben lontano dall’immagine dello scrittore dell’età comunale, implicato nella vita politica cittadina e portato a rifletterla nella sua opera. Anticipa la figura del letterato dell’età umanisticorinascimentale, considerato come testimone e coscienza dei valori umani più alti senza una reale partecipazione alla vita politica.
La sua fama ha inizio nei circoli umanistici, dove matura l’intenzione di approfondire sistematicamente lo studio degli antichi, che gli appaiono maestri di vita e di stile, da emulare nella loro stessa lingua perfetta, il latino, sia in prosa che in poesia. A parte il Canzoniere e i Trionfi, scritti in volgare, sceglie per la sua produzione il latino dei classici, non quello medioevale della Scolastica e di Dante: Africa, poema epico dedicato alla glorificazione di Scipione l’Africano; De viris illustribus, biografia dei grandi; Epistulae; Secretum; De vita solitaria.
È uno scrittore bilingue e chi vuole vedere nel suo latino una lingua morta, Carlo Calcaterra spiega che è viva perché pensa in latino, è la lingua della sua interiorità, non del vocabolario. Quando sui codici appunta piccole cose a margine, lo fa in latino. Petrarchismo è l’influenza di Petrarca nella letteratura successiva. Petrarca è un intellettuale di fama europea, di grande prestigio. Muore avendo suscitato intertestualità, imitazione, come colui che ha semplificato e organizzato la tradizione poetica in un modello esemplare, imitabile.
Mentre la Divina Commedia è politematica e polistilistica, frutto non di semplificazione ma di assemblaggio della cultura precedente, l’opera di Petrarca è qualcosa di specialistico. Il tema è l’amore; il genere poetico è lirico, espresso nell’eleganza del sonetto; il linguaggio è proprio di un’arte aulica, dove la vita è tradotta in suono. È cultura per nobili, sono pochi a saper capire il sentimento che si fa musica. Petrarca è in linea con la storia: ora si passa dal comune alla signoria, forma neo-feudale; la borghesia diventa sempre più chiusa, aristocratica sino a pretendere, tramite il denaro, il titolo nobiliare. Società e cultura appartengono a pochi.
La Divina Commedia nasce e si giustifica nell’attesa di un rinnovamento con conseguente salvezza per tutti. Ora il Papato è ad Avignone; i comuni si stanno corrodendo in lotte intestine, con il passaggio alle Signorie, corpi individuali; crisi economiche e irrimediabile processo verso l’individualismo. A Petrarca, quindi, ciò che interessa è l’uomo con la sua interiorità. Lirismo, cultura dell’ego: in lui si sintetizza la crisi, la decadenza della civiltà medioevale. Con l’Umanesimo e il Rinascimento, l’imitazione di Petrarca è scontata. Bembo loda la sua “volgar lingua”: elegante, ricca di indicazioni grammaticali e sintattiche, tra cui l’uso del congiuntivo, quindi imitabile.
Nel Cinquecento i Petrarchisti sono ottimi imitatori. Molte donne possono poetare, tra cui Vittoria Colonna, Gaspara Stampa: basta saper assimilare i canzonieri petrarcheschi più belli. Si concepisce poesia come imitazione di modelli. Quando, nel Seicento, l’arte è originalità, anche Petrarca, come modello, entra in crisi. Non si mette in discussione la grandezza dell’artista, bensì l’opportunità di imitarlo. È Torquato Tasso il poeta congeniale al Seicento ed è lui a rinnovare Petrarca, ampliando il linguaggio con nuove parole ed espressioni.
Quando entra in crisi il barocco, con il suo caos e la sua creatività, si ritorna all’ordine, all’armonia, all’equilibrio, ad un razionalismo illuministico, a Petrarca. Il Romanticismo lo rivaluta, non come modello tecnico, ma come spirito di poesia. La poesia non è intesa come sfogo di sentimento – sarebbe diario, non comunicazione: perché la nostra vita diventi universale non deve cantare la passione, ma la memoria della passione. Poesia è il canto che serve a disacerbare il dolore, è passione redenta dalla memoria: questo è l’eterno messaggio, che Foscolo dice essere lasciato da Petrarca – non come modello, dunque, ma come attitudine psicologica.
Con la critica scientifica, metodologica, De Sanctis ridimensiona Petrarca: grandissimo artista tecnico, ma non poeta. Senza dubbio, lui sostiene, è superato da Dante, giacché la poesia è tanto più grande quanto più è impegnata e complessa psicologicamente. Petrarca, però, mantiene un dominio incontrastato anche attraverso le revisioni realizzate da Tasso, Leopardi, Carducci, Ungaretti. Mentre Dante nella Divina Commedia rispecchia i valori del Medioevo, nel Canzoniere, come in nessun’altra opera europea, c’è la risposta epocale alla crisi del Medioevo, con la nascita dell’Umanesimo.
Si sta sostituendo Dio con l’uomo, dalla verticalità si passa all’orizzontalità: l’io diventa metafora di crisi epocale. Se il poeta, come sostiene Lucas, è colui che legge l’oggi in prospettiva del domani, in Petrarca è presente la crisi spirituale che precorre l’Umanesimo. Petrarca e i suoi tempi. Socialmente il Trecento è il trionfo della società borghese, dell’etica borghese, di Marco Polo. L’Italia è la più evoluta e ricca d’Europa: in realtà ci sono i segnali di una lenta recessione. Molte banche falliscono, tra cui quella dei Bardi, ricca famiglia fiorentina. Mentre il Duecento è contrassegnato dal coraggio, nel Trecento si diffonde la paura, il denaro è in pericolo. Nel Quattrocento il borghese non investe più in nuovi traffici, ma in beni immobili: la terra è più sicura.
Umanesimo. È una rivoluzione della società, dove si dà dignità sociale alla professione dell’intellettuale, che riscopre il valore dei poeti antichi. È ancora una tendenza, ma l’antropocentrismo sta per sostituirsi al teocentrismo: c’è ancora il senso religioso, ma Dio non giustifica tutto. Petrarca scrive numerosissime lettere: non sono uno sfogo, un momento di abbandono; il controllo stilistico è basilare per nobilitare culturalmente la vicenda, per valorizzare la propria individualità, la sua grande cultura. Ne è chiara esemplificazione l’Ascensione al Monte Ventoso, presso Valchiusa, in Provenza: cita monti mitici della regione greca; Livio, che racconta come Annibale passò le Alpi con il suo esercito; costante l’amore del poeta per la patria bella e ricca di memorie di un passato glorioso. Non è romanticismo, ma memoria di passione filtrata dalla cultura, anche se talvolta appesantisce. L’interesse precipuo dell’Umanesimo è lo studio dell’uomo, in viaggio. Dante, nel suo pellegrinaggio è alla ricerca di Dio; Petrarca va per conoscere sé stesso. Se San Tommaso, ai vertici della Scolastica, la filosofia medioevale, vuole risolvere tutti i problemi, Sant’Agostino sostiene che non c’è scienza se non è scienza dell’uomo: si deve indagare sull’animo dell’uomo non centro dell’universo ma centro di cultura e storia. Ed è proprio Sant’Agostino ad illuminare Petrarca, per superare le barriere della sua ammirazione esclusiva per l’antichità e realizzare il desiderio di conciliare la cultura classica con la cristiana.
Mentre Dante ha una visione unitaria di salvezza ecclesiale, Petrarca nel De vita solitaria giunge ad una religiosità nuova, più moderna, che coltiva lo spirito ed educa alla formazione dell’io. Nella solitudine, concepita come un aristocratico appartarsi dal mondo per meditare e studiare, trova un punto di incontro tra la saggezza pagana e la spiritualità cristiana. Italia mia, benché il parlar sia indarno. La canzone rivela il suo impegno di intellettuale in politica. Per Dante il mito politico è l’impero, per Petrarca è la pace, perché soltanto in essa l’uomo può coltivare sé stesso. La pace, quindi, è il valore politico, ma umano, individuale. Ha una visione moderna, acuta: non si rivolge né al Papa, né all’imperatore, ma ai Signori d’Italia.
È un messaggio conativo, riscaldato da un affetto sincero. Li esorta a cessare le lotte fratricide che straziano la patria, per condurre le quali assoldano barbare milizie bavaresi che, oltre ad essere infide, devastano irreparabilmente l’Italia. Invoca la nobile stirpe latina a non farsi idolo di una vuota fama cui non corrisponde sostanza alcuna, a non credere al valore di questi barbari, che non ne hanno affatto. I principi sentano forte il dovere di difendere i loro popoli, che otterranno una rapida e certa vittoria, se stimolati a mettere in atto quell’antico valore latino che vive nei loro cuori.
L’Italia è, per Petrarca, la nazione regina, proprio perché figlia ed erede di Roma, continuatrice della sua civiltà. Petrarca parla di sé stesso, è l’unico protagonista della sua poesia, gli altri sono sue proiezioni. Lirismo, espressione del proprio sentimento, che, però, assurge a livello metafisico, a voce dell’umanità tramite la cultura, perché canta lo spirito e in quanto tale è di tutti. Petrarca, dunque, canta l’io, ma generalmente riesce a superarlo e canta la tragedia epocale. Dà inizio al lirismo moderno e scopre l’io dissociato. Il suo è un individualismo fiero: senso di autonomia a livello politico; senso di libertà, da godere in solitudine; sfrenato amore per la gloria, per il successo; a contrapporsi, la percezione che tutto è effimero, inutile, la vita mondana è caducità, illusione.
Dall’autoanalisi del dissidio emerge la poesia del dubbio che cerca di chiarificare, anche senza giungere alla Verità. Nel Secretum, Petrarca immagina di avere tre giornate di colloquio con Sant’Agostino, alla presenza di una fulgida figura di donna, la Verità. Emerge l’incapacità del poeta a rassegnarsi a sentire caduchi e inconsistenti l’amore, la bellezza, la gloria, la poesia proprio perché esprimono la nostra umanità più generosa. Li sente, sì, insidiati dal tempo e dalla morte, ma li ama come espressione di vita eletta. Sente nel suo cuore qualcosa di inappagato e soffre di un grande morbo spirituale – l’accidia. È noia, mancanza di volontà, di forza per perseguire gli ideali – veggio il bene e al peggior m’appiglio. Nasce dal sentimento della precarietà di tutti i valori umani, eppure ha in sé una sorta di amara dolcezza, che rende incapaci ad elevarsi ad una decisa scelta del bene. Il travagliato dibattito spirituale non si conclude per Petrarca con una chiara conciliazione tra umano e divino, bensì con l’accertamento della complessità dell’animo umano e della sua problematicità. Sant’Agostino gli ha insegnato che la verità è nell’intimo della coscienza e Petrarca ricerca, attraverso un continuo e difficile dialogo con sé stesso, la luce che sappia illuminare la sua vita, nella creazione, spesso ardua, sempre incompiuta, di valori più alti. Petrarca è, dunque, il fondatore della poesia moderna, capace, come estetica e poetica, di giungere al Novecento, ad Ungaretti.
Laura e Dio. Gli stilnovisti tendono a risolvere il dissidio tra amore terreno e amore divino riconducendo la donna a Dio, a livello ottativo come per Cavalcanti oppure ontologico come per Dante. Per Petrarca questo non è possibile: la caducità è la categoria della storia, dell’esistere, dove tutto è effimero, nell’ineluttabile cammino verso la morte. Laura vive nel tempo e, quando Laura muore, anche il mito dell’amore muore, ulteriore insegnamento che tutto è caduco. Resta, però, l’amore per la vita, l’istinto alla stabilità, a cercare qualcosa che blocchi il tempo, a trovare l’eterno nel tempo, l’infinito nel finito. L’amore per Laura è simbolo di transeunte, ma per raggiungere Dio bisogna trascendere il terreno: Petrarca non sa più farlo, quindi è impossibile la sintesi Laura-Dio. Trova però una soluzione al dissidio.
Se il Medioevo da terra si eleva al cielo, l’Umanesimo fa scendere Dio dal cielo sulla terra. Dio è la contraddizione della caducità e a Lui si deve l’intelligenza dell’uomo. La poesia, frutto di questo dono divino, non nega il caduco ma vi appone il sigillo dell’eterno. L’arte è dunque l’unico strumento a disposizione dell’uomo per dare stabilità alla caducità. Il dolore fa parte della vita, ed esiste per essere redento dall’arte. Se l’amore di Laura non può ascendere a Dio, nella misura in cui diventa poesia assolutizza Dio con una giustificazione che non è più etica, teologica, ma estetica. L’arte è l’unica attività umana che sacralizza la vita, può divinizzare l’umano: supremo modo per essere uomini è fare arte, inseguire la bellezza, che è virtù.
Vasari racconta che Tiziano sta dipingendo Carlo V, sul cui impero non tramonta mai il sole. Gli cade il pennello e l’imperatore lo raccoglie – gesto significativo. I Trionfi È l’unica opera in volgare, oltre al Canzoniere. È una visione simbolica del Poeta, scritta in terzine. Accanto all’influsso dantesco e di altri poemi allegorico-didascalici del Medioevo è evidente quello degli scrittori latini antichi, nelle cui opere Petrarca ritrova una saggezza esemplare, unita a un’arte eletta, superiore, a suo avviso, al volgare troppo comune e popolaresco che lui sente come difetto nella Divina Commedia.
È suddivisa in sei parti concatenate, tra cui significativo, in particolare, è il Trionfo della Morte. Laura riposa sul suo letto di morte, fra una schiera di donne gentili, che la piangono, poi ne esaltano la santa dipartita. Il demonio non osa tentarla e lei si spegne serenamente, senza strazio, simile a un lume cui manca alimento e si smorza lentamente, senza scosse. La nuova ed eterea bellezza di Laura fa apparire la sua morte come una trasfigurazione, uno schiudersi ad un mondo di luce, di purezza e di pace. La morte, manifestazione dolorosa della caducità, perde concretezza e diviene sublime nel canto del poeta. È la sublimazione della sua passione: come dice Foscolo, per Petrarca l’arte è calore di fiamma lontana.
Canzoniere Rerum vulgarium fragmenta: così Petrarca intitola la raccolta delle sue rime in volgare, ma anche Rime sparse o Canzoniere. Rivela la volontà del poeta di dare una traccia forte del proprio amore per Laura, in vita e in morte. Scritte in vari tempi, ad un certo momento vuole comporle in un complesso organico, ma in realtà non è importante: comunque siano messe hanno senso. L’unità profonda dell’opera è nel continuo fluttuare dell’anima del Poeta tra illusione e delusione, sogno e consapevolezza, nell’ansiosa ricerca della luce che giustifichi la vita: è espressione di uno spirito complesso, moderno.
Il Canzoniere è un’opera aperta, ove ogni sonetto è realizzazione assoluta, senza legami con il precedente o il seguente. Dal punto di vista stilistico, Petrarca dà i canoni tecnici del sonetto, con nuovo sistema di rime e pause: lo rende classico e sarà modello nei secoli a venire. Come alto ingegnere della parola, Petrarca vuole le rime congruenti, che non siano unite soltanto dal suono (significante) ma anche a livello concettuale (significato): il poeta è creatore di fantasia, che deve essere controllata dalla ragione.
Ama la musica classica, con regole precise, non il jazz: ama le costruzioni ciceroniane; abbina la dolcezza dei suoni alla complessità sintattica, parole dolci in una controllatissima struttura classica. Sonetto I - Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono Il rapporto io-voi denota il suo distacco dalla massa: è l’intellettuale che si rivolge a chi può capirlo, perciò rende nitida e lucida la sua confessione interiore. Petrarca preannuncia la propria vicenda umana rappresentata nel Canzoniere: un alterno fluttuare di speranza e disinganno, un perdersi dell’anima dietro le false seduzioni del mondo, un errare che produce vergogna. È l’uomo senza reductio, più libero ma più inquieto, perché ha perso il senso di Dio-Verità assoluta e il Dio interiore si traduce in coscienza, rimorso, dissidio.
Sonetto XXXV – Solo e pensoso i più deserti campi Il poeta cerca la solitudine: è l’intellettuale incompreso dalla gente, perché è l’uomo-umanista in un mondo antico, che sta finendo. Evita il contatto con gli altri e cerca il dialogo con la natura, cui confida i suoi sentimenti, vagando fra i luoghi più deserti – riflesso dell’intima desolazione. Immerso in una meditazione che lo assorbe totalmente, cerca soltanto in sé stesso la consolazione delle proprie pene. Fugge ogni vestigio umano, perché non vuole che la gente si accorga della sua sofferenza d’amore.
Amore, però, vaga sempre con il Poeta, ragiona con lui “.,et io col lui”. La virgola in quella posizione assurda ha un significato importante: indica una pausa, un silenzio, a significare la consapevolezza che il suo tormento non ha fine, ma è capace di distruggere la solitudine, di riempire la vita. Sonetto LVII – Padre del ciel, dopo i perduti giorni È la preghiera che il Poeta rivolge a Dio affinché lo liberi dalla fiera passione con il lume della Sua grazia. Denuncia la sua accidia, l’incapacità di superare il sentimento, e lo fa in termini chiari, senza sbavature. È la nuova religiosità: Dio non è più universalistico, è ridimensionato a livello psicologico, è dentro il poeta e Lo prega, nello smarrimento per le proprie colpe La chiarezza d’introspezione, caratteristica della lirica petrarchesca, diventa confessione sincera del proprio peccato.
Petrarca indica la data in cui ha avuto inizio la sua vicenda: è un alibi, per dare l’impressione di realtà, ma non ha importanza. Ciò che il Poeta vuole è trattare la sua storia come mito, fuori dallo spazio e dal tempo: allora è poesia. Sonetto XC – Erano i capei d’oro a l’aura sparsi È il sonetto dell’innamoramento, momento cardine nella vita di Petrarca. Bello è l’inizio erano: dà il tono alla composizione. Tutto è proiettato al passato, c’è la rappresentazione della passione come memoria, la poetica contemplazione di Laura, la cui fisicità di bellezza trascolora nell’incanto della natura.
Fa emergere il dolore, l’amore come tormento: la ferita inferta dalla freccia scoccata dall’arco non può risanarsi, anche se la corda si è allentata. La piaga, però, cessa di esistere quando diventa immagine poetica: l’amore è giustificato non perché porta a Dio – donna angelicata – ma perché si redime nell’arte. Sonetto CXXVI – Chiare, fresche, e dolci acque Rievoca il luogo, in Provenza, dove Laura gli apparve coperta da una cascata di fiori: immagine magica, trasfigurata in emblema della bellezza del mondo, di una vita gioiosa e totale che non conosce tramonto.
Laura ora non c’è; il Poeta vede la tomba, si commuove, piange e chiede a Dio grazia: almeno il proprio corpo possa essere sepolto in quel luogo tanto caro. Concettualmente Petrarca è semplice, è monocorde, il messaggio non è ricco, ma la capacità di analisi crea una poesia di memoria, moderna. Non si tratta di memoria volontaria, frutto di coscienza: è inconscia e, come tale, aperta a stacchi imprevisti, passaggi improvvisi dal presente, al passato, al futuro. Come nei sogni, la descrizione è senza una logica consequenzialità.
Sonetto CLIX – In qual parte del ciel, in quale idea È un sonetto in lode di Madonna Laura: richiama la tradizione del dolce stil novo, ma in realtà è elegante espressione del classicismo di Petrarca, frutto dell’Umanesimo, il cui interesse precipuo è lo studio dell’uomo. Il Poeta si chiede da quale divina idea la natura abbia tratto il modello del viso mirabile di Laura, nel quale essa ha inteso mostrare la sua perfezione: chiaro è il riferimento alla filosofia di Platone, secondo cui le cose terrene sono copie delle idee, le realtà assolute che sono nell’Iperuranio. Laura non è angelo, ma ninfa delle fonti, dea delle selve – divinità mitologiche.
L’ultima immagine di Laura è imitazione di Orazio. Petrarca ricerca, studia i classici per sé stessi, ma poi si rende conto che non sono attuali, esaustivi per spiegare completamente l’uomo moderno. Nasce il dissidio: allora li storicizza per trovare la sintesi tra cultura classica e cultura cristiana, fra l’uomo classico e Dio. Orazio non è cristiano, è realistico: rappresenta la donna nella sua fisicità, dulce loquentem dulce ridentem, è l’amore di un giorno. Petrarca, grande poeta intertestuale, apporta una variazione minima ma fondamentale: Laura non solo dolce parla e dolce ride, dolce ella sospira. Il verbo sospirare non esiste in Orazio. Petrarca lo usa per definire l’atteggiamento psicologico, interiore, l’anima, lo spirito di Laura, e l’amore per lei è per sempre.
Sonetto CCLXXIX – Se lamentar augelli, o verdi fronde Il sonetto è concepito nella solitudine di Valchiusa, piena di dolci ricordi: Laura è morta, ma è viva e presente nel ricordo, nella sua interiorità. Come per incanto è evocata dal paesaggio dove la vide e la sognò: le fronde verdi, le onde scintillanti, la riva fiorita e fresca. Laura ora gli parla di vita: quando era viva, per il Poeta era oggetto di tentazione, di passione tormentosa; ora non più, il dissidio è superato. Non c’è la trascendenza in Dio, ma c’è l’immanenza, la redenzione nella poesia: Laura è possesso del Poeta.
Sonetto CCCX – Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena Petrarca non mette in relazione l’io, il suo stato d’animo e il paesaggio. È un paesaggio di campagna, poetico, stilizzato. Ritorna Zefiro, il vento che, con la primavera, riconduce il bel tempo, il canto della rondine – la mitologica Progne – e quello dell’usignolo – la Filomena del mito classico – fiori candidi e vermigli, erbe rinnovate. Nel suo famoso canto Il sabato del villaggio, Leopardi coglie fiori dai giardini di Petrarca.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
9. Giovanni Boccaccio e il Decameron
Quadro del capitolo. Boccaccio porta al centro della letteratura la varietà concreta della vita sociale. Il Decameron osserva desideri, intelligenza, fortuna, denaro e conflitti senza ricondurli a un unico schema morale. La prosa diventa uno strumento flessibile capace di rappresentare il mondo borghese e cittadino nella sua complessità.
Nuclei fondamentali: vita e ambienti culturali • fase cortese e mercantile • Decameron: cornice e struttura • fortuna, ingegno, amore e società • realismo e pluralità dei registri • Boccaccio umanista
Boccaccio non ha l’importanza storica di Dante e di Petrarca, ma la sua influenza è basilare tra i prosatori. Non si sa con esattezza quando e dove nasca, probabilmente nel 1313 a Cataldo, tra Empoli e Siena, a 30 chilometri da Firenze. Figlio illegittimo, certamente è vissuto in quel paese, dove è anche sepolto. Suo padre, mercante a Firenze, lo invia giovinetto a Napoli a far pratica mercantile e bancaria. La città, grande emporio economico, è governata dagli Angioini, dopo la disfatta di Manfredi nella battaglia di Benevento, nel 1266. Qui Boccaccio vive gli anni più belli della sua vita, a contatto con il mondo cortese e cavalleresco, ancora ben vivo alla fastosa corte angioina, e con il mondo variegato di popolani, mercanti e avventurieri dei più diversi paesi del Mediterraneo.
Lavora in una succursale della Banca dei Bardi e frequenta l’alta società, le allegre brigate fra feste cittadine e ozi spensierati nelle campagne vicine alla città. Non ha però la vocazione mercantile. Per volere del padre, studia diritto canonico, ma poco e male. Avidamente si getta sui libri dei poeti: è un’educazione da autodidatta, ma sorretta da un intenso entusiasmo per la poesia che lo spinge a leggere i classici latini, la letteratura medioevale italiana e francese, a scrivere alcuni poemi cavallereschi e parte delle Rime.
Intensa è la vita sentimentale: l’amore giovanile più forte lo lega a Maria dei Conti d’Aquino, sposata a un nobile della corte. La celebra in prosa e in versi, fino alla Fiammetta del Decameron. Quell’amore si conclude con l’abbandono da parte della volubile signora. Nel 1340 deve tornare a Firenze, dove il padre ha subito un crollo economico a seguito del fallimento della Banca dei Bardi. Nel 1348 assiste alla terribile peste a Firenze e, dopo la morte del padre, amministra lo scarso patrimonio. Gode però di un posto ragguardevole in città per la sua fama di ingegno e di eloquenza, che gli procura onorevoli uffici e ambascerie. Rafforza il suo impegno letterario e dà forma definitiva al Decameron, ideologicamente borghese, non più cortese.
Durante uno dei suoi viaggi in Italia incontra Petrarca. Sono molto diversi, ma sono intelligenti e c’è intesa spirituale. Boccaccio ha maturato un culto vero e proprio per la poesia e le lettere classiche, persuaso che occupino una funzione insostituibile di civiltà. Petrarca è il glorioso maestro, come umilmente e affettuosamente lo chiama: lo ha persuaso a dirigere la mente verso le cose eterne lasciando da parte il diletto di quelle temporali. Il maestro lo tratta alla pari: hanno alcuni incontri, ma soprattutto un carteggio frequente che dura sino alla morte di Petrarca.
La profonda amicizia aiuta Boccaccio a risolvere serenamente una grave crisi religiosa. Ha trascorso la giovinezza in una corte gaudente, emancipata; la maturità in un ambiente mercantile, senza pregiudizi, moderno; ha lasciato in disparte Dio. Dopo cinquanta anni, insorgono dubbi, rimorsi, pentimenti, il progetto di bruciare, disconoscere il Decameron. Petrarca, in una lettera matura, assennata, difende l’opera: lo ammonisce che la professione di fede cristiana può armonicamente comporsi con la poesia e le lettere.
Negli ultimi anni, Boccaccio abbandona gli interessi cortesi, amorosi, borghesi, laici, concreti per dedicarsi all’attività culturale umanistica. Grande estimatore di Dante, vuole diffonderne il culto e far conoscere il profondo valore della Divina Commedia, commentandola pubblicamente in chiesa. Soltanto la morte gli impone di interrompere il progetto. Boccaccio è estroverso, piace al pubblico, ha successo non tra gli intellettuali, gli ecclesiastici, ma nella classe mercantile e imprenditoriale. Il Decameron non compare nelle biblioteche dei monasteri, ma in quelle appartenenti alle grandi famiglie fiorentine.
Nel Quattrocento, giunge alla cultura ufficiale; Chaucer, a Londra, imita Boccaccio nella sua raccolta di racconti scritta nel 1397-98 – The Canterbury Tales. A differenza di Petrarca, i cui destinatari sono sempre l’élite socio-culturale europea, in Boccaccio si distinguono tre fasi cui corrispondono tre diversi destinatari: cortesi; borghesi; nuova élite borghese. È quest’ultima a rappresentare il declino, il momento conclusivo della civiltà comunale con le sue problematiche e la tensione progressista. A loro vuole dare il frutto della sua attività altamente culturale realizzata nella terza fase, convinto che la nuova cultura possa essere forza liberatrice.
Boccaccio inventa il linguaggio di prosa italiana, prosa sillogistica, né filosofica né aristocratica. Secondo Bembo, il Decameron è testo classico di prosa, ne loda lo stile ma non i contenuti – novelle volgari, licenziose, erotiche. In realtà Boccaccio guarda l’uomo, lo coglie nella realtà del suo vivere terreno, con il disfrenarsi di istinti e passioni, con la sua intelligenza e capacità di dominio su sé stesso e sulle cose, le sue debolezze e la sua virtù – fatta di consapevolezza e di energia che si esplica nel ritmo dell’azione.
A volte il tono si fa commosso, quando vagheggia un ideale di nobili valori cavallereschi, a volte ironico e maliziosamente divertito, quando osserva i vizi umani e certa bassa commedia della vita: gli amori facili, le beffe che gli intelligenti fanno ai gonzi, i religiosi che cedono a istinti non buoni o ingannano la credulità delle folle ignoranti. Nasce l’erronea immagine di un Boccaccio cinico, amorale, che si compiace di una comicità grassa e volgare. In realtà, anche nelle novelle di carattere più spiccatamente erotico egli descrive con analisi attenta, con conoscenza psicologica, i pensieri e gli affetti che danno impulso alle azioni, e, sempre, il suo interesse non va al fatto bruto ma all’uomo.
Dice bene De Sanctis “se Dante ha scritto la Divina Commedia, Boccaccio ha dato vita alla Commedia Umana”. E Auerbach “Decameron è la più grande storia di realismo nella letteratura occidentale”. Non è facile analizzare il mondo, l’uomo per tutte le stagioni: la diagnosi fatta da Boccaccio è la più ampia possibile. Filocolo Boccaccio va a lezione di greco, anche se non lo impara bene, a differenza degli intellettuali rinascimentali – Poliziano, dodicenne, sa poetare in greco; altri conoscono quattro lingue, italiano, latino, greco, francese.
Filocolo, secondo Boccaccio, è composto da due parole greche che significano fatica d’amore. In realtà è un nome inventato. È un’opera in prosa, da una leggenda medioevale, scritta nel periodo napoletano: è la storia d’amore di Florio e Biancofiore, ricca di peripezie e avventure, secondo la tradizione cortese. Ninfale Fiesolano È un poemetto scritto durante il periodo fiorentino. Non è la classica storia d’amore. La tipologia umana è varia: il pastore Africo, che arde del suo giovanile amore; Mensola, la ninfa consacrata al culto di Diana e al voto di castità, dolce e ingenua, travolta dal turbine della passione per Africo, da cui ha un figlio, e per punizione trasformata in fiume da Diana; i vecchi genitori di Africo che educano il nipotino e non lo capiscono pienamente.
Il Poeta tende ad una concezione euforica e dinamica della vita, e privilegia la gioventù, che ritrae con limpida evidenza in un quadro borghese, di quotidianità. Teseida Poemetto in ottave, probabilmente l’ultima opera del periodo napoletano. Boccaccio vuole comporre un poema epico, sul grande modello dell’Eneide. La materia epica risulta, però, arida e fredda e il centro vivo è ancora un’esperienza amorosa. Teseo, re di Atene, è in guerra contro le Amazzoni e contro Tebe. Due prigionieri tebani, intimi amici, Arcita e Palemone, s’innamorano entrambi di Emilia, cognata di Teseo.
Si affrontano in duello: vince Arcita ma, in seguito, è vittima di una mortale caduta da cavallo e affida Emilia a Palemone. Fiammetta È la migliore opera in prosa, prima del Decameron, scritta durante il periodo fiorentino. La protagonista narra il suo amore per Panfilo; la tristezza del distacco, quando il giovane è richiamato a Firenze dal padre; la desolazione della solitudine fino a un tentativo di suicidio, quando sa del tradimento di Panfilo con un’altra donna. Il romanzo è autobiografico – la vicenda d’amore tra Maria d’Aquino e Boccaccio.
Lo scrittore, però, è riuscito ad osservarla con maggiore obiettività, libero ormai dalla passionalità delle opere precedenti, capace di una fine acuta analisi psicologica, anche se ancora inceppato da propositi di eleganza. Le opere minori rivelano la graduale maturazione di Boccaccio, nella ricerca di umanità e di stile, la cui sintesi si realizza nel Decameron. Per quanto riguarda i contenuti, sono presenti i grandi temi – amore, paesaggio, intelligenza, magnanimità – ma in modo così disorganico che è difficile stabilire la sua visione della vita, quale emerge dal Decameron.
Ci sono poi i limiti formali: il linguaggio è un cocktail, un’alternanza di popolare, comicorealistico, e di ricercato aulico, selettivo. Al contrario, nel Decameron, è il fiorentino parlato da classi colte, lingua viva senza parole libresche, in un periodare ciceroniano, di classicismo stilistico. Decameron Con il suo capolavoro Boccaccio realizza la tanto ricercata sintesi di umanità e di stile e fonda la prosa italiana. Come dice Salinari, il Decameron, insieme alla Divina Commedia e al Canzoniere, raggiunge l’apice della letteratura italiana.
Sono cento novelle, alle quali diede il titolo grecizzante di Decameron (dieci giornate), inserite in una cornice, importante perché rappresenta il loro filo conduttore. Al di là del fine estetico, la cornice ha un significato ideologico: Boccaccio rende esplicito il senso della sua opera, è autocoscienza, momento programmatico. Esprime, come in un vasto arazzo, il proprio atteggiamento nei confronti dello spettacolo multiforme della vita, e quell’ideale che si rifrange nelle trame dei suoi racconti. È un ideale di vita cortese, fondato sulla dignità dello spirito e il decoro dei modi, in un sereno, elegante vivere civile, dove il vizio non è condannato, ma soltanto analizzato, e la virtù è umana saggezza, fatta di consapevolezza, coerenza ed energia con cui affrontare l’esistenza.
Inizia con la connotazione di tempo e di luogo: 1348 – Firenze. La città è desolata dalla peste, dalla morte, ma non solo. Vive una realtà di riflusso, di crisi della borghesia, di decadenza e disfacimento dei valori dell’uomo. All’astrattezza simbolica della “selva oscura” di Dante, Boccaccio contrappone la realtà storica, con data e città precise. Il mondo sociale del Decameron è quello della borghesia, ma mai mitizzata. Boccaccio è consapevole di una crisi generale di valori, sotto la spinta delle trasformazioni economiche, politiche, sociali che investono la società del suo tempo, tanto da giustificare qualsiasi iniquità pur di conservare i privilegi.
Il Decameron è trionfo di realismo di vita contrapposto all’astrattezza di una cultura che ha cercato di andare contro natura, senza la consapevolezza che ogni cultura che insegni a negare gli istinti fallisce nell’educazione alla vita. Vuole individuare le grandi virtù con cui rifondare la civiltà, passare dalla morte alla vita. È la giovinezza, ingenua e pura, che può salvare il mondo senescente. Dieci giovani si trovano a pregare per sfuggire alla peste: sette donne sagge, di sangue nobile, belle di forme, di decoro e onestà – Pampinea, Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Neifile, Elissa – e tre uomini – Panfilo, Filostrato, Dioneo. Si ritirano in campagna, dove al paesaggio di morte della città si sostituisce quello cortese.
La donna non ha più i tratti angelici e indefiniti delle stilnoviste, né la soavità muta di Laura: è la creatura che impersona la bellezza e la grazia, vive con intensità i propri sentimenti e sa donarsi nella gioia d’amore. È primavera: uccelli che cantano; acque limpide; aure fresche. La brigata si ritrova in una deliziosa villa in collina ad organizzare e regolare la quotidiana vita comune. Per vivere quel tempo, scelgono di danzare, cantare e raccontarsi novelle – una per ciascuno ogni giorno, tranne il venerdì e la domenica, a ricordare morte e risurrezione di Gesù.
La peste è ormai un ricordo remoto. Inizia una vita idillica e serena, signorile e onesta. La natura invita alla gioia, a ritrovare la propria integra umanità nel calore cordiale di un’armonica convivenza. È questo lo sfondo ideale delle novelle: un mondo pervaso da un’ottimistica fiducia nell’uomo, da un equilibrio fra uomo e natura, fra spirito e sensi, individuo e società. Ci sono dei temi di vita fissi, ma c’è anche la libertà di raccontare novelle a piacere: all’interno della cornice ordinata, decorativa, si può inserire il disordine gotico della vita. L’ultima giornata sarà allietata dalla magnanimità di grandi feste.
Dall’Inferno della peste, della distruzione, si passa al Paradiso laico di giovinezza, amore, gioia di vivere: è un messaggio ottimistico, di speranza in anni tragici. Ser Ciappelletto La prima novella della prima giornata è introdotta da Panfilo con alcune considerazioni: le pene del vivere – la peste – richiedono il continuo aiuto di Dio, spesso invocato attraverso l’intercessione dei Santi, sulla cui autenticità non c’è, però, certezza. Può dunque accadere di credere santo uno che, invece, con ogni probabilità è dannato – Ser Ciappelletto.
Dio, comunque, guarda alla purezza di intenzioni di chi lo invoca, perciò ci si può rivolgere fiduciosamente a Lui. La morale della novella trova giustificazione nel contesto dell’opera: è un momento di liberazione da quelle concezioni che Boccaccio considera impedimenti all’osservazione realistica e comprensiva della vita e della complessa psicologia dell’uomo, suo fondamentale interesse di narratore. La morale, poi, non resta isolata. Cinque delle dieci novelle della prima giornata sono connesse con la pratica religiosa del tempo. C’è un Giudeo che, dopo aver visto, a Roma, la sfrenata corruzione del clero, si converte al Cristianesimo, convinto che deve essere altissima la santità di questa religione, se può continuare a vivere pur essendo così tradita; è ripudiata ogni forma di intolleranza religiosa in nome della purezza di cuore del credente (nov. 3 – Melchisedech e il Saladino); è satireggiato il cedere dei monaci ai peccati della carne nonostante il loro tuonare contro di essi dal pulpito; lo stesso vale per l’ipocrisia dei religiosi. L’azione di Ser Ciappelletto è emblematica di questo mondo dominato dalla legge economica, dalla sua logica fredda e spietata, dove anche la parola ha la forza dell’azione e può diventare merce di scambio. Ciappelletto, notaio abituato a fare atti notarili falsi, a suscitare ragioni di fiera discordia tra amici e parenti e a compiere omicidi su richiesta, si trova un giorno in cattive condizioni sia economiche che per quanto riguarda la sua reputazione sociale, irreparabilmente compromessa. Accetta di regolare affari sleali, ma, mentre è ospite di due fratelli usurai, si ammala gravemente. Per salvare la loro reputazione, decidono di far dare l’estrema unzione a quest’assassino che hanno in casa.
Chiamano un frate, troppo onesto e pio perché possa pensare all’abisso di cinismo e perversione di un uomo che è in punto di morte. Ciappelletto ricorre ad un linguaggio evangelico ed ecclesiastico; all’umile tono di chi si confessa pentito; alla confessione, tra le lacrime, di un vero peccato – l’aver offeso la mamma. Maestro di ipocrisia e falsità, riesce nella sua confessione sacrilega e blasfema, così da farsi ritenere santo e, dopo morto, essere considerato degno di culto religioso. Melchisedec e il Saladino Il colloquio tra il saggio ebreo e il Saladino, grande sovrano musulmano, rivela il culto di Boccaccio per l’intelligenza, la munificenza, la saggezza dell’uomo che conosce la vita e riesce a districarsi dalle sue complesse situazioni.
I due protagonisti emergono come ingegni fini e aristocratici, pieni di decoro e di affabile liberalità. Alla domanda insidiosa del Saladino – quale delle tre religioni sia quella verace, la giudaica o la saracina o la cristiana – Melchisedec dà una risposta che mette d’accordo entrambi. Le tre religioni vengono da Dio, quindi ugualmente degne di onore – onore che significa riconoscere il valore effettivo dell’uomo, delle cose belle ed eccellenti. Se l’intelligenza, il dinamismo sono valori precipui dell’uomo, c’è, però, la fortuna, il caso a fare opposizione e a determinare la lotta.
La storia, che per Dante è frutto dell’azione di Dio tramite l’uomo, per Boccaccio è il regno della fortuità, è caos, se non prevale l’intelligenza razionalizzata a trasformare il Caos in Logos. Andreuccio da Perugia Protagonista, come ha detto Croce, è il Caso, bizzarro e imprevedibile. Nell’arco di una notte durissima, Andreuccio vive un rito di iniziazione: l’adolescente ingenuo e rovinosamente disarmato di fronte alla vita passa ad un’intelligente consapevolezza che lo ridona all’azione, fino a conquistare il dominio sugli eventi, a ritrovare quell’astuzia, prontezza ed energia nell’affrontare le complesse situazioni del vivere che costituiscono virtù necessarie per Boccaccio.
Fondamentale per lo scrittore è anche l’ambientazione sociale: per questo predilige la città, in particolare Napoli e Firenze, che lui conosce bene. In questa novella la ricostruzione delle vie di Napoli fatta da Andreuccio ha una concretezza che appare fondata su precisi ricordi di Boccaccio. E la scelta di quell’ambiente pittoresco della malavita napoletana sa creare l’atmosfera di continui imprevisti e avventure voluti dal Caso. Tra i racconti d’amore tragico spicca l’amore infelice di Lisabetta, moglie di Guglielmo Rossiglione.
È una storia di ambiente feudale. Nell’ozio della vita al Castello, la donna si innamora di un compagno di caccia del marito. È un amore vero, un trasporto ricambiato. Il marito lo scopre, invita l’amico a caccia e lo uccide. Gli strappa il cuore, lo fa cucinare e lo dà a cena alla moglie che, tranquillamente inconscia, dice che è buono. A fine banchetto, quest’uomo feroce rivela la verità a Lisabetta: il suo amore non è passeggero, è un valore al di sopra della sua vita e non le resta che gettarsi dalla finestra. La diagnosi del tragico fatto è chiara: l’infamia di una società che non conosce i valori umani e, laddove sia giustificata una punizione, ricorre ad una feroce scorrettezza.
La felicità raggiunta dagli amanti dopo eventi straordinari è tema di due capolavori. Federigo degli Alberighi Boccaccio guarda con nostalgia un passato ancora dominato dal codice cortese: l’ideale di dignitosa compostezza, di signorilità, di civile decoro contrapposto alla dura realtà mercantile del presente. Federigo è l’emblema della vera cortesia, quella dell’anima. È uomo aristocratico, generoso, liberale, nutre un amore nobilissimo per Giovanna, bella e onesta, che lui cerca inutilmente di conquistare con l’eleganza e lo splendore di balli, feste, banchetti e gioia di donare.
L’abuso della liberalità e della munificenza lo porta alla povertà, per cui decide di ritirarsi nel suo podere di campagna: non può più vivere decorosamente in città e non vuole apparire spregevole agli occhi di colei che ama. Non chiede l’aiuto di nessuno e sopporta la miseria con grande dignità, vittorioso nella lotta contro la sfortuna. Gli rimane il falcone, a lui tanto caro, ultimo legame fra sé e il passato signorile: lo fa volare giornalmente, con grande diletto dell’unico figlio di Giovanna. Il giovinetto si ammala e la donna, vedova onesta nel suo signorile ritegno e madre autentica, conosce ciò che il figlio serba nel profondo del suo cuore – lui crede che guarirebbe subito se potesse avere il falcone di Federigo.
Giovanna, dopo tante esitazioni, con una compagna, fa visita a Federigo: vuole restare a desinare con lui per chiedergli in dono il falcone. Se l’amore di madre è capace di vincere la ritrosia della donna, la sincerità e la profondità dell’amore spingono l’uomo a sacrificare ciò che ha di più caro: cucina il falcone per la cena. Non è il sacrificio che avrebbe voluto Giovanna. Di qui l’estrema umiliazione di Federigo. Ma la dignità con cui sopporta il fallimento e la sua magnanimità spingono Giovanna a donargli il suo affetto: preferisce sposare un uomo povero ma veramente nobile come Federigo piuttosto che un uomo ricco come lei.
Divenuto così accorto amministratore dei beni di famiglia, Federigo termina con lei i suoi anni in letizia e ricchezza. Nastagio degli Onesti È chiaro esempio della capacità dell’uomo di dominare gli eventi. Petrarca ha un carattere contemplativo e il suo vocabolario è statico; Boccaccio rappresenta la realtà dell’uomo in azione, sempre pronto ad adattarsi, a proprio vantaggio, alle varie situazioni e, anche quando è sconfitto nel suo rapporto con il mondo, non si arrende. È l’uomo borghese che mira a trasformare il mondo credendo nel valore della sua intelligenza.
Nastagio è a Ravenna e si innamora di una giovane che disdegna il suo amore e lo fa soffrire a tal punto che pensa di suicidarsi. Consigliato dagli amici lascia Ravenna e va in pineta a meditare. Solo e pensoso, sembra un uomo petrarchesco. Ecco, all’improvviso, un tramestio e l’azione ha inizio. Assiste alla caccia infernale di un cavaliere, suicida per amore, il quale insegue la donna che fu verso di lui troppo crudele ed è condannata ad essere straziata. Nastagio è innamorato sì, ma vigile, consapevole che l’amore è sintesi di sentimento e di ragione. Lucidamente proteso alla conquista della sua donna, decide di farla assistere, insieme a tutti i parenti, all’orrendo spettacolo.
Ne consegue il matrimonio dei due e Nastagio rende maliziosamente noto che dopo quella visione le donne di Ravenna divennero più arrendevoli ai desideri dei loro amanti. Jacopo Passavanti, frate domenicano, è un bravo predicatore trecentesco, autore di un trattato dottrinale – Lo specchio di vera penitenza. Raccoglie le sue prediche, aneddoti e novelle tesi a dimostrare l’esigenza teologica della confessione e del pentimento. Durante la sua predicazione a Firenze, Boccaccio ascolta un suo celebre racconto – Il carbonaio di Niversa. È la leggenda della caccia infernale relativa agli amanti colpevoli che ritornano dopo morti sulla terra, per scontare orrendamente il peccato. La condanna è per il loro amore carnale. È scritta bene, ma rispecchia il mondo teocratico, ecclesiale del Medioevo. L’evento è rappresentato con concentrazione drammatica al fine di influenzare le coscienze: attraverso il pentimento, il tormento avrà un giorno fine, ma nulla toglie al suo orrore. Diversa è la trascrizione di Boccaccio: riconduce la vicenda alla vita quotidiana, persino mondana. Differente è l’idea della vita e dei rapporti umani: il peccato della donna è quello di non aver ceduto all’amore, è peccato la crudeltà in amore. L’intelligenza, la saggezza, il garbo, la liberalità possono innalzare ad un ideale aristocrazia dell’animo, che non è più prerogativa di pochi eletti, ma anche conquista di gente socialmente modesta. È quello che conta per Boccaccio più della nobiltà di sangue.
Cisti fornaio Bella è la ricostruzione dell’ambiente: pulito, ordinato, dominato dalla figura di Cisti, uomo che si è fatto da solo ed è ricchissimo, anche se la fortuna lo vuole in una posizione sociale modesta. A Firenze sono giunti due ambasciatori del Papa per cercare di mettere pace tra le due fazioni dei Guelfi Bianchi e Neri: sono ospiti di Messer Geri, che collabora con loro. Al mattino sono soliti passeggiare lungo l’Arno e Cisti, uomo d’azione e prontezza di spirito, si fa trovare davanti all’uscio di casa: su un tavolinetto prepara una bottiglia del suo buon vino, messo in una lucente secchia di acqua fresca; un orcetto, tipico manufatto di Bologna; bicchieri nitidi, che sembrano d’argento.
È un quadretto pieno di grazia, dove la pulizia esterna riflette l’intima lindura di Cisti, che con il farsetto e il grembiule bianchissimi suggerisce un’immagine di finezza e di eleganza adatte ai signori. Pensa che sarebbe grande cortesia invitarli a bere, ma la differenza di condizione sociale gli dà la consapevolezza che sarebbe gesto troppo familiare. Deve dunque agire in modo che siano loro ad invitarsi da soli. Si mette a centellinare saporitamente il suo vino così da destare in loro il desiderio. Riesce nel suo intento e Cisti ha la gioia di onorarli e di essere onorato quale valente uomo, come lo definisce Geri in modo affabile e cortese.
Il vino è apprezzato a tal punto che ogni mattina tornano insieme a gustarlo e, quando gli ambasciatori si apprestano a lasciare la città, Geri offre un magnifico banchetto, al quale invita i cittadini più onorevoli e tra questi Cisti: intelligente e fiero della condizione conquistata con “il proprio ingegno e industria umana”, vuole dignitosamente rimanere al suo posto. Frate Cipolla Il frate è astuto e ameno, dotato di una mirabile prontezza di spirito e di una eloquenza fatta di frasi ampollose e altisonanti, tali da suscitare stupore negli ignoranti Certaldesi. Racconta un castello di menzogne per raggiungere il suo scopo: la presentazione della reliquia, i miracolosi carboni di San Lorenzo, con cui traccia altrettanto miracolosi crocioni sul bianco abito della festa dei Certaldesi, affollatisi attorno a lui: è il simbolo della loro stoltezza.
C’è l’indubbia satira per il culto delle false reliquie diffuso nel Medioevo, per carpire la fede della gente più incolta. Boccaccio, però, pone in caricatura proprio i Certaldesi per la loro goffa credulità e si diverte di fronte all’improntitudine e alla furbizia del frate, che egli guarda con quella simpatia che prova verso le persone intelligenti, abili e piene di vitalità. Guido Cavalcanti Disegna con simpatia nostalgica la figura di Cavalcanti: appartiene ad un’età liberale e cortese che lo scrittore lamenta ora perduta, soffocata dalla cupidigia di denaro e dalla volgarità che ne consegue. Non solo la signorilità del tratto affascina Boccaccio, bensì la sua superiore cultura, la quale affina l’intelligenza e l’abilità di vanificare l’incomprensione della gente volgare con una sagace inconfutabile battuta di spirito.
Oltre al culto delle virtù cavalleresco-borghesi, lo scrittore esprime l’amore per la poesia e per la cultura come formatrici di una più elevata aristocrazia umana. Nella sua analisi della realtà, in contrasto con il cavaliere dell’ingegno e dell’industria umana, Boccaccio fa emergere la figura dello stupido che si crede intelligente ed è arrogante. Non lo giudica però, sono i fatti a dare il giudizio; lo osserva con il suo sorriso, libero da pregiudizi, capace di attenuare anche la negatività dei non-valori dell’uomo.
Calandrino e l’elitropia Figura emblematica è Calandrino, protagonista di novelle dove si parla di beffe, di burlatori e di burlati. Stolidità, piena fiducia in sé stesso, ingordigia, avarizia, cupidigia, una vaga astuzia animalesca rafforzano il suo egoistico sfrenato desiderio di ricchezza, di dominio e di potenza: sono oggetto di beffe feroci da parte di amici sornioni e burloni. Maso si tuffa in un discorso indiavolato, un’arruffata girandola di trovate per frastornare la testa di Calandrino: esiste il paese di Bengodi, dove trovare l’elitropia, pietra dalle virtù magiche, capace di rendere invisibili. Preda di un’agitazione febbrile per l’impazienza di coronare il suo sogno, svela il segreto ai due amici Bruno e Buffalmacco, che fingono la loro piena adesione. Calandrino crede di aver trovato la pietra per primo e di essere divenuto invisibile. Così ne raccoglie in quantità e, nella sua cupidigia e idiozia, non vuole svelarlo ai compari: si beffano di lui colpendolo a sassate, che sopporta soffrendo eroicamente in silenzio. Giunto finalmente a casa, la moglie lo saluta con una battuta sarcastica, chiara espressione che chi comanda non è Calandrino: la ritiene rea di aver rotto l’incantesimo della pietra, quindi merita il suo scoppio di furore e di violenza. Alla fine, è ancora lui, povero gonzo, ad essere gabbato: gli amici gli rimproverano di non aver rivelato loro il ritrovamento dell’elitropia.
Boccaccio rivela una volontà sinfonica nell’alternanza di giornate frizzanti, scoppiettanti, umoristiche e un po’ sboccate ad altre dal ritmo lento, serio, fino al grande adagio, al tempo maestoso dell’ultima giornata. Protagonista è la cortesia, come liberalità e magnanimità, dell’animo e delle azioni: il Decameron termina nel Paradiso terrestre. Griselda dà prova di magnificenza con il suo amore, che è pazienza, fedeltà, obbedienza e venerazione assolute nei confronti del marito. Ghino di Tacco e l’abate di Clignì Sono intimamente congiunti sul comune culto della signorilità, che Boccaccio crede si possa trovare in chiunque.
Ghino, gentiluomo senese, ricordato da Dante nel Purgatorio, è dipinto da Boccaccio come bandito di strada, tra Lazio e Toscana, ma celebre per la sua liberalità. L’abate di Clignì, colto e ricchissimo, con il permesso di Papa Bonifacio VIII, lascia Roma per recarsi ai bagni di Siena, a curare i suoi problemi di stomaco. Parte con grandissima pompa di bagagli, cavalli e servitù, ma Ghino li sorprende e li fa prigionieri. Sono trattati con cortesia, ma l’abate, adirato e sdegnato, ha un atteggiamento arrogante. Ghino vuole educarlo all’umiltà e guarirlo con una dieta opportuna: una tovaglia bianchissima, pane abbrustolito e vino pregiato.
Rimessosi in perfetta salute, l’abate ora vuole tornare libero: Ghino confessa che, da uomo gentile, cacciato da casa e ridotto in povertà, è diventato un brigante e nemico della corte di Roma non per malvagità, ma per poter difendere la propria condizione di nobile. Ritiene l’abate valente signore ed è pronto a lasciarlo libero, portando con sé una parte o anche tutto ciò che possiede. L’abate riconosce nel suo ospite un autentico gentiluomo e gli lascia quasi tutto il suo, dispiaciuto che il capriccio della fortuna lo costringa ad un mestiere così biasimevole.
Tornato a Roma, chiede al Papa di rendere grazia a Ghino. Bonifacio VIII lo chiama alla sua corte, in breve ne riconosce il valore e gli dona una grande prioria dell’Ordine degli Spedalieri di San Giovanni di Gerusalemme, di cui diventa Cavaliere. Lo Stile. Boccaccio è alla ricerca di una coscienza nuova che consenta di fondare una cultura nuova e nuovi rapporti nella società. Non è più orientato verso la trascendenza e i grandi problemi morali e religiosi di Dante, ma verso lo studio dell’uomo, che analizza nella gamma complessa dei suoi modi di sentire e di agire.
L’analisi dei personaggi in una concreta dimensione psicologica, storica e sociale trova la sua giusta espressione in una prosa dal ritmo lento, ampio, musicale, ipotattico, come dice De Sanctis: servendosi del classico fiorentino colto ama indugiare su particolari, situazioni secondarie, figure minori, non sfronda, e dal punto di vista sintattico predilige il periodo latineggiante. Il suo stile non è umorale, emozionale, ma riflette il distacco nell’osservare senza pregiudizi e senza dare giudizi: darà tono solenne alla prosa italiana.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
10. Umanesimo: antropocentrismo, filologia e nuova figura dell’intellettuale
Quadro del capitolo. L’Umanesimo ridefinisce il rapporto tra uomo, storia e cultura. I classici non vengono più letti soltanto attraverso l’allegoria cristiana, ma ricostruiti nel loro contesto storico e linguistico. La filologia e gli studia humanitatis fondano una nuova idea di formazione e una nuova dignità sociale dell’intellettuale.
Nuclei fondamentali: antropocentrismo • studia humanitatis • riscoperta dei classici • filologia • corti e mecenatismo • Angelo Poliziano
Appartengono ai secoli XV e XVI, e questa età segna il trionfo di una concezione laica e mondana del vivere, il che non significa che si perda il senso del divino, però non è più totalizzante. La cultura non è più teologica, è spiritualistica. L’antropocentrismo è una delle più notevoli rivoluzioni culturali dell’Umanesimo: l’uomo è posto al centro dell’universo, sintesi di natura e spirito, che riflette l’intima struttura della creatura divina. Al dogmatismo medioevale contrappone l’esaltazione della libertà, con la quale l’individuo può essere artefice di sé stesso, forte dell’operosità intesa a plasmare la realtà, a comporla in misura umana, costruendo la sua civiltà e la sua storia. Fondamentale è lo studio delle humanae litterae: attraverso il dialogo con i grandi scrittori dell’antichità, si può godere di un mezzo di comunicazione spirituale che rende possibile e asseconda il comune impegno costruttivo.
Si verifica la rinascita della cultura, perché cultura rifondata sull’uomo, presente nella storia con i valori più alti da lui espressi. Nell’uomo libero artefice di sé si raffigura soprattutto la potenza creatrice dell’artista, del poeta civilizzatore – Orfeo con il suo canto ammansisce le fiere (Poliziano – Favola di Orfeo). La nuova formazione umana trova lo strumento, indispensabile per rendere più armonici e meglio armonizzati con gli altri, nelle lettere in generale, negli studia humanitatis – la grammatica e la retorica come scienza del linguaggio e dell’espressione; la filosofia, la storia, che rivelano la sapienza e la capacità costruttiva dell’uomo.
Il Medioevo aveva letto e ammirato i classici, spesso piegando, però, i loro testi a significazioni allegoriche per giustificarne il contenuto alla luce della rivelazione cristiana. Gli Umanisti, invece, vogliono interpretarne lo spirito genuino nel loro contesto strutturale e storico, cogliendo il loro significato reale, non allegorico. Gli studiosi percorrono tutta l’Europa per ritrovare le opere dei classici latini e greci rimaste sepolte nelle biblioteche dei monaci. Nasce una nuova scienza, la filologia, che è capire un testo in base al testo stesso, ricostruirlo nella sua integrità, eliminando gli errori accumulati nella tradizione manoscritta, nel corso dei secoli.
L’Umanesimo cerca, interpreta e fonda l’esemplarità del classicismo. Non si tratta soltanto di leggere e assimilare, ma di scoprire modelli supremi di vita e di stima: l’esemplarità raggiunta nella scultura, nella letteratura, nelle filosofia offre un modello perenne. Angelo Poliziano (1454-1494) realizza un’opera filologica di grande importanza. Con rara competenza fa critica testuale e interpreta passi oscuri nei testi greci e latini. Le Stanze, l’Orfeo e le Rime sono la più alta espressione dei suoi intensi studi classici.
Le Stanze per la giostra sono un poemetto mitologico in ottave, composto per celebrare il trionfo di Giuliano de’ Medici in una giostra – gioco di armati a cavallo. È un inno alla vita e alla gioia di vivere di Giuliano e della donna amata. Quando Giuliano cade sotto il pugnale dei congiurati, il poemetto si arresta: l’arte si interrompe di fronte alla realtà negativa. Il poeta non vuole essere consapevole di ciò che accade nella vita concreta. Canta la felicità di esistere, sa che non può durare, quindi c’è un po’ di malinconia, ma preferisce lasciare il presagio della morte, della catastrofe, a livello inconscio.
Le Rime I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino di mezzo maggio in un verde giardino. Eran d’intorno violette e gigli fra l’erba verde, e vaghi fior novelli azzurri gialli candidi e vermigli: ond’io porsi la mano a côr di quelli per adornar e’ mie’ biondi capelli e cinger di grillanda el vago crino. Ma poi ch’i’ ebbi pien di fiori un lembo, vidi le rose e non pur d’un colore: io colsi allor per empir tutto el grembo, perch’era sì soave il loro odore che tutto mi senti’ destar el core di dolce voglia e d’un piacer divino.
I’ posi mente: quelle rose allora mai non vi potre’ dir quant’eran belle: quale scoppiava della boccia ancora; qual’eron un po’ passe e qual novelle. Amor mi disse allor: «Va’, co’ di quelle che più vedi fiorite in sullo spino». Quando la rosa ogni suo’ foglia spande, quando è più bella, quando è più gradita, allora è buona a mettere in ghirlande, prima che sua bellezza sia fuggita: sicché fanciulle, mentre è più fiorita, cogliàn la bella rosa del giardino. È la ballata più bella di Poliziano. Costante è l’esigenza del poeta di evadere dalla realtà di ogni giorno per rifugiarsi in un mondo di bellezza ideale, che era la voce dell’humanitas più vera, quella dei classici. Rievoca lo sbocciare soave della giovinezza paragonandola alla fioritura primaverile di un giardino. L’invito a goderne la gioia, prima del suo sfiorire, riflette l’ideale rinascimentale di un’affascinante armonia tra l’uomo e la natura. Certo nulla è durevole, ma la leggiadra spensieratezza, grazie alla musicalità, crea un’atmosfera di sogno voluttuoso. L’Umanesimo e la società italiana. La struttura del comune si consuma e giunge alla fine: ad un regime concorrenziale e dinamico si sostituisce la fusione tra banche e capitali possesso di poche famiglie associate. La borghesia si chiude nella corte: è lo sviluppo del potere economico-politico delle Signorie. Monopolizzano i traffici eliminando la concorrenza di mercato e il ricambio politico. Si realizzano la formazione di una nuova professionalità intellettuale e l’accentramento nelle corti delle iniziative culturali, concepite a sostegno ed ornamento del potere. Di qui l’ambiguità dell’Umanesimo: l’antropocentrismo rivoluzionario si sviluppa in modo tale da creare la sfasatura storica tra la realtà socio-politica e l’ideologia culturale. Si esalta la dignità umana, la libertà dai dogmi quando l’intellettuale sta diventando cortigiano, servo del potere. Pico della Mirandola, filosofo, fondatore a Firenze dell’Accademia platonica nella seconda metà del ’400, è autore di uno dei testi più significativi della cultura umanistico-rinascimentale – De hominis dignitate. L’uomo ha una missione terrena: creato da Dio per comprendere la ragione e la bellezza dell’universo, posto al centro dell’universo stesso, plasma di continuo la natura ed è libero creatore di sé stesso e del suo destino.
In realtà l’intellettuale è in crisi, perché, inserito nel mondo del potere, fa cultura di prestigio, che avrà carattere di uniformità, di imitazione di modelli. I più celebri e accreditati tra i nuovi Umanisti sono corteggiati dai vari signori e la loro carriera si configura come un continuo passaggio da Mantova a Ferrara, a Milano, a Firenze, ad Urbino, a Roma, a Napoli. L’artista rinuncia ad essere coscienza critica del sistema, come invece fa Boccaccio. Deve adeguarsi alla volontà del signore, sottoporsi alle sue regole, altrimenti se ne va: s’illude di essere libero, in realtà è in fuga. Non può trovare appoggio nella massa, perché la nuova cultura è d’élite, aristocratica e appannaggio di chi lavora su committenza per il ristretto gruppo dei signori.
Il Principe detiene il potere assoluto e trova appoggio nella nobiltà e nell’alta borghesia, cui assicura privilegi e ricchezza, mentre il popolo è considerato come una componente da educare alla soggezione al potere. Nella prima metà del Quattrocento, ci sono tentativi, inutili, da parte di alcune signorie più potenti di affermare la loro egemonia sulle altre, ma nella seconda metà del secolo si persegue una politica di equilibrio che procura un periodo di stabilità, di realizzazione di un grandioso patrimonio architettonico, ma segna anche il fallimento di ogni iniziativa di unificazione politico-sociale e linguistica.
Gli intellettuali avrebbero dovuto integrarsi organicamente con il popolo, invece ribadiscono il proprio stacco dal volgo: rinunciano, così, a svolgere una funzione progressiva nella società italiana, mentre si pongono all’avanguardia della cultura europea.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
11. Rinascimento e civiltà di corte: Baldassarre Castiglione
Quadro del capitolo. Il Rinascimento porta a maturazione l’ideale umanistico di equilibrio, misura e dominio razionale della realtà. La corte diviene uno dei luoghi privilegiati della produzione culturale. Castiglione ne elabora il modello nel Cortegiano, costruendo una figura capace di trasformare competenza, grazia e autocontrollo in stile di vita.
Nuclei fondamentali: Rinascimento italiano • classicismo ed equilibrio • corte e mecenatismo • Il Cortegiano • sprezzatura • ideale dell’uomo di corte
È considerato da chi l’ha vissuto un periodo di splendore, di rinascita, momento internazionale della cultura italiana. Nasce il mito dell’Italia come culla dell’arte, terra di cultura per antonomasia. La civiltà rinascimentale, però, è complessa e come tale va considerata da diversi punti di vista. Il Medioevo ha una cultura organica: Giotto dipinge e Dante scrive, per tutti, per la salvezza di tutti. Ora il mondo non è più salvato dalla fede, bensì dalla cultura. Questa, però, non è partecipata, come nel Medioevo, ma è di élite: il Rinascimento resta così un fatto ideologico, una rivoluzione in verbis.
Sarà Diderot, nella prefazione all’Encyclopédie, ad elogiare e trasformare il Rinascimento in rebus. Il comune entra in crisi, per eccesso di disordine: per ripristinare la pace si deve rinunciare alla libertà. Al regime di libera concorrenza si sostituisce il monopolio: il potere economico e di conseguenza quello politico passano nelle mani di poche famiglie. Istituiscono le Signorie, eliminando la concorrenza di mercato e il ricambio politico. Il nuovo regime fonda la sua essenza su una situazione elitaria, la corte, e monopolizza anche l’arte. È il buongusto, levigato, uniforme a dominare a corte. Anche l’opera dell’intellettuale ha essenzialmente carattere di omogeneità e di encomio nei confronti del proprio signore-committente, che lo gratifica dandogli dignità sociale e prestigio. Sente l’attività artistica la più elevata, così abbandona l’impegno politico, che ritiene degradante e spurio. Non si realizza quindi l’importante rapporto tra potere e cultura, anticipato dal grande imperatore Federico II, e a rimanere è una cultura disimpegnata. Nelle varie, frammentate corti si accentua via via la tendenza individualistica ad isolarsi dalla vita reale e dai problemi concreti. I signori tenteranno invano, tra l’indifferenza del popolo, di arginare le calate conquistatrici delle armi straniere – Sacco di Roma da parte dei barbarici Lanzichenecchi tedeschi inviati da Carlo V nel 1527.
Inutilmente Machiavelli mira ad illuminare i prìncipi, a guidarli nella creazione di uno Stato forte e vasto, capace di salvare l’Italia: è avvilita, lacera, corsa da un diluvio di armati, e lui la vuole libera e potente, rimedio alla malizia del mondo. Dal punto di vista economico, il Medioevo vive una fase di sviluppo, di cui Marco Polo è protagonista, quindi l’egemonia culturale italiana nel Duecento e nel Trecento è giustificata perché l’Italia gode di un’espansione superiore a livello europeo. Il Mediterraneo è area privilegiata nel commercio tra Occidente e Oriente, ma, quando i Turchi erodono l’impero bizantino, diventa difficile commerciare con l’Oriente. I mari non sono più sicuri e i mercanti italiani considerano rischiosi gli investimenti. Proprio quando l’Italia realizza la rivoluzione culturale che porta l’Europa fuori dal Medioevo, allo sviluppo succede il ristagno economico.
Invece di effettuare reinvestimenti, impiegano i propri capitali in beni immobili e in beni rifugio: ville; palazzi – Palazzo Pitti era la dimora di banchieri; cascine; opere d’arte; oro. Con la scoperta dell’America ha luogo una rivoluzione economica: giungono enormi quantità di oro e il suo valore diminuisce, causando impoverimento. Nella storia dell’economia, quindi, il Rinascimento rappresenta un’epoca di decadenza. Per quanto concerne le strutture culturali, è l’Università a sostituire il monastero. È aperta a tutti, in nome di un liberismo che in realtà resta solo sulla carta: un’esigua minoranza del popolo italiano partecipa alla cultura del Rinascimento.
Anche se lontana, dunque, da un’unità politica e linguistica, l’Italia del Rinascimento è animata da uno spirito nuovo, dal fervore di studi, dall’interrogare, tra devoti e ammirati, le grandi ombre di Roma e di Grecia, che segnano un solco profondo nella nostra storia e in quella d’Europa. La nostra cultura si affina, si arricchisce e tende ad un gusto omogeneo, favorendo la nascita di una cultura nazionale. L’eredità di Roma, già travestita dal pensiero medioevale, si ricostruisce in modo più organico: mette radici nel nostro animo quella fierezza di essere figli di Roma che tanto opererà nella nostra storia, e da cui trarrà vigore e giustificazione il nostro Risorgimento. Si crea una prima unità spirituale tra gli intellettuali della penisola: sia pur nata soltanto dalla comune sapienza e con il limite dell’inconsapevolezza di ciò che succede nella realtà concreta, essa è base della futura unità del popolo italiano. I nostri dotti diffonderanno in tutta l’Europa i frutti del nostro pensiero, i capolavori dell’arte accenderanno dovunque la luce della nuova civiltà fiorita nella penisola, e si porranno le basi di una comune coscienza europea, a prolungare l’opera universalistica compiuta da Roma, Situazione ideologica. Umanesimo e Rinascimento rappresentano una rivoluzione culturale, grande momento di liberazione da tabù, paure, ignoranza: la cultura è prezioso strumento di emancipazione umana. Un gusto omogeneo unisce le corti: tutte amano l’arte, la pittura, anche se vi sono differenze di preferenza.
Ferrara ama il poema epico, la storiografia; Firenze predilige la filosofia, con Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Machiavelli, Guicciardini. Se il Medioevo è caratterizzato dalla reductio ad unum, la perfezione in unità di fede, il Rinascimento sostituisce all’unità di ideologia la religio hominis. Dio non ha più il posto di controllo assoluto: non cambia la grammatica, ma la sintassi, l’ordine in cui sono messi questi valori. Non c’è più la fede cieca, a prevalere sono il senso critico, la ragione con cui l’io cerca la verità senza pregiudizi, consapevole di non essere onnipotente e della necessità di definire i propri limiti – così fa Machiavelli come pure Ariosto nell’Orlando Furioso, la cui pazzia rivela il limite della ragione.
Si sente che per giungere a Dio bisogna trasumanare, staccarsi dalla terra, ma l’uomo rinascimentale ha una visione empirica della vita, la religio hominis non è trascendente, lui vuole trovare Dio in terra. Così Petrarca scopre il divino in sé, nella sua coscienza, nel bello, nell’arte che lui crea. L’intelligenza è la scintilla divina che rende l’uomo capace di essere duttile, vivace nell’adattarsi alle varie situazioni della vita reale, imparando a dominarle. In pieno Rinascimento, però, ad aggravare la crisi che segue la scoperta dell’America, si diffonde una nuova eresia, la Riforma luterana. Si determina la frattura nell’unità della coscienza europea, cui seguono guerre, massacri. La Chiesa di Roma non è più il centro focale dell’unità europea: interi popoli si staccano, Germania, Scandinavia, Gran Bretagna. In Italia sono forti le conseguenze di riflesso: la Chiesa teme i rischi, si irrigidisce e reagisce con la Controriforma. Riprende il controllo sulla cultura, che il Rinascimento aveva liberato dai tabù del Medioevo. Proibisce la lettura di certi libri e istituisce l’Inquisizione. Gli scienziati, i dotti sono interrogati sull’ortodossia delle loro opere: Galileo deve abiurare il sistema eliocentrico, su cui aveva certezza; Tommaso Campanella, filosofo domenicano, è condannato a 27 anni di carcere, per eresia – essere e conoscere si identificano nella conoscenza, poiché alla radice di ogni conoscenza sta l’ineliminabile certezza assoluta di essere.
Giordano Bruno è condannato per eresia e arso vivo a Roma in Campo dei Fiori – l’universo è infinito e Dio vi si identifica, per cui religione è riconoscere Dio ovunque. Il Rinascimento, dunque, vede sul rogo anche personaggi la cui colpa è difendere le proprie idee.
Baldassarre Castiglione: il Cortegiano e la questione della lingua
Nel Cinquecento è personaggio celeberrimo, letto e ammirato in Italia e in Europa. Firenze non è la sua città natale ma scriverà in fiorentino. Nobile, nasce in Val Padana, vive alla corte di Mantova, passa ad Urbino, alla piccola elegante indimenticabile corte che mitizza come la più raffinata e gentile, per finire la sua carriera presso il Papa, che gli infliggerà un duro colpo, attribuendogli la responsabilità di non aver previsto il Sacco di Roma. La considerazione di cui è oggetto resta comunque massima. Raffaello, a lui legato da stima e amicizia, ne dipinge un famoso ritratto. Alla sua morte, che lo raggiunge prematuramente dopo il dolore subito da parte del Pontefice, è lo stesso imperatore Carlo V a rivelare la sua sincera ammirazione per quell’uomo che era vissuto nella realtà come il cortigiano del suo sogno. Ne tesse l’elogio definendolo uno dei migliori cavalieri del mondo.
È insignito dell’Ordine della Giarrettiera in Inghilterra, durante una cerimonia che conferma il suo prestigioso rango di intellettuale. Il Cortegiano Oggi, resta un’opera molto interessante, perché rispecchia benissimo il suo tempo, il mondo spirituale e le aspirazioni ideali a cui si volse il secolo. Si compone di quattro libri, dove il dialogo è la forma prediletta. Platone, maestro di dialoghi, è amato e studiato nel Rinascimento: a lui fanno volentieri riferimento a corte, quando alla sera nobili donne e arguti cavalieri si riuniscono in eleganti conversari. Ne emerge una figura ideale di cortigiano, forte e nobile, ricco di ingegno, coraggioso e dominatore di sé stesso. Deve essere abile con le armi, conoscere musica e arte, danzare con grazia, parlare con finezza, essere garbato senza affettazione, dignitosamente vivace e brioso. L’ideale corte di Urbino affascina con la composta serenità di un’armonica visione della vita. Anche lo stile è armonioso, frizzante, dal periodo ampio, ricco di varie proposizioni che si susseguono con sapiente e agile fluidità, così da rendere quell’ideale equilibrio che Castiglione vuole nel suo cortigiano perfetto. Scrive in ottimo toscano fiorentino: è la prosa solenne e decorosa di Boccaccio, della cultura italiana. Tratta anche il problema della lingua da usare a corte: dovrebbe essere un esperanto di corte, frutto della mescolanza di vari dialetti italiani. L’ipotesi è chiaramente teorica: il suo fiorentino non è inficiato da qualche sporadica parola in mantovano.
Elemento paradigmatico è la grazia: eleganza di modi, parole, gesti; saper passare dal libro al lavoro manuale con naturalezza, adottare uno stile di vita che fa della cultura, in particolare quella classica, un sostegno vitale. All’affettazione, all’artificio, all’esasperazione, all’evidenziare i propri meriti e abilità, la civiltà rinascimentale contrappone la naturalezza, la semplicità, la scioltezza. Anche l’arte, la pittura non vuole l’artificio – l’arte è come l’acqua, quanto più è limpida tanto più disseta. L’uomo del Rinascimento vuole inserire il suo essere nel tempo, a differenza del Medioevo che considera la vita in funzione dell’oltranza e legge i classici in chiave simbologica, come Virgilio, visto da Dante quale profeta di Cristo. Per questo trova negli antichi classici il modo per ritrovarsi come uomo che si analizza in base a sé stesso, a differenza dell’uomo del Novecento che ha l’arroganza di rifondare la cultura, il presente, senza riconoscere i legami con i padri. La civiltà del Rinascimento vuole spiegare le cose della vita con la vita, non in preparazione ad un futuro di eternità. Così anche Raffaello, nella Deposizione di Cristo, raffigura gli antichi Romani in abiti rinascimentali, a proiettare nell’antico il loro presente. Sorge il problema della lingua. Nel Trecento si scriveva in volgare, la prima lingua unica, impura, sgrammaticata, oppure nei dialetti municipali. L’uomo del Rinascimento non accetta tali soluzioni, sono rozze, barbariche, stilisticamente inadeguate. L’ideale è prendere anche la lingua dal mondo classico, un latino puro, quale usato da Petrarca, da Boccaccio, da Poliziano che, giovanetto, scrive anche in greco.
Il latino resta lingua viva, parlata, pensata, per l’intellettuale umanista, ma non è totalitaria. A corte il signore vuole il volgare, frutto del nuovo spirito di rivoluzione borghese. Il latino è destinato a fallire, è una posizione troppo reazionaria, è abbandonato in quanto antistorico, non utile al potere nel cui centro è inserita la cultura. Nel Medioevo è il latino ad essere la lingua del potere: Rotari, re dei Longobardi, emette un editto in lingua latina; nel Rinascimento la legge si esprime in volgare, in fiorentino colto.
Il latino rimarrà lingua della scienza, di Newton, dell’alta finanza, lingua internazionale fino al Settecento, alla Rivoluzione Francese. Un nuovo dibattito si apre circa la scelta del volgare. Bembo, autorità del settore, pur essendo veneziano, si rende conto che Venezia è l’unica repubblica in un mondo di corti, la sua parlata è raffinata ma si discosta dall’omogeneità di gusto diffuso presso le varie Signorie: è rischioso pensare che possa diventare lingua unitaria. Al di là delle diverse opinioni, a prevalere è la convinzione che la lingua si imponga per prestigio culturale, per la tradizione di scrittori testimoni di una storia di lingua qualificata, autorevole.
Bembo sostiene che l’unica lingua ad avere tali qualità è il fiorentino del Trecento, di Petrarca e Boccaccio. È da escludere Dante: la Divina Commedia spesso ha parole inaccettabili. Boccaccio è sub condicione: la sua prosa è da imitare, la lingua è ciceroniana, latineggiante, ma la novella è un genere popolare, non nobile, non codificato. Il più sicuro è Petrarca: tutto è da imitare, dalle tematiche, al metro, alla parola raffinata e musicale. Nasce il bembismo, la sua logica interpreta meglio il gusto rinascimentale.
Struttura culturale. È cultura di élite: gli intellettuali tendono ad essere assoldati dal potere e molti di loro – Castiglione, Bembo – vivono la vita ecclesiastica non per vocazione, ma per prestigio. Sono in pochi e tendono a chiudersi; lo stesso succedeva anche in Medioevo, dove la cultura dei monaci, teologale, non poteva avere la partecipazione del popolo; al contrario, quella dei movimenti ereticali era aperta alla gente. Nel fenomeno Umanesimo-Rinascimento bisogna, però, distinguere due diverse generazioni.
La prima nasce nell’ambito del Comune, è impegnata in politica, convinta che la cultura sia in grado di educare, emancipare, democratizzare il Comune. È favorevole alla vita attiva, nella consapevolezza che gli intellettuali possano esprimersi al meglio rendendo migliori le leggi, più vivibile la vita di tutti. In seguito cambiano, trascurano la politica, si specializzano nel parlare, prediligono la vita contemplativa, di studio: l’intellettuale diventa disimpegnato, non c’è proiezione nel sociale. La cultura, laica, non ha un’ideologia con cui smuovere la massa e inevitabile è lo scollamento; nella misura in cui l’intellettuale si sgancia dalla teologia si aggrava l’incomprensione con il popolo.
Tra gli intellettuali in Italia spicca la figura di Savonarola, capace di far tumultuare la gente con le sue prediche volte a condannare vizi e abusi della politica, corruzione e nepotismo della corte papale, profetizzando l’imminente castigo divino. Se gli intellettuali sono scettici ai discorsi appassionati del predicatore e non si scandalizzano di fronte alla dissolutezza della Chiesa di Roma, il popolo, invece, ne condivide il modo di sentire. Molti sono i seguaci, malcontenti della situazione politica e religiosa, anche se Savonarola viene impiccato in Piazza della Signoria, a seguito di una complessa vicenda politica. La sua fine forse trova la ragione più profonda nella fiducia di poter imporre, in un’età ormai aperta ai valori mondani, un severo costume di rinnovamento.
Struttura estetica. La civiltà rinascimentale ha sentito molto vivo il dibattito estetico, senza giungere a definizione univoca di stile, dei compiti e doveri dell’artista. Nel Medioevo, l’arte è ancilla teologiae, la sua è missione soteriologica: temi sacri o, comunque, concreti, ma interpretati in chiave allegorica, spiritualistica, antirealistica. L’arte, però, ha un valore autonomo e va giudicata secondo i suoi principi. Petrarca ne è precursore: scopre che è una categoria metatemporale, capace di superare la caducità dell’uomo.
Il Rinascimento le riconosce piena emancipazione: è specifica attività dell’uomo, che ritrova interamente sé stesso nel mondo classico, punto di riferimento sia a livello ideologico che estetico. Di qui nasce il concetto rinascimentale di imitazione. Poliziano, nella polemica sulla poetica, sostiene che, attraverso l’esempio dei grandi modelli, bisogna imparare ad esprimere sé stessi, salvaguardando la propria libertà. Il Cortegiano offre come modello Cicerone, la cui grammatica e sintassi regolari rendono codificabile il latino.
È opinione comune che l’arte abbia bisogno di regole – già Petrarca la concepisce come ridimensionamento del sentimento tramite la forma. Fare poesia, quindi, è fondare lo stile: questo bello formale è esemplificato nel mondo classico e di lì si apprende. Per Aristotele, però, l’arte – imitazione della vita – va ricondotta non allo stile bensì alla psicologia umana, è categoria dello spirito, come la tendenza ad imitare. Freud dice che esiste uno stretto rapporto tra arte e gioco: il bambino nel gioco imita la vita dei grandi. L’arte è diletto, secondo Aristotele, quando l’artista va oltre il modello e incarna qualcosa che ci tocca: per transfert il turbamento che ne segue è catarsi, purificazione. Ed è anche conoscenza, valenza teoretica perché l’artista coglie l’universalità del contingente, la tipicità del particolare: il poeta, parlando di una guerra, fa comprendere che cosa è la guerra – il disordine, la disarmonia, il dolore, il caos provocati sono sconcertanti. La Poetica di Aristotele è il testo fondamentale nella storia dell’estetica occidentale: ignorato nel Medioevo, è riscoperto dall’Umanesimo, ma è in greco e soltanto i grandi sanno leggerlo. È ripubblicato in pieno Rinascimento in edizione latina, ma avrà successo soltanto nell’edizione in italiano del 1549. Il Rinascimento manipola la poetica di Aristotele. Senza essere indifferente alla vita, l’arte nasce dall’arte. All’artista serve studiare, proseguire la ricerca tra gli antichi, dare organicità di scienza.
Per Garcia Lorca l’arte è come la ginnastica, lo sport: serve la prestanza fisica, ma è necessario l’allenamento. Di Aristotele si valorizzano gli aspetti tecnici. Esistono vari generi letterari, l’epica, la commedia, la tragedia, la lirica. Ognuno ha le sue leggi – unità di tempo, di luogo, di azione per il teatro. Leggi che oggi si direbbe limitino l’ispirazione sono un aiuto per il Rinascimento.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
12. Ludovico Ariosto e l’Orlando furioso
Quadro del capitolo. Ariosto porta il poema cavalleresco alla sua forma più alta e insieme più problematica. L’ordine armonico della scrittura contiene un universo mobile, dominato dal desiderio, dalla fortuna e dall’errore. L’ironia permette al poeta di osservare con distacco tanto i personaggi quanto i valori della società cortigiana.
Nuclei fondamentali: vita e rapporto con la corte • Orlando furioso • materia cavalleresca • struttura aperta e intreccio • ironia e straniamento • fortuna, desiderio e follia
Ariosto, visto nella sua specificità, è poeta che sintetizza tutti i valori del Rinascimento. Orlando Furioso È il rispecchiamento organico, complesso, consequenziale, di tali valori: rivela il creatore di stile originale e massimo interprete dell’epoca. Le opere minori, anche se oggi la critica tende a rivalutarle, restano soltanto preparazione al capolavoro. Nasce nel 1474 a Reggio Emilia, dove il padre è governatore della città a nome dei Duchi d’Este, ma la sua vita si svolge quasi interamente a Ferrara, a cui è legatissimo da profondo amore. Questo attaccamento è spia anche del suo carattere semplice, tranquillo, portato alla vita familiare allietata dalla fedeltà della donna amata, equilibrato, razionale, senza complicati problemi religiosi, morali, politici. È dotato di autocontrollo, che trova la massima espressione nella ragionevolezza e nella capacita di dominare i dolori, le contrarietà della sua esistenza: non lo sconvolgono, perché sa porli nel flusso vario e interessante della vita, oggetto di pacata osservazione. Perde il padre nel 1500 e spetta a lui, primo di dieci fratelli, affrontare le necessità familiari. Deve interrompere lo studio del greco e rinunciare a realizzare la formazione perfetta, ma resta squisitamente bilingue, italiano e latino. Entra stabilmente al servizio del Cardinale Ippolito d’Este, dove i numerosi incarichi non gli lasciano che ritagli di tempo da dedicare alle sue creazioni.
La sua indole non è quella dell’intellettuale che si assimila alla vita di corte per fare carriera. È il genio senza la coscienza della propria grandezza, animato dall’amore per la libertà, dal desiderio di disporre di sé a suo talento: una libertà che è consacrazione totale al suo mondo fantastico. Sente il fascino di Boiardo, fondatore della tradizione letteraria ferrarese, ma l’Orlando Innamorato è scritto in una lingua che non piace. Suona dialettale, così è tradotto in toscano da Berni e non è letto nella stesura originale.
Ariosto supera il problema in autonomia: il linguaggio da usare è il toscano colto, di Petrarca, ma non solo. L’Orlando Furioso sarà letto e citato in futuro da intellettuali tra cui Umberto Eco. Nel corso del Cinquecento l’Orlando Furioso gode di un successo strepitoso, pubblicato in cento edizioni, in tutta l’Italia. Nel Seicento è criticato come poema romanzesco, labirintico, al di fuori delle unità aristoteliche. In realtà tale critica non ha ragioni valide per stroncare un’opera chiara, razionale nella sua architettura fantastica, sintesi poetica del Rinascimento: è l’atteggiamento proprio di un secolo portato alla rivolta, a troncare i vincoli con il passato. Galileo ama Ariosto per la sua visione della vita, semplice, armonica, ordinata.
L’Illuminismo lo loda come equilibrato artista di buon gusto, abile regista del suo mondo, che rappresenta senza lasciarsi coinvolgere dall’emozione, con un distacco ottenuto tramite l’ironia, lo scherzo. Voltaire è grande stimatore dell’Orlando Furioso, opera di intelligenza, che ti porta a rileggerla quando giungi alla fine. Se Burckhardt considera il Rinascimento un’epoca affascinante, mitica, con artisti di statura superiore, De Sanctis dà un’interpretazione diversa. L’età mitica per lui è quella comunale, perché produce una letteratura d’impegno; il Rinascimento, invece, è decadenza perché la cultura è asservita al potere e l’arte è passatempo inutile, frutto di ozio. Ariosto è poeta di “arte per l’arte” e l’Orlando Furioso non è vita che palpita di cuore, affetti familiari, ma è materia bruta, amorfa, su cui l’artista esercita la sua abilità. È un giudizio inaccettabile: non si può parlare di un mondo senza serietà di vita interiore, senza cuore, se soltanto si pensa alla morte di Zerbino, innamorato fedele di Isabella, amico di Orlando. Quando questi impazzisce, Zerbino butta l’armatura e va per il mondo, coinvolto in varie disavventure. Riprende, poi, il suo posto nell’esercito cristiano, è ferito durante un duello e muore tra le braccia dell’amata. Croce, nel suo affascinante saggio, trova la propria estetica incarnata in Ariosto: è trasformazione di sentimento, di vita in immagini. Il poeta è espressione di una visione armonica di vita, i cui aspetti sono tutti degni di essere raccontati, nessuno deve prevalere: è l’uomo a ridimensionare i propri sentimenti su quelli degli altri, senza condannare, vivendo in modo pacato il ritmo dialettico della vita. È una visione laica, terrena, in orizzontale: la vita è senza antinomia bene-male, tutto è inserito e guardato con rispettoso distacco e quella serena ironia capace di ridimensionare la realtà. È come l’occhio di Dio, che ama tutto in quanto sua creazione. Se un sentimento si sublima troppo, lo ridimensiona: Orlando rischia di essere un eroe e la follia lo riporta alla normalizzazione. Angelica è mito di bellezza, inseguita dagli eroi, ma li rifiuta, li riporta alla consapevolezza del limite umano e anche lei, principessa, si innamora di Medoro, l’anonimo umile fante, e lo sposa. Non è pura favola, ma metafora della concezione di vita del Rinascimento, della sua visione umana.
Flora rielabora il concetto di armonia di Croce: l’Orlando Furioso è poema di libertà, non come liberazione dal peccato, bensì dai pregiudizi, dai dogmi. Orlando con il suo innamoramento maniacale per Angelica rischia di bloccare le proprie potenzialità, ma è libero di farlo: la pazzia rivela i limiti della ragione, il modo in cui l’eroe tocca il fondo della sua vita autocensurata dall’amore, ma alla fine è liberato, il suo senno è recuperato sulla luna. Poeta lirico. Inizia con i sonetti d’amore per la propria donna. È la sua carceriera, ma non è agitato quando lei arriva, è felice del suo dolce amore.
L’impostazione è petrarchesca, il suo toscano perfetto è la lingua del Canzoniere – non soltanto parole, ma grammatica e sintassi. Diversa, però, è la visione delle cose. Petrarca è poeta di dissidio, che rispecchia la situazione storica – fine del Medioevo, crisi di visione teocratica, dissidio Dio-Laura. Ariosto è poeta di armonia: la sua è una storia di amore felice. Il Rinascimento scopre il corpo, l’amore sensuale. Quando l’amore si esprime con il bacio, Ariosto cita Catullo “Tu dammi mille baci, … poi dammene altri mille”.
Non interiorizza il sentimento, ma lo traduce in immagini, secondo quanto dice Croce: il carcere è la metafora con cui descrive l’amore. La lirica, comunque, non gli è congeniale: non ama la comunicazione emotiva, ma sperimenta diversi generi per individuare i propri limiti. Tende alla narrazione: quando nel poema scoprirà la sua ispirazione, non lo abbandonerà per tutta la vita, e si rifarà al linguaggio vero del Decameron quando parlerà di guerra, di perfidia, di astuzia. Apprendistato. Alla corte estense gli viene affidato il compito di organizzare la vita culturale. Conversari e teatro sono prediletti. A piacevole intrattenimento fa una scelta intelligente tra le mille vicende del suo poema, nato come libro di lettura.
Piace molto il teatro comico, ispirato a Plauto e a Terenzio, che rielabora liberamente. Nel Medioevo, il teatro è un momento di vita associata: in piazza si rappresentano drammi di carattere religioso o comico, giullaresco, farsesco. Il Rinascimento inventa il teatro moderno, rifacendosi agli antichi – Orfeo di Poliziano è la prima opera teatrale, rappresentata alla corte di Mantova. Ariosto è il primo a scrivere e rappresentare commedie in volgare con un testo fisso, secondo i canoni della commedia plautina: non solo è autore, ma anche regista, sia pure dilettante.
La corte non ha un teatro, ma ha a disposizione i giardini oppure un salone, con palcoscenico elevato e file di sedie. Nel Seicento Venezia avrà il primo teatro pubblico. Ariosto non si rifà ai classici greci. Aristofane, fortemente politicizzato, non può essere portato in un ambiente dove la satira politico-ideologica è assente; Menandro è sconosciuto. Si riporta, invece, a Plauto e Terenzio perché si ispirano alla realtà della vita quotidiana, all’essenza umana, su cui ha vita l’elemento comico. L’ingresso di Ariosto nel repertorio comico moderno è quasi assente, a differenza di Macchiavelli, con la Mandragola. Questo perché il nostro gusto richiede solidità di impianto, caratteri definiti psicologicamente, mentre Ariosto cura soprattutto l’intreccio, l’aspetto meccanico dei fatti, è un teatro propedeutico all’Orlando Furioso. Come non è lirico, non è neanche autore teatrale, anche se rivela abilità costruttiva come regista. Le Satire Sono la migliore tra le opere minori, a giudizio della critica. In origine è una forma letteraria latina, a significare la “varietà” di argomenti, e alle Satire di Orazio si ispira Ariosto. Sceglie l’autore latino, perché sente la congenialità: saggezza, maturità, ragionevolezza, sorriso; ironia come capacità di affrontare gli argomenti senza enfasi, con distacco e partecipazione avulsa da condanna o giudizio, poiché sa che la sua eticità non è universale. Sono in forma epistolare, composte a distanza di anni, su temi diversi, per parlare di vita quotidiana, fatti concreti. Rifonda un genere realistico in una lingua familiare, linguaggio di conversazione, mediato da modelli. È alla ricerca del metro che gli sorregga la narrazione e dia immagine completa del suo classicismo: sceglie la terzina in omaggio a Dante, anche se non ci sono le ragioni teologiche e filosofiche che reggono la Divina Commedia. Sono sette. La prima spiega le ragioni che l’hanno indotto a non seguire il Cardinale Ippolito d’Este in Ungheria, preferendo legarsi ad Alfonso d’Este; la seconda e la terza dipingono il viaggio a Roma presso Papa Leone X; la quarta, sul matrimonio, è colma di pacata arguzia; la quinta e la sesta, scritte in Garfagnana, confessano la sentita nostalgia per Ferrara e la sua amata donna; la settima è indirizzata a Bembo, perché gli scelga un valido maestro di greco per il figlio.
Preponderante è l’elemento autobiografico, così da permettere di ricostruire persone ed eventi legati alla vita dell’autore. Ne emerge il carattere. Croce studia le Satire per conoscere la psicologia di Ariosto: tendenza alla quiete; tolleranza; armonia; mente libera, senza pregiudizi; non ama i viaggi ma non nega la sete di conoscere che si può soddisfare viaggiando sui libri; sa essere uomo per tutte le stagioni; sa osservare la vita con ironia, tono smorzato. Descrive la vita di corte con la sua ambiguità tra servitù e mecenatismo, privilegi, elementi di grandezza per alcuni, ma non per lui. È consapevole che la vita di corte sia l’unico modo per far sentire la propria voce e che, al di là della servitù ufficiale, essa lasci margini di autonomia personale, ma per lui il massimo valore con cui essere sé stesso è potersi dedicare totalmente all’arte e salvaguardare gli affetti familiari, libero dalla schiavitù dell’ambizione, della brama di potere e ricchezze, illusioni del volgo ignaro. Tale profonda convinzione è esemplificata tramite due apologhi. Un pastore, bisognoso di acqua per sé, la famiglia e il bestiame, trova una fonte, ma ha soltanto un piccolo vaso con cui attingervi. Una gazza, simbolo della poesia, si rende conto di non essere né parente, né importante fonte di guadagno, e per non morire di sete decide di trovare un nuovo ruscello per abbeverarsi. Ecco la motivazione per cui Ariosto rinuncia a trasferirsi a Roma, al servizio di Papa Leone X: rischia di essere dimenticato perché è molta la gente da proteggere e, comunque, perché per lui felicità è accettazione dei limiti umani, felicità delle piccole cose.
Il secondo apologo è quello del popolo ignaro, che vive ai piedi di un monte altissimo. Vedono la luna che ne sfiora la cima e pensano di poterla raggiungere arrampicandosi sul rilievo. La favola è emblematica dell’atteggiamento degli uomini che si affannano nell’illusione di trovare la propria felicità nella condizione di altri. Ariosto invece, obiettivamente e realisticamente, sa e accetta che Inferno e Paradiso sono mescolati nella favola come nella vita. Orlando Furioso Il titolo richiama quello di una tragedia di Seneca, l’Hercules Furens: il più grande eroe della mitologia è furioso, impazzito. Ariosto fa impazzire Orlando, il più saggio degli eroi cristiani, difensore della fede. Orlando, detto con un ossimoro, è una belva umana. Evoca immagini di coraggio, eroismo, purezza, saggezza, eppure può impazzire. È la cultura del limite della ragione:
imprevedibilità, ritmicità, alternanza, orizzontalità di vita. Il poema termina con un motto significativo – pro bono malum – sormontato, nella prima edizione, da un’incisione: un contadino con la torcia scaccia dagli alveari le api, esseri buoni e utili. È chiaro simbolo dell’ingratitudine. Può essere un rimprovero velato a Ippolito, suo ex mecenate, che non apprezza il poema, a lui dedicato. In modo più significativo, però, sia per via grafica che epigrafica, sancisce la sostanziale ritmicità e ambiguità della vita: dalla morte può nascere l’amore e dall’amore la morte, la pazzia di Orlando.
L’incipit del poema è un canto folgorante, levigato, di un progetto in divenire; il primo Canto della Divina Commedia, invece, è elemento funzionale, indispensabile all’architettura dell’opera. Ariosto evidenzia la cosmicità, l’innovativa politematicità del poema: parla di tutto, rappresenta la vita quale è concepita dal Rinascimento. L’unità dell’opera, quindi, non è da cercare nel contenuto, bensì nello stile. Sintomatica è la grammatica: in due versi ci sono sei complementi oggetto, posti prima del soggetto, ad indicare che è un poema dove l’elemento intimistico e soggettivo è quasi assente.
La politematicità della vita, però, non è diretta, ma mediata dalla cultura, incarnata in simboli, metafore colte. Molte vicende nascono da Boiardo e soprattutto dai classici latini, Virgilio, Ovidio, Catullo. Un critico, Pio Rajna, cerca tutte le citazioni che fanno riferimento ad altri autori: ne risulta un’opera coltissima, ma, a suo giudizio, poco originale. In realtà, il Furioso vanta un’autentica originalità poiché i modelli si rinnovano nella fantasia del poeta: li anima dei suoi sentimenti e li trasfigura, come espressione della personale visione del mondo.
C’è poi la collocazione nel tempo. Il poema non vuole essere storico: non c’è successione cronologica, né specificazione di tempo, come invece è per la Gerusalemme Liberata relativa alla Crociata, oppure i Promessi Sposi, dove la vicenda di Renzo inizia storicamente con la rivolta del pane. È un poema infinito: canta la vita nei miti letterari, sceglie l’epica cavalleresca di Francia, a partire dalla Chanson de Roland, perché è più duttile e più ricca di avventure e personaggi. Pulci polemizza contro il Medioevo e dà una risposta borghese, mercantile. Boiardo è il signore feudale, candido ed emozionale, che mitizza, esalta il Medioevo dove trova incarnati gli ideali della sua classe.
Entrambi, per Ariosto, sono materia grezza, da plasmare e animare in modo personale. Molto importante è la seconda ottava: rivela una tecnica di sconvolgente modernità, una sceneggiatura cinematografica. Le vicende si svolgono in vari luoghi del mondo e contemporaneamente, su più piani. Luca Ronconi, quando ha messo in scena l’Orlando Furioso, in certi momenti ha rappresentato, contemporaneamente su parti diverse del palcoscenico, la vicenda di Orlando e quella di Rinaldo: trovata scenica e letteraria, a significare la contemporaneità nello svolgimento della vita.
Ariosto infrange tutte le regole aristoteliche: non c’è spazio, né tempo, né unità di azione. Poi entra in campo Orlando, l’eroe che perde la testa per una donna. Il poeta non intende mitizzarlo, renderlo protagonista, il suo è un poema senza spazio né tempo né personaggi principali: tutti sono protagonisti, come nella vita. Vuole ricondurre la misura di Orlando da eroica, paradigmatica a normale. C’è quindi il ridimensionamento, momento fondamentale di armonia ed ironia, di abbassamento di tono. La politematicità prevede anche il motivo encomiastico: esplicitamente paga il tributo minimo al principe, al mecenatismo. Un nucleo di avventure – isolato non perché privilegiato, ma poiché rientra nella cosmicità della vita, a simbolo di destini diversi – si svolge attorno a Ruggiero, personaggio come gli altri, nella normalità, e Bradamante. Le loro nozze concludono il poema: da loro, nella fantasia di Ariosto, ha tratto origine la famiglia degli Estensi. La figura del principe è ricondotta a misura comune, quindi l’encomio non rientra nell’usuale enfasi cortigiana servile, ma è chiaramente esagerazione e tutta la corte sorride, sente l’ironia del poeta – ironia con cui è solito ridimensionare tutto, a favore dell’armonia, ideale ariostesco. Il proemio, espresso in ottave, raccordo con l’Orlando Innamorato di Boiardo, racconta l’ultima vicenda di Orlando: beve alla fontana dell’amore e si innamora di Angelica, la quale beve alla fonte dell’odio e lo rifiuta.
L’eroe vaga per il mondo, poi si riunisce all’esercito cristiano, è in antagonismo con Rinaldo, suo cugino: chi ucciderà più saraceni avrà Angelica. I cristiani sono sconfitti e Angelica fugge. Il tono discorsivo è sottolineato dall’ottava, ad esso funzionale, indispensabile. Ariosto la usa in modo perfetto, tende a comporla chiusa e, laddove da una si rifluisce nell’altra, c’è l’effetto voluto: è momento narrativo di cose conosciute, quindi il tono è minore, in sordina. Ariosto concretizza un atto di umiltà nella prosecuzione di opere altrui: continua l’Orlando Innamorato e rischia di partire svantaggiato nel confronto con chi lo precede. Si esplica così la sprezzatura, la poca arroganza del Rinascimento, cui fa seguito la fuga tra le mille avventure di eroi, secondo la personale visione cinematografica dell’autore. Ama interrompere una sequenza per riprenderne un’altra, poi continua il ritmo vitale in un flusso continuo di cambiamento. In una civiltà di ragione e di socievolezza, c’è però l’irrazionalità, l’ambiguità, l’imprevedibilità, da cui nasce la malinconia. Nel Medioevo esiste la sola verità di fede, che ti conduce a Dio, unica certa via di salvezza. Qui tutti cercano cose diverse e sono liberi di farlo: c’è la consapevolezza che quando suona la campana suona anche per te, quindi l’uomo vive una vita sociale, e, quando giunge al bivio, è libero di scegliere. È una vita senza estremi, senza drammatizzazioni, dove l’uomo va accettato in maniera fenomenologica, abile a gestirsi con realismo e capacità di adeguarsi alle varie situazioni.
Se nella Divina Commedia è prevedibile ciò che succede, l’incontro di anime, nell’Orlando Furioso si passa dal flash su una vicenda al campo lungo di nuove situazioni. Si alternano eventi naturalistici a fatti soprannaturali, magici e Ariosto li tratta con lo stesso registro: politematicità e unico stile. La fuga di Angelica rivela la donna faber fortunae suae, padrona del suo destino, fugge perché vuole, non perché è disperata. Ad un tratto Ariosto sposta l’attenzione dalla fuga di Angelica a Bradamante, eroina cristiana che ama Ruggiero, eroe saraceno. Si innamorano, ma Ruggiero è rapito e chiuso nel castello incantato del mago Atlante, che custodisce un cavallo alato, l’ippogrifo, invenzione ariostesca. Bradamante corre senza sosta sulle tracce dell’amato, lo libera e lo perde a fasi alterne.
Ariosto non vuole coinvolgere emotivamente il lettore: quando le situazioni si fanno drammatiche, ricorre a una tecnica d’incastro, cioè all’interruzione di una vicenda per inserirvi quella di un’altra persona. Se l’episodio è singolo, realizza la ricostruzione ad arco, cioè fa sì che la sua drammaticità si sgonfi, al fine di ristabilire l’equilibrio, l’armonia. Questi misurati interventi del poeta accentuano il tono conversevole che prevale in tutto il poema. È l’anima ariostesca, affabile, indulgente, serena, non ignara delle miserie e meschinità degli uomini, che osserva con lo sguardo lucido e disincantato di Machiavelli, forte, però, di una seria fiducia in una superiore armonia dell’universo, in cui si conciliano i contrasti dell’apparente caos dell’esistenza. Nasce così il tono medio del Furioso, presente nelle persone, nella struttura e nello stile. Tipico è l’oscillare dei personaggi fra una realtà grandiosa e una più umile e mediocre. Così Angelica, fulgida immagine di bellezza, trascorre fuggevole per il poema come un sogno inattingibile di felicità e ad un tratto scompare dalla nostra vista mentre capitombola giù da cavallo a gambe levate. Orlando, grande saggio eroe, si degrada nella follia. Lo stesso si verifica nelle situazioni: all’espandersi sicuro dell’uomo nel mondo si unisce la coscienza del limite; accanto al reale nasce l’ideale. Realtà e fantasia si alternano senza stacchi: la vita è descritta come favola e la favola come vita – realismo magico o meraviglioso naturale, concretissimo e al tempo stesso illusorio.
È la tecnica dell’assurdo, adottata da Kafka per la metamorfosi: descrivere un fatto surreale come fosse naturale, senza stupore, senza che lo stile provi alcun brivido. La medietà si riflette quindi anche nello stile, che fonde suggestioni petrarchesche con modi e cadenze del parlato, in un fluire continuo, vario e agile, come il ritmo della vita. Ruggiero, trasportato dall’ippogrifo atterra sull’isola della perfida maga Alcina, che lo seduce, finché giunge la buona maga Melissa, che lo aiuta a trovare la via della liberazione. L’isola si presenta come un giardino bellissimo, incantato: è un ampio squarcio paesaggistico del Furioso e Ariosto rivela il senso della natura rinascimentale. L’ispirazione non viene direttamente dall’ambiente reale, ma dalla tradizione: la natura fa da sfondo all’azione dell’uomo, perché è il luogo dove si incarna la vita umana, è natura razionalizzata. Il Rinascimento inventa l’arte del giardino tradotto in letteratura: è geometrico, frutto di un progetto architettonico, con boschetti, laghetti, cascate, ponticelli. Ha inizio l’avventura. Ruggiero lega l’ippogrifo ad un verde mirto, tra un lauro e un pino. Il cavallo alato vuole liberarsi ma non ci riesce, fa crollare il mirto e cadere alcune fronde. L’episodio ora si flette: la pianta parla. Il meraviglioso, il magico si inserisce nel giardino, nel consueto, attraverso il filtro culturale. È rivisitato l’episodio virgiliano di Polidoro come pure quello dantesco di Pier delle Vigne, nella selva dei suicidi. Virgilio accentua l’aspetto emozionale, l’orrore di Enea di fronte alla fronda che gronda sangue; Dante si esprime in modo rapido e conciso, conforme alla drammaticità dell’evento, che carica di significato simbolico, metafisico; Ariosto, invece, si serve di una narrazione estesa e pacata, adatta ad un momento normale descritto con distacco e parole consuete. A parlare, dalla pianta, è Astolfo, già amato dalla maga: la voce è chiarissima e spedita, mentre racconta la sua vicenda amorosa. Alla storia di Ruggiero si mescola quella di Orlando. Spinto da un sogno triste che vede in pericolo Angelica, parte alla ricerca della donna amata e finisce nel secondo castello incantato di Atlante: ormai prigioniero del sogno, crede di vedere Angelica, ma in realtà è un’immagine vana. Quando vede i nomi di Angelica e Medoro incisi sugli alberi, capisce che per lui è perduta, andata in sposa ad un umile fante saraceno. Se si comportasse da persona saggia, accetterebbe la realtà, invece la rifiuta e gradualmente si verifica in lui la dissociazione psichica, accetta la follia come autorifugio.
La ragione, elemento vitale nella realtà dell’esistenza umana, si eclissa e, offuscata dall’illusione, diventa sempre meno atta a far accettare la realtà, di qui la psicosi, la pazzia. Nel castello vagano altri cavalieri, anch’essi prigionieri della passione, che moltiplica le immagini illusorie del desiderio, astraendo l’animo dalla realtà. Qui l’uomo appare come è spesso nella vita: schiavo di un mondo di labili fantasmi, nati nel suo stesso animo quando abbandona la strada additata dalla ragione, dalla saggezza.
Il castello, dunque, tiene lontano dalla vita, riflette la chiusura nel proprio individualismo, che impedisce il contatto con gli altri e con le cose. Per Orlando questa fissità è l’anticamera della follia, cioè della solitudine e dell’incomunicabilità totale. Ruggiero, invece, riuscirà ad uscire dal castello, per intraprendere il cammino di conquista di un rapporto reale con la vita, con l’amata Bradamente. Orlando sta impazzendo, si dispera: il suo lamento è rivolto alla luna, è come una preghiera, raffinata, petrarchesca. Ariosto non è portato alla psicologia ma ai fatti: non può inventare meccanismi psicologici, piuttosto ricorre alla magia.
Nelle mani di Astolfo, paladino allegro e bizzarro, finiscono i principali oggetti magici del poema, anche l’ippogrifo. Così fa un giretto sulla luna, dove trova, tra molte ampolle, quella che contiene il senno di Orlando e proprio lui, esperto di pazzie, glielo riporterà.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
13. Niccolò Machiavelli: politica, storia e autonomia del reale
Quadro del capitolo. Machiavelli separa l’analisi politica dalle giustificazioni morali astratte e concentra l’attenzione sulla verità effettuale dei comportamenti. Il Principe studia le condizioni della conquista e conservazione del potere, mentre i Discorsi allargano lo sguardo alle istituzioni e alla storia romana. La sua prosa è parte integrante della forza analitica del pensiero.
Nuclei fondamentali: vita e attività politica • Il Principe • virtù e fortuna • verità effettuale • Discorsi • Mandragola • pensiero storico-politico
È la personalità più critica del Rinascimento: non è intellettuale di corte e ha un rapporto con il potere che trascende i suoi tempi. Non è soltanto teorico di politica originale e profondo, ma anche un prodigio come scrittore, che mira a persuadere all’azione magnanima. A differenza di Castiglione, che teorizza l’esperanto della lingua senza realizzarlo, Machiavelli teorizza il fiorentino del Cinquecento e lo realizza: una lingua nobile, ma non fondata soltanto su modelli, sullo stile petrarchesco, come vuole Bembo.
Il Principe è un’opera rivoluzionaria, scandalosa, che lo esclude dall’epoca. Quando l’intelligenza più lucida del Rinascimento muore, nel 1527, il Principe e i Discorsi non sono ancora stati pubblicati, esistono soltanto come manoscritti: anche gli editori sono perplessi. Studia la crisi economico-politica della classe borghese e ne fa un’analisi acuta, esatta, realista, ma le sue proposte sono utopistiche al momento. È un grande politologo, ma non un grande politico. La sua voce, comunque, sorta in una fase tragica della storia italiana, resterà nei secoli del servaggio come speranza che si prolungherà fino alle soglie del Risorgimento.
Machiavelli appartiene alla società mercantile, che ha creato il Comune, ma ora è una classe tagliata fuori dalla situazione politica dei Medici, tesa a monopolizzare l’economia accorpando banche e borghesi arricchiti in un trust, al fine di gestire la politica. Portato all’azione politica, oltre che all’osservazione, assolve missioni di diplomazia sulla scena italiana ed europea, senza stancarsi di dare consigli al governo della sua amata Firenze, ma invano. Quando la Repubblica Fiorentina è devastata dall’esercito spagnolo e poco dopo rientrano i Medici, Machiavelli è arrestato. Riesce a provare la sua innocenza, ma è forzato a lasciare la vita politica attiva e a ritirarsi nella propria villa presso San Casciano. È un periodo di meditazioni appassionate sul presente e di un ideale colloquio con i grandi storici dell’antichità romana, in particolare con Tito Livio: il frutto è la composizione di quasi tutte le opere maggiori. Il Principe Gli interessa tracciare un drammatico ritratto della situazione densa di pericoli in cui si trova Firenze, inerme e incapace di una politica vigorosa, in balia degli infidi alleati francesi, e insidiata da un conquistatore senza scrupoli – Cesare Borgia, duca di Valentinois, il Valentino. La passione per la patria e l’angoscia di vederla avvilita e preda di politici violenti e senza scrupoli, Francesi e Spagnoli, che la devastano con i loro eserciti, lo spingono a scrivere il Principe, inteso ad inserirsi dinamicamente nella situazione ispirando un’azione risoluta. Insiste sull’insipienza politica e militare dei principi italiani. La sventura presente è considerata da molti, fatalisticamente, dovuta alla fortuna, cioè ad un destino imperscrutabile. In realtà è frutto della mancata assunzione delle proprie reali responsabilità, donde la necessità di reagire con la virtù, sintesi di intelligenza e di energia, per fondare uno stato nuovo, forte, capace di resistere alla spinta imperialistica delle grandi monarchie europee. Le strategie necessarie sono la prudenza – la chiara realistica consapevolezza delle situazioni, la conoscenza desunta dai fatti, dalle leggi oggettive che regolano l’azione politica – e le armi, cioè la forza militare, rappresentata da fidate milizie cittadine e non da truppe mercenarie. Machiavelli indica le qualità, gli accorgimenti necessari a un principe per svolgere la sua opera in modo veramente efficiente.
Dall’analisi implacabile della storia del suo tempo emerge che non il diritto, bensì la forza, la violenza, il male dominano nelle grandi monarchie assolute. Ecco perché, con logica coerente e spregiudicata, accetta che il male sia presente nell’uomo politico, come dura e dolorosa necessità per difendere quello Stato che è indispensabile ad un’umana civile convivenza. Per questo il Principe è stato considerato, per secoli, un libro iniquo e Machiavelli accusato di cinismo, immoralità, da cui i termini spregiativi machiavellismo e machiavellico. Si è poi erroneamente sintetizzato il suo pensiero nella frase il fine giustifica i mezzi: la verità è che lui non l’ha mai scritta, è stata messa nella sua penna dagli avversari.
Come nota Croce, la lucida e amara coscienza della realtà non è espressione di cinismo, ma rivela un’autentica sofferenza, un anelito verso una società di uomini nobili e onesti. Il male e la scelleratezza dunque non sono giustificati, ma soltanto come mezzo scelto con consapevolezza intellettuale, quando tutti gli altri risultino insufficienti per realizzare quello che fecero al loro tempo i grandi fondatori e organizzatori di popoli: Mosè, Ciro, Romolo, capaci di dare una patria dove prima era un volgo disperso e senza nome.
Travisamento. Da quando è pubblicato, ha inizio il travisamento del Principe. Anche se ha decine di edizioni, lo si legge per stroncarlo. La storiografia italiana di fine ‘500 e inizio ‘600, secolo di controriforma e gesuitismo, lo rifiuta. Il Cardinale Polo, in un libro dedicato a Carlo V, mette in dubbio l’onestà intellettuale di Machiavelli. È uno scrittore che finge di dare consigli, in realtà educa la massa alla rivolta, alla ribellione, all’odio nei confronti del principe cattolico, mostrando loro che il potere politico si fonda sulla prevaricazione, sulla violenza, sulla perfidia, sull’inganno.
Così Traiano Boccalini scrive Ragguagli di Parnaso, libro in voga, interessante, agile, poco profondo. Il Parnaso è la sede delle Muse, lì vagano le anime dei poeti, degli scrittori. Immagina che viva lì anche Machiavelli. L’hanno processato e condannato, perché scoperto di notte mentre applicava denti di lupo a pecore. Riprende la teoria di Polo: lo scopo di Machiavelli è educare il popolo, innocuo e sottomesso, all’odio nei confronti del principe trasformandolo in un branco di lupi. Nascono i teorici della ragion di Stato: lo Stato ha ragioni etiche superiori a quelle dell’individuo.
Di fronte al diritto alla vita ha obblighi diversi, può fare guerre, condannare a morte, comunque per governare al meglio si dovrebbe essere cristiani. Bacone, filosofo e politico inglese, è il primo a dare un giudizio obiettivo. Machiavelli è realista, ha descritto il mondo non come dovrebbe essere, ma come è. È scienziato prima che ideologo, teorico di politica. È sul cammino che porta alla scoperta del metodo scientifico, empirico, induttivo: parte dalle cose nel loro concreto accadere, da cui si sforza di ricavare leggi universali e costanti, concretamente sperimentabili.
Nel Settecento, il secolo dell’Illuminismo, della ragione, Machiavelli è valutato, ma tramite un’ideologia che non è la sua. Rousseau nel Contratto Sociale lo vede come precursore del regime democratico, tesi ripresa da Foscolo, che lo pone tra i grandi pensatori della storia. Ribadisce, però, la tesi obliqua: finge di dare consigli ai principi, ma li dà alla massa, smitizzando la politica e rivelandone l’iniquità. Educa il popolo all’amore per la libertà. Inizia così l’analisi che, ai giorni nostri, è giunta a teoria quasi definitiva.
De Sanctis lo esalta poiché si pone fuori dal cliché del Rinascimento: indica la definitiva separazione tra morale laica e religione. Laicizza la visione del mondo, realizza la liberazione storica dalla provvidenzialità di Dio. Poi è profeta di unità di patria: l’Italia è terra di conquista e lui ipotizza l’esistenza di uno stato forte che scoraggi Francesi e Spagnoli. Il 20 settembre 1870 De Sanctis esulta: Roma capitale, si realizza il sogno di unità profetizzato da Machiavelli! Croce. L’etica è ricerca del bene e dell’utile, ma l’economia è tesa all’utile. Machiavelli individua le categorie alla base della realtà: lo si accusa di dare consigli immorali, non è né morale né immorale; insegna l’arte della scherma. È scienziato, come pensa Bacone, dà regole di politica: è arbitrio di ciascuno usarle per difendere oppure per uccidere.
Gramsci ritiene che lo scopo del Principe sia creare, fondare la volontà politica collettiva, una realtà nazional-popolare, volta contro la classe nobile, che concepisce lo Stato come privilegio. Machiavelli vorrebbe che, in opposizione agli Stati assoluti, fosse la borghesia mercantile a fondare il nuovo stato progressista. La catastrofe politica deriva, infatti, dalla classe borghese neo-feudalizzata che si è trasformata in Signoria. Oggi il Principe è attuale: insegna che lo Stato non si identifica in una persona, ma nella lotta politica. Il partito cerca di convertire la massa alla propria ideologia e diventare maggioritario, fondando la volontà collettiva.
Gramsci, poi, rileva come Machiavelli sappia inventare lo stile adatto all’opera: è un manifesto politico elettorale, che con tono appassionato spinge all’azione. Non è descrittivo e analitico come Boccaccio: usa frasi brevi, con massime apodittiche, tese non solo all’analisi ma a far conoscere la realtà. Quando scrive “Discorsi sulla prima deca di Tito Livio” lo stile è diverso: più accademico, retorico, latineggiante. Si rifà a trattati classicistici, che rinnova secondo la concezione di intellettuale organico, giudice di realtà, nella consapevolezza della passata grandezza degli antichi.
Antropologia. Machiavelli è sostanzialmente pessimista. Il suo pessimismo è un residuo ancestrale del Medioevo, ma lui non lo corregge con la concezione provvidenzialistica e fideistica medioevale. È laico e tende a vedere la storia come costruzione integralmente umana: l’uomo, però, è sempre uguale a sé stesso nello scorrere dei tempi e delle circostanze, quindi è importante lo studio del passato, in particolare il colloquio con i grandi classici. All’ottimismo rinascimentale celebrativo dell’uomo, capace di vivere in un rapporto di equilibrio ed armonia, Machiavelli contrappone la concezione dell’individuo homini lupus, portato per natura al male. Sant’Agostino nel De Civitate Dei indica Dio come unica via di redenzione. Machiavelli, però, non crede che esista la grazia di Dio come elemento di salvezza dal male.
Affida quindi allo Stato la missione soteriologica di redimere, rendere l’uomo migliore. Lo Stato è tutto, l’uomo gli deve tutto: per molti, allora, è Stato hegeliano, fascista. Non è esatto: la violenza non ha da essere indiscriminata, ma progressista, contro il privilegio, le classi che bloccano il progresso. Deve difendere la pace e il benessere della società, non del singolo. Lo Stato pacifico è il luogo che preserva la vita in senso biologico: limita ipotetici diritti sul mondo ma tutela i diritti della proprietà privata. Lo Stato deve avere buone armi e buone leggi, non molte e soprattutto rispettate. Assolve quindi e giustifica la guerra, la violenza, pur di evitare la distruzione, la soggezione a chi ha mire imperialistiche.
L’azione con violenza è giustificata se necessaria per realizzare la solidità, l’equilibrio, la forza dello Stato – i grandi progetti dell’uomo politico. Machiavelli sgancia l’individuo dalla grazia divina e lo aggancia alla grazia dello Stato. All’azione dell’uomo, però, si contrappone quella di una volontà inesplicabile che lui chiama fortuna, sulle orme dei classici. È l’imponderabile, che coincide con il limite stesso della natura umana: l’uomo lotta con la forza della sua intelligenza, al fine di far vincere il bene e l’utile nel cangiante succedersi degli eventi.
Anche Boccaccio vede la storia come contrasto tra il caso e le capacità costruttive dell’uomo, ma è l’ottimismo a prevalere, lui vive nella fase espansiva dell’Umanesimo, quindi l’uomo è in grado di vincere. Machiavelli, invece, vive la fase finale, la crisi: agonisticamente riafferma la sua fede nella virtù dell’individuo ma, da pessimista, non è convinto del risultato. Epistolario È molto vario, colorito, umano. Sono lettere familiari dirette agli amici – in particolare a Francesco Vettori e Francesco Guicciardini.
Gli argomenti sono svariati, come varia è la natura: politica, scherzi, racconti di avventure amorose, sfoghi crucciosi, confessioni. Costituiscono un dialogo vivacissimo, frutto di limpida intelligenza, brio, concretezza, tendenzialmente espresso in un fiorentino reale, spesso comico. Analizza i problemi del presente, ma per capirli e risolverli bisogna conoscere il passato, l’essenza degli Studia Humanitatis, gli studi umanistici, da cui un linguaggio che accosta il quotidiano e l’aulico, la parola moderna e l’antica.
Mentre Ariosto, nelle Satire, tende a metaforizzare i fatti del quotidiano in un’atmosfera da favola, una sorta di realismo magico, Machiavelli rivela la chiara tendenza all’osservazione concreta, puntuale e circostanziata degli eventi, delle loro svolte, della loro complessità. La lettera al Vettori del 10 dicembre 1513. Machiavelli si sente inquieto, perseguitato da uomini e dalla malasorte. Annovera tra le sciagure del momento il saccheggio di Prato, effettuato nel 1512 con ferocia inaudita dalle truppe spagnole, incaricate di stroncare la resistenza della Repubblica Fiorentina e di ricondurre i Medici in Firenze.
Imprigionato e torturato perché sospettato di essere connivente con la congiura contro i Medici, anche se dimostra la propria innocenza, è privato dell’incarico di vita politica e confinato nella sua villa presso San Casciano. Ora è qui e si appresta a raccontare all’amico la propria giornata. Va nel suo bosco a caccia di tordi, passa del tempo con i boscaioli, ha un acceso diverbio con il taglialegna, poi si ritira nel boschetto che predilige per leggere, studiare i classici, Livio, Tibullo, Ovidio, Dante, Petrarca, e sceglie anche autori di cui non scriverà mai: la sua è una cultura globale, senza pregiudizi.
Più tardi si sofferma in osteria: è un bozzetto realistico che rivela l’intelligenza dell’uomo colto che non sente il contrasto tra cultura e vita. Nota la molteplicità di caratteri, passioni, bizzarrie e sa interrogare i passanti: vuole il contatto concreto per conoscere la psicologia umana nella sua ricca varietà. Machiavelli è scienziato e applica l’indagine empirica alla vita degli individui. Giunge la sera: è l’ora di scrivere, sta componendo il Principe, ma non è pubblicato, non piace ai Medici, storicamente e ideologicamente incapaci di capirlo e apprezzarlo.
Ed ecco la metafora: si spoglia mentalmente dei panni sporchi di fango e dell’avvilente vita quotidiana, dominata dall’impeto implacabile della fortuna, e riafferma la nobiltà dello spirito. Si veste a festa perché sta per dialogare con uomini colti, i classici, e in risposta gli danno conoscenza, esperienza, cose antiche da assimilare, che esprimono l’essenza vera dell’uomo. Si immerge completamente in loro: ogni angoscia dell’esistenza è superata dal senso di una vita intellettuale capace di vincere la morte e il destino. Machiavelli è commosso, mentre libera il suo animo dalle miserie quotidiane per ritrovare sé stesso nella celebrazione più elevata degli studi umanistici che il Rinascimento abbia mai espresso. Rivela che una delle ragioni principali della sua vita è la scrittura, in particolare “quel cibo che solum è mio, e che io nacqui per lui”, cioè lo studio della politica e delle sue leggi. Celebre è l’anacoluto, forma tipica di linguaggio parlato, espressione di vitalità e di stile. È un errore dal punto di vista grammaticale-sintattico ma è una scelta del grande scrittore: cibo, che è soggetto, diventa complemento oggetto, perché è l’io ad essere esaltato – l’io psicologico, di affezione, irrompe facendo violenza alla grammatica. Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio Sono considerazioni sparse, nate dalla lettura dei primi dieci libri della Storia di Roma di Livio.
Se il Principe riguarda immediatamente la costituzione dello Stato, i Discorsi intendono rappresentare lo Stato come istituzione, osservato nel suo sviluppo, come complesso di ordinamenti e leggi tesi al bene comune, che è il fine supremo dello Stato. Machiavelli non ha una concezione storicistica dell’uomo, la cui vita e psicologia sono rette da leggi costanti. L’individuo sostanzialmente non cambia nel tempo, per cui si rischierebbe di ridurre la storia a un monotono ripetersi di eventi sempre uguali. Ne ricava, però, un incitamento all’azione, affermando che anche oggi è possibile compiere grandi imprese come nel passato. Vale, quindi, l’esemplarità degli antichi, sono propedeutici al presente, in campo politico.
Di Polibio, storico greco, venuto a Roma nel II secolo a.C., momento di apoteosi della Repubblica Romana, Machiavelli riprende la teoria dell’anaciclosi, ciclo che ritorna, la storia che si ripete ciclicamente. La vita dello Stato è concepita secondo un processo di sviluppo che passa da una condizione di disordine ad una di ordine e viceversa. Dal superamento dell’originaria ferinità dell’uomo nasce la prima forma, la monarchia: il potere del singolo, però, che ha germi di corruzione, tende a degenerare nella tirannide.
Ne consegue una crisi, dove nuove forze la sostituiscono con l’aristocrazia: non è governo di una persona ma di una classe, tesa a degenerare nell’oligarchia, a chiudersi nei propri privilegi, escludendo le altre classi. La nuova crisi è frutto del popolo e porta alla democrazia: dare a tutti la possibilità di intervenire fa inceppare il sistema e si finisce nella demagogia, cioè propaganda lusingatrice delle aspirazioni delle masse, allo scopo di conquistare il potere. Il processo, una volta compiuto, si ripete indefinitamente, in un ciclo eterno.
Roma, però, esce dal cliché. Dalla cacciata dei re alla costituzione del Tribunato della plebe, a Roma vi furono lotte politiche tra aristocrazia (patrizi) e popolo (plebei) che condussero la Repubblica Romana a una costituzione esemplare, espressione di tutte le energie vive dello Stato, al fine di salvaguardare il bene comune. La vita e la libertà di uno Stato, infatti, sono una continua conquista, nascono dallo scontrarsi e dal comporsi dei diversi interessi e opinioni delle classi sociali. Uno Stato che intenda essere fondato sulla partecipazione veramente attiva dei cittadini deve garantire loro la libera espressione della propria volontà e il modo di esercitare il diritto di critica.
Naturalmente tale libertà deve avere nelle buone leggi la sua garanzia e il suo limite, per non tradursi in una forma disgregatrice. I Romani, dunque, rivelano una superiore saggezza politica, contrapposta polemicamente all’insipienza dei Fiorentini, che per secoli furono travagliati da lotte politiche faziose, nelle quali ciascun partito mirava alla distruzione dell’avversario e all’imposizione del proprio dominio, senza pensare alla convivenza civile, al superiore interesse della patria. Tramite la conoscenza e l’assimilazione del passato, Machiavelli invita a rieducare alla virtù politica, dimenticata ma riacquisibile – virtù, intesa nell’accezione classica come coraggio, forza, eroismo. La massima virtù dell’uomo politico è la duttilità, l’intelligenza, la capacità di una visione senza pregiudizi. La fortuna, l’imponderabile, può distruggere la virtù, donde la necessità, in questa lotta, di intervenire con intelligenza ed energia. Machiavelli propende per una forma di governo repubblicano, perché più duttile e forte della partecipazione di tutti i cittadini alla vita dello Stato. La repubblica, inoltre, preserva meglio la continuità, perché libera dal momento di crisi che si verifica nella monarchia quando si presenta il problema della successione. La repubblica, infatti, vive sull’istituzione, conta la carica, non la persona. Occorre però che la creazione di uno Stato si fondi su buone leggi, buoni ordinamenti e costumi, da cui la necessità iniziale di un legislatore, un individuo dotato di prudenza, saggezza e virtù superiori. Esemplare resta Numa Pompilio, il sovrano legislatore, consapevole che la sua opera possa dare allo Stato la continuità, la forza più vera e duratura, e renderlo un mezzo di educazione e di civiltà. Così sceglie di servirsi della religione come mezzo necessario per vincere la primitiva ferocia del popolo e condurlo ad una forma armonica di convivenza civile. Questo perché la religione produce il rispetto della legge, dei buoni costumi, la fedeltà allo Stato e alla patria. È una religione spogliata di ogni trascendenza e vista soltanto nel suo valore etico-politico. Non è uno strumento di oppressione del volgo ignorante, bensì un mezzo per fondare e conservare quella convivenza che coincide con la civiltà. Il popolo è condotto all’unità, alla coesione, alla conoscenza delle norme essenziali per contribuire al vero bene dello Stato.
Così, ad una prima necessaria forma assolutistica, Machiavelli vorrebbe che seguisse un regime repubblicano, Stile. Machiavelli realizza una rivoluzione non solo sul piano ideologico ma anche su quello linguistico, dando vita ad una prosa personale. Il suo stile è caratterizzato da un procedere dilemmatico: pone dei dilemmi, problemi da analizzare e risolvere, nella ricerca di chiarezza, di sintesi. C’è la tendenza dialogica: immagina di avere un interlocutore, che vuole persuadere, educare all’azione. La sintassi è classicheggiante. Il lessico non è umanistico: la verità nasce dalla sintesi di passato e presente, c’è quindi mescolanza di aulico e prosastico.
Mandragola Machiavelli si rivela politico anche in questa commedia, considerata il capolavoro del teatro del Cinquecento e un classico della drammaturgia italiana. È una potente satira contro la corruzione della società dell’epoca in Italia e, in particolare, a Firenze. Può sembrare una novella di Boccaccio, fondata sulla beffa, l’intrigo, lo scambio di persona. Lucrezia, però, non è come le donne carnali del Decameron, alla ricerca del piacere, bensì una giovane prudente, onesta e molto accorta. Callimaco è innamorato di Lucrezia, bella giovane sposa di un “non del tutto vecchio” sciocco dottore in legge fiorentino, Messer Nicia, che si cruccia per non aver figli. Con l’aiuto dell’astuto amico Ligurio, Callimaco, nelle vesti di famoso medico, riesce a convincere Nicia che l’unico modo di avere l’erede sia di somministrare alla moglie una pozione di mandragola, ma il primo che avrà rapporti con lei morirà. Ligurio propone a Nicia una geniale soluzione, cioè che a morire sia un semplice garzone. Lucrezia non vuole l’inganno, ma tutti attorno a lei, dalla madre a Fra’ Timoteo, il confessore, corrotto, pronto a mentire e ad ingannare sotto compenso, la convincono che onestà, lealtà non giovano a nulla. Su consiglio di Ligurio, Callimaco si traveste da garzone. In una famosa scena, Callimaco viene colpito, portato a casa di Nicia e messo nel letto, insieme a Lucrezia. Quando lei scopre la vera identità di Callimaco, trascorre con lui una piacevolissima notte e decide di diventare sua amante. Dopo la notte degli inganni, Callimaco, riprese le sue sembianze di medico, ottiene da Nicia, contento della futura paternità, il permesso di abitare in casa sua e può così anche godere, non visto, delle grazie di Lucrezia.
Dalla comicità della commedia emerge, a più riprese, l’amarezza di Machiavelli: Callimaco, nato a Firenze, rimasto orfano a dieci anni, dai tutori viene mandato a Parigi. Vi rimane per venti anni perché, come afferma, lì vive molto felice e più sicuro che a Firenze, devastata dagli stranieri. È uomo virtuoso, poiché è duttile e forte e non mira all’utile. Nicia. È il più sciocco uomo di Firenze. Vuole apparire ciò che non è; quando gli viene presentato Callimaco nelle vesti di dottore, gli parla in latino per tastare la sua scienza. Il suo linguaggio è volgare e basso: tenta di ornarlo e renderlo sofisticato perché vuole adeguarsi ad una condizione sociale di cui non è degno esponente, ma finisce per riprendere proverbi e modi di dire del fiorentino popolaresco.
Ligurio. Dotato di grande astuzia, la utilizza per guadagnarsi da vivere, usando un linguaggio ponderato, calcolato, mirato a forgiare il pensiero e la volontà degli interlocutori. Ma è anche senza scrupoli, non si crea problemi a tradire Nicia, con il quale ha una certa familiarità, per aiutare Callimaco a pagamento. Lucrezia. Molti critici hanno notato in lei affinità con il principe di Machiavelli: la capacità di respingere le ipocrisie e di adeguarsi alle varie situazioni.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
14. Francesco Guicciardini e la crisi della razionalità rinascimentale
Quadro del capitolo. Guicciardini conserva il rigore dell’analisi razionale ma ne mette in discussione ogni pretesa universalistica. La realtà storica è troppo complessa per essere ricondotta a regole semplici e ripetibili. Il particulare e la discrezione diventano categorie per leggere una civiltà ormai attraversata dalla crisi.
Nuclei fondamentali: vita politica • Ricordi • Storia d’Italia • particulare • esperienza e discrezione • crisi delle certezze
A livello europeo, Firenze conosce una grande stagione letteraria a partire dal dolce stil novo e si conclude con Guicciardini, l’ultimo intellettuale del Rinascimento. È battezzato nel 1483 e suo padrino è il famoso filosofo Marsilio Ficino. Appartiene a una grande famiglia, esponente del capitalismo monopolistico, grande è il suo matrimonio con Maria Salvati, di antica famiglia nobile, come pure la sua cultura – conosce italiano, latino e greco, a differenza di Machiavelli, bilingue, e appartenente alla piccola nobiltà fiorentina.
È molto ambizioso, ansioso di gloria e, dopo uno sfolgorante inizio nella carriera forense, concretizza una rapida e brillante carriera politica presso i Medici e a Roma, dove diventa consigliere del Papa. Con il Sacco di Roma (1527) si verifica il tracollo: Castiglione è messo a riposo e pure Guicciardini. Nel 1530 ritorna in auge, ma non per lungo tempo. La sua esistenza e tutto il prodigarsi per conseguire onore e utile gli appaiono nella luce amara dell’insuccesso e della vanità. Avverte l’estrema complessità del reale e l’impossibilità per l’uomo di dominarlo pienamente, di imprimervi il suggello della propria razionalità. Sgomento del frequente trionfo dell’ingiustizia nel mondo, si ritira nella sua villa ad Arcetri.
Sfuggita la gloria nell’agire, cerca nella scrittura la dignità, il decoro: se Machiavelli è padre di politica come scienza, Guicciardini è il fondatore della storiografia. La Storia d’Italia È il suo capolavoro, espresso nella prosa più nobile ed aulica. È sintesi della civiltà del Rinascimento, opera di importanza assoluta: analizza e mette in ordine quarant’anni di storia. È scrittore analitico, ampio, correggere è arte di aggiungere non di togliere, come per Machiavelli. Se il Principe è opera di fama universale, anche se per molto tempo non ha successo perché risulta scandalistico, Ariosto è apprezzato subito da tanti lettori, la Storia è per specialisti, quindi il suo successo, sia pure immediato, è ridotto, è tra gli esperti, ma non per questo meno grande.
La storiografia è sentita come prosa d’arte, maestra di vita, opus oratorium, quindi attraverso le parole fa emergere l’animo. È animato dall’ambizione, vuole lasciare la sua traccia nella storia: è elemento rinascimentale ma lui lo vive con ansia, in modo esasperato. Quando fallisce nella vita pratica, si rifugia nella cultura, nella letteratura, che è analisi del perché l’azione si è esaurita. Nasce così la tristezza, la malinconia esistenziale, lo scetticismo, che non sono elementi rinascimentali, ma segni di crisi.
Machiavelli crede che si possa uscire dalla crisi fondando uno Stato forte, fatto dal popolo, da borghesia e classi medio-basse. Guicciardini, invece, legato alla classe capitalistica, al mito dell’Italia florida e dello Stato ideale di Firenze, dominato dai Medici, si rende conto che è un regime aristocratico, frutto di una visione individualistica, particolaristica, quindi segno di una crisi che lo lascia nello scetticismo. Guicciardini è senza alcun dubbio grandissimo intellettuale, scrittore prodigioso, la cui attendibilità storica è indiscussa. La critica è invece divisa sull’ideologia.
De Sanctis, mentre esalta Machiavelli, scrive un saggio L’uomo del Guicciardini, da cui emerge la concezione di uomo come sintesi di tutti i vizi dell’individuo rinascimentale. Se Machiavelli combatte quando scrive, non è disperato, Guicciardini invece è rassegnato, scettico e i suoi Ricordi sono la corruzione italiana innalzata a regola di vita, a sistema. È corrotto perché fa del proprio particulare, del proprio interesse, il suo Dio; sacrifica tutti gli ideali, morali, religiosi, per far carriera, per il suo utile.
Questo giudizio è scorretto, è travisante: Guicciardini non è teorico dell’utile. Basti considerare i Ricordi L’inizio è emblematico: in intimità, sincero, dichiara di aver desiderato, come tutti gli uomini, gloria, onore e utile. Molte volte ha conseguito più di quanto sperato, ma non ha mai trovato ciò che pensava. È profondamente deluso, la cupidigia dei trionfi è vana, perché si vede soltanto l’apparenza esterna, la luce del successo, non i sacrifici che è costato. Resta soltanto il tormento di chi si preclude la gioia della speranza e una serena fiducia nella vita. Si rivela, quindi, lo psicologo dell’azione.
Flora smonta l’immagine immorale, corrotta, che ne fa De Sanctis. Guicciardini ha tre ideali: buon governo, Italia libera, umanità non coartata dai dogmi religiosi. Cita il pensiero no. 11, in cui Guicciardini con dispiacere si chiede come l’ambizione, la cupidigia di denaro, il desiderio sfrenato di lusso, vizi in sé odiosi, possano convivere in chi professa di aver dedicato a Dio la propria vita. Eppure, lui ha dovuto amare più pontefici per il suo particulare, che non è calcolo di gretto tornaconto, ma necessità determinata dalla situazione storica in cui si è trovato a vivere.
Emerge, quindi, un uomo condizionato: inaugura la frustrazione, la passività, l’angoscia, il dubbio, l’incertezza che domina tutto il manierismo. È l’uomo problematico, moderno, che cerca i valori e non li trova. È coscienza e rispecchiamento della sua epoca, nella sua opera mostra consapevolezza della crisi storica del Rinascimento: non ha fede nella politica come scienza, nel sereno equilibrio dell’uomo, forza di Machiavelli e di Ariosto; Guicciardini esprime il dubbio, una visione del mondo umano dominato dall’insicurezza e dal caso.
I Ricordi sono un capolavoro in questo genere di letteratura italiana. Sono scritti, non per essere pubblicati, nel periodo della carriera politica, ma poi li riscrive e corregge, li lima, come se fossero da pubblicare, dà loro una forma chiara, pulita, comunicativa: sono consigli per la famiglia, di vita politica vissuta ad alto livello, svalutandone il senso salvifico. Guicciardini è erede di Machiavelli: lo critica, lo ridimensiona, ma è intellettuale che prosegue il machiavellismo, inteso come realismo, analisi della realtà come metodo empirico.
La concezione dell’uomo, però, è diversa. Machiavelli, uomo del Rinascimento, come Ariosto, valorizza la vita di relazione, vive da uomo sociale, per lui l’azione si esplica nella virtù politica, che serve a fondare lo Stato. Crede in un domani politico, nella cultura sociale, poiché gli uomini sostanzialmente sono uguali nel corso della storia e l’esemplarità degli antichi è propedeutica al presente. Guicciardini è uomo solo, saggio individualista e non crede negli altri. Per lui l’uomo è sé stesso, irripetibile: non si può, quindi, fare scienza dell’umanità, ma scienza del particulare; mettersi in mostra ed essere come gli altri è lo stile, l’atteggiamento del parvenu, del borghese. La vita è distinzione, non discrezione, cioè esasperazione della virtù di Machiavelli, capacità di discernere le varie situazioni con adattabilità, sconfiggere anche la fortuna.
Guicciardini enfatizza il concetto di fortuna: il largo margine di imprevedibilità degli eventi e il senso della precarietà del nostro vivere lo portano alla dolente saggezza dell’uomo che non sa più illudersi, passivo, vittima degli eventi, della fortuna, per cui lo studio passato è inefficace per superare la propria fragilità. Alla tensione eroica di Machiavelli si contrappone la solitudine, l’irrequietudine, la malinconia dell’individualismo dell’uomo manierista, incapace di credere in una vita di relazione. Guicciardini sancisce la fine del Rinascimento, ma non abdica alla ragione, se ne serve per capire perché essa non sia più sufficiente per la vita manierista, che è irrazionalista.
È l’ultimo degli Umanisti e il primo dei Manieristi. Scopre che la realtà sia dell’uomo che della natura ha carattere casuale, non causale. Mentre Machiavelli ricerca le regole, le leggi, Guicciardini scopre il relativismo totale. È una rivoluzione gnoseologica di pensiero: fine dell’antropocentrismo e del geocentrismo, l’uomo non è più al centro dell’universo e vengono distrutte le basi scientifiche del Rinascimento. Il mondo è come ognuno lo vede: in luogo delle illusorie certezze statiche che legano passato e presente e anticipano il futuro, nasce un modo dinamico di intendere la realtà, dominata dall’imprevedibilità.
Machiavelli è appassionato, l’anacoluto è segno di affezione. Guicciardini è freddo intellettuale, usa l’intelligenza per analizzare il passato, ma è convinto che l’uomo non possa incidere sulla realtà. Non usa il superlativo come adesione psicologica; molto raramente si identifica con il giudizio; il suo compito di storiografo è tramandare la storia in modo distaccato. Lo stile riflette la sfiducia, lo scetticismo: tende a costruire una scrittura chiara, con frasi staccate, avulse dal pathos di Machiavelli; è una prosa classica, latineggiante, bembesca, canonica del Cinquecento; chiede perdono quando teme di non essere stato abbastanza chiaro.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
15. I generi letterari del Cinquecento: teatro, prosa e poesia
Quadro del capitolo. Il Cinquecento organizza la produzione letteraria intorno a generi fortemente codificati, ma proprio dentro queste forme emergono sperimentazioni decisive. Il teatro oscilla tra imitazione classica e commedia dell’arte; la prosa si specializza in trattati, storia e dialogo; la poesia vive il confronto continuo con il modello petrarchesco.
Nuclei fondamentali: tragedia e commedia classicistiche • commedia dell’arte • Ruzzante • prosa trattatistica • questione della lingua • petrarchismo e poesia del Cinquecento
Il teatro del Rinascimento è di impianto classico. La tragedia è considerata la forma ideale per il suo carattere aulico, grandiosa, conforme al gusto del pubblico delle corti. Sofocle e Seneca sono i modelli preferiti. La commedia si ispira prevalentemente a Plauto e a Terenzio: l’impianto comico piace molto a corte. Il Manierismo tende a creare forme nuove, ibridi. In particolare nasce il melodramma. Poeti e musicisti che s’incontrano a Firenze in casa del Conte de’ Bardi e formano la “camerata de’ Bardi” decidono di riportare in auge la tragedia greca cantata.
La forma e l’argomento sono classici, ma il contenuto è nuovo: la parola tende a trasfigurarsi in musica e si afferma quel nuovo genere di spettacolo che avrà in Metastasio un protagonista e creerà la moderna opera lirica. A testimoniare la crisi della vecchia concezione di teatro è la commedia dell’arte, che ha per circa due secoli una grande diffusione in Italia e all’estero. L’attore si sostituisce all’autore, fonda la propria recitazione sull’improvvisazione e sull’abilità di usare la battuta giusta al momento giusto, mentre il testo è ridotto ad un semplice canovaccio, che contiene una sintesi della commedia. Tale recitazione improvvisata o a soggetto richiede attori professionisti e specializzati. In pratica, si riducono a interpretare figure e tipi fissi, cioè le varie Maschere – Arlecchino, Pantalone, Brighella e così via. Ricercano facili effetti di comicità, portando vizi e virtù ad un eccesso fantastico. In seguito, specialmente in Francia, entrano a far parte della corte: Luigi XIV preferisce il fantasioso divertimento dei commedianti dell’arte a Molière. Sarà la Rivoluzione Francese a porre termine alla loro fortuna, perché hanno perso il contatto con il substrato popolare. Goldoni riformerà la commedia italiana: alla maschera fissa sostituirà il personaggio umanamente vero e concreto. È interessante considerare la genesi delle Maschere, legate a situazioni storiche.
Balanzone, maschera bolognese, è pomposo, falso intellettuale, ignorante e stupido, perché a quell’epoca Bologna è una città provinciale, non è più la sede di una grande università e i suoi laureati sono tipi superati dalla storia. Arlecchino, maschera bergamasca, è bugiardo, figura di ingannatore, servo infido. Bergamo, nella seconda metà del Cinquecento, vive una crisi economica che spinge gli abitanti ad emigrare in altre aree, al Nord e al Centro. Sono però visti con sospetto, perché accettano qualsiasi lavoro, in concorrenza con i lavoratori del luogo. Sono invisi, considerati fannulloni e bugiardi.
Angelo Beolco, noto come Ruzzante, padovano di origine, è autore, attore, capocomico: sceglie il nome di Ruzzante, il suo personaggio più celebre, contadino veneto, analfabeta, rozzo, violento, vittima della sopraffazione sociale. Dotato di gusto nativo per il teatro, è scrittore innovativo, sperimentale, anche se vive in pieno Rinascimento. Il suo istinto di artista lo porta ad evadere dalla letteratura accademica nelle sue commedie più belle e nelle creazioni più originali, i Dialoghi. Al di là della struttura farsesca, sono composizioni drammatiche scritte in dialetto padovano rustico, che risponde pienamente alla rappresentazione di Ruzzante, del suo mondo istintivo e segnato dalla miseria. Auerbach osserva che i poveri non compaiono da protagonisti o per far ridere: è un realismo improprio, a differenza del realismo totale del Decameron, dove c’è l’analisi per ricostruire un destino, dar vita a una personalità rinnovata, come l’adultera del Vangelo. Ruzzante è impegnato su problemi politici e sociali: il suo è teatro da dopoguerra. L’Italia è sconvolta dalla guerra e la classe dirigente ha bisogno di uomini – i contadini non hanno privilegi. Si leva quindi la voce di protesta, di accusa contro chi decide le sorti degli umili. Ruzzante, fuori dall’estetica del Rinascimento, fa parlare i poveri non nella lingua di Bembo, di Petrarca, di Boccaccio, neppure in fiorentino, bensì nella loro lingua, il dialetto. È una scelta rivoluzionaria.
Il suo teatro è ricerca di arte semplice: diagnosi naturale, anti-artificiosa; sprezzatura, disinvoltura e scioltezza.
La prosa cinquecentesca: Vasari, Cellini e Bandello
Giorgio Vasari è il classico intellettuale del Rinascimento, vive a corte e accetta le committenze dei principi. È scrittore, pittore, architetto. È capostipite di storia dell’arte, come Machiavelli lo è per la politica e Guicciardini per la storiografia. Le Vite Sono fonte imprescindibile di notizie: emergono personalità di artisti da Cimabue sino alla sua epoca, attraverso le loro opere e la loro vita arricchite da particolareggiati aneddoti. Vasari concepisce l’arte come sviluppo progressivo, dalla rinascita delle arti per opera di Cimabue e di Giotto fino a Michelangelo, figura eccelsa e conclusiva del processo. Le singole biografie sono così collegate come momenti della storia dell’arte italiana.
Giovinezza. Giotto è il primo grande pittore di arte occidentale, superiore a Cimabue, per il senso estetico e la sublime imitazione della natura. Maturità. Masaccio, Botticelli, Leonardo, Giorgione, Michelangelo. La visione organicistica evolutiva è errata: ogni opera d’arte è irripetibile e va considerata nel proprio valore autonomo. Un altro pregiudizio riguarda il valore del disegno nella pittura. Per Vasari il grande pittore deve essere grande disegnatore, ma in realtà è il colore, il cromatismo che affascina e valorizza le opere di Tiziano, Giorgione, Tintoretto, Bellini, Guardi, Tiepolo, Canaletto.
Ci sono poi errori di descrizione, ma sono comprensibili, poiché Vasari non può vedere tutto, si basa sulle descrizioni di altri. Il suo linguaggio non ha modelli, è nuovo, poiché è senza tradizione: il linguaggio tecnico applicato all’architettura si mescola a quello colto, raffinato; alla tecnica novellistica di Boccaccio quando inserisce aneddoti sulla vita degli artisti. È una prosa governata dal gusto e dall’umore; manca il senso del limite e della misura, l’equilibrio e l’armonia: c’è l’esaltazione del genio artistico, culto della personalità e individualismo sfrenato. In Vasari si avverte l’intuizione che con Michelangelo si sta concludendo un ciclo spirituale e artistico: la tendenza alla maniera.
Benvenuto Cellini. La sua è un’avventurosa e appassionata vita di artista, il cui forte senso di trasgressione è a livello caratteriale. Mentre Vasari esalta l’arte come valore oggettivo, Cellini esalta l’arte come opera propria. La Vita È la sua autobiografia e fa di sé il tema dell’opera d’arte. C’è una sfrenata autoesaltazione, il suo io non ha limiti, rischia l’irrazionalismo: è lo scrittore più interessante del Manierismo. Usa una terminologia superlativa, si mette sul palcoscenico e parla della sua vita. Se esprimesse il suo antropocentrismo in termini aulici, letterari, sarebbe stucchevole, invece è piacevole perché sembra di assistere a commedia, teatro, favola.
Cellini ha il culto di sé, ma vuole piacere, far divertire il lettore. La sua vita è ignorata fino al Settecento, quando Baretti, che dirige la rivista Frusta, fa uno scoop critico su Cellini, sulla sua vita libera e fantastica, ne loda l’opera, la Vita, anche per lo stile nuovo, il tono di parlato incisivo, in contrapposizione agli autori incipriati, salottieri della sua epoca.
Cellini è scrittore irregolare, dilettante; a 12 anni va a bottega, a 16 in riformatorio; non è bilingue, né trilingue, e la sua conoscenza del fiorentino è da autodidatta. Presto diviene orafo, cesellatore di eccezionale perizia. La sua vita si svolge a Firenze, città natale; a Roma, dove entra nelle grazie di Papa Clemente VII e partecipa alla difesa di Castel Sant’Angelo ove il Papa si rifugia, durante il Sacco di Roma, nel 1527. Dopo la morte di Clemente VII e le avventurose esperienze in carcere, si reca a Parigi, ospite per sei anni alla corte di Francesco I, re di Francia, per il quale scolpisce la famosa saliera d’oro; infine torna a Firenze.
Scolpisce il Perseo, opera a lui particolarmente cara. Cellini vuole lasciare ai posteri memoria di sé e al ragazzo che lo segue a bottega detta la sua Vita: è il libro parlato, racconto imprevedibile, non costruito né profondo, particolare come la sua vita. Matteo Bandello. È il più grande novelliere del Cinquecento, considerato dai contemporanei il Boccaccio del secolo. Nasce a Castelnuovo Scrivia, in Piemonte, e vive in seno alla Chiesa: ecclesiastico, prestigioso intellettuale, ha una vita varia e movimentata, passa di corte in corte, anche fuori Italia.
La sua cultura umanistica appare nelle traduzioni dal greco, nelle composizioni in latino e nelle Rime, scritte secondo la moda petrarcheggiante del secolo. Le Novelle Sono l’opera più originale, hanno successo internazionale, sono tradotte in francese e in inglese, offrono spunti e schemi ad autori stranieri: Shakespeare ne trae la storia di Giulietta e Romeo e ne fa un capolavoro. Le sue fonti sono svariate, antiche e moderne, Plauto, Boccaccio, ma non è mera imitazione, perché le novelle sono libere, frutto di scelta personale e originale. Non le racchiude in una cornice unitaria sul modello di Boccaccio, ma premette ad ognuna una lettera di presentazione e di dedica a un personaggio da lui conosciuto, nella quale ricorda il luogo e l’occasione in cui ha sentito raccontare la vicenda che ne costituisce l’argomento.
Le lettere sono interessanti ricostruzioni della vita sociale del Rinascimento, della vita di corte, della quale e per la quale nascono favole, ricavate dai classici come Amore e Psiche di Apuleio, oppure fatti desunti dal mondo medioevale o contemporaneo. Bandello si rivolge ad un pubblico ideale, non solo di letterati, ma anche di principi, cavalieri, dame, artisti, diplomatici: si presenta come narratore libero, osservatore delle cose, della vita nel suo complesso groviglio di passioni e peripezie. La concezione di vita è più drammatica rispetto a Boccaccio: nella ricerca psicologica dei personaggi tende a stati d’animo irrazionali; rivela il gusto per la magia, l’esoterico, l’alchimia; la ragione non domina gli eventi, c’è l’inquietudine della situazione incognita – anti-Rinascimento.
Bandello non ha l’ambizione umanistica di un alto stile prosastico, sull’esempio di Boccaccio. Nelle sue novelle cerca la novità: spirito giornalistico, intende presentarsi come cronista e memorialista, quindi anche lo stile è nuovo, semplice e conversevole. Pietro Aretino. Prosatore interessante, intelligente, colto, poligrafo, uomo per tutte le stagioni, dotato di quella duttilità, adattabilità che è virtù rinascimentale. Ma se esteriormente è cortigiano e virtuoso, in realtà strumentalizza la cultura come mezzo di ricatto. Raccoglie segreti, pettegolezzi riguardo a sovrani, principi e cardinali, minacciandone la pubblicazione. Scopre il potere della stampa come mezzo di ricatto, di terrorismo politico.
La scrittura non è soltanto evasione, passatempo, disimpegno: la usa per servire i potenti, che comprano da lui un elogio per sé e biasimi per i loro avversari. Le Lettere È lui stesso a pubblicarle. Sono lette pubblicamente e molto ammirate. Ariosto gli dà il titolo di flagello dei principi. Aretino se ne vanta e dice che bastano spesso a fare la fortuna o la disgrazia di un uomo. Balzac lo definisce delinquente di penna, il Voltaire del Cinquecento. Da Arezzo, sua città natale, passa a Roma durante il pontificato di Leone X e di Clemente VII, dove diviene celebre per le sue pasquinate – brevi componimenti satirici di contenuto politico, scritti a nome di Pasquino, un torso mutilo a cui vengono appesi, addossato a Palazzo Braschi, di fianco a Piazza Navona. Aretino scrive bene, ma la sua prosa è istintiva, estemporanea, emotiva, irrazionale.
Il petrarchismo cinquecentesco e la lirica femminile
La lirica del Rinascimento in complesso è imitazione di Petrarca come linguaggio, ma non come contenuto. Non crea capolavori, è cultura poetica che insegna la tecnica, come scrivere poesia, e il modello di stile è Petrarca, come vuole Bembo. Pietro Bembo è uomo di sublime raffinatezza letteraria. Quando, forse per dar loco alle stelle C’è il rimpianto per la morte della sua compagna di vita, tipica situazione del petrarchismo; c’è però il paesaggio lunare a suggerire la tenera meditazione d’amore, anche se resta nell’interiorità, non estrinsecata.
Quando, forse per dar loco a le stelle, il sol si parte, e ‘l nostro cielo imbruna, spargendosi di lor, ch'ad una ad una, a diete, a cento escon fuor chiare e belle, i’ penso e parlo meco: in qual di quelle ora splende colei, cui par alcuna non fu mai sotto ‘l cerchio de la luna, benché di Laura il mondo assai favelle? In questa piango, e poi ch'al mio riposo torno, più largo fiume gli occhi miei, e l'imagine sua l'alma riempie, trista; la qual mirando fiso in lei le dice quel, ch'io poi ridir non osò: o notti amare, o Parche ingiuste et empie.
Crin d'oro crespo e d'ambra tersa e pura Se nel sonetto precedente Bembo mette in musica il sentimento, qui c’è un chiaro esempio di petrarchismo di maniera, un insieme di espressioni consunte per esaltare in modo del tutto convenzionale la bellezza della donna. Crin d'oro crespo e d'ambra tersa e pura, ch'a l'aura su la neve ondeggi e vole, occhi soavi e più chiari che 'l sole, da far giorno seren la notte oscura riso, ch'acqueta ogni aspra pena e dura, rubini e perle, ond'escono parole sì dolci, ch'altro ben l'alma non vòle, man d'avorio, che i cor distringe e fura cantar, che sembra d'armonia divina, senno maturo a la più verde etade, leggiadria non veduta unqua fra noi, giunta a somma beltà somma onestade, fur l'esca del mio foco, e sono in voi grazie, ch'a poche il ciel largo destina.
Sono donne a comporre canzonieri interessanti. Non sono intellettuali di professione, ma sanno scrivere sonetti raffinati: sono spontanee, non cantano l’amore platonico, ma raccontano in tono appassionato le loro storie d’amore, sensuali, tragiche, espressione della loro inquietudine, in un’alternanza di speranze e dolori, struggimento e tristezza. Sono fuori dal bembismo, perché fuori dalle convenzioni. Isabella di Morra. Di famiglia nobile, vive isolata nel castello, finché, a 26 anni, è uccisa dai fratelli, che hanno scoperto una sua corrispondenza con il castellano e poeta spagnolo Diego de Castro.
Dal suo canzoniere emerge il senso di una giovinezza chiusa ed infelice, senza sole e senza speranza, dove spesso lamenta la lontananza del padre, esule in Francia, ed esprime in modo accorato il desiderio di essere con lui. D’un alto monte onde si scorge il mare Il linguaggio è petrarchesco, ma si va oltre, all’eversione manierista. Il sonetto è rivolto al padre, che affettuosamente invita a liberarla dalla triste prigionia: l’amore di figlia non è poetabile da Petrarca. Il paesaggio è marino: l’immagine dell’infinita distesa del mare percorsa da vele non è petrarchesca. L’espressione del suo dolore non è convenzionale, ma rivela un forte sentimento di sincerità, lontano dal placamento di passione quale troviamo in Petrarca.
D’un alto monte onde si scorge il mare miro sovente io, tua figlia Isabella, s’alcun legno spalmato in quello appare, che di te, padre, a me doni novella. Ma la mia adversa e dispietata stella non vuol ch’alcun conforto possa entrare nel tristo cor, ma, di pietà rubella, la calda speme in pianto fa mutare. Ch’io non veggo nel mar remo né vela (così deserto è lo infelice lito) che l’onde fenda o che la gonfi il vento. Contra Fortuna alor spargo querela ed ho in odio il denigrato sito, come sola cagion del mio tormento.
Giovanni della Casa. È famoso il suo Galateo, libro divulgativo di modi comportamentali, testo canonico di civiltà per la vita di corte. È anche poeta e piace molto ai lirici del Cinquecento, in particolare a Tasso. Le Rime Rivelano una ricerca di originalità: trascende il petrarchismo di maniera di Bembo e si ricollega a Petrarca per la concezione di vita pervasa dal senso di precarietà, di morte. Nel sonetto conclusivo del canzoniere il poeta medita sulla vita oscura e fredda, priva di luce e di calore per l’anima, avvolta dall’ombra cupa della morte. La sua inquietudine non trova serenità nei classici, la vita non si comprende con la ragione, è irrazionale: è un mistero che può essere spiegato soltanto da Dio. Così l’anima, libera dalla caligine delle passioni che impediscono all’uomo la vista della verità, riscopre la bellezza e la bontà del creato.
Questa vita mortal, che 'n una o 'n due Anche la tecnica con cui compone il verso è nuova: usa spesso la spezzatura o enjambement, (nel Cinquecento nota con il termine di inarcatura) per cui la frase non si conclude alla fine dell’endecasillabo, ma continua nel verso seguente, dandogli maggiore estensione e nuova musica. È l’irrazionalità del verso, la trasformazione in senso alogico ad affascinare Tasso, quando legge il canzoniere. Della Casa, anche se è colto, classico, è dunque innovativo e questo piace ai Manieristi.
Questa vita mortal, che 'n una o 'n due brevi e notturne ore trapassa, oscura e fredda, involto avea fin qui la pura parte di me ne l'atre nubi sue. Or a mirar le grazie tante tue prendo, ché frutti e fior, gielo e arsura, e sì dolce del ciel legge e misura, eterno Dio, tuo magisterio fue. Anzi 'l dolce aer puro e questa luce chiara, che 'l mondo a gli occhi nostri scopre, traesti tu d'abissi oscuri e misti: e tutto quel che 'n terra o 'n ciel riluce di tenebre era chiuso, e tu l'apristi; e 'l giorno e 'l sol de le tue man sono opre.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
16. Michelangelo Buonarroti poeta
Quadro del capitolo. La poesia di Michelangelo traduce in parola la stessa tensione che attraversa la sua arte figurativa: il contrasto tra materia e spirito, corpo e trascendenza, desiderio e colpa. Le Rime mostrano una voce irregolare e intensa, lontana dalla pura eleganza imitativa del petrarchismo cortigiano.
Nuclei fondamentali: Michelangelo scrittore • Rime • conflitto tra materia e spirito • amore e religione • energia espressiva
Le Rime La sua è una poesia originale, sperimentale, nuova, che affascina i lettori, Tuttavia, le Rime spesso hanno qualcosa di grezzo, mancano della levigatura propria del letterato del Cinquecento, non sono poesia esemplare. Il suo genio, è ben noto, si esprime pienamente nella scultura –Mosé, David; nella pittura – Cappella Sistina; nell’architettura – Cupola di San Pietro a Roma. Non ha l’ottimo artista alcun concetto Qualunque concezione abbia anche il più grande scultore, questa è già racchiusa in un blocco di marmo, nascosta da un eccesso di materia, ma la mano dell’artista arriva a realizzare quella concezione (togliendo dal marmo il soverchio) quando lui obbedisce all’intelletto che, nell’estasi mistica dell’ispirazione, gli fa scoprire la pura idea della bellezza, traendola fuori dal marmo dove essa è nascosta.
Michelangelo, scultore, ha già in mente la statua, ma soltanto quando riesce a proiettarla nel marmo, la libera dal velo della materia. E questo avviene quando sente la voce di Dio, che si leva dalla sua interiorità: quindi l’artista non crea, ma ritrova il Bello. Questo scritto d’amore per Vittoria Colonna, poetessa colta e animo nobile, rivela la concezione filosofica e teologica di Dante. Come l’arte è ritrovamento del Bello nelle forme periture, così l’amore è scoperta, nella persona amata, di una superiore bellezza spirituale che coincide con il Bene.
L’arte del poeta non riesce però a trarre da lei l’amore che è racchiuso nella sua anima: questo perché lui, come un artista maldestro, non sa esprimere ciò che vuole. Non ha l’ottimo artista alcun concetto c’un marmo solo in sé non circonscriva col suo superchio, e solo a quello arriva la man che ubbidisce all’intelletto. Il mal ch’io fuggo, e ’l ben ch’io mi prometto,5 in te, donna leggiadra, altera e diva, tal si nasconde; e perch’io più non viva, contraria ho l’arte al disïato effetto. Amor dunque non ha, né tua beltate o durezza o fortuna o gran disdegno10 del mio mal colpa, o mio destino o sorte; se dentro del tuo cor morte e pietate porti in un tempo, e che ’l mio basso ingegno non sappia, ardendo, trarne altro che morte.
Francesco Berni giunge alla deviazione dalla norma, alla polemica esplicita contro petrarchismo e bembismo. Intellettuale di corte, traduce in toscano l’Orlando Innamorato di Boiardo. Vive tra segreti e giochi di palazzo. È una vita avventurosa e romanzesca, che si conclude con il suo assassinio, vittima di loschi intrighi alla corte di Alessandro de’ Medici, a Firenze. Fonda un nuovo genere di poesia, detta bernesca, giocosa, burlesca, ironica, che gode di ampia fortuna. Si rifà alla tradizione comico-realistica di Cecco Angiolieri e principio basilare è l’invito ad imitare la natura direttamente, non gli scrittori, sia pur grandi come Petrarca e Bembo.
Berni si serve dei classici per farne una deformazione caricaturale, condotta con tono divertito, una lingua familiare e pittoresca. Chiome d’argento fine, irte e attorte È un’arguta caricatura del sonetto Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura di Bembo, e del petrarchismo in genere, con le tipiche astrazioni e il linguaggio convenzionale e risaputo. La fanciulla gentile e giovane dei petrarchisti è tramutata in una vecchia arruffata: ha chiome d’argento, non più crespe ma irte e disordinate; la fronte crespa, cioè piena di rughe; ciglia canute; occhi strabici; bocca larga e sgraziata; denti guasti e radi; la chioma d’oro della donna di Petrarca diventa il volto d’oro, cioè giallo, della vecchia.
Chiome d’argento fine, irte e attorte senz’arte intorno ad un bel viso d’oro; fronte crespa, u’ mirando io mi scoloro, dove spunta i suoi strali Amor e Morte; occhi di perle vaghi, luci torte da ogni obietto diseguale a loro; ciglie di neve e quelle, ond’io m’accoro, dita e man dolcemente grosse e corte; labra di latte, bocca ampia celeste; denti d’ebeno rari e pellegrini; inaudita ineffabile armonia; costumi alteri e gravi: a voi, divini servi d’Amor, palese fo che queste son le bellezze della donna mia Teofilo Folengo ricorre alla deformazione caricaturale per cogliere una poesia dell’esistenza semplice, di un mondo rurale rozzo, plebeo, carico di passioni e sofferenze, e per rendere la vita della campagna con verità e immediatezza.
Nasce a Mantova come Castiglione ed entra nell’ordine benedettino. A causa della sua avventurosa vita disordinata, abbandona l’abito, vive come precettore tra Venezia e Roma, poi rientra nell’ordine e vi rimane fino alla morte. Baldus È la sua opera maggiore, reinterpretazione di epica cavalleresca in chiave comico-realistica. Baldo discende da Orlando o meglio dalla sua contraddizione: non è cortese, non compie imprese audaci, anzi è rozzo, violento, furti e beffe sono la sua abilità. È la deformazione in senso popolare di eroe epico, decadenza di eroe a semplice bandito.
È un’umanità fuori dai ranghi, quindi la sua rappresentazione richiede un linguaggio libero, il latino maccheronico. Deriva dalla tradizione goliardica: prende parole italiane o dialettalismi padani e dà loro desinenze latine. Il vocabolario è creato di volta in volta con anarchica libertà. La poesia maccheronica e quella burlesca o bernesca, insieme al melodramma, rappresentano i generi nuovi della letteratura del Cinquecento.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
PARTE III — MANIERISMO, BAROCCO E SETTECENTO
17. Il Manierismo: crisi dell’equilibrio rinascimentale
Quadro del capitolo. Il Manierismo nasce dal tramonto delle certezze rinascimentali e costituisce una zona di passaggio verso il Barocco. Alla misura succedono inquietudine, instabilità e ricerca di forme nuove. L’imitazione dei classici non scompare, ma viene piegata a esprimere una realtà percepita come problematica e imprevedibile.
Nuclei fondamentali: origine del termine • crisi politica e religiosa • Controriforma • irrazionalità e inquietudine • sperimentalismo formale
Il termine inizialmente è riferito soltanto alle arti figurative. Il concetto è teorizzato da Giorgio Vasari, pittore, architetto e scrittore, che pubblica una Storia di arte italiana nel 1550, in prima edizione, fondamentale nella storiografia artistica italiana. Descrive l’arte dei suoi tempi, in cui prevale la maniera: gli artisti imitano lo stile, il modo di dipingere di Michelangelo e Raffaello. Non c’è originalità, creatività, è soltanto imitazione: il termine, quindi, acquista un’accezione negativa. In seguito il Manierismo è rivalutato in arte e letteratura anche a livello europeo: El Greco, Bruegel, Rembrandt. Cervantes, Shakespeare.
Applicato alla letteratura rappresenta una frattura forte tra Rinascimento e Barocco. È una cultura che segna il tramonto del Rinascimento, inaugurata da Guicciardini, che usa la ragione come elemento di indagine della crisi del classicismo, ma poi sbanda verso l’irrazionalismo, l’imprevedibilità. Hauser sostiene che le ragioni storiche della crisi sono già presenti nel Rinascimento – a sostituire la concezione razionalistica, ottimistica, antropocentrica, serena, la cultura rinascimentale della borghesia capitalistica crea una struttura in continuo divenire, dinamica, in fieri.
Ci sono poi elementi specifici: il mercante fiorentino non è più figura importante nell’economia europea; la Chiesa, scossa dalla Riforma, non è più certezza, centralità ideologica; l’Italia è devastata da Francesi e Spagnoli, subisce il Sacco di Roma, l’equilibrio e la serenità dell’uomo rinascimentale crollano. Il senso di precarietà politica, economica, ideologica si traduce in crisi, nell’insicurezza. Si continua a far riferimento ai classici, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, ma sono manipolati per esprimere la nuova concezione del reale, espressione di inquietudine, irrazionalità, impossibilità di conoscere, anche perché c’è la rivoluzione scientifica alla Guicciardini, quindi si va contro le regole.
Tasso scrive un poema epico, ma il dubbio, la paura, l’alienazione corrodono il vate dell’epica: il mondo classico è per lui un rifugio, che gli fornisce la materia, ma non la soluzione alla visione del mondo. Canta la solitudine dell’uomo.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
18. Torquato Tasso: poesia, crisi e Gerusalemme liberata
Quadro del capitolo. Tasso è il grande poeta della crisi tardo-rinascimentale. Nella sua opera convivono il bisogno di ordine e la percezione di una lacerazione insanabile. L’Aminta costruisce il sogno di un mondo pastorale e sensuale; la Gerusalemme liberata tenta una sintesi tra epica cristiana, piacere poetico e disciplina della Controriforma.
Nuclei fondamentali: vita e corte ferrarese • Aminta • Gerusalemme liberata • poetica del verosimile • conflitto tra piacere e morale • eroismo, amore e inquietudine • lingua e musicalità
Grandissimo poeta, di fama europea, dove ispira poeti come Byron, e musicisti come Liszt, che compone il poema sinfonico Tasso: lamento e trionfo. Se la vita di Byron si conclude in tragedia, quella di Tasso è segnata da esperienze tragiche e dalla follia. Nasce a Sorrento da madre napoletana e padre bergamasco, letterato e poeta. Non ha un’infanzia felice: all’età di otto anni deve abbandonare la madre, che non rivedrà più, per seguire il padre al seguito del proprio signore, principe di Salerno, bandito dal reame degli Aragonesi.
Inizia un’esistenza agitata ed errabonda che lo vede passare di corte in corte. Ragazzo precocissimo, all’età di 18 anni scrive un poema cavalleresco, Rinaldo: è opera significativa perché esprime già l’ardore di gloria e di avventura, l’amore, il vagheggiamento degli ideali cavallereschi. Al servizio di Alfonso II d’Este, duca di Ferrara, vive il decennio più felice della sua vita e quello poeticamente più fecondo. L’ambiente è quello a lui più congeniale: la corte elegante e fastosa, ammirato e stimato, frequenta i letterati più celebri, e il favore di quel pubblico eletto alimenta il suo amore di fama e la vocazione poetica.
Compone Aminta, dramma pastorale, genere nuovo del manierismo, rappresentato durante una delle tante feste di corte. Comincia il suo capolavoro, la Gerusalemme Liberata. Durante la correzione del poema si insinua in lui la paura delle novità, vorrebbe il benestare dei revisori cui si rivolge: si aspetta una gloria incontrastata perché si rivela poeta nuovo, invece la pedanteria accademica del tardo Cinquecento gli muove critiche in campo estetico e ideologico. Lo tormenta in particolare il dubbio sulla propria ortodossia cattolica: scritto nell’epoca della Controriforma il poema riguarda la prima Crociata, e Tasso vorrebbe che fosse dogmaticamente ineccepibile. Il suo turbamento degenera in mania di persecuzione, non si sente capito e dà luogo ad un episodio clamoroso: credendosi spiato, scaglia un coltello contro un servo. Fugge così da Ferrara e inizia a peregrinare per l’Italia, tra Mantova, Padova, Venezia, Urbino. Torna a Ferrara nel ’79, mentre si celebrano le nozze del duca con Margherita Gonzaga. Gli sembra di essere trascurato, di non ricevere le accoglienze dovutegli e prorompe pubblicamente in invettive contro la corte e il duca, che lo fa rinchiudere come pazzo nell’ospedale di Sant’Anna, dove rimane sette anni. Invano supplica di essere liberato, ma Alfonso II è irremovibile, per ragioni che non appaiono chiare. Probabilmente sente nella voce del poeta l’inquietudine e l’insicurezza che serpeggiano nella sua corte, a rivelare la crisi della civiltà rinascimentale avviata lungo una parabola discendente.
Tasso soffre profondamente questa crisi. La sua poesia è anelito a sognare, desiderio di infinito, di assoluto, concretizzazione del mito rinascimentale del poeta sublime interprete della realtà ed educatore ad alti ideali. La situazione in cui si trova a vivere è mutata, si rende conto dell’effimero apparato di corte, cui è suo malgrado subordinato, tenta ma non riesce ad adattarsi alla realtà così diversa dai suoi sogni: l’acuta sensibilità lo porta alla pazzia. Tornato libero, scrive, tra l’altro, un ricchissimo Epistolario. La fama e l’entusiasmo per le sue opere sono crescenti in Italia e il Papa prepara per lui l’incoronazione poetica in Campidoglio.
Tasso, però, è ormai stremato, e chiede ospitalità ai frati del monastero di Sant’Onofrio, sul Gianicolo, dove muore. Roma lo onora con la tomba nella Chiesa di Sant’Onofrio, sul Gianicolo, dove amava passeggiare. La quercia dove era solito appoggiarsi a meditare, nei secoli, è diventata reliquia, mito di una vita straordinaria. L’Epistolario Durante il periodo trascorso in Sant’Onofrio, pochi giorni prima della morte, scrive ad Antonio Costantini, letterato marchigiano, uno dei suoi più fedeli estimatori. È forse la più intima dell’Epistolario, espressione di cuore e mente lucidi.
Sin dall’inizio si crea un’atmosfera di semplice intimità affettuosa: con pacatezza, con superiore distacco dalla vita, sembra comunicare all’amico l’imminenza della sua morte. Ora non è più tempo di parlare della fortuna ostile, non è più insicuro come in passato, non ha più bisogno di piacere e di farsi dire dagli altri che è un grande poeta. Sta facendo il bilancio della sua vita ed esprime un’energica e convinta consapevolezza della grandezza, del significato autentico della propria esistenza. Si è fatto condurre in quel monastero non solo perché sul colle che si staglia solitario nel cielo l’aria è lodata dai medici più che in qualsiasi altra parte di Roma, ma soprattutto perché la conversazione con i devoti padri prepara l’anima a staccarsi dalla terra, alla conversazione in cielo – esprime così il desiderio di un nuovo mondo, un nuovo rapporto con un’umanità autentica, lontana dalla mendacità. La follia di Tasso è esplosione del suo io, espressione della delusione storica del Rinascimento. L’intellettuale formatosi sui miti della centralità dell’arte, nella convinzione che la cultura sia educatrice del principe e fondatrice di civiltà, deve affrontare il disgregarsi di quel mondo che sembrava tanto solido e sicuro di sé. Tasso è poeta di questa crisi, di un’età di transizione: in lui è presente l’antico e il nuovo, da cui il dubbio, l’insicurezza, la malinconia, il dolore che diventa incontrollato sentimento di tormento.
Eppure alla disgregazione della civiltà, alla corrosione e al crollo dei valori oppone una resistenza eroica, titanica, almeno fino al compimento del suo poema: cerca di conciliare classicismo e moderna ansia; l’ideale rinascimentale di perfezione, dignità e potenza terrena dell’uomo, con la spiritualità cristiana, resa più insicura dalla Controriforma. La nuova ansia religiosa della Controriforma ha approfondito il sentimento della fragilità morale dell’uomo, della vita caduca e difficile, dominata da un destino arcano.
Il fallimento di tale sintesi è inevitabile. È l’inizio della cultura moderna: il dubbio, l’angoscia, l’inquietudine; l’incapacità di acquietarsi, di adattarsi, sull’esempio di Ariosto alieno dal mondo diverso, sono propri dell’uomo moderno, del Barocco, del pre-Romanticismo, del Romanticismo, del Decadentismo. Ha un’influenza immensa sulle letterature straniere: gli riesce ciò che non è più accaduto a nessuno – sostituisce Petrarca come modello esemplare per le civiltà fondate su mistero, paura, insicurezza. I Romantici vedranno in lui il genio incompreso, il poeta perseguitato dalla società meschina, incapace di comprenderne la grandezza.
Non lo ama, invece, Galileo, che crede nelle certezze della ragione, nel mondo salvato dalla scienza. Né è amato da Cartesio, dai razionalisti francesi, che lo ritengono un falso poeta, fasullo, teso a gonfiare, esasperare le cose; né dai positivisti che cercano di interpretarne la personalità attraverso lo studio clinico della sua follia. Oggi il giudizio esige molte distinzioni. Non c’è dubbio che la sua poesia sia espressione di un’autentica sanità spirituale. È però discontinuo, molte pagine sono sgradevoli, cerca il successo e la compiacenza, deve essere sempre di moda. Nella Gerusalemme Liberata ci sono canti retorici e canti sublimi come il duello tra Tancredi e Clorinda. Nel complesso, comunque, è poesia affascinante, capace di ispirare altra arte: Monteverdi trasferisce il combattimento in musica; Tintoretto dipinge il Battesimo di Clorinda.
Caretti dà un giudizio positivo su Tasso, sulla struttura e il significato del poema. Flora mette in rilievo il dissidio tra fede e sensualità, dovere a amore, Dio e terra. Getto identifica nella sfera interiore il perenne ritmo, illusione-delusione. Se nelle opere giovanili, come il dramma pastorale, Aminta, a prevalere è l’illusione e la speranza di piacere, nella Gerusalemme Liberata il ritmo si ridimensiona, il sogno si svuota e si vanifica. Le sue creature si lanciano nella vita spinte dalla volontà di agire, illudendosi di realizzare i loro sogni in un atteggiamento eroico, agonistico; poi riconoscono che è impossibile, all’illusione subentra la delusione, la solitudine. Così nella concezione della storia Tasso passa dalla razionalità al mistero, all’angoscia totale, quale emerge dalla tragedia il Re Torrismondo. La storia, intrico di passioni e di dolore, è incomprensibile. Non è riconducibile a nessuna legge: non ci sono valori, amore, gloria, potenza, eroismo, amicizia. Un senso di fatalità grava sull’esistenza dell’uomo, un sentimento disperato della fragilità e della desolata solitudine in cui si trova a vivere: l’uomo del Medioevo trovava la salvezza in Dio; quello del Rinascimento nell’uomo, nel classicismo; qui Dio è assente; i classici non servono perché l’uomo è privo di valori, di certezze. Il poeta esprime frustrazione, fallimento, radicale senso di gelo: immagini, suoni aspri e stridenti riflettono la sua resa, si consegna alla storia, prigioniero.
Tasso vive un momento molto sereno quando si reca a Urbino L’Aminta Dà vita ad un genere nuovo, che il Manierismo sperimenta in teatro. È un dramma pastorale, che trova il suo lontano antecedente nella poesia arcadica dei classici. Tasso lo rappresenta in una festa di corte, sull’isoletta di Belvedere sul Po. Crea un genere letterario fiducioso, che riscuote un successo strepitoso, anche in Europa. È una vicenda d’amore a lieto fine, fuori dal tempo e dallo spazio, eterna primavera, che ha come sfondo naturale un giardino.
Aminta è innamorato di Silvia, ancora sorda all’amore appassionato del pastore. Le parti liriche sono espressioni sentimentali, i primi approcci, la scoperta dell’amore, batticuore, rossore, impaccio. Un Satiro vuole violentarla e la lega ad un albero. Aminta la libera, ma Silvia fugge e quando si racconta che la giovane è morta, Aminta si getta da una rupe. Una folta siepe lo salva e lo porta finalmente tra le braccia amorose di Silvia, anche lei salva. In gran parte cantata, l’opera non è descrizione di fatti, ma espressione di sentimenti: la bella fiaba ritorna dalla mitica Arcadia alla corte, alla sua vita gaudente e maliziosa e si conclude con un inno all’amore sereno.
Qui canta l’età dell’oro, dove tutto è lecito, prima che la storia ponga i problemi morali: Tasso si inventa il sogno di un’umanità che vive nella ricerca del piacere, ma non è vera. L’Aminta si colloca nella ricerca di stile lirico musicale personale, che ha la sua ragione d’essere in una musicalità diversa da Petrarca: c’è la svalutazione della parola rispetto al significato; la scelta verbale è regolata dalla musica, è un atteggiamento fono-simbolista proprio dei futuristi; la parola ha valore fonico come simbolo; c’è dissociazione tra verbum e res, propria del Manierismo maturo, del Barocco.
Tasso crea una lingua nuova, efficace e audace, sia che faccia poesia critica a rappresentare il dolore di vivere sia che proponga paradisi artificiali, evasione dalla vita che fa paura. Il fallimento del Rinascimento ha diversi esiti. Si fugge dalla realtà, si considera l’arte come gioco, evasione, si anticipa l’edonismo. Poi c’è l’angoscia circa la situazione umana tragica: tra evasione e tragedia si sviluppa la percezione del crollo della civiltà rinascimentale. Il Barocco sarà evasione, senso di impotenza, disgregazione e cultura di fuga. Tasso è l’ultimo poeta a fare una diagnosi oggettiva, sincera dell’uomo, tra sogno e delusione. È coscienza di nuovo, quindi ha bisogno di lingua nuova, irrazionale, meno codificabile dalla logica. Se la cosa, il mondo è illusione, allora Tasso crea l’illusione, il gioco di parole, la pausa irrazionale – enjambement – che per lui è norma, deviazione alla regola e si ritrova nei momenti di più intensa commozione del poeta. Le Rime Sono il più ampio canzoniere della letteratura italiana, circa duemila tra canzoni, sonetti e madrigali. Le Rime hanno il carattere di componimenti d’occasione, nati sullo sfondo della vita di corte da sempre considerata dal poeta come il convegno di un’umanità superiore e privilegiata, sede vera e unica della cultura e della poesia. Non sempre la qualità è eccelsa, ma la ricerca formale è costante. In particolare, i madrigali sono poesie per musica: non hanno sintassi complessa, propria della ragione, perché la melodia ha bisogno di frasi brevi, di parole scelte per ragioni foniche. Non esprimono la coscienza della crisi del Rinascimento, della tragedia di vivere tra delusione, illusione e titanismo, ma sono ricerca di sonorità fono-simbolista. Non c’è alcun messaggio al di là della forma.
Qual rugiada o qual pianto Il madrigale termina con un sospiro struggente “vita della mia vita”: così chiama la donna amata, di cui presagisce la partenza, ma non dice se è presente nella realtà. Sembra piuttosto evocata dalla dolcezza di quella visione paesaggistica in cui si dissolve. Non è più il giardino del Rinascimento: la natura è centro, le stelle, la luna sono creature, palpitanti e commosse, di un cielo che sparge la rugiada o pianto, riflesso della malinconia del poeta. E nell’aria bruna la brezza scorre quasi come una sommessa voce dolente, in un’atmosfera increspata da un trasalire di sospiri. La visione non è antropocentrica: la natura è viva, umana nel suo atteggiarsi.
Qual rugiada o qual pianto, quai lagrime eran quelle che sparger vidi dal notturno manto e dal candido volto de le stelle? E perché seminò la bianca luna di cristalline stille un puro nembo a l'erba fresca in grembo? Perché ne l’aria bruna s'udian, quasi dolendo, intorno intorno gir l'aure insino al giorno? Fur segni forse de la tua partita, vita de la mia vita? La parola è musica, suono, luce, colore. L’aggettivazione è cromatica e crea contrasti di luce – manto notturno, luna bianca, stelle candide, aria bruna, secondo la concezione barocca.
Ecco mormorar l'onde Un’altra estatica contemplazione della natura colta allo schiudersi dell’alba. C’è il gioco degli specchi, spia di espressione labirintica, inestricabile della vita, di irrazionalità. La visione delle cose è mobile, confusa: la rugiada imperla le campagne, poi indora gli alti monti, perché essa riflette la luce dorata del sole che con i primi raggi raggiunge le loro cime. È linguaggio sintetico, è metamorfismo della realtà e lo fa senza spiegazione.
Ecco mormorar l'onde e tremolar le fronde e l'aura mattutina e gli arboscelli, e sovra i verdi rami i vaghi augelli cantar soavemente e rider l'orïente: ecco già l'alba appare e si specchia nel mare, e rasserena il cielo e le campagne imperla il dolce gelo, e gli alti monti indora. O bella e vaga Aurora, l'aura è tua messaggera, e tu de l'aura ch'ogni arso cor restaura. C’è, comunque, la tendenza al gioco cerebrale delle parole, ad enfatizzare il metaforismo, la parola che ha come fine sé stessa, staccata dalla vita.
Ne gli anni acerbi tuoi, purpurea rosa È un sonetto dedicato a Lucrezia d’Este, duchessa di Urbino. È elogio, pericolosissimo, della sua bellezza. Ma il poeta rivela una spontanea, fine gentilezza: è una bellezza che non scema con l’età, è come la rosa, al mattino si nasconde vergine e schiva nel suo boccio verde, a mezzogiorno schiude i suoi petali dorati e fiammeggianti alla luce del sole. È poesia sensuale, diversa da Petrarca: la ricerca è sensismo, luce, cromatismo semplice, non ricercato, espressi in un affascinante ritmo melodico.
Ne gli anni acerbi tuoi, purpurea rosa sembravi tu, c'ha i rai tepidi, a l'ora non apre ‘l sen, ma nel suo verde ancora verginella s’asconde e vergognosa; O più tosto parei, che mortai cosa non s'assomiglia a te, celeste aurora che la campagna imperla e i monti indora lucida in del sereno e rugiadosa. Or la men verde età nulla a te toglie; ne te, benché negletta, in manto adorno giovinetta beltà vince o pareggia. Così più vago è 'I fìor poi che le foglie spiega odorate, e ‘l sol nel mezzo giorno via più che nel mattin luce fiammeggia.
Le Rime racchiudono anche liriche più meditative. Vecchio ed alato dio, nato col sole È uno dei sonetti scritti durante la prigionia a Sant’Anna. Poesia esangue, prosciugata, essenziale, che non lascia posto al sensismo né al labirintismo. Si rivolge al tempo, e gli chiede di portare conforto al suo cuore, donandogli l’oblio delle pene e, soprattutto, rivelando al mondo la frode e l’ingiustizia di cui è piena la corte. Lui, vittima di invidie e calunnie dei cortigiani, con pacata e austera dignità, anela al trionfo della verità e della giustizia.
Vecchio ed alato dio, nato col sole ad un parto medesmo e con le stelle, che distruggi le cose e rinnovelle mentre per torte vie vole e rivole, il mio cor, che languendo egro si duole e de le cure sue spinose e felle dopo mille argomenti una non svelle, non ha, se non sei tu, chi più ’l console. Tu ne sterpa i pensieri e di giocondo oblio spargi le piaghe, e tu disgombra la frode onde son pieni i regi chiostri; e tu la verità traggi dal fondo dov’è sommersa e, senza velo od ombra, ignuda e bella a gli occhi altrui si mostri.
Nel 1558 Tasso è sconvolto dalla notizia dell’assalto dei Turchi a Sorrento, da cui a stento sua sorella riesce a salvarsi. In quei tempi il pericolo turco è fortemente sentito in Europa e soprattutto a Venezia, dove il poeta si trova con il padre. Nella rinnovata atmosfera religiosa della Controriforma, la lotta contro i Musulmani tende ad essere sentita come una nuova crociata, impegno della cristianità. La Gerusalemme Liberata Nasce così l’idea di un poema epico nuovo. Ritiene che la poesia classica, con Omero e Virgilio, sia deficitaria, poiché soltanto eroica – arma virumque cano. È mitologia, quindi arte astratta, non può essere modello di modernità.
L’opera di Ariosto è superiore ai poemi greco-latini, ma è libera anarchia e la storia di Carlo Magno è trattata come fantasia, c’è il meraviglioso innaturale, evasivo, disimpegnato. Tasso intende realizzare un poema modello, di grandissima epica. Deve essere sintesi di eroicità, sentimento, autorevolezza sul piano storico e verità di religione: è questa l’impostazione cui aderisce intimamente la poetica di Tasso, enunciata nei suoi Discorsi dell’arte poetica, D’altra parte è propria del poeta l’attività fantastica, volta al diletto. Dovrà, quindi, esservi anche il maraviglioso, cioè eventi fantasiosi e straordinari, non più fondato sulla mitologia antica, ma sulla moderna sensibilità cristiana: interventi divini e infernali, maghi e incantesimi, angeli e demoni.
Molto importante è la rappresentazione del mondo eroico come virtù, non solo valore guerriero, ma cortesia, generosità, pietà, religione, tesi a rappresentare un supremo ideale umano. Coerentemente al contenuto, lo stile deve essere alto e magnifico, rifuggire da forme popolari e troppo realistiche. Il tema scelto da Tasso è la prima Crociata. La solennità della prima ottava del prologo proietta una luce nobile e austera su chi guiderà la crociata, Goffredo di Buglione. Questi, per ispirazione divina, raccoglie i cavalieri cristiani, dispersi dietro egoistiche ambizioni e dimentichi dell’alta impresa, giunta ormai al sesto anno, e li infiamma di rinnovato ardore religioso e guerriero con un’esortazione rafforzata dalle entusiasmanti parole di Pietro l’Eremita.
La Gerusalemme Liberata è opera di poeta cortigiano cattolico formatosi in accademia. Tasso crede di poter intervenire a corte in maniera positiva, per celebrarne le virtù ed educare a nobili imprese. La corte ferrarese, però, è incerta e malsicura, caratterizzata da una precisa involuzione. Amante della poesia leggera, salottiera, e del poema cavalleresco nobile e cortese, non è disposta a fare proprio quel mondo di eroiche virtù e passioni che Tasso propone. La Controriforma, con il Sant’Uffizio, esercita sulla cultura un controllo incombente, una censura che favorisce una letteratura conformistica. La religione è forma, esteriorità, i sacramenti sono manifestazioni ritualistiche. Tasso rivaluta il battesimo, la confessione, la comunione, la messa, ma sono riti scenografici, teatro barocco, e il consenso ufficiale della Chiesa è formalità.
L’accademia. Tasso crede nel suo effettivo valore: gli offre insegnamento di un’arte eletta e rara, adatta ad esprimere il suo ideale di vita. Ma anch’essa si rivela illusoria: si irrigidisce in un formalismo che soffoca il libero slancio poetico in uno sterile conformismo. Alla struttura epica si intrecciano le grandi storie d’amore e morte, di voluttà e di dolore, ora tenere e sospirose – Erminia e Tancredi; ora tragiche – Tancredi e Clorinda; ora sensuali – Armida e Rinaldo. L’amore rappresenta l’abbandono ad una felicità terrena, in contrasto con la serietà della vita, l’impegno guerriero e religioso della crociata.
Nella struttura intenzionale del poema Tasso risolve il dramma con il trionfo della spiritualità religiosa sulle vane seduzioni dei sensi. Di fronte alla caduta delle sue illusioni nell’urto contro una società spoglia di dignità e grandezza, emergono in lui la paura, l’angoscia: nasce così la poesia, espressione di un dissidio non risolto, in contraddizione alla sua poetica. È la poesia del rimpianto e della rinuncia, della vita vista come un continuo accendersi di illusioni che subito si spengono nelle delusioni, con un sentimento di disinganno di fronte alla realtà. È l’anelito della creatura all’assoluto, all’oltranza, proprio dell’uomo contemporaneo (Pirandello, Svevo). Tasso è poeta di formazione della coscienza europea,
CANTO I
La prima ottava unisce tre istanze fondamentali: Chiesa, corte e accademia. Il tema del poema è la liberazione del sepolcro di Cristo. Canta il capo, il capitano Goffredo di Buglione. Invoca la Musa, cara all’accademia, ma qui la Musa è metafora di Dio, ispirazione dal cielo, quindi veritiera. Tasso restaura la poetica di Dante – ars ancilla teologiae: la Musa è etica, non estetica, è in cielo. Il poema inizia in Paradiso, il dialogo è con Dio e gli angeli. Chiede perdono se intreccia alle verità della storia e della religione episodi di pura fantasia, per abbellire il poema con estrosità.
Ma il fine è etico, è comunicare verità addolcita dalla poesia. È la concezione aristotelica della poesia: imitazione della natura, non però del vero, della verità immediata, ma del verisimile, cioè della realtà quale dovrebbe essere. L’arte ha funzione pedagogica, educa alla fede, deve guarire, è il miele messo sull’orlo del bicchiere con cui porgiamo al fanciullo ammalato una medicina amara – bella immagine tratta da Lucrezio. Segue la dedica del poema ad Alfonso II d’Este, di cui Tasso è cortigiano. Mentre Ariosto ridimensiona la corte, l’encomio e si rivolge ad Ippolito, suo mecenate, con enfasi eccessiva da cui trapela l’ironia, Tasso, nell’accentuare l’elogio, esprime adesione seria e drammatica, l’insicurezza della sua vita ansiosamente errante. Ora, nel poema, accenna alla gloria estense presentando Rinaldo quale capostipite della Casa d’Este; poi vagheggia una nuova Crociata contro i Turchi, al comando supremo di Alfonso, cui recherà nuova grandezza. E per rimettere in luce l’attualità della Crociata, il poeta ricorda la recente battaglia di Lepanto, celebrata come vittoria della Cristianità sugli Infedeli. Il giorno seguente Goffredo passa in rassegna gli eroi cristiani. Li fa sfilare in marcia e ordina di muovere alla volta di Gerusalemme: è una scena militaristica, decorativa. Il poeta, però, si sofferma su Tancredi: è figura poetica, eroe positivo, bello, forte, coraggioso, dotato di un generoso sentimento cavalleresco, forse il più caro al cuore di Tasso. È però figura incoerente rispetto alla sua realtà, obliquo, folle di amore per Clorinda, una pagana, una nemica, ama chi non dovrebbe amare. Sembra che sia eroe perfetto, invece, proprio quel giorno in cui ha reso gloriosi i Crociati per la rotta inflitta ai nemici, vicino ad un ruscello ristoratore vede improvvisamente la donzella, con l’elmo sollevato, bella e guerriera – ossimoro, discrepanza tra l’apparenza e l’essere. È colto da un subitaneo stupore e tremore, irrazionale, assurdo, che lo rende incapace di agire, mentre lei, che non è obliqua ed è soltanto interessata a combattere, abbassa l’elmo e fugge. Ben diverso dai personaggi ariosteschi, che si riversano completamente nell’azione, Tancredi resta lì ripiegato su sé stesso. Tra il fragore della battaglia nasce l’amore in contrasto con la dura legge del dovere guerriero e religioso, ma subito sorge l’amarezza del disinganno, che chiude Tancredi in un doloroso sconvolgimento.
CANTO II
A Gerusalemme si presentano i personaggi negativi: re Aladino, persecutore dei Cristiani, e il suo consigliere Ismeno. C’è il ribaltamento dei valori: Goffredo contro Aladino; Pietro l’Eremita, ispirato da Dio, contro Ismeno, negromante. La comunità cristiana locale è espressione della Controriforma e conserva un’immagine della Madonna. All’avvicinarsi dei Crociati, Ismeno, insieme ad Aladino, decide di rubare il quadro: su di esso pronuncia formule magiche e lo colloca nella moschea, fiducioso che l’incantesimo renderà la città inespugnabile. Il giorno seguente l’immagine è scomparsa e Aladino ordina una strage di Cristiani, tra cui pensa si trovi il colpevole.
Per salvare il suo popolo si fa avanti una giovane vergine, Sofronia, la quale si autoaccusa del reato, ma è subito imitata da Olindo, giovane disperatamente innamorato di lei, che accusa a sua volta sé stesso. Aladino manda i due eroi, innocenti, sul rogo, dove Olindo confessa il proprio amore: sopraggiunge Clorinda che, colpita dal coraggio di Sofronia, ne chiede la grazia. Entrambi sono perdonati, ma la comunità cristiana è cacciata da Gerusalemme. Sanato il loro contrasto, Olindo e Sofronia scompaiono dal poema dopo essersi sposati: soluzione che piace alla Controriforma.
È uno degli episodi più poetici della Gerusalemme Liberata. La rappresentazione psicologica realizzata da Tasso fa emergere due creature sole e la solitudine è una delle categorie dell’uomo. I due eroi appartengono alla stessa città e fede, eppure si ignorano. Tasso ama questa situazione irrazionale, assurda. Come Tancredi, Olindo è psicologicamente fragile, solo, chiuso in sé stesso, succube di un’inerzia desolata, cui lo porta il suo sogno d’amore, anche carnale, inappagato. Sofronia, al contrario, è volitiva, il suo grande sogno è la castità e il martirio, ed è proprio questo a renderla sola. C’è una situazione di incomunicabilità, che è comune agli eroi di Tasso: quanto più sono vicini fisicamente tanto più sono lontani psicologicamente. E il poeta, che vive con le sue creature, si commuove e diventa melodrammatico.
Quando Olindo e Sofronia sono legati insieme allo stesso palo, vicini alla morte e si toccano fisicamente, avviene il grande superamento di Petrarca: l’amore di Tasso è sensuale, erotico, quindi nella letteratura non ha più posto l’amore senza eros. Olindo interpreta la realtà in chiave freudiana, usa dati reali e li erotizza: “viviamo situazioni che sono simboli della realtà che cercavamo”. La risposta di Sofronia è quella del suo sogno, un simbolo religioso. Al sentimento della felicità ardentemente sognata e non goduta che angoscia Olindo si contrappone la visione di Sofronia, tutta verticale – “mira il ciel come è bello, e mira il sole ch’a sé par che n’inviti e ne consoli”. Parlano due lingue diverse, sono vicini e non si capiscono.
Gli eroi di Tasso parlano tanto, usano l’effusione verbale, si confessano, la parola è sfogo dell’anima, non determina l’azione. I giochi di parole che caratterizzano questo episodio hanno un loro senso. Sono trasposizioni in chiave stilistica delle angosce, dei labirinti psicologici, come a voler significare che non c’è via di uscita: momento nuovo di poesia europea.
CANTO III
L’avvio del canto è la descrizione del campo crociato che si mette in movimento e punta con entusiasmo su Gerusalemme. In primo piano è il paesaggio, non più quello petrarchesco, perché Tasso inaugura la percezione sensoriale di natura, anticipando il Barocco. Evoca l’alba: sottolinea il tatto nella percezione della leggerezza dell’aria; poi la vista nell’esaltare i colori; infine l’elemento acustico nel riprodurre il mormorio di mille voci festose. La sesta ottava è una delle più musicali, rende il paesaggio usando la parola nel suo significante, il suono. Con Tasso la natura diventa centro della realtà: è la fine dell’antropocentrismo, l’uomo è parte, non centro dell’universo. C’è il passaggio dal paesaggio con atteggiamenti umani (Aurora si adorna) all’uomo cui si attribuiscono attitudini naturali (singulti e sospiri dei crociati riportano a suoni del vento nella folta selva).
Sulle mura di Gerusalemme appare anche un’eroina, Erminia, una delle creature più poetiche di Tasso. Si reca lì con re Aladino, perché conosce l’esercito crociato, in particolare i capi, tra i quali Tancredi, di cui è stata prigioniera. La tragedia di Erminia è di essere innamorata di Tancredi, l’uomo che le ha ucciso il padre e le è nemico. Il suo amore è irrazionale, come quello di Tancredi per Clorinda, ma lei non può rivelare la verità quando il re, indicando Tancredi, chiede chi sia quel guerriero che avanza tra gli altri con fierezza e al tempo stesso con grazia. Erminia fa un intervento bellissimo: il suo è un discorso quanto mai ambiguo, dice una cosa e ne intende un’altra. Dichiara che Tancredi provoca ferite insanabili e lo vorrebbe avere, vivo, suo prigioniero: è un discorso erotico ma per il re le parole assumono un altro significato – è colui che ha distrutto il suo regno.
Davvero mai la lingua italiana è stata sinora così pregnante, labirintica: il suo conscio le fa dire che lo odia, ma l’inconscio le suggerisce che lo ama. Intanto Clorinda va ad affrontare Tancredi: il poeta la inserisce tra Erminia e Tancredi, a formare un triangolo melodrammatico, tutta una situazione di passioni non corrisposte. Tancredi si scontra violentemente con Clorinda, l’elmo le vola via e resta in parte nuda, scoperta: l’onda dorata dei suoi capelli è una pennellata di colore che lascia Tancredi estatico, annichilito.
La visione di dolcissima, luminosa bellezza suggerisce a Getto il paragone, concorrenziale, con la Nascita di Venere di Botticelli. Gli occhi di Tancredi lampeggiano, dolci nell’ira. “Tancredi, a che pensi? … Non riconosci tu l’altero viso?”: il poeta spesso apostrofa i suoi personaggi ad esprimere la partecipazione sentimentale alla vicenda. L’eroe riconosce Clorinda e resta come impietrito. Non intende continuare il duello ma lei non desiste. Tancredi si rende conto che lei agisce secondo le leggi e le logiche di guerra, ma lui ha il ruolo di amante e decide di non morire senza rivelarle il suo amore. Ed ecco sopraggiungere un Crociato: giunto alle spalle di Clorinda sta per sferrarle un colpo mortale sul capo indifeso, ma Tancredi se ne avvede, lo blocca, poi, infuriato, lo insegue, riconquistando il suo ardore guerriero nella difesa dell’amata. Segue uno dei tratti psicologici più fini dell’episodio: la giovane, chiusa nella sua verginità di adolescente e di guerriera, resta sospesa, assorta, stupita dalle parole d’amore di Tancredi e dai due cavalieri che si allontanano come saette. Ma tosto ella si riscuote e si getta ancora nella mischia. È poesia erotica, galante, raffinata, ma tragica: amore, sintesi di sentimento e di fisicità, e morte.
CANTO IV
I Crociati non riescono a prendere Gerusalemme d’assalto e Goffredo si appresta all’assedio. Sull’altro fronte si ricorre alle malie infernali: la bellissima maga Armida dovrà sedurre i cavalieri cristiani, attrarli fuori dal campo e imprigionarli con incantesimi. Il campo cristiano resta così privo di molti cavalieri, oltre a Rinaldo, l’eroe più forte, che, avendo ucciso un suo compagno, è costretto ad allontanarsi per sottrarsi alla giustizia di Goffredo. Resta, quindi, Tancredi, l’eroe per eccellenza, ad accettare la sfida a duello di Argante, il più selvaggio dei guerrieri nemici. Erminia, chiusa nel proprio sogno d’amore struggente, trascorre la giornata isolata nell’antica alta torre del palazzo reale, volgendo gli occhi al campo di battaglia e smarrendosi nei suoi pensieri. È bellissimo nella sua novità il modo in cui Tasso esprime il senso dell’interiorità colta nelle pieghe più segrete. Decide di uscire dalla solitudine, vuole correre da Tancredi ferito per guarirlo con erbe capaci di cicatrizzare le ferite. Fugge dalla città, lei più fragile di altri, con uno scudiero, dopo aver indossato l’armatura di Clorinda per non trovare impedimenti sul suo cammino. In prossimità del campo cristiano, invia il fedele scudiero a Tancredi, a dirgli che una donna lo attende. Frattanto ella rimane ad aspettare. È notte ed Erminia la sente come una confidente, un alter ego: è l’infinito di Leopardi. La natura è percepita come qualcosa di vivo, di umano, la luna e le stelle diventano concretizzazione del suo spirito. Il paesaggio è contemplativo, lirico, non dà vita all’azione ma si fa simbolo. Il silenzio diviene il confidente del suo amore e di tutta la sua nostalgia di pace.
Ma, quando la luce lunare ne colpisce l'armatura, viene sorpresa da una ronda: la scambia per Clorinda e le dà la caccia. Erminia fugge in preda al terrore attraverso una selva antica, misteriosa: è fuga nell’inconscio quella che sta avvenendo, è fuga dall’eros all’infanzia e il suo arrivo è in un luogo sereno, fra i pastori, nella dolce pace della natura. La passione non la tormenta più: Erminia si sta avviando ad una graduale pacificazione interiore. È la sua evoluzione psicologica e, per realizzarla, Tasso si serve del paesaggio, proiezione dello spirito: la pace che lei va acquistando è, prima, nelle cose. Non sente il bisogno di cibo, piuttosto ha sete di pianto: la sua tensione sentimentale si stempera in quel paesaggio di pace e il sonno, uno dei temi tipici del Manierismo, placa ciò che resta del dolore.
Erminia ascolta sorpresa il canto dei pastori mescolato al suono delle rozze zampogne: è un’oasi serena lontana dal fragore di battaglia che infuria e dai travagli dei suoi eroi. Si avvicina e dialoga con un pastore: le racconta di aver conosciuto le inique corti in giovinezza, quando ci si lascia facilmente attrarre da vane lusinghe ed illusioni, che fanno perdere la libertà. Ora, però, vive il fascino e la pace della vita agreste e questo ispira in Erminia il vivo desiderio di rimanere lì. Tasso ripercorre la vicenda della propria vita in questo episodio: rispecchia i suoi tempi, la crisi della cultura rinascimentale, l’ansia di fuga, di evasione. Diventa polemica globale sul concetto di civiltà: forse è alienazione, iniquità. L’uomo, accettando di allontanarsi dalla natura, si è avviato verso l’inquietudine: Tasso è il primo ad esprimere questa perplessità sul progresso.
La morte di Clorinda è una pagina di poesia d’amore ove gli affetti umani si trascolorano e si trasfigurano in un amore più alto. Clorinda ed Argante escono dalla città per bruciare la torre mobile d’assalto, macchina da guerra che rappresenta il pericolo più grande per i Saraceni. Realizzano l’impresa ma sono scoperti dai Crociati. Argante riesce a rientrare entro le mura, ma non Clorinda, che viene raggiuta da Tancredi e, non riconoscendola, la sfida a duello. Entrambi sono creature sole e non si riconoscono sino alla fine, quando ai suoni disarmonici delle armi si sostituisce la voce languida, flebile e soave di Clorinda, e l’ombra della notte è vinta dalla luce dell’alba, un’alba livida che reca come un presentimento di morte.
C’è un’evoluzione acustica e cromatica, che corrisponde all’evoluzione psicologica di Clorinda. Un furore cieco e selvaggio travolge i due eroi: Clorinda rifiuta di palesarsi e, con la sua risposta di nemica fiera e irriducibile, imprime al combattimento una nuova ondata d’ira e di ferocia. Tancredi, ignaro, colpisce a morte la donna amata: la tragica rivelazione lo lascia impietrito. Clorinda, però, è animata dall’ansia di un approdo più alto: chiede ed ottiene di essere battezzata da Tancredi. Ora ride, pronta ad andare in cielo in pace. La sua dolce femminilità si trasfigura nel pegno di pace che dà al suo uccisore. Non può più parlare e tende la mano a Tancredi, in segno d’amore e di perdono cristiano: vuole invitarlo ad un amore più alto, che ignori il tormento della passione.
CANTI XIII – XIV – XV
I Crociati devono ricostruire la torre mobile, incendiata da Argante e Clorinda. La grande macchina da guerra è necessaria per espugnare Gerusalemme. Hanno quindi bisogno del legname nel bosco vicino, ma il mago Ismeno, con l’aiuto dei demoni da lui evocati, getta l’incantesimo sulla selva. Sarà Rinaldo l’eroe predestinato dalla Provvidenza a vincere l’incanto. Rinaldo, però, è caduto preda della seduzione di Armida. La maga a sua volta si è innamorata di lui, ed essi vivono in una terra lontana il loro voluttuoso amore. Due cavalieri cristiani riescono, però, a strappare l’eroe al fascino di Armida.
CANTO XVI
È la sinfonia di Armida, creatura poetica e viva e, insieme, simbolo del piacere. Il suo giardino è come un’immagine mitica che si contrappone a Gerusalemme, simbolo del dovere, dell’impresa grandiosa e religiosa. È il contrasto da cui nasce la poesia più genuina di Tasso. È la lotta tra la tensione eroica e la voluttà che sembra promettere un paradiso terreno, in una continua vicenda di riscatto e di caduta, di illusione e delusione. Il giardino di Armida appare pienamente naturale, ma è frutto di raffinato artificio: mescolato al naturale, sembra un’arte di natura, come se questa, per diletto, si fosse compiaciuta di imitare l’arte, la quale, invece, è sua imitatrice. Il giardino è labirintico, è simbolo della vita come labirinto, è frutto di incantesimo.
La natura è un incanto non solo alla vista, ma anche all’orecchio, per la soave musica modulata nel canto voluttuoso degli uccelli e nel mormorio di onde e di foglie. È eternamente pervasa di una primavera che passa in un’estate rigogliosa di frutti, a simboleggiare il sogno di un desiderio completamente appagato. L’immagine della rosa, corposa e sensuale, esprime il sogno di una gioia portata fino all’ebbrezza dei sensi e, insieme, il rimpianto per la fugacità di questa felicità. Ma è tutto un sogno e se ne avverte fragilità e labilità, incapaci di soddisfare pienamente il bisogno che è nel cuore dell’uomo.
Rinaldo è ormai lontano. Armida, la seduttrice sedotta e abbandonata, si chiude in un desolato lamento e, d’incanto, il magico giardino sfuma.
CANTO XVIII
Rinaldo, chiesto e ottenuto il perdono di Goffredo, si assume l’incarico di liberare dall’incantesimo la selva. Consigliato da Pietro l’Eremita di chiedere perdono a Dio, si reca a pregare sul monte Oliveto. In un’atmosfera di interiore solitudine e colloquio con la propria anima, abbandonata ogni lusinga peccaminosa, sente il brivido del divino. È l’ora in cui la notte cede alla luce del giorno: gli occhi di Rinaldo contemplano “le bellezze incorruttibili e divine” della notte e dell’alba. Nella vasta armonia del cosmo, percepisce il senso profondo della divinità creatrice e in lui si realizza la purificazione dal suo passato: è l’eroe predestinato, che ha in pugno le sorti della Crociata e quelle di una nobile stirpe.
Pensa ad Armida: gli appare il suo volto piccolo e fragile, effimero. Insieme alla caducità, si rivela l’angustia dell’oggetto delle passioni umane in contrasto con l’infinito dell’eternità. Rinaldo si inginocchia riverente a Dio e fissa gli occhi verso l’oriente, il sorgere del sole: la sua conversione purificatrice non è un dramma spirituale, ma un arcano riaffiorare nell’anima di una primitiva innocenza. Ora la rugiada fresca del mattino veste la natura di un lucido candore: la natura candida, proiezione dello spirito, raffigura l’anima purificata di Rinaldo.
Si sente sicuro di sé, forte della protezione di Dio, e si avvia a vincere l’incantesimo della selva. Se prima era luogo di suggestioni paurose, adesso è realtà musicale: il melodioso gorgheggiare dell’usignolo; il sospiro della brezza tra le fronde; il mormorio del ruscello; voci umane che cantano, seducenti. La natura non è straordinaria e sensuale come il giardino di Armida, tuttavia emana una seduzione sottile e intensa. L’amore sopito per la maga ritorna in forma di tenerezza, di pietà. Armida infelice, sofferente per l’abbandono si proietta in immagini fantastiche: sono le tentazioni latenti nell’animo a dare vita a figure diverse che si succedono in una repentina trasformazione, come avviene nel sogno.
La vita è sogno, come dice Calderon de la Barca. La vita è teatro, illusione scenica, quale è percepita dal Barocco, da Shakespeare. Rinaldo, però, è ormai padrone di sé stesso e la sua riconquistata fierezza sta portando alla conquista di Gerusalemme.
CANTO XIX
Sulle mura della città resiste eroicamente Argante. Ostinato e violento Musulmano, non teme la morte bensì la vergogna di essere battuto e respinto: vuole, anche morendo, non apparire vinto. Sopraggiunge Tancredi che già ha combattuto con lui in precedenza, a mantenere la promessa di riprendere il duello interrotto. Ora è giunto il momento. Argante ha espressioni di scherno per il ritardo intercorso e rivela il barbarico sdegno di chi concepisce la vita come guerra, in cui valgono soltanto la forza e il valore individuale. Il discorso è sferzante e diviene disperatamente aggressivo, quando apostrofa Tancredi come forte uccisore di donne.
È doloroso ed offensivo per Tancredi il riferimento alla morte di Clorinda, di cui è stato l’innocente disperato artefice. Le sue parole non hanno la violenza di Argante: sono, invece, la dignitosa autodifesa di un nobile cavaliere che non indugiò a riprendere il duello per viltà, come il confronto renderà palese. Concordi escono dalla città, per dare inizio ad uno scontro teatrale. Come Tancredi vede il nemico indifeso, senza scudo, getta lontano anche il suo. Perché? Non è tempo ora di aver paura, ma di combattere.
Il selvaggio guerriero si volge verso “la cittade afflitta” e, nascosto sotto le sue apparenze feroci, rivela il nobile ideale della difesa di Gerusalemme. Ora la figura di Argante si cinge di profonda umanità: si rende conto dell’inutilità della sua vita, della vanità di ogni lotta dell’uomo contro la volontà del destino e sente la caducità di ogni cosa terrena, nel itmo incessante di illusione e delusione. Si batte indomito, ma invano: come spesso accade agli eroi di Tasso, Argante non è eroe dell’azione, bensì della sofferenza, ed è solo davanti all’ineluttabile “ruina” delle cose umane.
Anche Tancredi resta a terra esanime e sfinito dalle ferite. Lo ritrova Erminia, che riesce a risanarlo con teneri baci e cure amorose, ma Tancredi dovrà preparare la ricompensa: è la maliziosa richiesta della giovane, mentre pone il capo dell’eroe nel suo grembo. Tasso serba un lieto fine alle più dolci e care tra le sue storie d’amore: Erminia ritrova Tancredi e Armida ritroverà Rinaldo. Rivela così il suo sogno di riconciliare sensi e spirito, ispirazione sensuale e religiosa.
CANTO XX
È l’ultima grandiosa battaglia: accanto all’eroismo trionfa il tema della magnanimità, di Tancredi e di Rinaldo in particolare. A Tasso piace dare una conclusione lieta all’idillio amoroso di Armida e Rinaldo: questi sopraggiunge proprio mentre Armida sta per uccidersi. Il disperato amore l’ha resa profondamente diversa e umana, e Rinaldo riesce a dissuaderla dal suo proposito.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
19. Il Barocco: nuova visione del mondo e poetica della meraviglia
Quadro del capitolo. Il Barocco trasforma la crisi del Cinquecento in una nuova concezione dinamica del reale. L’universo non è più percepito come un sistema stabile a misura d’uomo: scienza, guerre e conflitti religiosi moltiplicano l’esperienza dell’incertezza. La letteratura risponde con metafora, sorpresa, movimento e ricerca della meraviglia.
Nuclei fondamentali: Seicento europeo • crisi dell’antropocentrismo • rivoluzione scientifica • metamorfosi e instabilità • meraviglia, metafora e concettismo
Barocco è il termine riferito alla civiltà del Seicento, ma in realtà non comprende tutto il secolo; il momento esplosivo di espansione è soltanto nella seconda metà. Nasce in senso dispregiativo a indicare arte disordinata, squilibrata, caotica. Il vocabolo portoghese barroco significa perla irregolare, non perfettamente sferica, quindi un oggetto mal riuscito. Il nome baroco nella filosofia scolastica è un sillogismo complesso, astruso, appariscente ma capzioso. La parola diventa tutt’uno con la condanna che grava per due secoli sull’arte e la cultura de Seicento. Nel Settecento si definisce quella civiltà aberrante espressione di cattivo gusto.
Nell’Ottocento, Manzoni la condanna sia a livello ideologico-religioso che politico e morale. Nel Novecento c’è una lenta rivalutazione, a partire dalle arti figurative. La storiografia moderna vuole penetrare il significato e le ragioni di quello che non è stato soltanto stile letterario, bensì un modo nuovo di considerare il reale. Il Seicento è un’epoca dilaniata da feroci guerre imperialistico-religiose di predominio come quella dei Trent’Anni (1618-1648) e da un ferreo assolutismo religioso legato alla Controriforma, che si manifesta sia nei paesi protestanti che in quelli cattolici – roghi di eretici e streghe, determinazione precisa di dogmi, di regole, di forme liturgiche tesi al formalismo, al conformismo e negazione della libertà dell’individuo. Si aggiungano carestie e pestilenze che travagliano l’Europa.
Entra definitivamente in crisi la visione rinascimentale dell’uomo posto al centro dell’universo. Il sistema copernicano, il cannocchiale di Galileo portano l’idea nuova di un universo infinito, nel quale l’uomo si muove senza più le antiche certezze, consapevole che il mondo è un teatro mutevole, quindi ansioso di racchiuderlo in leggi sicure, come orgogliosamente vuole fare la scienza moderna. C’è la ricerca di novità ad esprimere l’esigenza di adeguare pensiero ed espressione alla nuova visione del mondo. La letteratura barocca ricorre spesso alle metafore: nascono dal senso della continua metamorfosi delle cose, alludono ad una visione dinamica del reale, ma anche a un’instabilità che porta ad esprimere la vita come sogno, fumo, ombra o nube evanescente.
Sul piano sociale si verificano notevoli trasformazioni. In molti Stati, come in Francia, si va affermando una grande borghesia imprenditoriale, la cui importanza, sotto le monarchie assolute, cresce con il declino della nobiltà. Sul piano letterario si verifica l’affermarsi di un pubblico borghese: propone la propria istanza realistica e l’invito a non fare più dell’arte l’immagine statica dei privilegi di una classe aristocratica, ma a legarla alla vita e allo sviluppo politico e ideologico attuale. In Italia non si realizza la formazione di questo nuovo pubblico e delle sue proposte innovatrici. Al contrario incomincia a delinearsi un processo di involuzione: i piccoli Stati sono in balia prima della Spagna poi della Francia, incapaci di reale iniziativa politica. La situazione economica è sempre più grave: c’è il progressivo abbandono delle imprese commerciali e industriali a favore di investimenti nella proprietà terriera, considerata più sicura, e lo sviluppo della borghesia risente di una drastica limitazione. In Europa fioriscono grandi drammaturghi – gli spagnoli Lope de Vega, Calderon de la Barca, i francesi Racine e Molière; poeti – l’inglese John Donne; filosofi – i francesi Cartesio e Pascal. La cultura italiana, invece, diventa più chiusa: c’è la grandiosità fastosa e illusoria, atta a far presa sul pubblico aristocratico-neofeudale delle corti, peraltro impoverite, quindi incapaci del mecenatismo di un tempo e portate a subordinare al proprio potere l’intellettuale, già condizionato dal dogmatismo, dalla censura della Controriforma.
È una cultura di disimpegno: la forma, l’apparenza diventa tutto, ma sotto la machera c’è l’inerzia dello spirito, in una teatralità artificiosa. C’è il gusto dell’etichetta, ma sotto non c’è sentimento; sotto il fasto non c’è nobiltà; sotto la solennità pomposa delle funzioni sacre regna un freddo conformismo. Come dirà Leopardi “L’Italia ebbe allora versi senza poesia” – questo perché privi di contenuto umano. È, però, l’ansia irrequieta di novità a convincere il poeta che l’arte debba sbalordire. Marino stesso, in due versi, formula la stravagante poetica “È del poeta il fin, la maraviglia;/ chi non sa far stupir, vada alla striglia”.
C’è, nel nuovo stile, un abuso di metafore, di giochi di parole, un virtuosismo descrittivo teso ad ostentare la propria bravura. Anche la prosa, in generale, nasce con tale finalità e si avvolge nel gioco pirotecnico della forma. La letteratura dell’epoca oscilla tra la retorica dell’ingegnosità, protesa al facile applauso di un pubblico disimpegnato, e l’espressione di una coscienza inquieta che avverte la crisi ma non ne è ancora consapevole. Si ignora ciò che avviene all’estero, nella convinzione che la vera arte sia in Italia: si tratta di ritardo interiore. D’altra parte anche all’estero si guarda all’Italia come culla di cultura: musica, melodramma, pittura, architettura, scultura.
In realtà l’uomo è in uno stato perenne di inquietudine, perduto in un mondo sconosciuto, ai bordi di un abisso. E il Barocco nasce come fuga, evasione dal classicismo, dall’autoritarismo normativo che regola galateo e poetica. Assume atteggiamenti esasperati nei confronti della civiltà passata, perché ritiene che non abbia nulla da dire: l’uomo è nel dubbio, nell’angoscia dell’insicurezza. La cultura italiana di fronte a questa paura si arena: invece di avventurarsi alla scoperta dell’ignoto, evade, gioca con le parole, fa sgambetti verbali: arguzia, concettismo, ingegnosità, trasformazione della parola in teatro di meraviglia, ma è tutto falso, illusorio.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
20. La poesia del Seicento e Gian Battista Marino
Quadro del capitolo. Marino incarna la volontà barocca di superare i modelli attraverso l’invenzione. Il poeta non cerca l’equilibrio classico, ma l’effetto sorprendente, la sensualità della parola e la continua trasformazione delle immagini. Il marinismo diventa così una poetica europea della novità.
Nuclei fondamentali: marinismo • Adone • poetica della meraviglia • metafora e concettismo • musicalità e sensualismo
È il poeta del secolo, l’esemplare del gusto barocco, capace di riscuotere grande successo nella società contemporanea. Concepisce la poesia come una professione magnifica e lussuosa, che gli consenta di emergere come strumento della sua personale avventura nel mondo. Un’arte fastosa, quindi, tesa a produrre “meraviglia”, ad avere l’applauso per la sua bravura. Adone È la sua opera più ambiziosa: poema labirintico che affascina per la prodigiosa abilità tecnica nei bisticci di parole – rosa, riso – e nel trionfo di metafore nate l’una dall’altra, ora con freddo intellettualismo, ora con un improvviso brillare di vivide inattese analogie tra le cose, al fine di specificare il concetto e rendere più vasta e più complessa allo sguardo l’inesauribile scena teatrale del mondo.
L’ambizione di Marino è di scrivere un poema che sia sintesi e superamento del passato. In realtà il suo è un poema che lascia il vuoto, il senso del relativismo, e sancisce la morte del poema epico, la fine della grande tradizione di Morgante, di Ariosto, di Tasso. Sarà sostituita dal romanzo. L’Adone non ha valore sul piano storico, politico, ideologico né principio di causa ed effetto ed ha una trama molto tenue, anche se costituito da venti canti come la Gerusalemme Liberata.
Narra il mito dell’amore di Venere e Adone, fino alla morte del giovinetto, ucciso da un cinghiale aizzatogli contro dal geloso Marte. L’opera non nasce da un’anima di poeta, da una fantasia vigorosa, ma è invece costruita da uno spirito vuoto. Ne deriva la disorganicità, la mancanza di proporzioni fra le singole parti e il tutto, la cura ridondante del particolare, a scapito dell’armonia dell’insieme: manca l’unità. In questa inerzia della fantasia e incapacità di creare un mondo vivo, il poeta si rivolge alla forma, alle parole e le usa come un giocoliere prestigioso, cercando lo sfoggio pomposo di colori, di luci, di suoni. La bravura descrittiva vuole sostituire l’arte, invece si avviluppa in una filastrocca di parole.
Emanuele Tesauro enfatizza nella poesia l’arguzia, il concettismo: è una scoperta compiuta dall’intelletto ed espressa in modi sensibili e fantasiosi, di occulte somiglianze e di intimi rapporti tra cose apparentemente lontane. Una tipica immagine barocca: i fiori sono simili alle stelle – non è puramente fantasiosa, ma ha un contenuto intellettuale, concetto o arguzia: si riconosce l’influsso delle stelle e del sole sulla vegetazione terrestre, così che i fiori sono generati dagli astri, riflesso del cielo in terra.
Gabriello Chiabrera. Vuole essere un anti marinista: contrappone allo stile pieno di arguzie, di concetti, di scoppiettanti metafore di Marino, una poesia più semplice e più legata ai modelli classici. In realtà anche lui è affascinato dalla ricerca di nuovi modi – “cercar nuovo pelago o affogare”. Non rinuncia al tema della rosa, ma, a differenza di Marino, per lui non è simbolo di caducità, ma di bellezza della sua donna: c’è il ritorno a Petrarca, Bembo, Poliziano. Se per Marino l’arte è disimpegno, gioco, anche la poesia di Chiabrera, però, rivela un’ispirazione leggera, un sentimento superficiale e gaudente della vita. Le sue Canzonette amorose, d’altro canto, sono poesie per musica, non di ripiegamento lirico, ma come ornamento della vita.
Sceglie le parole per il significante, sintomo di svalutazione della ragione, di coscienza di relativismo: ne risulta poesia che è spartito musicale, fluida percezione di realtà acustica. Al gusto classicistico è legata anche la poesia comica e satirica, sulle orme dei poeti latini Orazio e Giovenale, tesa a colpire la corruzione dei costumi e il vuoto turgore della letteratura barocca. L’artista più vivo è Salvator Rosa, uomo generoso, pittore, musicista e poeta, che sferza le metafore strambe, esalta una poesia più seria e virile, guarda con pietà alla vita degli umili e dei poveri.
Alessandro Tassoni. È il più famoso tra i poeti burleschi del Seicento. La Secchia Rapita. È la sua opera maggiore. È un poema eroicomico, parodia del poema epico, da cui l’autore riprende elementi tradizionali, svolgendoli però in forme caricaturali. Racconta una guerra immaginaria tra Bolognesi e Modenesi a causa di una secchia rapita da questi ultimi durante una scorreria in territorio avversario. Al ratto, realmente accaduto nel 1325, il poeta mescola altre vicende storiche della lotta secolare tra le due città, tra cui la cattura di re Enzo, figlio di Federico II, da parte dei Bolognesi e dei loro alleati guelfi. Partecipano antiche divinità mitologiche, interpretate come uomini, ed eroi immaginari. Si conclude con la pace: Bologna tiene Enzo e Modena la secchia.
Note pungenti sono rivolte contro gli Spagnoli boriosi e millantatori, gli ecclesiastici, i petrarchisti; la puntigliosa e ormai vuota aspirazione cavalleresca della società seicentesca; la sua Modena affogata, come tante altre città italiane, in meschine beghe campanilistiche, in una vita piatta e angusta, conseguente alla crisi politica ed economica generale dell’Italia. Non mancano le vendette contro nemici personali come il conte ferrarese Alessandro Brusantini, odiatissimo dai Modenesi e ancor più da Tassoni a causa di una polemica letteraria aspra e insultante. Il poeta lo schernisce duramente nella figura del Conte di Culagna, uno dei personaggi più spassosi del poema, immagine vivente di viltà, inettitudine, conformismo, ipocrisia, bigotteria, e ambizione.
La risata sorge estemporanea, anche se la vis comica a tratti cade in volgari enfatizzazioni.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
21. Teatro e prosa del Seicento: Paolo Sarpi e i nuovi pubblici
Quadro del capitolo. La civiltà barocca non coincide con la sola lirica. Il teatro europeo conosce una stagione eccezionale e la prosa si apre alla storia, alla polemica religiosa e alla nuova mentalità scientifica. Sarpi rappresenta una scrittura razionale e critica, capace di interrogare i meccanismi del potere ecclesiastico.
Nuclei fondamentali: teatro europeo del Seicento • nuovi pubblici borghesi • prosa storica e scientifica • Paolo Sarpi • Storia del Concilio Tridentino
Anche il teatro, in generale spettacolo scenografico per un pubblico di letterati, esprime quel senso di instabilità, di insicurezza, di crisi proprio della civiltà barocca, spesso portato al gusto del truce, del macabro, dell’avventuroso. La tragedia è il genere che può vantare opere poeticamente più valide. Federico Della Valle. Nasce ad Asti e trascorre molti anni alla corte dei Savoia. La sua opera, misconosciuta dai contemporanei, dopo la morte cade nell’oblio. Nel Novecento Benedetto Croce e poi tutta la critica riconoscono nelle sue tragedie una delle voci più grandi della poesia seicentesca.
Il suo capolavoro è costituito da tre tragedie: Judit, la storia biblica di Giuditta che uccide Oloferne, mentre questi si appresta a sterminare il popolo ebreo; Ester, celebrazione della giovane donna ebrea, sposa del re assiro Assuero, la quale riesce a sventare i piani di Aman, anche lui deciso a distruggere il popolo ebraico; La Reina di Scozia, racconto della prigionia e morte di Maria Stuarda, regina cattolica, fatta uccidere dalla cugina protestante Elisabetta I d’Inghilterra. L’ispirazione è religiosa, ritrovata in un’adesione al testo biblico o proiettata sullo sfondo della sanguinosa lotta tra cattolici e protestanti.
Non si cura dei colpi di scena, dei contrasti drammatici tra i personaggi, propri del teatro barocco, né è interessato alla poetica della meraviglia, al virtuosismo intellettualistico. C’è, comunque, l’irrazionalità barocca: in luogo dell’eroe tradizionale, è la donna ad avere il ruolo di forza attiva, di virtù, rivelata anche da Maria Stuarda quando, dopo una vita passiva senza la possibilità di agire, affronta la morte con dignità di regina. La vita, per Della Valle, è simile al fumo, ombra, nuvola e si svolge nella solitudine. L’uomo non può comprendere pienamente il proprio esistere e il proprio agire, poiché non sa penetrare nell’abisso insondabile del Creatore: l’anelito a Dio è profondo, ma più che serena speranza, rimane il senso della miseria umana e della Sua grandezza, secondo la cupa religiosità della Controriforma.
L’opera di Della Valle risulta, quindi, poco teatrale, ma lirica, fatta di parole e musica: al dialogo si preferisce il monologo e ad emergere è il canto di un coro unitario a più voci. Così, nella tragedia di Maria Stuarda, il coro è dominato dalla voce intenerita e commossa della Regina, cui fa riscontro il canto di speranza delle ancelle fedeli, che lei non vuole rattristare con la propria presaga tristezza.
La prosa del Seicento: meraviglia, metafora e nuovi modelli espressivi
La prosa barocca ha gli stessi connotati, in generale, della poesia barocca, marinistica. C’è la ricerca della meraviglia, il virtuosismo tecnico, lo stile metaforico e ricco di arguzia, concettismo, giochi ingegnosi. Ci sono, però, anche testi migliori: la prosa elegante e più misurata di Daniele Bartoli e la chiara potenza intellettuale di Paolo Sarpi. Daniele Bartoli. Secondo Croce è il Marino della prosa. A quindici anni entra nell’ordine dei Gesuiti. Storia della Compagnia di Gesù È la sua creazione di maggior impegno, intesa a celebrarne l’ardore missionario. Tuttavia, la critica moderna mostra maggior interesse per le sue opere minori.
L’Uomo di Lettere È un acuto trattato sull’oratoria, ove propugna un’arte volta a finalità morali La Ricreazione del Savio È un inno di lode e di ringraziamento a Dio per la mirabile ed armonica bellezza del creato. La prosa di Bartoli per un certo tempo è svalutata come tipico prodotto dell’ingegnosità barocca, appariscente ma intimamente frigida. La critica recente, invece, lo rivaluta non solo come stilista raffinato, autore di una prosa prodigiosa per la ricchezza sintattica e l’accurata scelta della parola eletta e pregnante, ma come scrittore vero, capace di vivere intimamente quella meraviglia commossa di fronte alla stupenda grandiosità dell’universo che riesce ad esprimere con viva sensibilità cromatica ed acustica in molte sue pagine.
Paolo Sarpi: storiografia, politica e libertà veneziana
È figura dominante nella storiografia del Seicento. Veneziano, entra giovanissimo nell’Ordine dei Serviti. È uomo di indole meditativa, di vastissima cultura, teologia, diritto canonico, storia, anatomia e matematica. Spirito galileiano, tende al ragionamento critico personale e al rifiuto del principio di autorità. Dopo aver soggiornato a Roma, a Milano, nell’ultimo ventennio della sua vita risiede stabilmente a Venezia, che lo nomina suo “teologo e canonista”. Quando Papa Paolo V lancia l’interdetto su Venezia perché la Repubblica non vuole rinunciare al proprio diritto di giudicare due sacerdoti colpevoli di reati comuni, Sarpi assume energicamente la difesa del libero Stato veneto, finché l’interdetto viene tolto.
Sarpi conduce la sua battaglia politica e religiosa contro le pretese di dominio temporale della Chiesa, e viene scomunicato. Più tardi è pugnalato e lui, per nulla scosso, scrive ad un amico “li farò guerra più morto che vivo … non voglio altri per mia regola che la sola coscienza” La sua tempra morale e religiosa lo porta ad auspicare la riforma della Chiesa, con un ritorno al vero spirito del Vangelo. Esiste, infatti, un’antitesi fra la purezza e la povertà iniziali del Cristianesimo e la Chiesa attuale, mondana, temporalistica e assolutistica. Netto deve essere il distacco fra il potere temporale dello Stato e quello spirituale della Chiesa, entrambi stabiliti direttamente da Dio.
Istoria del Concilio Tridentino È frutto di attente ricerche sul Concilio di Trento. Nonostante il rigore ineccepibile della documentazione, riflesso del suo spirito scientifico e concreto, l’opera non risulta imparziale perché pervasa dalla sua personale interpretazione. Sarpi vuole dimostrare come il Concilio abbia fallito lo scopo: rinnovare, attraverso un’autentica riforma spirituale, l’unità cristiana di cattolici e protestanti. Il Concilio, invece, si è svolto al di fuori di queste direttive e ha reso irreparabile la divisione della cristianità, consolidando l’assolutismo pontificio e gli interessi politici della Chiesa.
La lucidità critica e lo spirito scientifico riportano a Machiavelli e a Guicciardini: la realtà della storia è vista come il gioco astuto ed egoistico della politica, donde il sentimento greve di amarezza sull’incapacità e la miseria degli uomini. La sua non è prosa barocca: la parola gli serve soltanto come espressione del pensiero, senza bisogno di ornarla. Il discorso è asciutto ed incisivo, frutto di chiarezza intellettuale, potenza di ragionamento e profondità di studio psicologico, specchio di una personalità nobile ed elevata.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
22. Il primo Settecento: Arcadia e Pietro Metastasio
Quadro del capitolo. Il Settecento si apre con una reazione agli eccessi barocchi. L’Arcadia propone misura, buon gusto e restaurazione classicistica, pur dentro una società ormai avviata verso il razionalismo moderno. Metastasio porta questa sensibilità nel melodramma e diventa uno degli autori europei più rappresentativi della cultura di corte.
Nuclei fondamentali: reazione al Barocco • Accademia dell’Arcadia • classicismo e buon gusto • poesia pastorale • Metastasio e melodramma
È un secolo ricco, complesso, di rivoluzione francese, accelerazione della storia. Inizia con il trionfo del re per volontà di Dio, Luigi XIV; termina con il re per volontà della nazione, con la decapitazione di Luigi XVI e la fondazione della modernità. La rivoluzione francese trasformerà anche la funzione dell’intellettuale e il destino della letteratura. Il secolo inizia all’insegna dell’Arcadia – restaurazione di classicismo – e termina con il romanticismo – anticlassicismo. Distrutta l’idea classica dell’Arcadia, s’impone il razionalismo dell’Illuminismo, che non è più classico – Goldoni, Parini sono illuministi. Segue il preromanticismo che convive con il neoclassicismo.
Come dice Cattaneo, l’Italia, liberata dal corpo morto della Spagna, passerà al corpo in ascesa dell’Austria, capace di un governo ben più dinamico sul piano politico e amministrativo.
L’Arcadia: ritorno all’ordine e riforma del gusto
Il primo Settecento vede un cauto rinnovamento della cultura e della letteratura italiana, legato all’Arcadia. È un’accademia letteraria intesa alla formulazione di una nuova estetica moderatamente razionalistica: accogliere il nuovo pensiero cartesiano riconducendolo ad un ideale etico-estetico di buon senso/buon gusto, fondato sulla misura, l’equilibrio, il distacco dagli eccessi. È una restaurazione classicistica, un richiamo ad una poesia che abbandoni le avventure pirotecniche della fantasia barocca per tornare ad essere espressione dell’uomo, ai modelli classici e a quello petrarchesco. Dapprima è Petrarca ad essere il poeta più imitato, ma in seguito gli Arcadi si rivolgono alle situazioni e ai modi della poesia pastorale legata all’Arcadia, la mitica regione della Grecia antica, abitata dai poeti-pastori.
E pastori si dicono i soci, che adottano pseudonimi della tradizione bucolica, loro emblema è la zampogna di Pan coronata di alloro, protettore è Gesù Bambino, nato tra i pastori. Ne emerge un mondo idillico, tenue, svenevole, scena adatta ad un duetto di melodramma. Sarà Metastasio a rappresentare al meglio il nuovo indirizzo poetico e, pur nella tenuità dei suoi temi, a raggiungere in molte sue creazioni un’efficacia poetica. L’Arcadia nasce a Roma, dove Cristina di Svezia si rifugia dopo aver abbandonato il trono. È solita raccogliere nel proprio palazzo poeti, letterati e scienziati, cartesiani e razionalisti, in dotta ed elegante conversazione. Dopo la sua morte, continuano a riunirsi e stabiliscono le leggi, la burocrazia dell’Accademia.
Da Roma si diffonde in tutta Italia, dando vita a numerose colonie: possono iscriversi prelati, dame, principi, giuristi, avvocati, medici, uniti in un ideale uguaglianza di fronte alla cultura e nel comune amore per la poesia, vista come vertice supremo. Vi partecipano anche artisti notevolmente lontani dalle sdolcinate pastorellerie, come Goldoni.
Pietro Metastasio e il melodramma settecentesco
È l’ultimo rappresentante della cultura cortigiana dell’Arcadia, intesa come celebrazione di corte. Ancora fanciullo, improvvisa versi con rara vivacità d’ingegno e Gravina, fondatore dell’Accademia, lo adotta, cambiandone il cognome originario, Trapassi, in quello grecizzante di Metastasio (dal greco metàstasis, cambiamento, rinnovamento). Sogna di farne un grande tragediografo, secondo il suo severo ideale classicistico, ma non è la vocazione di Metastasio. Gli ispira, comunque, quella capacità di ordine e di chiarezza espressiva che è propria del futuro poeta.
Quando, a Napoli, incontra la sua grande ispiratrice, la cantante Marianna Bulgarelli – la Romanina – Metastasio scopre la propria indole di scrittore di melodrammi. Consapevole che nel melodramma del Seicento ha perso gradualmente valore l’elemento poetico a tutto vantaggio della musica, riaffermerà l’importanza letteraria, ricostruendo razionalmente l’equilibrio tra musica e versi. Elabora la rivalutazione del melodramma secondo il principio del recitar cantando. Scrive testi adattabili a musica, in cui lo svolgimento della vicenda ha sviluppo recitativo con accompagnamento in sottofondo di clavicembalo; quando l’azione si interrompe e si conclude il dialogo, a scatenare l’entusiasmo del pubblico interviene lo sfogo del cantante nelle melodiose ariette, espressioni liriche di sentimento e di sogno.
Secondo l’ideale dell’Arcadia, Metastasio vive la poesia come un sogno fatto in presenza della ragione: ed è quello che si realizza nell’arietta, dove i rovelli del sentimento si semplificano, si chiariscono, tutto si dissolve in musica. Inizia la sua fortunata carriera teatrale, che lo porterà ad essere acclamato in Europa come il poeta più grande dell’epoca, capace di fondere armonicamente ragione e sentimento, grazia. È chiamato alla corte di Vienna, in qualità di poeta cesarèo, cioè poeta ufficiale presso la corte imperiale degli Asburgo d’Austria. Alfieri si scandalizza di fronte alla vecchia cultura cortese, all’intellettuale che si inchina al potere: per lui è cultura servile. In realtà, ora la corte non ha più pregiudizi nei confronti di un ragazzo di umili origini, se è intelligente, rivela ingegno, impegno e passione per lo studio. È cultura di forza tra intellettuali e potenti.
La corte gli conferisce dignità, prestigio, e lui nelle sue creazioni sa esprimere quell’ideale di gusto, di decorosa dignità e civiltà, proprio della società elegante cui si rivolge: il rapporto è interclassista. Ha carattere alieno da asprezze, urti, tempeste: la sua vera esistenza si svolge in un mondo di sogno o di dolce favola, fatto di sentimenti semplici, quotidiani, in equilibrio con la ragione. È la realtà fantastica in cui si muovono gli eroi dell’età classica, da Alessandro ad Attilio Regolo, ad Enea e Didone.
Gli eroi e le eroine hanno il cuore dei cavalieri galanti e delle damine del Settecento e passano nel mondo sereno di Metastasio con il lieve ritmo del minuetto. Didone abbandonata È Il primo vero trionfo, che lo rende celebre in tutta Italia. Il racconto di Virgilio si assottiglia in un idillio: il contrasto tra amore e dovere, elemento fondamentale nella struttura dei suoi melodrammi, non si esprime in un dramma eroico e appassionato, ma nella quotidiana commedia dell’amore, fatta di tenerezze, bizze, battibecchi, gelosie. Enea analizza il suo animo con una chiarezza che distrugge il dramma e lo rasserena. Didone conosce i languori, le gelosie, i sospiri, gli sdegni, i lamenti di una damina innamorata, non la passione dolorosa, turbinosa.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
23. L’Illuminismo: ragione, riforme e nuova funzione dell’intellettuale
Quadro del capitolo. L’Illuminismo ridefinisce il compito della cultura: conoscere significa intervenire sulla realtà e renderla più razionale. L’intellettuale si misura con problemi civili, economici e giuridici, mentre la letteratura acquista una funzione pubblica. L’idea di progresso diviene la cornice dominante del secolo.
Nuclei fondamentali: razionalismo e critica • progresso e pubblica utilità • riformismo • Enciclopedia e circolazione delle idee • Illuminismo italiano
Tenta di conseguire la felicità in terra per l’uomo scoprendo la verità delle cose: mitizza la ragione, libera da pregiudizi, tabù, dogmatismi, come polemicamente sostiene Voltaire, potente divulgatore in Francia e in Europa. Cartesio ritiene che la ragione accomuni gli uomini, è il buon senso, la “capacità di giudicare bene, di distinguere il vero dal falso” ed è “naturalmente uguale in tutti gli uomini”. “Cogito ergo sum”: è la prima verità evidente e indubitabile; il pensiero è alla base di ogni conoscenza umana – anche dell’anima, di Dio, affidati tradizionalmente alla metafisica.
Elabora uno spiritualismo laico, fondato sull’autonomia della ragione, capace di trovare le proprie certezze nel campo scientifico, morale e metafisico. Il filosofo inglese Locke, insieme a Bacone, importante rappresentante dell’empirismo inglese, afferma il diritto dei sudditi a limitare il potere sovrano. La nuova concezione laica rende uguali i cittadini davanti allo Stato, elimina i privilegi aristocratici e nobiliari, si oppone alla censura della Chiesa, porta alla collaborazione tra potere e intellettuali. Nasce così un serrato processo alla storia passata, con i suoi errori e violenze. Si rendono necessarie le riforme ed è l’Illuminismo a realizzarle.
Cesare Beccaria, nonno di Manzoni, sostiene che la pena di morte è inutile ed illegale e assurda è la tortura, ancora usata ai suoi tempi. Lo Stato, per lui, è un contratto, cioè libera associazione di individui, rivolta ad un fine di utilità comune. Nessuno, nell’originario contratto sociale, può aver affidato alla società il diritto di ucciderlo. Inoltre, se la punizione del peccato deve essere lasciata a Dio, la punizione del delitto è compito della società applicando le leggi da lei stabilite e uguali per tutti. Le pene devono essere intese a distogliere gli altri, con la minor crudeltà possibile, dal compiere gli stessi delitti.
L’Illuminismo, razionalista, afferma dunque come una religione laica questo senso di uguaglianza umana e solidarietà sociale, che è alla base del Cristianesimo. Ma il riformismo teso a migliorare le condizioni materiali della vita non è sufficiente per realizzare la felicità: difetta di spiritualità e l’individuo diventa consapevole che il materialismo non può essere il fine della vita. E, comunque, la condizione attuale dell’uomo non è sufficientemente democratica, c’è uno spazio vuoto tra riformatori e popolo che va colmato. Un altro limite è l’assenza di individualità: la ragione ha realizzato una pianificazione, dove non emerge l’uomo nella sua irrepetibilità dell’essere.
Gli uomini sono accomunati dalla ragione, ma l’individuo si identifica con il sentimento. Rousseau, pur essendo figura centrale dell’Illuminismo, si ribella all’esaltazione assoluta della ragione, alla quale oppone il sentimento in cui vede l’effettiva forza rinnovatrice dell’uomo e della società. Ritiene che l’individuo sia buono per natura e sia la società a corromperlo e depravarlo. Émile Propone un nuovo modello pedagogico teso ad esplicare nel fanciullo le native doti di bontà e libertà, proclamando l’uguaglianza civile, politica e sociale come fondamento di una comunità rinnovata. L’appello al sentimento e alla natura lo distinguono da Voltaire e dall’Illuminismo riformistico, conferendogli una carica eversiva che ispirerà la Rivoluzione Francese.
Kant è un segno fondamentale di rivoluzione storica – “nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu”. È il non-io, il noumeno, a creare l’io, non viceversa: la mente è passiva, ricettiva. È un avvio al Romanticismo, una posizione dialettica di conoscenza, il dialogo tra io e non-io, e il non-io non è proprio dell’Illuminismo. Nella letteratura italiana illuministica contribuiscono a costituire una rinnovata atmosfera culturale nuovi giornali e associazioni. A Milano Pietro Verri fonda la Società dei Pugni, un’accademia dove si commentano e si discutono le opere degli Illuministi inglesi e francesi; con spirito polemico scrive su argomenti letterari, economici e scientifici sul giornale Il Caffè, di cui è animatore insieme a Beccaria e Parini.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
24. Giuseppe Parini: poesia civile e critica dell’aristocrazia
Quadro del capitolo. Parini utilizza gli strumenti della tradizione classica per una critica radicale dei privilegi aristocratici. Il Giorno trasforma l’eleganza formale in un meccanismo ironico che rivela il vuoto della vita nobiliare. Le Odi mostrano invece il versante civile e riformatore della sua poesia.
Nuclei fondamentali: vita e formazione • Le Odi • Il Giorno • ironia e satira • ideale illuministico di nobiltà morale
De Sanctis lo definisce “il primo poeta della nuova letteratura che sia un uomo, cioè che abbia dentro di sé un contenuto vivace e appassionato, religioso, politico e morale”. È di famiglia umile e può studiare in seminario a Milano grazie all’aiuto di una prozia, che però vuole diventi sacerdote. Sia pure con sacrifici, riesce ad acquisire una robusta cultura classicistica e a maturare la propria vocazione poetica. Il primo volumetto di versi giovanili gli dà una certa fama e gli permette di entrare a far parte dell’Accademia dei Trasformati. Vi partecipano letterati illustri come Beccaria, Baretti e uomini di scienza, che uniscono al culto della nostra tradizione letteraria classica un vivo interesse per le nuove istanze illuministiche.
Intanto, è ordinato sacerdote, è costretto a mantenersi dando lezioni private e diviene precettore presso i duchi Serbelloni. Lascia l’incarico dopo otto anni, sdegnato per la loro superbia e corruzione. Il suo sentimento radicale di uguaglianza fra gli uomini e la rivendicazione della dignità umana saranno la base ideale del Giorno, l’opera della sua vita, elaborata per venti anni. Si dedica con fervore e illuminata intelligenza alla sua professione di docente e assolve importanti incarichi pubblici con onestà e fermezza.
Di fronte allo scoppio della Rivoluzione Francese conserva l’atteggiamento proprio di un illuminista moderato, alieno dagli estremismi, uomo del Settecento. Alle generazioni romantiche e rinascimentali Parini appare come una figura esemplare, per la dignità e austerità morale, per l’impegno profuso nello scrivere e nell’agire, fondendo i suoi ideali di scrittore e di uomo. La sua poesia nasce dalla realtà e ad essa ritorna: deve essere utile; deve fissare, in parole significative come quelle dei classici, le aspirazioni umane più nobili; essere insegnamento spirituale rivolto alla società in cui vive.
LE ODI
Rivelano l’intellettuale moderno, di generazione romantica, che tenta di uscire dalla corte. Per la prima volta tratta, in termini nuovi, temi politici, sociali, culturali. Risolto il problema del poeta improduttivo e stipendiato, Parini accetta la miseria ma conserva la sua dignità di autore. La salubrità dell’aria. L’ode affronta il tema dell’inquinamento che grava nell’aria di Milano. Non c’è la campagna petrarchesca con prati, fiori e uccelletti canori: il poeta guarda la brutta indecente realtà dal punto di vista scientifico e stimola ad un impegno concreto, a soddisfare i veri bisogni della società.
Il bisogno. Il tema è la giustizia. Il bisogno, cioè la miseria, è la causa principale del delitto, quindi la giustizia non deve limitarsi a punire duramente il reo, ma deve capire le cause che l’hanno spinto al male ed eliminarle dalla società, in un’azione umanitaria di prevenzione e non soltanto di repressione. La caduta. Esprime la sua concezione di vita attraverso la finzione di una piccola avventura quotidiana. Cade, incontra un soccorritore che offre a lui, Parini, la carrozza senza chiedere alcuna ricompensa, sullo sfondo della città opulenta e corrotta. Ma il poeta non accetta: è la sua vittoria sulla tentazione del compromesso. È il trionfo del bene, della moralità; è una conquista attuata nella costanza di una professione quotidiana, dove la missione di poeta è tutt’uno con l’agire del buon cittadino. Armonia di poesia e vita; consapevolezza che il poeta, per essere degno cantore dei valori umani più alti, deve prima viverli lui stesso: è l’eredità di Parini.
IL GIORNO
È opera di lunghissima gestazione, venti anni della sua vita. È poema satirico, in cui sferza l’aristocrazia del suo tempo, avvolta in un desolato declino. Comprende il Mattino, il Mezzogiorno, il Vespro, la Notte. Parini finge di essere precettore di un nobile – il Giovin Signore – e di insegnargli come trascorrere la giornata al meglio secondo la moda. Ridicolizza i nobili dell’epoca: l’ozio, il vuoto spirituale sotto il fasto e la solennità, la superbia, la vanità tesa a disprezzare tutti gli altri uomini; evidenzia spietatamente la futilità, la banalità delle loro azioni che si succedono sempre uguali nella sterile giornata del Giovin Signore.
Nel Mattino: il tardo risveglio; la prima colazione; il rito della pettinatura, incipriatura e vestizione; corsa in carrozza per raggiungere la dama di cui è “cavalier servente”. Nel Mezzogiorno: il pranzo; i fatui discorsi dei convitati; la corte del Giovin Signore alla dama mentre il marito resta indifferente, perché così vogliono le regole della buona società. Nel Vespro: la passeggiata in carrozza con la dama; i galanti conversari con la buona società. Nella Notte: una vasta schiera di nobili partecipano ad un suntuoso ricevimento: è l’ozio, il tedio a riflettere l’abissale vuoto interiore; ognuno ha la sua mania che si esplica in gesti da marionetta, a rivelare lo sfacelo della classe aristocratica.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
25. Carlo Goldoni e la riforma della commedia
Quadro del capitolo. Goldoni riforma il teatro comico sostituendo progressivamente l’improvvisazione e la maschera fissa con testi compiuti e personaggi individuali. La scena diventa osservatorio della società veneziana, dei rapporti tra classi e dei nuovi valori borghesi. Il realismo nasce dall’attenzione ai comportamenti e alla lingua viva.
Nuclei fondamentali: commedia dell’arte e riforma • dal canovaccio al testo • dalla maschera al carattere • società veneziana • lingua e realismo teatrale
Nasce a Venezia, a Rimini intraprende lo studio della filosofia, ma ben presto ne diventa insofferente perché lo sente limitato ad una pura logica formale, e fugge con una compagnia di comici a Chioggia, a riabbracciare la madre. Poi si iscrive alla facoltà di giurisprudenza a Pavia, ma è costretto a fuggire dalla città a causa di una sua ardita satira contro le donne pavesi. In seguito si trasferisce a Padova, dove finalmente si laurea. La sua vocazione, però, non è l’attività forense, bensì il teatro, già manifestata fin dall’adolescenza e maturata via via non sui libri, ma dietro le quinte. Venezia è una città dorata, meta preferita in Europa, da Goethe a Stravinsky. È culla di vari teatri e di una briosa vita mondana.
Il gusto per il mondo pittoresco delle compagnie teatrali porta Goldoni a passare nelle varie regioni italiane, ottenendo clamorosi successi con la sua fertilissima produzione, volta soprattutto alla commedia, il genere a cui è effettivamente chiamato il suo genio. La maggior parte delle commedie è in prosa e spesso le più felici sono scritte in dialetto veneziano; anche quelle scritte in italiano, comunque, hanno sapore dialettale e danno l’impressione di un’immediatezza priva di ogni controllo. Da Gozzi e Baretti gli provengono accuse accanite contro la sua prosa slegata e trasandata, senza rispetto per la tradizione.
Disgustato, lascia Venezia e accetta di recarsi a Parigi, a dirigere gli spettacoli della Comédie Italienne. Qui scrive i Mémoires, le sue memorie in un francese agile, cartesiano: la parte migliore è una rievocazione di episodi della propria vita, contemplati con il suo personale sorriso affettuoso e leggermente ironico. La mentalità innovatrice di Goldoni realizza la riforma della commedia italiana. Ha costantemente presenti due lezioni: la tradizione teatrale e la vita. Sente che la commedia dell’arte è un genere ormai esausto, i cui attori, per strappare l’applauso del pubblico, ricorrono spesso a comicità sboccata e ad artifici. Rigetta tali elementi, ma conserva le qualità fantastiche e il movimento dell’azione che, però, sostanzia con l’adesione alla concretezza della realtà.
Alle maschere, cristallizzate in tipi fissi, sostituisce, colte dalla vita, le figure della medio-piccola borghesia, soprattutto quella mercantile, e del popolo minuto, più raramente i nobili, dissipati e superbi, quasi sempre avvolti in una sottile ironia. In luogo della commedia a soggetto, legata all’improvvisazione, vuole la commedia scritta, che abbia la dignità di chi la crea consapevolmente. Rifiuta il sorprendente e il meraviglioso della commedia a soggetto a favore del semplice e del naturale, ispirati alla Ragione e alla Natura.
La riforma di Goldoni non è quella di un letterato chiuso nella solitudine del proprio studio, bensì di un autore che fonda il teatro regolare, i cui punti di forza sono il regista e gli attori: con questi e con il pubblico ha un dialogo continuo, attraverso il quale si tiene in contatto con la vita effettiva. Il suo illuminismo moderato crea figure che ricevono maggior concretezza dall’essere collocate in un ambiente quotidiano, mentre parlano il loro dialetto veneziano, che Goldoni trasforma in una vera lingua d’arte, o l’italiano vivo, parlato, antiletterario, una lingua comunicativa. Sono personaggi che riconducono a quell’atmosfera di toni medi, senza punte e problemi complessi, propria della sua fantasia: mercanti operosi, studenti, piccoli artigiani, gondolieri, pescatori, servette, comari pettegole, in un vertiginoso intrecciarsi di azioni, di baruffe e paci improvvise, di schermaglie agili e pungenti, di bizze-gelosie-moti d’affetto propri della commedia dell’amore. La Locandiera È rappresentata a Venezia al teatro Sant’Angelo dalla compagnia di Medebac, il capocomico che ha assunto Goldoni come poeta stipendiato. La figura centrale è Mirandolina, nei confronti della quale mostra disprezzo il Cavaliere di Ripafratta, burbero odiatore delle donne e delle loro frivolezze. È una giovane donna, onesta e positiva, che deve far prosperare la sua locanda, lavorare, non perdersi ad inseguire seducenti fantasmi. Il padre, morendo, l’ha destinata in sposa ad un suo cameriere, Fabrizio, che la ama ed è a sua volta riamato.
Mirandolina, punta sul vivo dall’atteggiamento disdicevole dell’aristocratico, decide di farlo innamorare e vi riesce con intelligenza ed astuzia finissime. Alla fine della vorticosa vicenda di galanterie, la scelta va al suo Fabrizio, con cui dividerà amorosamente la quotidiana vita borghese, savia locandiera attenta e precisa nell’esercizio del proprio mestiere. È chiara l’intenzione di Goldoni di abbattere l’aristocratico, nemico ideologico, abituato ai privilegi e a vivere senza lavorare. È valorizzata l’etica del lavoro, che porta all’alleanza tra borghesia e lavoratori, non più tra aristocrazia e borghesia.
Il teatro è esaltazione della borghesia, della società meritocratica, dove l’individuo concretizza ciò che si conquista. C’è, però, anche il rischio dello sperpero, che porta a lasciarsi soggiogare dal modo di vivere tanto disprezzato nell’aristocratico. Un secondo rischio è rappresentato dall’avarizia: già considerata vizio da Dante, si rivela vizio storico della borghesia, in particolare dei vecchi, cui si contrappone la liberalità dei giovani. La trilogia della villeggiatura – i Rusteghi, la Casa Nova, Sior Todero Brontolon Analizza proprio il contrasto tra le vecchie generazioni e i giovani. Da un lato i Rusteghi, semplici, forti della loro onestà e buon senso, ma resi un po’ gretti dall’avarizia; dall’altro i giovani con il loro desiderio di una vita più gaia e spensierata.
Sarà la donna, la madre a rendere “domestici” i “rustici”: sotto la loro austerità e la ribellione delle donne si sente un fondo comune di bontà, di sanità morale, un’umanità pronta a disperdere le nubi al primo soffio di vento. Lo sguardo di Goldoni è sereno e ottimistico, ad esprimere la sua simpatia nei confronti dei giovani, portatori di nuovi valori ideologici. Resta la classe aristocratica ad essere portatrice di vero disordine d’animo e d’azione, di confusione e sperpero. Goldoni realizza ciò che si prefigge: dar vita ad un teatro divulgativo e utile, che sia copia realistica del mondo vario, multiforme e per questo sempre nuovo e bello. Lo osserva con amorosa simpatia, lui che ha un’ottimistica istintiva fiducia nella vita, di cui esalta le virtù e, da padre brontolone, colpisce i vizi.
È insuperabile nella commedia d’ambiente, atmosfera di locanda, dove le persone si conoscono e dialogano vivacemente nel campiello, nei caffè, senza grandi problemi: è come se della realtà scorgesse soltanto la superficie e non gli fosse possibile scendere nel fondo delle anime, intenderne le passioni e i contrasti più gravi.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
26. Vittorio Alfieri: libertà, titanismo e tragedia
Quadro del capitolo. Alfieri porta nel tardo Settecento una tensione individualistica e antitirannica che prepara la sensibilità romantica. I suoi eroi sono figure assolute, incapaci di mediazione, poste di fronte al conflitto tra libertà e potere. La tragedia diventa il luogo di un’energia morale esasperata.
Nuclei fondamentali: vita e autobiografia • ideale di libertà • tragedie • tirannide e titanismo • stile tragico
Inaugura il Romanticismo. Appartiene all’ultima generazione del Settecento, da Metastasio a Goldoni, a Parini, ma accomuna la letteratura e il razionalismo illuministico con il classicismo in cui trova la manifestazione della nobiltà del sentire unita ad uno stile eletto. All’Illuminismo è legata la sua decisa impostazione laica del pensiero; l’odio per la tirannide, la libertà da ogni soggezione ad alcun sovrano, tali da generare un’ansia di affermazione totale dell’io. Se Metastasio realizza la riforma del melodramma, Goldoni quella della commedia, Parini è impegnato nella riforma sociale, Alfieri è rivoluzionario. È uomo non giustificato dai tempi, è eccezionalità, profetizza il Romanticismo.
Nasce ad Asti da nobile ricca famiglia; mandato a completare gli studi all’Accademia di Torino, il collegio dei nobili piemontesi, è inorridito dal loro sistema pedagogico antiquato. Si dedica a girovagare per tutta l’Europa, dalla Spagna a Parigi, alla Prussia, ma il suo animo è irrequieto, scontento di sé e sempre deluso da ciò che trova. Soltanto tra le solitudini deserte delle selve scandinave e dell’Aragona si sente a proprio agio, perché quei paesaggi sono in armonia con le sue idee fantastiche e grandiose. Frattanto consolida la cultura classica e la conoscenza di Machiavelli, Cervantes, Shakespeare, gli Enciclopedisti francesi – Voltaire. Montesquieu, Rousseau.
Spirito appassionato, s’innamora di una marchesa, ma sente il bisogno di avere uno scopo più alto nella vita. Ed è proprio durante la degenza della sua donna ammalata che scrive, per caso, il testamento dell’assistenza ospedaliera: la tragedia Antonio e Cleopatra. Rappresentata con successo a Torino, è autobiografica, perché nell’eroe che è avvilito da una passione indegna e aspira ad un ideale di grandezza, Alfieri raffigura sé stesso. Scopre così lo scopo della vita, capace di andare oltre la sua inquietudine: la poesia, filtro alla passione, sfogo del ridondante cuore.
Se la ragione appartiene a tutti, ma la poesia è sentimento, espresso in un linguaggio, non basta trasmettere a tutti il nostro sentire con la parola, se non ha la nobiltà e il rigore classicistici. Così vuole “inabissarsi” nello studio metodico dei classici, da Plutarco a Dante, Petrarca, Ariosto, Machiavelli. Alla filosofia e alla scienza, che sono razionali, contrappone la poesia concepita come educatrice del “forte sentire” negli individui e nei popoli, quindi fonte di un completo rinnovamento dell’uomo. È convinto che il poeta sia maestro di libertà e la vita sia eroica lotta per essere libero: il concetto di libertà assoluta non è però realizzabile in politica, se non nella rivoluzione o nell’anarchia. Così, quando scoppia la Rivoluzione Francese, è subito favorevole. Ma, quando si rende conto che sono in lotta per fame, non per amore di libertà, sente la frustrazione.
Misogallo È un violento libello contro la Francia rivoluzionaria, animato però dalla speranza di una futura Italia libera e indipendente. Per questo gli uomini del Risorgimento lo sentiranno come un precursore. La sua idea di libertà supera ogni formulazione politica concreta e diventa ansia romantica di affermazione totale dell’io, di esaltazione dell’irrazionalità della psiche, in contrapposizione all’ideale cosmopolitico vagheggiato dagli Illuministi. Dall’alto della sua solitudine, conferma che soltanto la poesia può suscitare nei popoli l’entusiasmo e la forte volontà di essere liberi dal principio del male, la tirannide. Le moltitudini, però, non lo capiscono, perché non hanno ancora l’idea di nazione e di civiltà moderna.
Il poeta sente il limite imposto all’uomo dalla realtà della vita, simboleggiata dal tiranno nel suo costante opporsi alla libertà assoluta dello spirito, e comprende che la sua delusione, il suo sdegno, nascono dall’impotenza: non gli resta che far appello all’interiorità e tramutare l’ideale di libertà in mito poetico, legato all’individuo, indipendente dalla valenza sociale, destinato a costituire il modello di azioni nobili e generose. Nasce il confronto drammatico dell’uomo con i propri limiti: il destino e la morte; l’incapacità di mantenere acceso l’entusiasmo per un’esistenza eroica, totale, in cui la poesia sia espressione di sublime sentire e messaggio di libertà assoluta agli uomini; il sentimento sofferto della vanificazione nella lotta con i compromessi del quotidiano.
È ateo, eppure avverte, con amarezza e avvilimento, che nascita e morte sono inesplicabili, la vita è un mistero, i cui interrogativi sulla sua essenza e finalità non trovano risposta nelle concezioni razionalistiche e scientifiche dell’epoca. È la poesia a rivelare all’uomo la propria essenza: è una risposta all’angoscia esistenziale, una lotta per affermare la propria dignità e nobiltà. Della Tirannide Il trattato è pervaso di pessimismo. La tirannide è qualcosa che risorge sempre, una passione profondamente radicata nell’animo umano che spinge ad un’affermazione totale di sé, ad una sete insaziabile di dominio, alimentata dalla paura proprio perché fonte di odio collettivo. E passione smisurata è anche la libertà. È un impulso assoluto ad evadere da ogni limite, quindi il modo in cui l’uomo libero può vivere nella tirannide è di ritirarsi in una solitudine incontaminata rifiutando ogni collaborazione al governo, mentre il rimedio ad essa è il suicidio o il tirannicidio. Tragedie Alfieri è portato alla tragedia sia dalla sua sensibilità e concezione eroico-pessimistica dell’esistenza sia perché all’epoca la tragedia è considerata la forma più alta di poesia. Segue le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione, per dare vita ad un’opera in cui lo scoppio di sentimenti appassionati sia calato in forma classica, di statuaria dignità. Vuole una tragedia lineare – di un solo filo ordita – povera d’azione, dialogizzata da un numero ridotto di attori. Mentre esalta l’eroe, lo pone in guerra mortale contro ogni legge di dominio – la tirannide, la passione; è una ribellione alla limitatezza del vivere, e l’insopprimibile anelito ad una vita più vera trova la soluzione tragica nel suicidio, scelto senza viltà, come protesta magnanima. Saul e Mirra Sono i capolavori di Alfieri. Le figure del tiranno e dell’eroe, qui, sono assorbite nella stessa persona. Il racconto biblico narra di Saul tormentato da uno spirito maligno: è un dramma religioso, che Alfieri tramuta in dramma psicologico. È in Saul, il tiranno, “l’anelito a quella libertà assoluta che è potenza assoluta, la quale non tollera uguali e non può realizzarsi se non in una solitudine disumana” (Sapegno). Saul è preso da una torbida invidia, diventata poi odio feroce, nei confronti di David, che sarà il futuro re. Passioni angosciose, la tirannica brama di dominio sembrano opporsi come catene che non riesce ad infrangere: l’anima di Saul oscilla in una lunga vicenda di miserie e di abiezione, da cui si riscatta rinunciando con coraggio alla vita stessa.
Mirra è dominata da una forza invincibile, un amore incestuoso nei confronti del padre. È promessa a Pereo, re dell’Epiro, ma lui, vedendola indecisa e infelice, è pronto a rinunciare a lei. Nasce il conflitto interiore: Mirra non può confessare la causa del suo tormento e si arrovella in uno struggente senso di colpa. L’insana passione la rende tiranna e vittima nello stesso tempo. Vorrebbe spezzare le catene che impediscono a lei di essere sé stessa e a Pereo di realizzare il suo sogno: dichiara di essere pronta alle nozze, certa che sarà lui a liberarla dalle sue sofferenze.
Durante la cerimonia, però, Mirra è preda di una crisi incontenibile e inestricabile, Pereo fugge disperato e si uccide. La giovane è costretta a confessare il suo terribile segreto al padre, che resta inorridito. Consapevole delle proprie colpe, Mirra cerca il riscatto nel suicidio.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
PARTE IV — DALLA CRISI DELL’ILLUMINISMO AL ROMANTICISMO
27. Crisi dell’Illuminismo, Neoclassicismo e Preromanticismo
Quadro del capitolo. Tra fine Settecento e inizio Ottocento la fiducia illuministica nella ragione entra in crisi. Neoclassicismo e Preromanticismo sono risposte diverse allo stesso bisogno di ricostruire valori dopo la Rivoluzione e l’esperienza napoleonica. In Italia il passaggio è graduale e mantiene un forte rapporto con la tradizione nazionale.
Nuclei fondamentali: crisi del mito della ragione • Rivoluzione francese e disinganno • Winckelmann e Neoclassicismo • Preromanticismo • Vincenzo Cuoco e storiografia • Purismo • Vincenzo Monti
La crisi dell’Illuminismo nello scorcio del 1700 è promossa da una crisi interiore: una crisi di stanchezza, sfiducia e delusione, che fatalmente si impadronisce di coloro che avevano con troppo entusiasmo accettato il mito della ragione, capace di risolvere tutti i problemi e soddisfare tutte le esigenze, sociali, politiche, letterarie, filosofiche e umane. La Rivoluzione francese si rivela un fallimento dello stesso mito illuministico della ragione, di cui si erano nutriti i suoi teorici e filosofi. La promessa di felicità per il genere umano aveva generato il Terrore, e invece della libertà aveva dato vita a una forma diversa, ma non meno opprimente, di servitù. L’impero napoleonico rende il disinganno più grave e doloroso, tale da tramutare la delusione in avversione profonda non solo nei confronti dei cosiddetti “liberatori”, ma anche delle teorie, della mentalità che avevano sottoposto la Francia ad un bagno di sangue in vista di una rigenerazione e di un progetto ormai irraggiungibili. Il Settecento è un secolo di trasformazione, di accelerazione della storia: inizia con il trionfo del re per volontà di Dio, Luigi XIV; termina con la decapitazione del re, Luigi XVI, per volontà della nazione: fallimento dell’Ancien Régime. Le ultime generazioni del 1700 sono contraddistinte da tensioni, dinamismi contradditori, istanze segrete dello spirito umano, il quale sente che l’uomo non è più soltanto ragione, in lui è una forza misteriosa che lo spinge a fare ciò che la ragione disapprova o ignora addirittura. Da questo crogiuolo di motivi e di scelte nasce il Romanticismo.
C’è un’insurrezione dell’individuo contro il livellamento che degli uomini aveva operato l’Illuminismo in nome della comune “ragione”. L’uomo singolo tenderà a dare sempre maggiore rilievo agli elementi che lo distinguono dagli altri. L’attenzione sarà quindi rivolta al sentimento più che alla ragione, perché i sentimenti saranno la vera guida alla propria esistenza, un personalissimo possesso capace di sollevare la nostra inconfondibile individualità sulla comunità, mentre la ragione continuerà ad apparire un elemento universale, perciò comune a tutti gli uomini.
Anche lo statuto culturale dell’artista e il suo ruolo sociale mutano profondamente, nel nuovo assetto “borghese” della Restaurazione: la posizione ad un tempo centrale e isolata, l’incomprensione della sua opera (Alfieri) e insieme l’esaltazione del genio creatore sono tratti caratteristici di uno dei miti romantici più resistenti. Per l’Illuminismo l’uomo nasceva e moriva come una pianta, sciolto da ogni vincolo con il mondo della trascendenza: questo sembrava una liberazione dell’uomo da ogni principio di autorità e dalle catene della superstizione religiosa, imprigionava invece l’uomo nel breve spazio della parabola della sua esistenza.
Contro questo totale annullamento insorge la spiritualità romantica, al suo centro è il sentimento, cosciente della libertà dello spirito, il quale, stanco del mondo contingente, è portato a trasferirsi in tempi e in paesi lontani, dove l’uomo può vivere libero e felice a contatto con la natura vergine e selvaggia (Rousseau). Il pensiero e l’arte del Romanticismo sono animati da una rinnovata ansia di riattingere un valore universale che superi la finitezza in cui l’Illuminismo aveva chiuso la realtà umana, un’ansia religiosa di infinito e di eterno. Esaltazione dell’individualità ed esigenza religiosa sono dunque i due complessi elementi che dominano la spiritualità romantica: si manifesteranno in una complessità di atteggiamenti e di forme, spaziando dal pensiero, alla letteratura, all’arte, alla vita politica.
La religione della libertà, l’esigenza di liberare l’individualità da ogni catena che la renda schiava genera le correnti liberali nella vita politica; la partecipazione sempre più ampia degli individui alla direzione politica dello stato; le ribellioni anarchiche ad ogni costrizione; i moti sociali.
Nella letteratura, considerandola come specchio di questa spiritualità, sorgeranno voci di smarrita disperazione come in Leopardi; sforzi, come in Foscolo, di trovare una perennità nella storia, concepita come sacra e operosa in un interessante ritmo di svolgimento, capace di conservare conquiste e sogni delle epoche più lontane; ritorni, come in Manzoni, alla fede tradizionale; affannosa ricerca di superare i limiti umani, come nel Faust di Goethe; rassegnata accettazione della vita come nel verismo; sentimento del mistero che ci avvolge, come in Pascoli; affermazione prepotente del proprio io, come in D’Annunzio; senso dell’incertezza e della universale relatività di ogni conoscenza, come in Pirandello. Tutti, lungo il 1800 e nell’età moderna, vivranno nei modi più vari intorno ai problemi aperti dalla spiritualità romantica.
Il Romanticismo, prima di diffondersi in Francia, Inghilterra, Italia trova la sua culla in Germania, dove il periodo di gestazione è il movimento poetico dello Sturm und Drang – Tempesta e Assalto: sentimento, passione, istinto, natura diventano i supremi valori; l’uomo trova soddisfacimento soltanto nella massima tensione delle sue forze e la vita è un campo senza confini aperto allo slancio della conquista umana. Herder (1744-1803), l’iniziatore di questo vistoso movimento di rivolta, di anarchismo, teorizza la poesia come Sehnsuct, cioè aspirazione a ciò che non è raggiungibile se non mediante la fantasia e il sogno. Di qui la suggestione di miti, saghe, Nibelunghi, giullari, una poesia popolare spontanea da distinguere dalla poesia d’arte.
Rivendica la libertà creativa dei poeti, ripudia le vecchie catene classiche, in un’esaltazione dell’individualismo, al fine di creare una poesia che rispecchi il genio della loro nazione. Nascono i nazionalismi. Nell’affermazione di una letteratura nazionale, la Germania sviluppa un forte senso di autonomia nei confronti della tradizione classica e contemporaneamente la propria opposizione politica alla Francia napoleonica, rivendicando, anche nel campo del pensiero e dell’arte, il suo diritto all’indipendenza. Se la Francia ricollega la propria grandezza alle antiche glorie del mondo romano, la Germania rivendica le proprie origini medioevali, dove ha inizio la sua esistenza nazionale: la peculiarità delle proprie radici e il sentimento della germanicità diverranno essenziali.
L’Inghilterra, dove la Rivoluzione Industriale aveva portato ad una enorme concentrazione del proletariato nelle grandi città industriali in condizioni di vita insopportabili, si rivela stanca di urbane artificialità. Alcuni cercano di rinfrescarsi al contatto della natura e cantano la bellezza e la semplicità della campagna. Altri, come Edward Young (Pensieri notturni) e Thomas Gray (Elegia sopra un cimitero campestre), preferiscono la meditazione solitaria e danno vita alla poesia notturna e sepolcrale che si diffonderà in Europa: vi risuonano tristi meditazioni sul destino degli uomini, pensieri foschi e un cupo senso del mistero che avvolge la vita. Altri sentono il fascino delle passate età barbariche, dove riscoprono antiche ballate e brevi poesie, che spirano una freschezza popolare in netto contrasto con le noiose artificialità di eleganza tecnica perfetta tipiche della scuola di Pope.
Si diffonde il ciclo di Ossian, leggendario guerriero e bardo gaelico: canti di carattere epico che i bardi gaelici d’Irlanda e Scozia amavano cantare sulla loro piccola arpa ed erano stati trasmessi da antichi manoscritti. James MacPherson dichiara di averli scoperti e li ripubblica – I Poemetti di Ossian. Aggiunge il suo nome in qualità di traduttore e alcune dissertazioni a stabilire l’autenticità dei poemi. È un falso storico, ma il pubblico non lo credette tale e l’opera ebbe un grande successo editoriale. Il suo Ossian offrì un punto d’attrazione magnetica per le aspirazioni del preromanticismo: la visione del Nord che egli presentava, pur generica e manierata, era proprio quella a cui tendeva il gusto; la cavalleresca purezza dei suoi guerrieri confermava le idee di Rousseau sulla originale bontà della natura umana primitiva; la semplicità e la libertà della tecnica sembravano stabilire i caratteri della poesia istintiva e contribuivano all’affermazione romantica dei diritti della fantasia e alla eversione delle regole artificiali. E l’ossianismo altro non è che l’aspirazione a ciò che non è raggiungibile se non mediante la fantasia e il sogno, tanto amati dai romantici. In Italia l’Illuminismo non ha mai ispirato atteggiamenti ideologici estremi, non è iconoclasta come quello francese. È accolto in modo meditato e consapevole, in tutto rispondente al senso di misura proprio degli Italiani: non accettano la tesi antistorica, non ripudiano tutto il passato, non consumano le loro energie nel fare il processo alla tradizione o a cercare di demolire la missione spirituale della Roma cristiana. La sconfitta dell’ideologia illuministica non significa pertanto catastrofe per gli Italiani, anzi li sollecita a ricongiungersi a quella tradizione da sempre vanto del popolo italiano e fonte di orgoglio anche nei tempi più tristi della loro storia. In Italia la cultura non rifiuta la continuità. L’esperienza rivoluzionaria e napoleonica si risolve in un vantaggio. Induce gli Italiani a studiare meglio il pensiero di quei connazionali che sin dal principio del Settecento avevano assunto un atteggiamento polemico nei confronti dei novatori francesi. Primo fra tutti Giambattista Vico fece loro sentire una verità inoppugnabile ed eterna: un popolo, per essere libero, deve maturare in sé, al calore della tradizione e della storia, la forza necessaria a conquistarsi da solo la propria libertà, e non può sperare che gli venga elargita dallo straniero. Finalmente insegna loro l’idea di nazione e di patria, risvegliando il sentimento nazionale, il culto per la storia e la tradizione.
Raffrontato con il contemporaneo grandioso progresso europeo, avviato da pensatori e scrittori come Fichte, Burke e Chateaubriand, si ha l’impressione che da noi l’abbandono della mentalità settecentesca si sia operato con minor impeto. In realtà il passaggio al Romanticismo avviene gradualmente per la legge stessa che è nella storia. Grazie alla nostra antica e salda tradizione, da noi il Romanticismo conserva in generale un equilibrio e una compostezza che mancano al mondo germanico, inglese, francese.
Winckelmann e il Neoclassicismo
Storia dell’Arte dell’Antichità Pubblicata nel 1764, sotto molti aspetti, può essere considerata il manifesto del Neoclassicismo. Fondatore dell’archeologia, viene in Italia, lavora a Roma, dove, tra le opere dell’antichità, individua il celebre Apollo del Belvedere, nei Musei Vaticani, che meglio delle altre rappresenta il più alto ideale artistico. Fieramente avverso al barocchismo europeo e al classicismo accademico che si rifaceva agli antichi per puro amore della perfezione formale, Winckelmann afferma che soltanto dall’arte greca si potrà ricavare il concetto estetico della bellezza ideale, espressione di quella “Grazia” che è armonia totale tra forma e contenuto ed evita ogni eccesso di passione.
“La Grazia – egli asserisce – è come l’acqua, che è tanto migliore quanto meno ha gusto”. Qualche anno più tardi, le teorie estetiche di Winckelmann trovano conferma nel famoso saggio “Il Laocoonte” di Lessing, secondo il quale soggetto dell’arte greca è il bello, caratterizzato da “una calma grandezza”, una grandezza d’animo rivelata dalla compostezza degli atti. Degli antichi Winckelmann vuole rinnovare, insieme all’arte, l’anima, il modo di pensare e di sentire. È un intimo anelare verso un mondo di bellezza e di armonia, remoto e immune da ogni contaminazione con la realtà e il contingente, un’istanza spiritualmente profonda di origine preromantica. È la nostalgia di un mondo lontano, di un’umanità eroica, che giustifica la frequenza dell’ordine dorico nelle architetture e affranca dai facili sospetti di convenzionalismo la scultura eroica di Canova. Certo il neoclassicismo, durante la seconda metà del Settecento, si svolge secondo una linea ben distinta da quella del contemporaneo preromanticismo. Gli uni amano la luce, la serenità, l’armonia; gli altri amano il macabro, il lugubre, la tempesta, la disperazione; gli uni si nutrono del bello ideale; gli altri del fiabesco e dell’orrido; gli uni intendono la poesia come manifestazione dell’umanità ideale che sa comporre in una serena euritmia ogni interiore travaglio; gli altri come voce dell’istinto. Neoclassicismo e Preromanticismo finiranno per armonizzarsi ai primi dell’Ottocento, con Goethe in Germania, Keats in Inghilterra e Foscolo in Italia. Sarà nelle Grazie foscoliane la sintesi tra passione romantica e perfetta linearità classica: il neoclassicismo alimentato da una profonda spiritualità tradurrà le sue teorie in autentica poesia.
Tra i poe ti dell’ultimo Settecento si leva una voce dolce, intima, melanconica e sentimentale, amante della natura: Ippolito Pindemonte. Ammiratore delle letterature straniere, in particolare quella inglese, e animo doloroso in cui si confonde la scontentezza del passato con l’incapacità di rinunciarvi, Pindemonte sembra aderire alla moda preromantica. Ma il suo preromanticismo è assai temperato dal culto per i classici, per cui si sentiva portato a vagheggiare, con tormentato animo di moderno, un mondo remoto di bellezza e pace, e avrebbe voluto trattare argomenti di interesse contemporaneo con lo splendore e la perfezione dell’arte antica. L’opera a dargli comunque maggior fama è la versione in endecasillabi sciolti dell’Odissea, che vanta un’eleganza e una perfezione formale quale soltanto il suo raffinato gusto neoclassico poteva suggerirgli.
Vincenzo Cuoco e la nuova storiografia
Uno dei principali segni delle mutate condizioni degli spiriti e dell’aprirsi di nuovi orizzonti nel campo del pensiero e della cultura, tra fine Settecento e inizio Ottocento, è dato dalla riscoperta de La Scienza Nuova, opera fondamentale di Giambattista Vico, a Napoli, per merito soprattutto di un gruppo di giovani destinati, più tardi, a partecipare alla formazione della Repubblica Partenopea del 1799. La Scienza Nuova L’illuminismo aveva contrapposto ragione e storia; la storia era considerata come decadenza progressiva, quindi condanna in blocco del passato, dando importanza soltanto all’età illuminata dalla Ragione. Vico, invece, contrappone al concetto di progresso quello di svolgimento. La storia è opera dell’uomo, opera dello spirito che si attua nel tempo attraverso la lunga trafila di azioni, ciascuna delle quali ha il suo senso e la sua necessità.
La Repubblica Partenopea ha vita effimera e torna trionfante l’assolutismo borbonico. Mentre i principali artefici della repubblica sono giustiziati, i suoi promotori si rifugiano a Milano, all’epoca il centro più vivace di studi storici e di attività intellettuale. Sono giovani di alto sentire, forti dei loro entusiasmi e ricchi di idee ispirate soprattutto a Vico. Si deve a costoro – che Croce chiama apostoli vichiani – un deciso atteggiamento polemico nei confronti dell’astrattismo ideologico illuminista e dei principi da cui è scaturita la Rivoluzione Francese, nella consapevolezza dei valori intellettuali espressi dai nostri grandi pensatori del passato.
Il più geniale e il più profondo di questi esuli è Vincenzo Cuoco (1770-1823). Saggio Storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799 È la sua opera più importante. Nuovo è il metodo storiografico: non si limita a narrare i fatti, a descrivere le azioni dei vari personaggi, ma ricerca, nel groviglio delle vicende, le idee, i principi, i motivi ideali da cui è maturata la rivoluzione, come pure le cause del suo fallimento. Il Saggio è un acuto esame degli errori compiuti dai patrioti napoletani, ma si amplia in sostanza in una dura critica dell’astrattismo illuministico.
I rivoluzionari francesi e i loro seguaci napoletani hanno creduto di poter calare nella realtà i principi astrusi costruiti nelle loro menti e non si sono accorti che le leggi, le istituzioni politiche, le riforme devono tener conto delle condizioni reali di un popolo, parlare un linguaggio concreto, non vago e metafisico. Pertanto alle roboanti ma vuote formule d’oltralpe, Cuoco contrappone i principi più moderati e realistici appresi nello studio di Machiavelli e di Vico. Se i patrioti napoletani si fossero ispirati a loro, il loro moto sarebbe approdato ad un cambiamento efficace e duraturo. Al contrario, accolsero dottrine non rispondenti all’indole e alla tradizione storico-culturale degli Italiani, astruse per il popolo, che della rivoluzione si disinteressò quando proprio non si dimostrò ostile. Ma “una rivoluzione non si può fare senza il popolo”, afferma Cuoco; quindi inevitabile e luttuoso è il suo fallimento. Questo pensiero, spregiudicato e moderno, darà vita ad una nuova impostazione del problema politico: gli uomini del nostro Risorgimento saluteranno Cuoco come precursore e maestro. Il Saggio dà anche un primo segno del nuovo orientamento storiografico. Uno stile asciutto, efficace, immune da enfasi, dove la parola aderisce totalmente al pensiero, frutto di onestà e intelligente obiettività. Sotto il tessuto logico si sente un’anima commossa, che compiange la sventura della patria e vuole additare una via migliore per gli anni futuri. L’amore di patria è un motivo sempre presente nel Saggio ma è sotteso. L’esaltazione dell’Italia è più chiara in un’altra opera Il Platone in Italia Mentre narra i viaggi di Platone nella Magna Grecia, Cuoco pone in rilievo le nostre glorie, un nostro primato civile e filosofico.
Il Purismo e la questione della lingua
Nello stesso periodo si manifesta un ampio movimento in difesa della nostra lingua. Si vuole porre un rimedio all’anarchia instaurata dai novatori ad oltranza, i quali, preoccupati di divulgare rapidamente e specialmente tra i ceti popolari le teorie illuministiche, si servono di un linguaggio irto di neologismi e di barbarismi, lontanissimi da ogni tradizione letteraria e da ogni decoro. Padre Antonio Cesari (1760-1828) dà origine alla scuola dei “puristi”, con il proposito di combattere il francesismo e il generale inquinamento subito dall’idioma letterario italiano.
Con le sue edizioni di testi ascetici del Trecento e la riedizione del Dizionario della Crusca, sostiene la necessità di ritornare allo studio dei trecentisti e della loro lingua. Oggi l’arbitrarietà di tale tesi è evidente: si rifiutavano quattro secoli di letteratura italiana, nonché l’esperienza di scrittori quali Ariosto, Machiavelli, Guicciardini, Tasso, Galilei. All’epoca, però, le idee di Cesari non suonano troppo bizzarre se alla scuola dei puristi aderiscono anche letterati di un certo valore. Basti citare Basilio Puoti, professore di De Sanctis, il quale scrive della scuola purista per evidenziarne gli effetti sull’educazione nazionale del primo Ottocento. È naturale che ci siano degli oppositori. Il maggiore tra questi è Vincenzo Monti, che prepara un’elaborata relazione – Proposta di alcune aggiunte e correzioni al Vocabolario della Crusca.
Insieme al genero Giulio Perticari e altri eruditi, critica la pretesa della Crusca di imporre agli Italiani l’uso esclusivo dell’idioma toscano e, pur condannando l’imbarbarimento del linguaggio, si accosta alla tesi sostenuta qualche decennio prima da Cesarotti, professore di retorica e belle lettere, nonché traduttore dei Poemetti di Ossian e autore di un “Saggio sulla filosofia della lingua”. Secondo Cesarotti la lingua è un organismo vivo, un patrimonio in continuo svolgimento e arricchimento. Non può quindi essere mortificata con l’innaturale inserzione di elementi arcaici e fuori dall’uso comune. La lingua che egli caldeggia non è quella toscana, bensì quella italiana, frutto di tutti i secoli della nostra letteratura, ricca di elementi tratti dalle opere letterarie, filosofiche e scientifiche, avvalendosi delle conquiste operate dal pensiero umano.
Se Monti e i suoi si mostrano consapevoli delle esigenze di una letteratura nutrita di pensiero e di esperienza moderne, d’altra parte Cesari, forse inconsapevolmente, attinge il concetto preromantico dell’eccellenza della poesia primitiva, schietta, popolare. Entrambi i contendenti, comunque, mostrano la chiara opposizione ad una supina accettazione di forme e modi della lingua francese, in difesa di uno stile decoroso e corretto, limpida aspirazione a un idioma nazionale e unitario. I romantici, in particolare Manzoni torneranno su questi problemi con altro animo e altra mente.
Vincenzo Monti: neoclassicismo, trasformismo e culto della forma
Tra il 1780 e il 1815 è il poeta più celebre in Europa, poi dimenticato. A differenza di Dante, che trascende i suoi tempi, Monti fa poesia sulla storia della sua epoca e, da artista di gusto raffinato, la panneggia, la ingentilisce. Come sostiene Goethe, ogni poesia è poesia d’occasione, è il poeta a interiorizzarla e a renderla viva. Così è per Foscolo ma non per Monti. Piuttosto refrattario ai valori spirituali, è però sensibilissimo a quelli estetici. Il valore della sua poesia non va ricercato nel travaglio interiore dell’uomo bensì nell’efficacia rappresentativa, nella limpidezza, nell’invenzione di un ritmo ampio e sonoro che governa sempre il suo verso, nella capacità dell’autore di una resa felice e armoniosa, frutto di un’ispirazione estetico-intellettuale.
Monti nasce in Romagna nel 1754. Educato umanisticamente dapprima nel seminario di Faenza, poi all’università di Ferrara, assorbe dalla cultura classicistica e arcadica contemporanea i primi gusti e le prime tendenze. Chiamato a Roma, dove risiederà quasi venti anni come segretario del nipote di Papa Pio VI, viene a contatto con le più vive correnti letterarie ed europee del tempo, in particolare con il neoclassicismo. Con le notevoli capacità di assimilazione proprie della sua natura, inizia una lunga e fortunata carriera di poeta rappresentativo. Lascia Roma nel 1797: è sedotto dalle idee rivoluzionarie portate in Italia da Napoleone, lui che fino ad allora ha esaltato l’ordine, la religione e condannato gli eccessi della Rivoluzione Francese.
Si reca a Milano, capitale della Repubblica Cisalpina e diventa uno dei poeti democratici e giacobini più zelanti nell’esaltare la gloria di Napoleone, condannando i pericoli della reazione e della superstizione cattolica. Caduta la Cisalpina sotto l’impeto della coalizione austro-russa, Monti si trasferisce a Parigi: ritornerà in Italia dopo Marengo, non più entusiasta giacobino ma fedele alle regole che Napoleone ha imposto a Francia e Italia – condanna della demagogia, ossequio all’ordine e ad una moderata libertà. Caduto Bonaparte, gli Austriaci tornano in Lombardia e Monti è pronto a salutare con esultanza i vincitori, mentre inveisce contro Napoleone, in passato tanto esaltato.
Voltafaccia clamorosi ma innocenti: non sono della sua indole né calcolo, né opportunismo, ma facilità di entusiasmo, che lo porta al mutevole e provvisorio atteggiarsi delle sue convinzioni, senza drammi interiori né maceranti perplessità. I componimenti poetici sono quindi numerosi e ci mostrano la personale facoltà del poeta di aderire alle mode letterarie correnti. Giacomo Leopardi, nel suo Zibaldone osserva che Monti “è un poeta veramente dell’orecchio e dell’immaginazione, del cuore in nessun modo”, poiché gli fa difetto “tutto ciò che spetta all’anima, al fuoco, all’impeto vero e profondo” e conclude “non poeta ma uno squisitissimo traduttore, se ruba ai latini o greci; se agli Italiani, come a Dante, un finissimo rimodernatore del vecchio stile e della vecchia lingua”. Si direbbe che Monti non abbia alcuna passione, poiché troppo facilmente e rapidamente accoglie quelle degli altri. In effetti, ha un suo amore segreto e ardentissimo: la passione per l’eloquenza, per la poesia del passato che abbia creato un mondo di bellezza. È sensibile soltanto al fascino dei miti letterari; interessato soltanto a tradurre la realtà in visioni stupende, atteggiate secondo un classico ideale di perfezione; la sua volubilità altro non è che l’assidua ricerca della bellezza in sé, trasfusa nei carmi dei poeti più diversi e lontani. Poeta neoclassico, ma di un neoclassicismo tutto esteriore, perché non nasce da un’aspirazione romantica verso qualche cosa di irraggiungibile, ma dal suo gusto raffinato di artista.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
28. Ugo Foscolo: neoclassicismo, preromanticismo e religione delle illusioni
Quadro del capitolo. Foscolo unisce la forma neoclassica a una sensibilità inquieta e preromantica. Privato di certezze metafisiche, affida a patria, amore, memoria, sepolcro e poesia il compito di costruire valori umani capaci di resistere alla morte. La sua opera rende la letteratura uno strumento di continuità civile e affettiva.
Nuclei fondamentali: vita e vicenda politica • Ultime lettere di Jacopo Ortis • sonetti • Dei Sepolcri • Grazie • illusioni, memoria e poesia
La vicenda di Foscolo, destinato ad errare di gente in gente, rivela un’energica e appassionata personalità, un uomo dotato di una straordinaria forza incitatrice ed educatrice che varrà anche per le generazioni future. Acutissimo critico e pensatore, prode protagonista di vicende militari e politiche; amaro pessimista quale si mostra nell’Ortis, la cui giovanile romantica inquietudine, frutto di cocenti delusioni di vita sociale e umana, porta al suicidio il protagonista; seguace deluso delle ideologie rivoluzionarie ed efficace maestro di Mazzini; amante passionale; giornalista e professore di eloquenza; indole completamente votata alla poesia eppur costretto a incarichi e mansioni lontanissime dalle sue attitudini, per superare le miserie legate ad un’esistenza segnata dall’esilio; ricco di contraddizioni e pur sempre fedele a quegli ideali che più valgono nella vita: Foscolo mostra il suo temperamento squisitamente romantico, ma con il costante proposito di dominare il tumulto impetuoso delle passioni per attingere a quella serenità e armonia che sono la conquista definitiva del poeta, di tempra eccezionale, creatore di una poesia di altissimo livello, capace di testimoniare la realtà trascendendola. Tra le nuove coscienze romantiche egli interpreta lo stato d’animo diffusosi in Europa con la crisi dell’Illuminismo e il crollo delle illusioni destate dalla Rivoluzione Francese e dall’apoteosi di Napoleone. Le premesse del suo pensiero sono, in sostanza, meccanicistiche e ateistiche: la vita dell’universo è una composizione chimica di elementi che si assommano e si disgregano in un rivolgimento perenne, dominato da una forza arcana cieca e fatale. L’animo di Foscolo, però, è troppo energico, sensibile, generoso, incline all’azione perché il poeta si sottometta ad una forza ignota e materialistica, senza tentare di affrancarsi da essa. Non può rinnegare le forze dello spirito, anzi a loro riconosce tanto vigore e tanta parte nell’esistenza sua e dei suoi simili. Con eroica volontà Foscolo reagisce alla facile ignavia che il fatalismo potrebbe suggerirgli; né tenta di sopire o ignorare il dolore nella notte dell’oblio: accetta quell’alterno succedersi di pene e di gioie di cui è intessuta la vita umana ma cerca una ragione di riscatto. L’Amore, la Libertà, la Giustizia, il Progresso, la Patria, l’Eroismo, la Bellezza sono nomi vani per il filosofo materialista, ma sono verità per il poeta, capaci di dare significato all’esistenza. Il culto della Ragione ha inutilmente creduto di potersi sostituire al trascendentale. Foscolo, a differenza di Manzoni, non ha l’inestimabile conforto della Fede in Dio, ma approda ad una sorta di religione laica del mito e dell’illusione, ha la consolazione del culto per l’ideale e del sentimento della vita intesa come conquista, capace di accettare fieramente il dolore che l’esistenza impone, contrariamente a Leopardi che non saprà superare la disperata convinzione che il dolore sta all’origine della vita umana. La poesia è per Foscolo rifugio e salvezza: è un mondo ideale che trascende il reale, lo purifica, lo ricrea mitizzandolo e rendendolo più sicuro. La poesia placa nella sua armonia le disarmonie della vita, concilia i contrasti posti dalla ragione; dà il senso dell’eterno agli uomini e alle loro vicende, in quanto eterna è la sua voce, eterno il fascino che emana dal suo canto.
Romanticismo e Classicismo sono intrecciati in Foscolo: sente in sé l’antica ferita dell’esilio, l’angoscia, il dolore della vita, ma il suo costante anelito è la solarità, la serenità olimpica, un equilibrio che per lui si pone come canone dell’anima e ideale di perfezione morale e artistica, raggiunto per sempre dal mondo della cultura e della poesia classiche. Da questo il suo neoclassicismo: un neoclassicismo che è un profondo bisogno di chiarezza, di ordine, di disciplina necessaria per dominare le passioni e, nello stesso tempo, una scuola di stile e di decoro valida non ad abbellire il discorso poetico con ornati retorici, ma a dare un’efficacia, una concretezza esemplari. A questa originalità di espressione, all’armonia di sensibilità nuova e di forme classiche, Foscolo giunge in un percorso costante, iniziato negli anni dell’adolescenza, vissuta nell’ambito di una famiglia borghese. Nasce a Zacinto da padre veneziano, medico, e da madre greca. Nelle pagine del vasto epistolario si manifesta al meglio Foscolo uomo, con le sue alternanze di speranza e di disperazione, l’inquietudine, la forte passionalità, il suo individualismo. Viene naturale un raffronto con Alfieri. L’individualismo di Alfieri è assoluto, è titanismo, proprio di una creatura che attinge soltanto in sé le leggi del proprio sentire ed agire. Sua aspirazione desolata è il distacco da ogni cosa, unico mezzo per attuare la vera libertà. Foscolo, invece, non rifiuta la realtà, non si chiude sdegnato entro una sterile solitudine: il poeta scende fra gli uomini come soldato o come cittadino; non rinuncia alla responsabilità di ammaestrarli o di convincerli, dalla tribuna di un giornale o dalla cattedra di un’università.
Sente la lezione della realtà storica, non illude la speranza della moltitudine sistematicamente ingannata dai demagoghi stranieri e nostrani, parla loro il duro linguaggio del realismo politico: è forte della sua personale esperienza di militare, di patriota ingannato e tradito dalle altisonanti parole dei rivoluzionari e di Napoleone, che, con il Trattato di Campoformio, vende all’Austria Venezia, l’amata città che deve abbandonare per riprendere la via dell’esilio. Alfieri soffre l’amarezza del contrasto irrimediabile tra il mondo presente e la sua ansia di libertà individuale; Foscolo, invece, dalla personale disperata angoscia del giovane Ortis matura l’accettazione consapevole di un destino che non è individuale ma umano, un dolore universale, quindi più rassegnato e solenne.
Le Ultime lettere di Jacopo Ortis Contiene gli spunti essenziali di tutta la poesia di Foscolo: la tomba come testimonianza di gloria e stimolo a nobili imprese; la bellezza come ristoro all’animo travagliato, ai mali; la poesia che tramanda ai posteri le glorie del passato ed è l’unica forza capace di donare l’immortalità; l’esilio inteso come sublimazione dell’amore di Patria. Queste idealità, però, nell’Ortis sono dominate dal tumulto delle passioni di un dolente protagonista di una vicenda fatta di amarezza, sconforto e disperazione.
Le Odi Sono un superamento dello stato d’animo di Ortis, in particolare l’ode All’amica risanata – dedicata ad Antonietta Fagnani, una gentildonna milanese amata dal poeta. Nella realtà fatta di dolore e di morte, tra le “nate a vaneggiar menti mortali” unica cosa immortale è la bellezza. Per la loro bellezza sono state innalzate a divinità donne umane come Afrodite, Artemide, rese eterne dal canto dei poeti greci. Foscolo, che si sente vicino per nascita e per ispirazione a quei cantori antichi, con la sua poesia trasformerà in una dea la donna amata. La bellezza e la poesia sono sentite come forze capaci di vincere il tempo, ma, per giungere a quell’armonia sia spirituale che poetica cui da sempre anela, il poeta deve passare attraverso l’esperienza dei Sonetti.
I Sonetti A Zacinto: il poeta evoca l’isola natale nella poesia di lontane memorie e si tuffa nell’atmosfera del mito, che significa superamento del caduco e del contingente. Zacinto è l’Eden, la patria ideale, contemplata come luogo di armonia, di serenità, di grecità. Nella composta armonia dei versi, però, trapela il dolore, sia pure rassegnato: per lui è anche terra di esilio, irraggiungibile luogo di sepoltura. Alla Sera: la serena calma della sera distoglie lo spirito del poeta dalle cure e dalle passioni, verso la meditazione sull’eterna vicenda della vita e della morte, e gli infonde la pace.
“Dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”: il poeta dice quello per evocare uno spirito superato, una realtà lontana da lui. Emerge un Foscolo pacificato con il mondo. Foscolo, alienato nei confronti della realtà presente, nei Sonetti supera questa crisi, ma a livello lirico, individuale: il soggetto è pacificato con il mondo, ma manca la dimensione storica. Per tre anni, dal 1803 al 1806, non scrive più poesia: traduce il Viaggio Sentimentale di Sterne; la Chioma di Berenice di Callimaco; medita su quello che succede e come andare oltre.
Deve realizzare una pacificazione con la storia e il potere, ma allo stato attuale non è possibile perché l’artista è esule rispetto al potere. Tramite i Sepolcri Foscolo fonda la speranza, la cui forza avvalorante è la fede nelle illusioni, sentite come riscatto dal ferreo determinismo, terapie in cui l’umanità possa storicamente riconoscersi: fonda la letteratura futura con la restaurazione del concetto di poeta vate, come Dante. Proietta nel futuro il suo discorso politico, la propria figura di intellettuale: si tratta di letteratura profetica.
I Sepolcri Recuperano l’Ortis come volontà di confrontarsi con la politica e le sue tematiche costituiscono lo spirito della nostra cultura risorgimentale. È volontà di Foscolo fondare una cultura che sarà usufruibile in tempi di libertà e di democrazia. Il canto dei Sepolcri ha un motivo occasionale nell’editto napoleonico di Saint Cloud (1804), che sancisce una situazione già operante in Francia da quasi due anni. La legge, illuministica tardo giacobina, nasce da motivi igienici e stabilisce che i defunti siano sepolti tutti fuori città, non più nelle chiese, anche per evitare che vi siano tombe privilegiate: sulle lapidi devono apparire soltanto nome, anno di nascita e di morte, in rispetto dell’uguaglianza.
Non è legge particolarmente liberticida quando è resa operante in Italia, nel 1806, e Foscolo è d’accordo, mentre nei salotti diventa oggetto di ampie diatribe. È nel salotto di un’amica che Foscolo ha una discussione con Pindemonte, all’epoca autore di un poemetto sui cimiteri, in difesa del sentimento religioso cristiano che a lui sembra calpestato dal decreto napoleonico. Foscolo è scettico al riguardo: per lui con la morte la materia torna alla materia. Successivamente si rende conto dell’astrattezza di quella legge, e scrive i Sepolcri dedicandoli al suo antagonista.
Non possono essere classificati in modo preciso: Foscolo li definisce carme, poesia, che getta le sue radici nella poesia preromantica sepolcrale del 700 inglese ma nella sua essenza è poesia nuova, un canto frutto di una lunga sentita meditazione. Fa precedere il carme da una citazione desunta da Cicerone “i diritti dei morti siano sacri”. C’è un messaggio ideologico-politico: il poema è un viaggio nella morte per evocarne la sacralità; contrappone il diritto romano al diritto francese giacobino, è antifrancese-antilluministico, è negazione della legge napoleonica. Napoleone non è mai citato nei Sepolcri: è il grande assente. Il silenzio comunica il giudizio negativo su un uomo che nel 1806 è all’apice della storia, ma non lascia nel mondo l’eco di un cuore nobile, quindi è destinato a spegnersi totalmente con l’ultimo sospiro.
La sua nuova legge allontana le tombe dalle città, e vorrebbe spegnere il ricordo dei morti, la sopravvivenza ideale che essi hanno meritato con le virtù. La chiesa nel Medioevo ha diffuso un lugubre senso di terrore nei confronti della morte, ornando i luoghi sacri con l’insistente spettacolo di effigiati scheletri: Foscolo non accetta tale soluzione. La civiltà borghese è però destinata a escludere la morte dai propri pensieri e Foscolo non può accettare l’oblio degli estinti. È questo, veramente, un segno di barbarie, poiché il culto dei morti risale alle origini stesse della civiltà.
Quando l’uomo, nella notte dei secoli, passò dallo stato ferino alla vita civile, subito seppellì i suoi morti, quasi a proteggerli e trattenerli ancora nel mondo dei vivi. A differenza dei poemi sepolcrali, il carme di Foscolo si serve del tema del sepolcro per pronunciare un giudizio globale sulla società napoleonica: è un poema cosmico, rapporto sull’uomo dei suoi tempi in prospettiva futura, educativa per le generazioni successive. Dà un giudizio sociale, politico, filosofico, estetico in 295 versi. Di qui la necessità di adottare un linguaggio nuovo, una sintassi più concentrata. Per concentrare il molto nel breve elimina il più possibile le fasi intermedie di ragionamento: procede per ragionamenti intuitivi, in una continuità logica, anche se non sempre grammaticale.
Di qui la difficoltà dei contemporanei a capire il carme: Fubini lo vede come un’antologia di liriche staccate e solo accostate. Al contrario, è nettamente suddiviso in una serie di macrosequenze il cui collegamento, secondo Caretti, è un ampliamento del discorso sul tema. La prima sequenza (1-90) affronta il valore soggettivo della morte come culto della memoria e liturgia degli affetti familiari. Anche se alla fredda ragione le tombe possono apparire inutili, il sentimento ne ha bisogno, l’uomo esige il conforto che gli viene dalle sue illusioni. I vivi, pensando alla propria morte, la sentiranno meno definitiva, se immagineranno intorno al proprio sepolcro il culto e l’affetto dei loro cari. E questi sentiranno ancora presente l’estinto e potranno volgere le loro cure alla sua tomba. Si stabilirà così una celestiale corrispondenza d’amore tra i vivi e i morti: è l’eco che, meritatamente, lascia una persona di valore, un cuore nobile. La morte non è il nulla, nella misura in cui suscita il sentimento: l’amore e l’amicizia sintetizzano quel mondo di affetti che non può essere distrutto. Se l’uomo fosse soltanto ragione, al morto non penserebbe più; ma l’uomo ha la capacità sentimentale, il cuore ha dei diritti: è la fine del Razionalismo, si passa al Romanticismo. Così Foscolo considera i sepolcri simboli concreti di questa ideale sopravvivenza: di qui il diritto alla sepoltura e il dovere degli altri a rispettarla. Eppure i Milanesi non hanno rispettato tale diritto e hanno tradito Parini. Una nuova legge (editto di Saint Cloud) allontana le tombe dalla città, così le sue ossa vengono disperse e forse confuse con quelle di un infame assassino. Parini è poeta, un esempio di vita ricca di affetti e moralmente valida, ma è inserito in una società che non è educata a tali valori. La società lombarda è civilmente ed esteticamente degenerata: la classe dirigente vive nel lusso egoistico del denaro. Coltiva come artisti i cantanti d’opera: secondo una tecnica del Settecento, sono giovani evirati a fornire le voci da soprano, donde l’impossibilità ora di cantare certi melodrammi di quell’epoca, perché comunque il timbro di voce dell’uomo è più alto. Ecco la barbarie confusa con il senso estetico. Secondo la consuetudine riservata a chi non ha il denaro per la sepoltura, Parini viene gettato in una fossa comune: non può quindi veder riconosciuti i suoi diritti di culto.
Foscolo allora inserisce la sequenza sui cimiteri abbandonati, a indicare il caos, lo sfacelo del mondo, quando i valori dell’arte e della morale non sono riconosciuti. È una pagina di poesia sepolcrale, ma ha la funzione di individuare il trionfo delle forze oscure laddove decade la cultura. C’è un accumulo di particolari tra macabro e funereo, di gusto forse un po’ pesante. Foscolo inserisce l’upupa erroneamente come uccello notturno, ma la sceglie con una logica, per ragioni foniche, poiché ha in sé qualcosa di funereo.
A questo punto non resta che la natura ad essere pietosa con i suoi figli. Quando la civiltà sbaglia, è l’unica ad aver compassione di tutti i morti: le stelle, uniche compartecipi, illuminano della loro luce le ossa disperse. Nella seconda sequenza (91-150) Foscolo definisce il valore storico e sociale delle tombe. Il culto dei morti è il simbolo stesso della civilizzazione, metafora della storia dell’uomo, prospettiva su cui giudicare la civiltà. Se oggi una nuova legge vuole che esso scompaia, è dovuto alla corruzione degli uomini. Non sono più le virtù a guidare la società, ma la ricchezza fastosa e la potenza, che hanno avvilito e atterrito gli esseri umani. A reggere il Regno Italico è un volgo di intellettuali, di ricchi e di titolati, genuflessi nell’adulazione, già morti nella loro inutile e vile vita.
Nei Sepolcri, sancisce l’uomo interiore nei valori propri dell’Ottocento – amore, giustizia, religione. Al di là della ragione, è il sentimento a reclamare i suoi diritti perché una civiltà senza sentimento diventa il deserto. Così Foscolo considera la sopravvivenza ideale dei grandi scomparsi come un segno dell’altezza morale e della virtù dei vivi, mentre nell’oblio degli estinti vede riflesso e dimostrato il tramonto della civiltà di un popolo. Si augura di conservare intatta, nella sua dolorosa vita, l’altezza del suo animo; di poter così lasciare agli amici un’eredità di affetti e di nobili esempi, così che la sua tomba e la sua memoria riescano a destare alte aspirazioni nei posteri, nella storia degli uomini.
Foscolo fonda il concetto di intellettuale moderno come critico del sistema, ma non è l’intellettuale popolare, non accede a visione democratica del linguaggio. Sarà il Romanticismo a dire che l’intellettuale, dovendo essere maestro della civiltà, deve poter parlare a tutti. Foscolo parla soltanto alla classe dirigente: il suo resta un linguaggio alto, colto, retoricamente nobile. La terza sequenza (151-225) è quella più amata dall’Ottocento: definisce il valore etico dei sepolcri. “A egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti”, duraturo ammonimento per le generazioni successive. L’Italia è in decadenza, ma ha la possibilità di riscatto nei valori che esistono nel passato, nei morti: i vivi sono i morti, in realtà. I grandi Italiani che hanno lasciato corrispondenza d’amore sono i maestri.
Sembra che i Sepolcri abbiano dato l’avvio alla retorica risorgimentale, ma furono scritti in piena età napoleonica, quindi il progetto politico si fa in termini epici, profetici. C’è il linguaggio dell’inno sacro, una retorica come ricerca alta della forma per esprimere un sentimento molto genuino. La civiltà è memoria, si rischia la barbarie quando il presente dimentica il passato. Dinnanzi alle tombe degli uomini grandi gli uomini forti si sentono accesi a egregie cose. Perciò i monumenti di Santa Croce in Firenze, dove posano i corpi di Machiavelli, di Michelangelo e di Galilei, rendono sacra la città. Foscolo instaura il mito di Santa Croce dove non si citano soltanto poeti, poiché il progetto politico vuole significare che in Italia il retaggio culturale è globale, non solo estetico. Ecco Machiavelli, il pensatore, l’educatore; Michelangelo, genio nella tradizione ingegneristica, architettonica; Galilei, scienziato: anche per loro cultura è stata esilio, incomprensione, persecuzione. Ora intervengono i poeti: Dante, il ghibellin fuggiasco, forte di una coscienza politica e di valori morali, ha creato una poesia di prospettiva politica che l’ha portato in esilio. Petrarca ha donato alla cultura italiana la lingua, è il fondatore della lingua italiana, quindi la sua poesia ha una funzione storica. La memoria è l’unico strumento con cui ricostruire il concetto di patria, e protagonisti di questa memoria sono i morti: tutto è nel nostro passato, se sapremo estraniarci da questo presente di morte.
Quando avverrà questa realizzazione della civiltà, si restaurerà anche l’armonia con la natura: quando l’uomo vive un rapporto sereno con sé stesso, quando non cessa di illudersi e si realizza, anche la natura vive in consonanza con lui e illumina i cimiteri abbandonati. Tale armonia è esistita un tempo, quindi il passato ci fornisce l’illusione che è lo strumento per trasformare la realtà. Santa Croce è il tempio che ha accolto e serba l’itale glorie. Alfieri nei suoi ultimi anni visitava spesso Santa Croce: irato per la viltà dei contemporanei sordi ai suoi richiami, cercava i valori del passato e la sua illusione è chiamata speranza. Nell’Alfieri c’è il presagio, ma c’è ancora il rifiuto degli altri nella sua lotta titanica in solitudine. Per questo Foscolo lo sente anticipatore di sé stesso, ma modello inattuale: bisogna andare oltre. Dalla sua tomba, comunque, s’innalza una voce perenne, l’esortazione ai vivi perché amino la patria: quello stesso amore che guidò il valore e il furore dei Greci contro i Persiani a Maratona. Nasce la leggenda: i naviganti ateniesi, quando passavano nella notte dinnanzi alle spiagge di Maratona, vedevano rinnovarsi nelle tenebre l’antica battaglia e i guerrieri morti risorgere con le loro armature contro i nemici. La leggenda, per Foscolo, assurge al valore di mito: rivela come si sia protratto, di generazione in generazione, il culto degli eroi morti, sentiti ancora vivi e operanti nello svolgersi della storia greca. Così la morte è inizio, per gli spiriti grandi, di una nuova esistenza ideale e, al di là della malignità del mondo, si erge metafora di eticità. “Ai generosi giusta di gloria dispensiera è morte”: la morte si configura più giusta della vita, in genere ridimensiona tutto, dà a ciascuno il suo (Sciascia). Invano l’astuto Ulisse riuscì ad ottenere, con il favore di Agamennone e Menelao, l’assegnazione delle armi di Achille. I posteri hanno rivendicato quelle armi ad Aiace come all’eroe più degno: la leggenda si è fatta voce di questa giustizia e narra che le onde infuriate hanno strappato dalla nave errante di Ulisse l’immeritato trofeo e lo hanno ricondotto, lungo il mare Egeo, sulla tomba di Aiace. La morte si configura come tribunale della storia, assume il carattere riparatrice dei torti, come l’arte. La quarta sequenza (225-295) definisce il valore estetico della morte, che ispira l’arte. Il presente è l’io del poeta, il passato è il mito, Omero. Il tempo avrebbe spazzato via le tombe di Troia se non fossero state rese eterne dalla poesia. La morte non è l’ultima “linea rerum”; la poesia dura finché il sole risplenderà sulle sciagure umane, cioè finché durerà l’uomo. Grazie alla poesia, a Omero, Ettore vivrà per sempre, quell’Ettore che sarebbe dimenticato, se fosse soltanto storia. Omero, tramite l’arte, seppe proiettare il passato nel futuro; il poeta dei Sepolcri diventa l’unico tramite tra presente e futuro. La poesia dunque è anima della morte. Recita De Sanctis “Mille Achille non possono far vivere un Omero, ma un Omero può far vivere mille Achille”. Omero con il suo canto placa le afflitte salme, perché la poesia è vita. I Sepolcri sono un inno alla vita: la morte è contenuto dell’ultima sequenza nella misura in cui suscita la vita. Come Omero vinse il silenzio della morte e il suo canto fu educatore di tutta la civiltà greca, lo stesso è per i Sepolcri.
La sequenza ha un andamento più neoclassico delle altre, ma ha spirito romantico: il mito non è decorativo, né evasivo, ha valore teoretico, diventa un archetipo, metafora eterna, categoria dello spirito, arte come conoscenza. “L’arte è lo Spirito che agisce secondo le regole della natura. Non c’è attività umana che superi l’arte” (Schelling). Nell’arte troviamo l’Infinito: conoscendo l’arte entriamo nel mistero dell’Universo, che è bellezza quindi mistero estetico. “L’uomo è sempre vissuto schiavo: l’unica categoria dello spirito in cui l’uomo fu libero è l’arte.
Per conoscere la libertà bisogna conoscere la bellezza. Se vogliamo risolvere il problema politico dobbiamo conoscere il problema estetico” (Schiller). “L’arte è la realtà che diventa eterna illusione” (De Sanctis). L’arte è la misura dell’eternità umana, l’arte diventa educativa. Le Grazie La vicenda della loro composizione è lunga e tormentata. Da un lavoro pensato tanto ampio ed esteso nel tempo Foscolo non ha ricavato un’opera compiuta: di essa rimangono numerosi frammenti, in parte pubblicati dall’autore e in parte inediti.
Le prime tracce risalgono al 1802; nel 1812-13 riprende quei frammenti e cerca di inglobarli in una stesura che comprende il maggior numero di versi. Elabora la tendenza a concepire l’arte come consolazione di vita. Il clamoroso fiasco della tragedia Aiace, rappresentato alla Scala, è per lui sintomo di incomunicabilità, che lo spinge verso una cultura sentita come evasione. Lascia Milano, la città moderna, per trasferirsi a Firenze, città molto più tranquilla, la nostra Atene, emblema di quel passato che contrasta con il presente. È un momento sereno della sua esistenza, vissuto nella villa di Bellosguardo, accolto nei salotti, tra felici vicende sentimentali.
La sfiducia politica lo porta a costruire un mondo alternativo, estremamente purificato perché senza storia. Nel 1813 tutto s’interrompe: cade Napoleone, tornano gli Austriaci e Foscolo va in Svizzera, poi in Inghilterra, tornando al poema soltanto saltuariamente. Comunque la struttura generale è chiara. Il primo inno è dedicato a Venere, dea della bellezza. Sulla terra imperavano “passioni ardenti simili a quelle che imperversano tra le belve e i cannibali”. Venere, mossa a pietà per gli uomini “afflitti e travagliati” emerge dalle onde del mare, portando con sé le Grazie per trasformare l’umanità. Nacque così un’era nuova ed ebbe inizio la civiltà. Venere tornò nei suoi cieli e le Grazie rimasero sulla terra a spirare nei mortali l’armonia celeste, “armonia degli affetti che è la prima secreta origine de’ più dolci e tranquilli ed affettuosi movimenti del cuore umano”.
Quest’alba della vita spirituale degli uomini sorse in Grecia. Nacquero l’architettura, la scultura e mosse i suoi primi passi la civiltà. Il secondo inno è dedicato a Vesta, dea dell’ingegno: l’idea del bello, dopo la Grecia, trova la sua erede nella cultura fiorentina, con la musica, la poesia e la danza. Il terzo inno è dedicato a Pallade (Atena), dea della virtù. L’Atlantide, la fantastica terra dell’antichità, diventa la patria ideale della serenità dello spirito, dell’equilibrio morale, della liberazione dell’animo da ogni barbarie passionale Qui le dee minori preparano un velo simbolo dei valori della civiltà, che avvolga le Grazie e le difenda dal minaccioso prorompere della irruente ferinità degli uomini.
Russo nega la frammentarietà delle Grazie. Foscolo ha seguito ispirazioni isolate, il che non significa che manchi l’unitarietà: la trama è l’elemento meno importante, perciò i frammenti si leggono come poesie perfette in sé stesse, estremamente unite nella compostezza stilistica. Si sono avuti i giudizi più disparati. De Sanctis definisce le Grazie opera fredda, retorica, tecnica. La critica romantica non riesce a coglierne l’altissimo valore, anche se ne riconosce un’innegabile validità artistica. Il Novecento, invece, sente la suggestione grandissima della “poesia pura” (Flora).
Come in tutti i proemi c’è l’argomento del poema: canterà i pregi delle Grazie, della Bellezza. Poi, invocando le muse, indica lo scopo: consolare, rallegrare l’Italia afflitta dall’ira di re stranieri. L’arte ha una funzione terapeutica: deve realizzare armonia, tramite la traduzione melodiosa del linguaggio. Arte come sintesi tra musica e pittura: attraverso una lunga ascesa, i cui movimenti peculiari sono costituiti dalle sue varie manifestazioni poetiche, Foscolo raggiunge il vertice. Nelle Grazie attinge la liberazione assoluta: gli affetti e le passioni sono ormai confinate nel regno della memoria; le cose, anche le più umili, assumono immagini artistiche; la vita umana, nelle sue molteplici manifestazioni, è sorpresa e cantata in quell’armonia universale che ne costituisce la sinfonica unità. Questo è il significato ideale del carme: un’armonia degli affetti modulata sull’armonia dell’universo: una misura del sentire e del patire che riscatti il mondo da ogni violenza e da ogni eccesso, ponendolo sotto la salvaguardia del celestiale velo delle Grazie. Nelle Grazie tutto è armonia, poesia metafisica. Bastano anche soltanto due frammenti a testimoniarlo. “Come nel chiostro vergine romita...”: una vergine solitaria, isolata in un luogo appartato, sente il fascino della bellezza misteriosa di una notte stellata ed è mossa a trarre dal cembalo una soave melodia che attende il tocco delle virginee mani, per effondersi ed incontrare la sua anima, amante e pura, fatta sensibile al suono.
“Come quando più gaio Euro provoca sull’alba il quieto Lario…”: il lago di Como è trasfigurato, è pura luce, pura musica. C’è uno straordinario paesaggio che anticipa D’Annunzio, il Novecento. I dati paesaggistici vengono tradotti in dati musicali e al sussurro del vento si sovrappone il canto del nocchiero. Da ogni parte si levano altri suoni: i liuti vicini si destano lieti; si unisce il flauto di giovani innamorati sulle barche erranti; dai lidi partecipa al concerto la zampogna di un pastorello; anche il martello, che picchia sul bronzo per domarlo, acquista la cadenza della diffusa armonia.
Il panorama perde sostanza realistica e sembra che tutti gli elementi diventino strumenti di una sinfonia cosmica. Di fronte a questa natura che diventa musica, il tempo si ferma e la reazione è contemplativa. Le Grazie sono il luogo in cui l’arte canta sé stessa, il mondo diventa opera d’arte. Non è neoclassicismo, ma qualcosa di più profondo. Descrive un mondo ideale, surreale, rarefatto: è neoclassicismo intimo, che canta l’armonia dell’arte, forza terapeutica, ultima consolazione dell’esilio.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
29. Il Romanticismo europeo e italiano
Quadro del capitolo. Il Romanticismo nasce dalla crisi del razionalismo settecentesco e rivaluta storia, sentimento, individualità e religione. In Italia assume una forma più equilibrata e civile, legandosi alla questione nazionale. La polemica tra classicisti e romantici investe insieme poetica, lingua, pubblico e rapporto con le letterature straniere.
Nuclei fondamentali: ragione e sentimento • storicismo e individualismo • infinito, natura e religione • nazione e libertà • polemica classico-romantica • Madame de Staël, Berchet e Il Conciliatore
Il Romanticismo, come categoria dello spirito, rappresenta un modo particolare di concepire la vita e l’universo. Si configura quale istanza alla libertà fantastica e al rifiuto di ogni dogmatismo razionale, in nome delle esigenze incoercibili dello spirito. Così inteso, è dunque un fenomeno non contingente, ma ha un valore che trascende i limiti dello spazio e del tempo. C’è, però, un romanticismo storico, che nasce sul finire del secolo XVIII e domina tutto il XIX, protraendosi sino ai giorni nostri. Caduta l’illusione di essere il dominatore del mondo, di poter fare tutto con l’ausilio dell’intelletto, l’uomo si accorge che la vita è ben più complessa: al di fuori e al di sopra della ragione, altre più profonde e misteriose sono le forze che guidano l’operare umano.
Già Vico, in polemica con la teoria cartesiana delle idee innate, aveva sostenuto che la ragione non è tutta la coscienza umana e rivendicato i diritti insopprimibili del sentimento e della fantasia. Vico afferma che conoscere è esprimere ciò che si è fatto, secondo il modo in cui si è fatto: scienza quindi si può avere soltanto dalla storia, essendo creata dall’uomo. Più tardi Fichte mostra che non c’è nulla fuori dell’attività dello spirito e la realtà è un processo infinito che ne consacra la libertà assoluta. Hegel ritrova il valore universale dell’uomo nello svolgimento incessante dello Spirito di cui ogni individuo è una voce, la voce del cammino dell’umanità.
Il razionalismo e l’astoricismo, i due miti fondamentali dell’Illuminismo, sono formule vuote di fronte alla concezione della vita come un’incessante creazione individuale, dominata dai principi universali dello spirito: si contrappongono l’irrazionalismo, lo storicismo, e l’individualismo del nuovo pensiero. All’amarezza del disinganno si sostituiscono una capacità nuova di comprendere la storia e l’umana condizione, un bisogno di interiorità per vivere la vita come passione, aspirazione perenne a conoscerne il mistero, di fronte al quale l’uomo si scopre fragile smarrita creatura. Qui è l’origine del dolore di cui si nutre l’anima romantica, dell’inquietudine e dell’impulso al suo perenne travaglio. Con il rifiuto dell’ateismo l’esigenza religiosa si manifesta come anelito sincero e profondo.
L’idea di libertà come valore dell’individuo e delle nazioni non poteva essere soffocata né dalla delusione lasciata dalla Rivoluzione Francese e da Napoleone, né dalle persecuzioni ordinate dai governi della Restaurazione. Romantico diventa, così, sinonimo di liberale e di patriota e al culto della libertà si associa quello della nazione, della stirpe e della patria. Certo, come l’idea di libertà ad ogni costo porta alcuni ad esaltare l’anarchia, così il senso della nazione degenera in una sorta di fanatismo della razza, come succede in Germania. Questo perché l’impulso dinamico che è insito nel pensiero romantico dà origine a molteplici manifestazioni, spesso contradditorie. In particolare, se il Romanticismo in Germania raggiunge i massimi sviluppi in profondità sino a degenerare in nazionalismo, va considerata anche la situazione socio-politica. In Germania l’aristocrazia dell’Ancien Régime è fortissima, per questo il Romanticismo, come cultura della borghesia, deve contrapporsi con massima energia. Il contrasto tra essere e divenire che caratterizza i rapporti tra Illuminismo e Romanticismo in sede filosofica, trasferito in campo letterario diviene contrasto tra ragione e sentimento, fra tradizione e fantasia, tra regole e libertà. Fonti di ispirazione diventano: il Medioevo con i suoi episodi di appassionata religiosità e le vicende gloriose dei popoli intesi a lottare per la conquista della libertà, leggende, saghe; oppure i fatti della vita contemporanea più ricchi di spontaneità, più vicini al sentimento del popolo, fonti di numerosi romanzi storici (D’Azeglio, Guerrazzi, Nievo, Manzoni).
La possibilità di conoscere periodi sinora giudicati oscuri; l’ampliarsi della conoscenza del lungo e notevole cammino percorso dall’anima umana nella sua eterna ansia di verità e di bellezza, portano a produrre poesia nuova. È espressione di uno stato d’animo, il cui valore risiede nella rispondenza alle condizioni spirituali del tempo che l’ha creata: necessariamente nuovo rispetto alle età che lo hanno preceduto e che lo seguiranno, poiché l’individuo sempre si rinnova. Squisitamente romantica è l’opposizione dei concetti di poesia e letteratura: poesia è intimo dettato, letteratura è bagaglio culturale che impedisce al poeta di esprimere il proprio sentimento. La poesia, dirà Manzoni, “deve essere cavata dal fondo del cuore”.
Nascono i miti più cari ai romantici: popolarità dell’arte; immediatezza espressiva. La poesia popolare va intesa come poesia per il popolo: deve esaltare i sentimenti del popolo e fortificare i propositi di attuare i propri ideali patriottici e sociali. Il mito dell’immediatezza espressiva dà origine ai movimenti cosiddetti decadentisti, estremo frutto del Romanticismo, giunto sino a noi. La ricerca di un’arte che sia la resa immediata di un travaglio interiore porta alla poesia pura, ad un’estetica che vuole l’arte come suggestione, dissoluzione del nesso logico-sintattico in un nesso lirico-musicale, visione di un mondo fatto di simboli (Simbolismo); oppure all’assenza di ogni razionalità portata all’indecifrabile balbettio (Dadaismo); oppure all’espressione dei fantasmi del subcosciente senza coerenza e senza logica (Surrealismo).
Espressione del romantico contrasto tra io e società è l’affannosa ricerca di superare i limiti umani, come nel Faust di Goethe. È il dramma quotidiano tra sogno e realtà, la dolorosa coscienza di un insanabile dissidio tra le aspirazioni eroiche dell’uomo e la realtà limitatrice e meschina in cui si dibatte la sua breve esistenza. Nasce da ciò il dolore romantico, incapace di afferrare nella sua essenza quella realtà sovrana che egli intuisce. E allora si erge contro tali forze immense nell’illusione non già di dominarle, poiché è ben consapevole della sconfitta, ma di rivivere con il suo titanico atteggiamento il mito di Prometeo. Oppure si compiace della sua sofferenza e ne trae l’ispirazione ad un canto di dolore più profondo e sconsolato; o tende a vagheggiare un’impossibile felicità fuori dal mondo reale, in paesi lontani e misteriosi (esotismo). L’urto drammatico tra realtà e sogno, tra contingente e assoluto rispecchia tuttavia un acuto bisogno di realtà, di cercare nel mondo circostante non soltanto ciò che è bello, decoroso, ma anche ciò che gli artisti antichi disdegnavano perché ritenevano estraneo all’arte: il brutto, il deforme, il mostruoso. E I Fiori del Male di Baudelaire, padre del Decadentismo, sono uno dei tanti miti di questa rivoluzione nella storia dello spirito umano, tanto grande che ancora è viva nella civiltà contemporanea, nelle forme e nei modi dell’arte moderna.
La polemica classico-romantica: Berchet, Madame de Staël e «Il Conciliatore»
Lettera semiseria di Grisostomo Rappresenta la prima manifestazione teorica del Romanticismo in Italia. Giovanni Berchet pubblica l’opera nel 1816, accompagnandola con la traduzione di due ballate del poeta tedesco Burger. Mette in caricatura l’incomprensione retriva dei classicisti che, tutti presi dal culto della grammatica e della retorica, valutano un’opera di poesia in base alla sua fedeltà ai modelli antichi e, infatuati dall’ammirazione per loro, non si accorgono di quale glorioso cammino stia compiendo la letteratura straniera. Ricollegandosi a Vico, Berchet sostiene che la poesia deve cantare ciò che maggiormente interessa il popolo: la religione, i costumi, la storia, le tradizioni.
Deve essere coeva al suo tempo, badare a migliorare i costumi degli uomini e appagarne fantasia e cuore. Più che la Lettera di Berchet, un articolo di Madame de Stael, Sull’utilità delle Traduzioni, pubblicato nello stesso anno dalla Biblioteca Italiana di Milano, accende una polemica tra romantici e classicisti, che durerà circa dieci anni. La Stael lamenta che gli Italiani non conoscono adeguatamente le letterature straniere e a questa lacuna attribuisce la decadenza letteraria e culturale del nostro paese. Indignati insorgono i classicisti, opponendo le glorie della tradizione italiana alle discutibili affermazioni letterarie straniere, che minacciano di corrompere anziché arricchire la nostra cultura. La diatriba, lunga e accanita, è inasprita dal motivo politico e patriottico, vivo specialmente a Milano, dove alle speranze suscitate dalla caduta del regime napoleonico è subentrata l’avversione nei confronti della dominazione austriaca, peggiore di quella francese. Milano diventa l’ambiente dei dibattiti più appassionati. Vi si stampa la Biblioteca Italiana, organo dei conservatori, dove sono attivi Giordani, che risponde per primo alla scrittrice francese, dopo averne tradotto l’articolo; Monti, che qualche anno dopo detterà il suo sermone in difesa della mitologia.
A Milano si stampa anche Il Conciliatore, portavoce dei romantici che, fondato nel 1818, è soppresso l’anno successivo, allorché l’Austria si accorge dell’impostazione liberale e antiaustriaca del periodico. I suoi collaboratori, anche se non conoscono bene le ideologie diffuse in Germania dalla filosofia idealistica, nutrono sinceri propositi di un rinnovamento artistico-letterario, nonché civile-politico: Pellico, redattore capo; Berchet, autore di una serie di articoli fortemente polemici; Visconti; Borsieri, autore di Avventure letterarie di un giorno, in cui briosamente mette in caricatura i classici. È sintomatico che, quando nel 1821 l’Austria tenta di soffocare in Lombardia il sentimento nazionale con una serie di processi e condanne, molti di quei collaboratori siano colpiti dalle pene più severe.
A rileggere ora gli scritti che alimentarono la polemica, se da un lato nei classicisti si avvertono retorica e tendenziosità, dall’altro la fobia antiromantica trova la sua giustificazione nell’istintiva ripugnanza per espressioni troppo crude e brutali della nuova poetica, infarcite spesso in modo esagerato di elementi fantastici deteriori – streghe, fantasmi, teschi, patiboli, visioni lugubri, paesaggi tempestosi – del tutto estranei alla misura e alla sensibilità dello spirito latino. Basti pensare a ciò che scrive Leopardi a proposito del famoso articolo di Madame de Stael. Si dichiara avverso alle traduzioni di opere straniere, perché molto frequentemente vi si trovano esagerazioni e immagini gigantesche, assai raramente la vera natura, leggiadra nella sua realtà. In opposizione poi all’esaltazione degli scrittori settentrionali fatta dalla Stael, Leopardi si dichiara lieto di essere Italiano, per l’ingegno degli Italiani e per la loro letteratura, la più affine a quella greca e latina, il cui valore sta nell’essere vera, perché naturale, del tutto vuota di affettazione, aderente alla vita e alla realtà. Il titolo stesso Il Conciliatore sta ad indicare come i romantici mirino a conciliare, più che a rivoluzionare: conciliare l’antico con il moderno, nel senso che il moderno non prescinda dai grandi e reali valori acquisiti dall’antico e questo, liberato dalle molte e inutili vacuità umanistiche e retoriche, si adegui ai gusti e alla sensibilità dei contemporanei.
Nella famosa lettera al Marchese d’Azeglio, Manzoni dichiara “cosa fredda l’introdurre nella poesia ciò che non richiama alcuna memoria, alcun sentimento della vita reale”. Il sentimento della vita reale è dunque l’anima del Romanticismo italiano. Poesia e arte devono avere uno scopo: devono scaturire dalla vita vera e reale, dalle passioni, dalle speranze, dalle illusioni che fanno parte della vita stessa, al fine di recare conforto agli uomini, illuminarli e migliorarli. “Lo scopo estetico dei versi – dice Visconti – conviene subordinarlo allo scopo eminente di tutti gli studi, il perfezionamento dell’umanità”. Nel momento in cui si stanno agitando i grandi e appassionanti problemi dell’unità e dell’indipendenza italiana, i nostri romantici sentono di dover porre al servizio della patria anche le loro attitudini di scrittori e di poeti.
Facciamo un confronto tra il Romanticismo nordico, specialmente tedesco, e il Romanticismo italiano: la tendenza ad abolire ogni finalismo patriottico si contrappone alla tendenza della nostra arte ad avere una funzione morale e patriottica; al mitico egocentrismo, alla ricerca irrisolta dell’inconoscibile, alla crudezza espressiva si contrappongono l’istanza sociale e religiosa, il bisogno di concretezza, l’amore per l’espressione di buon senso e di buon gusto, eredità della nostra cultura classica. Notevole è il divario tra il nostro modo di intendere l’arte nuova e quello delle altre nazioni europee.
Il Romanticismo italiano non rinuncia ai valori profondi di quella tradizione spirituale e letteraria che muove da Omero ai giorni nostri.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
30. Alessandro Manzoni: storia, fede e romanzo moderno
Quadro del capitolo. Manzoni porta il Romanticismo italiano a una sintesi di fede, storia, moralità e realismo. La letteratura deve avere il vero per soggetto, l’interessante per mezzo e l’utile per scopo, ma senza ridursi a propaganda. Nei Promessi sposi la grande storia viene osservata attraverso le vite degli umili e attraverso una lingua pensata per la nuova comunità nazionale.
Nuclei fondamentali: vita e conversione • poetica romantica • Inni sacri • odi civili • tragedie • Promessi sposi • vero storico e vero poetico • questione della lingua
È uno dei maggiori intellettuali del nostro Romanticismo, cardine, punto di riferimento per gli altri. La sua adesione alla nuova poetica appare evidente: il desiderio di una letteratura e di un linguaggio semplici, accessibili al popolo e capaci di educarlo; il valore che egli dà al sentimento della vita e del mondo come sorgente dell’arte; l’amore per la libertà, dapprima intesa astrattamente secondo gli schemi dottrinari degli Illuministi, poi, al contatto con il pensiero di Vico, sentita come esigenza impellente per realizzare una patria libera e unita.
Alessandro Manzoni nasce a Milano nel 1785 dal conte Pietro e da Giulia, figlia di Cesare Beccaria. La madre si divide legalmente dal marito nel 1792 e va a vivere a Parigi con Carlo Imbonati – che aveva già ispirato a Parini l’ode L’Educazione. Manzoni trascorre l’adolescenza nel collegio dei Padri Somaschi in Svizzera e dei Barnabiti a Milano. Nel 1800 torna a casa e vive con il padre. La sua educazione letteraria è ispirata ad un sodo classicismo, ma l’adolescente è pervaso da idee razionalistiche, anticlericali e antitiranniche.
L’amicizia degli esuli napoletani della rivoluzione del 1799, in particolare con Lomonaco e Cuoco, spiriti di forte sentire e alta tempra morale, lo stimola a leggere Vico e a correggere l’antistoricismo illuminato che aveva assorbito negli anni precedenti. Nel 1805, morto Carlo Imbonati, il ventenne poeta segue la madre a Parigi, dove resterà per cinque anni: ha già una struttura interiore, fatta di vigore morale e cultura, di riflessione e nobiltà d’animo, come si avverte nei versi sciolti In morte di Carlo Imbonati, che scrive per consolare la madre.
Gli anni parigini sono di grande importanza per il giovane lombardo: frequenta i salotti più famosi e si arricchisce di esperienze culturali di alto valore, sollecitato ad uscire dall’ambito un po’ provinciale della sua precedente formazione. Un travaglio spirituale e intellettuale così intenso accelera quel misterioso e lento processo di chiarificazione intima che lo porta alla fede cristiana. Nel 1808 sposa Enrichetta Blondel, una donna di alte qualità morali, di famiglia ginevrina e calvinista convertitasi al cattolicesimo: gli sarà carissima e gli darà ben otto figli.
L’anno 1810 segna la data della conversione di Manzoni al Cattolicesimo: un graduale approfondimento dei propri principi morali sino a maturare una visione nuova della vita e dei suoi misteri. La concezione teologica dell’ansioso ricercatore della verità è così vasta e luminosa da assorbire cuore e intelletto: è l’armonia tra sentimento e raziocinio, nonché il rifiuto delle accuse del Settecento al Cristianesimo. Le idee-forza dell’ideologia illuministica – libertà, giustizia, democrazia, umanitarismo – non vengono sommerse; anzi, se prima avevano soltanto un fondamento meramente intellettualistico, ora sono giustificate ed elevate in una concezione di divina carità, che propone l’esigenza della fratellanza umana universale: questo non per un arido motivo dottrinale, ma per un’ineffabile dolcissima coscienza del legame che Cristo ha posto fra tutti gli uomini con il Suo sublime Sacrificio. È la commossa grandezza della Fede che non rifiuta l’ausilio della ragione, ma va oltre. Gli ambienti religiosi in cui lo scrittore vive durante il suo lungo soggiorno a Parigi sono Giansenisti, e si è fatto un gran parlare di un giansenismo manzoniano. In realtà, se Manzoni rivela una certa simpatia nei confronti dei giansenisti, questa è verso il loro rigorismo morale, non certo verso la loro dottrina. Inoltre, dopo l’incontro con Rosmini, la sua religiosità assume una profondità maggiore e taluni atteggiamenti sensistici sono ripudiati.
Il Cattolicesimo di Manzoni si muove in un’atmosfera di spiriti patriottici e di liberalismo. Durante la dominazione austriaca conserva sempre un atteggiamento di dignitoso isolamento e rifiuta le onorificenze offerte dai dominatori stranieri. Desidera che Roma sia liberata diventi la capitale del Regno d’Italia: per questo è accusato di tiepidezza religiosa, ma in realtà è contrario a coloro che “vogliono assolutamente tenere unita la religione ad articoli di fede politica”. È quindi lieto quando gli conferiscono la cittadinanza romana nel 1842.
Durante il lungo periodo che segue alla conversione, Manzoni compone le sue maggiori opere d’arte: gli Inni Sacri, le Odi, Il Conte di Carmagnola, l’Adelchi, I Promessi Sposi. Seguono importanti scritti d’argomento storico e letterario come la lettera Sul Romanticismo al Marchese d’Azeglio, oppure studi di carattere strettamente dottrinale. Osservazioni sulla morale cattolica Manzoni dimostra che la morale del catechismo è essenzialmente valida e democratica per tutti i popoli, concilia la fede con il pensiero contemporaneo liberale e progressista, armonizza la carità cristiana con il ripudio di ogni tirannide e di ogni servitù morale e politica.
La religiosità di Manzoni, quindi, è armoniosa, vigile, consapevole: porta il suo sdegno contro i violenti, gli orgogliosi, i crudeli che si servono del potere e dell’autorità per opprimere, umiliare, calpestare i sacrosanti diritti della dignità e della personalità umana; appassionata è la lotta per la giustizia morale, sociale e politica a beneficio degli individui e dei popoli che hanno inutilmente versato lacrime e sangue. Manzoni ora guarda ai fatti storici ponendoli sul piano meramente morale e giuridico. La Storia della colonna infame Pubblicata nel 1848, è una requisitoria contro i giudici che deliberarono la pena di morte a carico dei cosiddetti untori, i presunti propagatori della peste in Milano nel 1830.
Saggio comparativo sulla rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859. Afferma che il mito d’oltralpe, iniziato per amore della libertà, condusse al Terrore giacobino e al dispotismo napoleonico, perché privo di una giustificazione giuridica e basato sull’usurpazione, mentre quello italiano si risolse nell’unità della patria perché fu legittimamente fondato sulla giustizia. Intanto dolorosi numerosi lutti lo colpiscono: nel 1833 perde l’amata dolce Enrichetta; nel 1841 la madre; nel 1861 la seconda moglie, Teresa Borri, sposata nel 1837; via via muoiono ben sei figli.
La serenità che la conversione gli ha donato non viene meno, così che può scrivere “Il Signore è buono anche quando colpisce” e ancora “Il dolore è un mezzo per prepararmi a comparire davanti a Dio con qualche patimento sofferto bene”. Attende ai suoi studi, conversa con un ristrettissimo gruppo di amici che spesso gli fanno visita e, sebbene al centro di onori e ammirazione da parte di scrittori e letterati quali Goethe e De Sanctis, Manzoni non abbandona mai quel suo modo cordiale e pur schivo, sereno e pur ritroso che non gli vieta di partecipare col cuore e l’intelletto alle vicende dell’amata Patria.
Nel 1861 è nominato senatore del nuovo Regno d’Italia in riconoscimento dei meriti sovrani di pensatore e scrittore con cui ha onorato il suo Paese. Muore a Milano nel 1873. Manzoni è universalmente riconosciuto il capo del nostro Romanticismo, sia per l’autorità del nome che per il valore dell’opera, ispirata al pensiero e al sentimento dei suoi contemporanei. L’arte è concepita come forza viva di penetrazione spirituale che, muovendo dalla realtà, sappia giungere alla coscienza del popolo, interessarlo profondamente e scuoterlo.
Dei romantici stranieri, tedeschi e inglesi, non può condividere l’egocentrismo della loro lirica come libera espressione arazionale; l’insoddisfatta ansia dell’inconoscibile; il guazzabuglio di streghe, di spettri; il disordine sistematico in una ricerca stravagante, in un’abiura del senso comune. Il romanticismo di Manzoni, e con lui i romantici italiani del primo Ottocento, prende il meglio della sensibilità straniera e lo innesta in una solida base di equilibrio tradizionale: mira a dar vita a una letteratura educativa di ispirazione nazionale, rappresentazione oggettiva e realistica di situazioni psicologiche e di vicende da interpretare per ricavarne sentimenti e verità. Deve essere libera da inutili pesantezze retoriche e accademiche, ricca invece di vita morale e di quei fermenti che valgono a ricostituire la coscienza del popolo italiano. Al fine di consolidare l’unità politica, bisogna favorire una più intima unità linguistica, capace di superare i vari regionalismi, strumento di affratellamento e di coesione spirituale: un linguaggio comune e vivo, italiano. Torna a meditare sulla questione della lingua, critica le idee di Cesarotti, nonché quelle dei puristi seguaci dell’abate Cesari: fondamento di una lingua è l’uso; di quella italiana, per necessità scaturita da ragioni storiche, è l’uso toscano, anzi fiorentino contemporaneo, capace di determinare l’unità della cultura nazionale.
INNI SACRI
Sono il primo frutto della conversione e risuonano di entusiasmo religioso: La Risurrezione, Il Nome di Maria, Il Natale, La Passione, La Pentecoste. Sembra che Manzoni si allontani dal mondo faticoso degli uomini per rifugiarsi nell’evocazione dei misteri più alti e più ricchi di promesse della dottrina cristiana. Il Natale Felice è l’immagine del masso ruinante, poi la vigorosa esaltazione della potenza divina “Tu sei: del vasto empiro non ti comprende il giro: la tua parola il fè”. La Risurrezione Mostra la luminosa figura dell’angelo sul vuoto sepolcro; i mirabili veggenti che narrano il futuro; l’assorto Daniele che ricorda gli anni ancor non nati. Spesso però la riflessione si sostituisce alla fantasia: quando invita alla gioia, alla pietà per i poveri, alla misura nella letizia, alla meditazione sul destino riservato ai giusti e a quello che attende chi non ha ascoltato la parola del Signore, Manzoni esprime pensieri nobilissimi, che, però, non sono ancora poesia. La Passione È artisticamente molto inferiore: con più insistenza il pensiero si rivolge alla terra, alla ferocia dell’umanità. La Pentecoste È altissima poesia. Le immagini, il ritmo vivono in un’unità compatta. Osserva Momigliano “Dio comprende tutta l’umanità e ne spiega le sorti, ma non ne cancella la fisionomia molteplice e reale”. Il poeta ha trovato il motivo centrale della sua arte: la storia degli uomini, fosca e amara, colma di errori e affanni, si illumina di giustizia. I dolori del mondo acquistano un significato perché la luce dello Spirito divino scende a portare conforto e redenzione; a sostenere i cuori spenti nel dubbio; a smorzare la superbia; ad accompagnare il faticoso cammino terreno.
La celebrazione sale alla preghiera: disperda come bufera la violenza, susciti la pietà, rianimi i poveri, renda generosi i ricchi, tempri il vigore morale dei giusti, brilli nello sguardo dell’uomo morente. Al poeta, però, non basta sapere che le creature terrene potranno superare il male e rasserenare il proprio dolore nella beatitudine promessa dal cristianesimo. Manzoni non è un mistico che si isoli dal mondo con l’animo rivolto al cielo in un’anticipazione della gioia eterna, cerca invece e invoca la presenza di Dio nella storia degli uomini.
ODI Marzo 1821. L’argomento è suggerito dalla storia: i moti piemontesi del 1821 e l’attesa liberazione della Lombardia, forse dell’intera penisola, Il Cinque Maggio De Sanctis dice “è una splendida poesia epica, intesa come tragedia di un destino eroico ricreata nel mondo moderno, dove il quadro è il destino eroico di Napoleone; la fede sta a Napoleone come la cornice sta al quadro”. Frase molto azzardata, perché significa che la conversione è soltanto la cornice, quindi si può togliere e le ultime strofe sono superflue. È concettualmente sbagliato pensare che Dio sia periferico alla visione manzoniana della storia; è anche un errore estetico, perché questa poesia è invece la storia di un’anima che, come ogni anima, vive nel mistero della storia e tenta di capirne il senso, ma è soltanto Dio a dare il senso delle cose.
Sansone dice che “Il Cinque Maggio è la storia dell’umano destino”. È poesia metaforica, è il senso della vita di ciascuno, l’inutile ricerca dell’ideale nel reale, finché Dio giustizia, tribunale della storia, porge la Provvida mano a chi, nel dolore, acquista la coscienza della vanagloria degli umani trionfi. Napoleone non si redime nella storia ma, a Sant’Elena, quando sente di non essere nessuno nella storia, si salva. “Ei fu”: è una frase assoluta, dove si raggiunge il massimo della determinatezza con il massimo dell’indeterminatezza. Egli è pronome che si riferisce a Napoleone, al fatto storico reale, ma diventa simbolo dell’umanità, l’incarnazione della storia. “Tutto ei provò, ei si nomò”: Napoleone non viene mai nominato, resta un pronome in terza persona. Il tono è enfatico ma realizza la sintesi tra commozione e chiarezza, rigore, oggettività, tramite una sintassi semplicissima, fatta di frasi principali, senza frasi secondarie. Poi, quando c’è una svolta nel discorso che diventa più importante, ricorre alla similitudine, citazione colta “da Scilla al Tanai” di tono trionfalistico, per passare poi alla similitudine del naufrago, che è la sequenza dello svelamento delle cose. La similitudine ha carattere retorico, è una formula vecchia e può essere vista come l’incapacità del poeta di bruciare tutte le scorie classicistiche: è spia di un linguaggio che non è ancora del tutto autonomo, personalizzato. Il contenuto dell’Ode è tipicamente manzoniano: parte da un evento della storia, la morte di Napoleone, e lo interpreta alla luce del cattolicesimo.
Tutto concorre a fare di quest’ode un testo romantico: romantici sono i due protagonisti, sé stesso e Napoleone. Napoleone è figura di titano arbitro della storia nel momento del trionfo. Ma nel silenzio della prigionia il conflitto dell’orgoglioso eroe romantico con la storia si rivela in tutta la sua chiarezza: ogni gioia terrena diventa fugace, la potenza e la forza si scolorano e l’uomo appare piccolo e misero. C’è la metafora dello sforzo che l’uomo fa per capire il senso della vita, finché Dio, che lo lascia agire nella storia, con provvida mano lo solleva dalla disperazione al momento della morte.
TRAGEDIE
Manzoni si rende conto che la lirica, nel metro, pone dei limiti alla rappresentazione oggettiva della realtà e lo costringe ad usare un linguaggio vecchio, in contraddizione con le esigenze che lui sente. Sceglie quindi il teatro che è dialogo, il cui linguaggio può permettergli un più romantico abbandono, una più aperta commozione, nella libertà dalle rigide regole aristoteliche – unità di luogo, tempo e azione – che egli ritiene siano assurde e danneggino la genuina rappresentazione della realtà storica e ideologica. Dal 1816 al 1822 Manzoni scrive due tragedie.
Il Conte di Carmagnola È un fallimento e resta una tragedia scomparsa dal repertorio, a differenza di Adelchi, con cui gli autori, oggi, tendono ancora a misurarsi. C’è la fine tragica di un eroe. Il Conte tenta di vivere da cristiano l’avventura del potere, ma, immesso nella storia si rende conto che non c’è sintesi tra Dio e storia, tra Dio e potere. Carmagnola, che è al servizio della Repubblica Veneta nella guerra contro i Visconti, sconfigge i Milanesi nella battaglia di Maclodio, ma lui è cristiano, così disarma i nemici e li lascia liberi. Ciò insospettisce i senatori veneziani: non parlano il linguaggio di Dio e pensano che li voglia tradire.
Nonostante gli sforzi del senatore Marco, convinto dell’innocenza dell’amico e ansioso di persuaderne il Senato, Carmagnola viene richiamato e condannato a morte. È una tragedia fallita perché in realtà non c’è conflitto. Sin dall’inizio il Conte è segnato dal suo destino: tutta la vicenda è discorsiva, ciò che succede sulla scena non è inatteso. Il personaggio più conflittuale, amletico, è quello di Marco, ma è un errore scaricare la problematicità della tragedia su un personaggio secondario. Storicamente la tragedia è scorretta, perché, mentre Manzoni e i contemporanei sostengono l’innocenza di Carmagnola, studi storici posteriori testimoniano la sua intenzione di tradire.
La tragedia d’argomento storico, politico non è innovativa e ha carattere aulico. Manzoni sta imitando Schiller e come lui scrive una prefazione-saggio storico dell’argomento. Adelchi È ritenuto un capolavoro, insigne testo teatrale dell’Ottocento. Dopo Jacopo Ortis, Adelchi è il grande eroe romantico. La tragedia analizza un fatto storico attualizzandolo, nel rifiuto delle tre unità aristoteliche. È una tragedia vera, perché nasce da un’analisi del dramma che si interiorizza, mentre nel Carmagnola il dramma resta esterno, non diventava dissidio interiore.
Russo dice “Questo processo di interiorizzazione riesce: la tragedia è dentro Adelchi ed Ermengarda”. La tragedia inizia nel pieno del dramma: Vermondo, scudiero di Desiderio, annunzia che sta per giungere Ermengarda, sua figlia e sorella di Adelchi. Sposata a Carlo Magno, nel 771 è ripudiata per motivi politici; il Papa annulla il matrimonio e si crea l’alleanza tra Papa e Carlo, in contrasto con i Longobardi. Subito si evidenziano i dissidi e si accentua il ripudio come fatto interiore, personale: la tragedia deve quindi romanzarsi, senza però trascurare il fatto storico – l’appoggio del Papato ai Franchi.
Desiderio, sovrano dei Longobardi, parla da re, è l’eroe della forza, della politica, dal tono medioevale – brando vendicativo. Animato da violenta ira, esprime la volontà di vendetta: non interpreta il ripudio della figlia come padre, bensì come personaggio che ha scelto la storia e strumentalizza Dio ai suoi fini. È rozzo, un po’ volgare verso la figlia quando dice “te l’abbiamo data vergine e ora la restituisci disonorata”. Desiderio è un personaggio in fieri: all’inizio crede nella storia, tutto teso a un’affermazione politica e guerriera, poi è il grande convertito, come sarà l’Innominato.
Adelchi è anima in netto dissidio con il padre. Desiderio è molto egoista e colpevolizza la figlia; Adelchi è simile alla sorella, è fraternamente pietoso del dolore che l’ha ferita nel profondo, è guidato da una visione moralmente più alta e generosa. Adelchi dice che Ermengarda avrebbe bisogno di una madre: nel verso 206 e seguenti Ermengarda conferma le parole del fratello. Adelchi vorrebbe seguire il proprio impulso di correrle incontro, ma il padre ordina che la figlia sia condotta alla reggia per vie segrete. Desiderio è ancora convinto del mito del potere: il re non deve manifestare la sua sofferenza, il dolore è vergogna, va nascosto. Adelchi si rivolge a Ermengarda “sei nel palazzo dei re, nel tuo, più riverita e cara d’allor che ne partisti”: la sventura della sorella va onorata. La dialettica tra potere e sfera del privato porta a concludere “oh, prezzo amaro”.
Ermengarda rifiuta la rozza proposta del padre “sei una donna ripudiata, non ti rimane che farti suora”. Lei si rifugia nel convento, dove è anche la sorella Ansberga, ma non accetta di vestire l’abito monastico: sente l’impossibilità del distacco dal mondo, da Carlo, che ella continua ad amare; l’amore che per lei ha reso eterno questo legame le impedisce di accettare una situazione ambigua, di sentirsi degna di diventare sposa di Cristo. Dolce e rassegnata, maschera il suo tormento, mentre dice “sento una pace stanca, foriera della tomba”. Pregherà per il padre, per l’amato Adelchi, per la sorella, per coloro che soffrono e per quelli che fanno soffrire. Vuole che Carlo sappia che lei è morta senza odiarlo, che non l’ha dimenticato. Chiede che il proprio corpo sia composto in modo decoroso, l’anello nuziale scenda con lei nella tomba. Modesta sia la sua urna – tutti siamo polvere – che conservi, però, quel nodo sacro che la fece regina, sposa di Carlo “il don di Dio, nessun rapir lo puote: come la vita, dee la morte attestarlo”. Sotto il velo di soave rassegnata dolcezza e di raccolto pudore, urge un segreto ardore. Potrebbe rivelarsi in un monologo, ma Manzoni lo ritiene teatralmente inadatto. Il delirio sarà il mezzo con cui Ermengarda potrà essere sé stessa e morire in pace. Dal subconscio si effonde tempestoso il suo amore appassionato, insieme alla gelosia e al dolore: mai Manzoni ha espresso in modo così romantico la pena d’amore.
Nell’atto quinto la scena si sposta da Pavia a Verona. Pavia è già caduta e Desiderio è prigioniero dei Franchi. Si svolge un drammatico colloquio tra Desiderio, il re vinto, e Carlo, il vincitore. Desiderio è l’unico personaggio che evolve verso la conversione, a differenza di Carlo. Il re longobardo vede nella sua sconfitta la mano di Dio, anche se in fondo continua a ragionare secondo la legge della forza, e rispetta in Carlo il più forte, che resta molto bieco, in sintonia con tale legge. Sopraggiunge uno scudiero di Carlo ad annunziare che Verona si è arresa, ma alcuni Longobardi, guidati da Adelchi, hanno trovato la morte combattendo: Adelchi è gravemente ferito.
Di fronte alla morte del figlio, Desiderio acquista consapevolezza della vanità delle sue certezze e si conclude la sua conversione. Può parlare da padre, non più da re e chiede di vedere il figlio: Carlo lo concede. Alla dolorosa esclamazione di Desiderio “Orrendo è il vederti così” Adelchi risponde “Molti sul campo caddero così per mia mano”. È la pietosa cristiana constatazione dell’iniqua legge di ogni guerra: il pensiero di soffrire quel che già ad altri si è fatto soffrire. Desiderio, il rude uomo di guerra, nel dolore esce dalla storia per incontrare Dio.
Carlo in qualche modo è toccato e chiede ad Adelchi di non chiamarlo più nemico. La preghiera di Adelchi di difendere il venerabile capo del padre da ogni oltraggio trova ascolto nella promessa di Carlo. Adelchi cerca di recuperare alla salvezza il re dei Franchi, che capisce e si intenerisce. Particolare importanza hanno i due cori, alti brani lirici. Il primo, Dagli atrii muscosi, è una meditazione storica, che accomuna in una eguale pietà vinti e vincitori, schiavi e signori, ma inserisce anche un tema decisamente risorgimentale, la condanna dei popoli inetti e passivi.
Manzoni ammonisce i Latini a non attendere la libertà dai Franchi: i nuovi signori si fonderanno con gli antichi e la schiavitù rimarrà. Il secondo, Sparse le trecce morbide, disegna il dramma di Ermengarda, ne compiange e ne consola di speranza la morte.
I PROMESSI SPOSI
Manzoni romantico sente fortemente il contrasto tra la realtà dura del mondo e le aspirazioni ideali. Questa visione ansiosa si rasserena e trova la parola conclusiva nei Promessi Sposi, Lucia, Fra Cristoforo, il Cardinal Federico si muovono come una luce ideale fra le passioni feroci e meschine. Nelle vicende della storia opera una giustizia che trasforma in sofferenza le colpe, veglia, aspetta e coglie all’estremo respiro i prepotenti, i malvagi. La luce della verità è per tutti: soltanto gli egoismi e le passioni impediscono di accogliere la presenza di Dio e della provvidenza nella storia. Per questo alto significato che trova nella realtà terrena, Manzoni si propone di non falsare la storia dell’epoca: soltanto in essa, e non in un mondo di capricciosa immaginazione, si può scorgere l’effettiva presenza della luce divina fra gli uomini.
Ha bisogno di verità e di precisione storica. Studia cronache e documenti del 1600, cerca di “imbeversi dello spirito del tempo” e trae dalla storia anche molti personaggi del romanzo, tra cui l’Innominato, che rievoca Bernardino Visconti; la Monaca di Monza, che richiama una Virginia da Leyva. A volte appare la riflessione che commenta gli avvenimenti, ne addita il significato, ma, in sostanza, il poeta trasfigura nella creazione i suoi interessi morali e religiosi e le indagini storiche a cui hanno dato origine. Manzoni inizia il romanzo nel 1821 con il titolo di Fermo e Lucia. Ne segue una notevole rielaborazione, perché il tono complessivo dell’opera risente molto della moda romantica. Lo ripresenta con il titolo Gli Sposi Promessi nel 1824 e con pochissimi mutamenti eseguiti durante la stampa è pubblicato nel 1827, con il titolo definitivo I Promessi Sposi.
Manzoni però è scontento del suo lavoro, vuole perfezionare la forma espressiva. Per questo si reca a Firenze, a “risciacquare i panni in Arno”. Incontra amici letterati, specialmente toscani, ed esegue un’accurata revisione linguistica, che si risolve spesso in un arricchimento artistico del capolavoro. L’edizione definitiva esce a Milano, in dispense, dal 1840 al 1842. Il romanzo narra le vicende di due umili popolani, Renzo e Lucia, il cui matrimonio è impedito da un prepotente signorotto, Don Rodrigo, il quale riesce ad atterrire Don Abbondio, il pavido curato che dovrebbe sposarli. Una serie turbinosa di avvenimenti li tormenta per due anni, finché la loro lunga storia di dolori si conclude finalmente con le nozze celebrate dallo stesso Don Abbondio.
Le loro vicende si inseriscono in un vasto quadro storico: la vita del territorio milanese sotto gli Spagnoli tra il 1628 e il 1630; la carestia; la sommossa del 1628; la discesa in Italia dei Lanzichenecchi; la peste del 1630. Sin dall’inizio appare l’inefficacia della legge, delle ripetute gride contro i bravi: eccone spuntare due che con aria insolente e minacciosa attendono il passaggio di Don Abbondio. Dietro di loro sorge la figura del prepotente Don Rodrigo con un suo scellerato capriccio, che trascina sulla scena una folla di malvagi: il Griso, L’Innominato, Egidio, La Monaca di Monza, il Nibbio. Intorno a loro una schiera di personaggi tesi a servire soltanto il proprio egoismo e i propri meschini interessi: Azzeccagarbugli che non conosce più la legge quando si tratta di opporsi ai prepotenti; il padre provinciale che sacrifica Fra Cristoforo per curare gli interessi mondani dell’Ordine; il principe che spinge Gertrude nel convento per favorire il suo primogenito. Spicca Don Abbondio, impaurito nell’affannosa ricerca di accordare il mondo faticoso della realtà e quello pericoloso dell’ideale cristiano. C’è la folla cieca che assale i forni e tumultua nelle piazza; la folla superstiziosa che insegue e uccide gli untori; i lanzichenecchi che seminano rovina e violenza; gli uomini politici chiusi nella febbre di potenza; la macchina della giustizia umana inetta e iniqua con gli untori, con Renzo, con i poveri e i deboli, ma servile e zelante nel favorire i signori e i forti. Di fronte a questo quadro di errori e colpe c’è chi rinuncia ad ogni egoismo e, forte della scintilla divina che porta in sé, vive le mutevoli vicende terrene nella certezza della giustizia e della Provvidenza celeste. Ecco le parole di Lucia “Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande”. “Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia”. Accanto a lei è fra Cristoforo, che s’immerge nella società come soldato di Cristo. Lui ha provato le passioni della terra e se ne è allontanato soffrendo, lottando e pregando. Conserva però un’impetuosità nativa e stenta a tenerla a freno fino alle sue ultime ore nel lazzaretto, quando la luce celeste sembra già elevarlo nella vita eterna. Tutti portano dentro di sé la scintilla divina, se non altro come un disagio, un tormento segreto che li accompagna costantemente. Don Rodrigo ha paura della mano di fra Cristoforo alzata a minacciare e per tutta la vita l’immagine del frate non lo lascia, fino all’incubo della notte in cui lo coglie la peste e, svuotato della sua protervia, si affida inerme alla carità di fra Cristoforo.
Gertrude, esitante richiama Lucia prima di mandarla dove l’attende il Nibbio per rapirla, quasi veda in lei quel raggio di luce a cui ha preferito le tenebre. Il turpe monatto si arresta davanti alla madre di Cecilia come dinnanzi a una voce superiore a quella che lui ascolta quotidianamente. Anche Don Abbondio ha paura di dover spiegare al Cardinale le ragioni del suo rifiuto a celebrare le nozze e avverte che nessuna può bastare a scusarlo. In mezzo alle passioni terrene c’è sempre una voce sommessa che illumina, richiama, ammonisce. Molti uomini non l’ascoltano perché non vogliono.
Il dolore, però, che scende sulla terra nella carestia, nelle invasioni, nella peste, diventa un vigoroso richiamo a sentire la nullità di ogni bene terreno, a volgere lo sguardo in alto. Questa contemplazione cristiana non è mai accompagnata da aspra condanna, è una contemplazione serena e fraterna dell’umana imperfezione. Ne scaturisce un’opera nella quale si fondono stupendamente il palpito del poeta, la meditazione del moralista e il confidente fervore dell’uomo che crede in Dio. Russo parla di una coralità che percorre tutto il romanzo e si ritrova soprattutto nei personaggi, i quali, pur essendo definiti ciascuno con una profonda ricchezza psicologica, non sono tuttavia indipendenti e vivono ciascuno in funzione del proprio antagonista: Don Rodrigo non può concepirsi separato da fra Cristoforo; Lucia dall’Innominato; Don Abbondio dal Cardinale. C’è poi un’armonia nei diversi toni fondamentali del capolavoro di Manzoni – quello serio e quello satirico; il tragico e il comico; quello celeste e quello terreno. I Promessi Sposi sono un romanzo modernissimo. Un’assoluta unità di concezione morale e poetica sta all’origine della sua ispirazione: ritrae una ricca gamma di sentimenti e di figure, analizzando, riflettendo, con dovizia e mobilità di fantasia. A volte la cura dei particolari, la precisione del disegno, l’evidenza della scena è tale che la critica ha rilevato i primi accenni della futura tecnica realistica.
La lingua, alla quale Manzoni ha dedicato tanto del suo tempo, pazienza e gusto è decisamente lontana dai modi eloquenti della tradizione, dallo schematismo convenzionale ed erudito, viva e vibrante di intensità, aderenza, semplicità assolutamente nuove nella nostra storia letteraria. Lo stile, la modulazione del discorso sono intonati all’ispirazione, quindi vari, agili, schietti, nati da un bisogno di chiarezza, di verità, di popolarità che è un’esigenza intima del poeta e dell’uomo, cioè di un gusto e di una moralità che hanno improntato di sé il Romanticismo italiano e dato origine alla vera prosa moderna.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
31. Giacomo Leopardi: pensiero, poetica e Canti
Quadro del capitolo. Leopardi costruisce una delle più radicali riflessioni moderne sulla condizione umana. Dalla critica della civiltà contemporanea giunge a una concezione universale del dolore, ma senza rinunciare alla dignità della ragione e della solidarietà. La sua poesia nasce dal rapporto tra memoria, desiderio infinito, immaginazione e limite.
Nuclei fondamentali: vita e formazione • pessimismo storico e cosmico • teoria del piacere • poetica del vago e indefinito • Canti • Operette morali • ultimo Leopardi
Leopardi è un caso a sé, eccezionale, nel romanticismo italiano. Il suo isolamento è una condizione per lui fondante: nasce in un contesto che lo estrania dalla cultura italiana. È giudicato strano, capriccioso, poeta eccentrico. È incompreso, a cominciare dai genitori. Nasce a Recanati nel 1798 da famiglia nobile. Il padre, conte Monaldo, è uomo erudito, ma di scarso talento, bigotto e ferocemente reazionario; la madre, marchesa Adelaide Antici, è dispotica e incapace di affettuosità: le zelanti pratiche religiose, il rigido governo della famiglia e del dissestato patrimonio formano i chiusi orizzonti della sua esistenza.
Leopardi fanciullo vive sereno la prima infanzia, perché dotato di un’innata tendenza all’immaginazione, che lo porta a creare giochi e racconti con cui divertire i coetanei e i fratelli minori. Presto la sua incontenibile sete di conoscenza lo isola nella ricca biblioteca paterna, dove matura, in modo autonomo, quell’autodidatta impareggiabile che De Sanctis ammira tanto. Leopardi apprende perfettamente il latino e il greco, studia l’ebraico e le lingue moderne; traduce, commenta, rivede i testi antichi. Diventa in tenera età un filologo provetto. Giordani, suo caro amico e ammiratore, scriverà “Egli è d’una grandezza smisurata, spaventevole. Immaginatevi che Monti e Mai uniti insieme siano il dito di un piede di quel colosso”.
Storia dell’Astronomia Vuole maturare anche la propria cultura scientifica. Scritta 1813, mostra l’interesse appassionato dell’adolescente per quei fenomeni naturali che tanto profondamente commuoveranno il poeta futuro. Saggio su gli errori popolari degli antichi (1815) Con il pretesto tutto illuministico di liberare la mente umana dall’errore, si compiace di rievocare gli antichi miti cari ai poeti, specialmente quelli relativi agli astri, alla terra, ai grandi movimenti meteorologici, rivelando anche qui, in certi attimi di sbigottimento davanti all’infinità della natura, la vocazione poetica che lo condurrà ai Canti. È ancora legato alle idee reazionarie e retrive del padre e del bigotto ambiente nobiliare, come emerge nella sua Orazione agli Italiani: esalta l’assolutismo illuminato e attende dal trono ciò che ormai i patrioti aspettano dal popolo.
Sono anni di studio straordinariamente intensi e in una lettera a Giordani confessa “Mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo, infelicemente e senza rimedio per tutta la vita”: spina dorsale deviata, occhi deboli e malati, tutto l’organismo infiacchito. Il frutto che ne ricava, comunque, è prezioso: matura stile, gusto, modo di sentire l’importanza e l’efficacia della parola, scopre la sua voce più intima. Tra il 1815 e il 1816 si compie quella che lui chiama la conversione letteraria: dall’erudizione passa al bello poetico. Le bellezze dei numerosi poeti greci destano un tumulto creativo nella sua mente, l’arricchiscono e lo fanno sentire in pace. Nasce il poeta.
L’acuta sensibilità, la spiritualità romantica lo orientano a nuove letture: la Vita di Alfieri, l’Ortis, il Werther, Madame de Stael, Berchet. Dalle idee reazionarie passa agli entusiasmi per la libertà della patria; il sogno di un’esistenza magnanima già assorbito dai classici si anima di un’ansia violenta di agire e di vivere, di ribellione contro il destino e la mediocrità degli uomini, un impeto eroico, una nostalgia di impossibile che richiamano Alfieri e i campioni del romanticismo. Comincia a vivere la sua infelicità in un modo assai più tenebroso, a sentire l’infelicità certa del mondo, a riflettere profondamente sulle cose, a diventar filosofo, o meglio spirito capace di contemplare i suoi sentimenti ed esprimerli in poesia. In lui urge la brama di gloria, che urta contro la barriera dell’ambiente gretto e insensibile in cui è costretto a vivere; sente il peso dei doveri filiali nei confronti di un padre retrivo, timoroso di ogni idea moderna, e di una madre arcigna, che sa ubbidire alla ragione, non al cuore; soffre l’incomprensione di chi vive nel natio borgo selvaggio; il divario tra il mondo che sogna e la realtà grigia del vivere quotidiano. Giordani comprende la sofferenza, l’infelicità dell’amico: lo incoraggia a non perdere la speranza e gli fa immaginare l’esistenza di un mondo migliore, di uomini dotti e spiriti nobili, dove può trovare la tranquillità dell’animo e la gloria cui tanto anela.
Il poeta vuole uscire dalla casa paterna, da Recanati, che sente come una prigione: è l’ansia romantica di una realtà diversa, di un mondo liberato dai limiti in cui è cresciuto, chiuso dal raziocinio degli illuministi. Nel 1819 si prepara a fuggire, ma il suo proposito è sventato dal padre. Cade l’illusione che, fuori dal suo carcere, gli sia consentita una vita spiritualmente libera, un’esistenza eroica, degna di essere vissuta. Seguono anni di desolata rassegnazione – “ora sono inaridito come una canna secca”
- ma il dolore si trasfigura in alte pagine di poesia – L’Infinito, La sera del dì di festa, Alla luna,
La vita solitaria, Ultimo canto di Saffo. Nel 1822 il padre gli consente di soggiornare a Roma, ospite degli Antici. Nuova delusione, la vita è dovunque infelice e meschina. Inerzia, immoralità, presunzione, miseria spirituale: è ciò che offre la società romana, in particolare i dotti e gli ecclesiastici. Soltanto una visita alla tomba di Tasso lo turba sino alle lacrime, poiché vede in lui un uomo che ha sofferto e patito oltremodo. Torna a Recanati nel 1823, con una visione del mondo più amara e sconsolata, che inaridisce la sua fantasia. Si dedica completamente alla prosa, alla composizione delle Operette morali, in cui la lucida logica di un mondo governato da leggi meccaniche invincibili svuota del loro fascino i valori ideali da cui il poeta è profondamente sedotto: dimostra l’illusorietà di bellezza, gloria, patria, libertà, amore, beni irraggiungibili, se il sentimento non sa trasfigurarli in poesia.
Passano due anni e Leopardi lascia di nuovo Recanati, chiamato a Milano dall’editore Stella, a dirigere un’edizione di classici latini e italiani. Il clima, però, non giova alla sua salute ed è costretto a vivere tra Bologna, Firenze e Pisa, mantenendosi con le lezioni private e con l’assegno mensile fissatogli dall’editore Stella per alcune traduzioni e un commento al Petrarca. Trova conforto nella stima e nell’amicizia di letterati a Firenze, tuttavia non sente più il suo cuore, un tempo, sensibilissimo. A Pisa il clima dolcissimo sembra risollevare la sua salute e ridestarlo alla vita e alla speranza.
Soltanto allora torna alla poesia e compone Il Risorgimento e A Silvia, canto immortale in cui lo stesso poeta avverte il suo “cuore di una volta” come scrive alla sorella Paolina (1828). È una breve parentesi di gioia: le sue condizioni di salute si aggravano ed è incapace di sostenere le fatiche del suo impegno editoriale. Non vuole chiedere sussidi ai famigliari e torna a Recanati, dove si sente come soffocato in una prigione senza luce, in una disperata solitudine. Dal suo cuore sgorgano alcune delle liriche più luminose: Il passero solitario; Le ricordanze; La quiete dopo la tempesta; Il sabato del villaggio; il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, l’espressione più alta del mistero e del dolore universale.
Nell’aprile del 1831, pur di allontanarsi per sempre da Recanati, torna a Firenze accettando l’aiuto degli amici toscani. Cura l’edizione fiorentina dei Canti, con i cui proventi è risoluto a ripagare i suoi ospiti. A loro dedica una famosa pagina: lui vive ormai senza più speranza, ma in quel soffrire è una coraggiosa energia, una ferma volontà di lasciare agli uomini un messaggio che rappresenti l’esempio di un’intrepida costanza nel suo rifiuto di ogni rassegnazione. A Firenze prova anche un’ultima febbre d’amore, quell’amore che sempre ha sognato senza mai diventare realtà, se non nella poesia, forse l’unica illusione che avrebbe potuto vincere l’amara logica del suo disperato pessimismo.
Unico reale conforto in questi anni è l’affettuosa amicizia con il giovane napoletano Antonio Ranieri e la sorella di lui Paolina. Va a vivere a Napoli, in una villetta sulle pendici del Vesuvio; di lì, scrive il poeta, può godere la migliore aria di Napoli, in vista di tutto il golfo di Portici e del Vesuvio, del quale contempla ogni giorno il fumo e ogni notte la lava ardente. Continua a lavorare e scrive gli ultimi due grandi canti – La Ginestra e Il Tramonto della Luna – pubblicati postumi da Ranieri. Il 14 giugno 1837, a soli 39 anni, si spegne uno dei nostri più grandi e suggestivi poeti. Assistito dagli amici Ranieri, viene sepolto nella piccola chiesa di San Vitale, a Fuorigrotta.
IL PENSIERO
Leopardi analizza i più svariati problemi con una logica fredda e implacabile, ma le sue meditazioni non trovano un’organica sistemazione dottrinale. Non sale mai a quell’atteggiamento di pura speculazione a cui si elevano i filosofi, e che rasserena, in una disinteressata ricerca di verità assolute, le sorgenti pur sempre passionali della loro prima ansia di intendere la realtà. Dietro ogni pensiero si affaccia il suo volto doloroso, la sua espressione di uomo. Le argomentazioni sono sparse in osservazioni distaccate, nate sotto lo stimolo dei casi della vita e dei vari moti dell’animo, come avviene nello Zibaldone e nei Pensieri: segno indubbio che i sentimenti sono all’origine delle sue costruzioni, ed essi ne fanno una guida ad intendere la vita intima e il mondo della fantasia. Leopardi, dunque, è poeta troppo grande per poter essere filosofo.
Nella trama di sentimenti e pensieri che si alternano e si susseguono, distinguiamo quattro momenti. Angoscia soggettiva. Elabora sentimenti di delusione, noia, dolore: li lega alla sua specifica condizione di figlio che non ha l’amore dei genitori, ha perso la fede che gli è stata inculcata, non ha rapporti con gli altri. È il sigillo in cui il suo io si differenzia: può ricordare il concetto di malattia in Svevo, il dolore che lo rende più sensibile e acuto degli altri, lo esalta e lo deprime. Si evidenzia un titanismo che è privilegio, ribellione, ricorrente in Leopardi, come dice Bosco.
Pessimismo storico. È il momento delle canzoni civili, filosofiche e dei Piccoli Idilli. Scopre Rousseau, Alfieri: lo affascina il rapporto tra natura e cultura, il mito della natura felice, dell’uomo reso infelice dalla storia. Elabora il concetto di natura benevola, che crea l’uomo ingenuo, circondato da un mondo fiabesco, ricco di illusioni che l’uomo crede vere. Ma interviene la ragione, la civiltà, il progresso a distruggere i miti, le illusioni e a rivelare la sostanza delle cose. Per ciascuno di noi esiste l’infanzia gioiosa, in cui siamo come l’umanità dei tempi antichi. Poi interviene l’età in cui la ragione si desta a parlare, a distruggere i sogni, a mostrare l’arido vero.
Nasce il concetto di uomo antico sereno e di uomo moderno nevrotico. È un momento titanico: se l’infelicità è nella storia, basta riportare l’uomo alla natura e protrarre la sua fase infantile. Pessimismo cosmico. Il mondo è dominato da leggi meccaniche inesorabili, che creano e distruggono in un’incessante trasformazione: i fini di questo perenne mutamento sono incomprensibili, il dolore è una realtà assoluta, perenne. L’uomo è come una foglia in balia del vento “non sa nulla, non è nulla, non può sperare nulla” e soltanto per uno sciocco orgoglio crede che il mondo sia fatto per lui.
La vita, dunque, è un cammino faticoso che si conclude nel nulla eterno e il genere umano fu e sarà sempre necessariamente infelice. Non il genere umano soltanto, però di tutti gli esseri il più sventurato è proprio l’uomo, perché, dotato di ragione, ha coscienza della propria infelicità, sa che non gli è dato uscire dai suoi limiti, dalla sua miseria. Pessimismo agonistico o eroico, secondo la critica di Walter Binni. Contro la logica deserta visione si leva un sentimento di ribellione: l’impeto individualistico romantico del sentimento, che l’implacabile forza della ragione non riesce a distruggere. Se nelle ore più dolorose le illusioni sono svuotate dalla lucida logica, esse restano vive e operanti nel sentimento e nella fantasia per essere trasfigurate nella poesia: il desiderio di uscire da Recanati, la speranza di gloria, un improvviso sogno d’amore, l’ammirazione della bellezza della natura riscaldano il cuore e danno vita al bello poetico. Vi è l’insurrezione di una individualità che non si lascia sommergere dal dolore, ma si leva alta sulle amare conclusioni. Le stesse amare parole con cui esprime la sua infelicità riaffermano un vigoroso sentimento dell’invitta energia titanica che è nell’uomo. Gli elementi essenziali del pessimismo di Leopardi sono espressi nella sua prosa: lo Zibaldone, i Pensieri, e le Operette morali. Zibaldone È una vasta raccolta di appunti annotati dal 1817 al 1832. Rappresenta un diario, in cui si riflettono i suoi studi e l’intima vita della mente e del cuore. Deve servire a lui solo, perciò viene pubblicato dopo la sua morte.
Pensieri Ribadiscono le desolate conclusioni del pessimismo leopardiano, senza aggiungere molto alla fisionomia spirituale dell’autore. Operette Morali Sono molto più importanti, per il valore letterario e i momenti poetici di cui si arricchiscono. Leopardi, dopo aver cercato di inserire il suo dolore in una concezione universale dell’infelicità, tende a trasferire le conclusioni da un piano filosofico ad un piano poetico. Restano, però, ancora oscillanti tra pensiero e arte. Parecchie operette si presentano come prosa continuata, ma in generale prevale il dialogo.
All’inizio vi è una fantastica Storia del genere umano, in cui si delinea il passaggio degli uomini da un’epoca mitica di gioia inconsapevole a quella tristissima iniziata con l’apparizione nel mondo della sapienza e della verità. Dialogo di Timandro e di Eleandro. Leopardi sembra difendere il suo atteggiamento di fronte alla vita: Eleandro esce in due frasi significative “ridendo dei nostri mali, trovo qualche conforto” e, più avanti, “dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso”. Questo sorriso, frequente nelle Operette, è un modo in cui le tetre concezioni si pongono di fronte al poeta come oggetto di contemplazione. Oscilla tra l’irrisione alle illusioni e la pietà per il vano sperare e desiderare. Non è mai riso acre: nasce da una disperazione che vuole vincere sé stessa.
Spesso il poeta chiude il suo pensiero tra miti e favole, che vivono di una loro vita rasserenata, come quella Natura che appare all’Islandese come una sfinge, non finta ma viva, più bella che terribile, lontana dalla deprecata natura maligna. Dialogo di Colombo e Gutierrez. Insiste sulla vanità e il tedio della vita, ma l’attenzione è attratta da altri elementi. La maestosa vastità dell’oceano; i naviganti, desiderosi di “un cantuccio di terra”, sempre tesi a scoprire la cima di un monte o di una foresta; il ramoscello di albero con coccole rosse e fresche; gli stormi di uccelli ora tanto numerosi: sono immagini di bellezza, di sentimento vagheggiate dal poeta.
Le pagine migliori delle Operette rivelano un grande prosatore: è una prosa limpida, la cui vita nasce non già da una pura abilità di letterato e di stilista, bensì dal confluirvi, in una personale armonia, di tutte le esperienze della mente e del cuore di Leopardi. La Critica. Nel vasto panorama della critica leopardiana è interessante il pensiero di Gentile, quale emerge da due saggi pubblicati nel 1916 e nel 1919, Operette morali e Prosa e poesia di Leopardi. Gentile ridimensiona il pessimismo di Leopardi, attribuendolo storicamente e concettualmente all’influenza della filosofia materialista, direttamente ereditata dai Lumi. Si tratta quindi di un pessimismo della ragione, che Gentile giudica tutto sommato poco originale, al quale oppone un ottimismo del cuore, profondamente radicato nell’animo del poeta. Così scrive Gentile “Leopardi, pessimista di filosofia, e quasi alla superficie, fu invece ottimista di cuore e nel profondo dell’animo: tanto più acutamente pessimista col progresso della riflessione, e tanto più altamente e umanamente ottimista”. Luporini, filosofo e critico, dichiara che Leopardi è sempre stato il suo poeta prediletto e con costanza ha continuato a leggerlo e a rileggerlo, scrivendo saggi sul suo pensiero e sulla sua poesia. In uno dei suoi studi del 1938 Luporini presenta un Leopardi esistenzialista. Sostiene che nel dato storico, nell’epoca romantica va inquadrata quella coscienza infelice. Pur parlando del suo io, esprime il disagio di tutta la cultura europea, un disagio di cui noi siamo figli – nell’anima moderna c’è una nota leopardiana. Ha ragione Sapegno a dire che nella vita di tutti noi c’è un momento leopardiano.
Luporini, esistenzialista, interpreta il pessimismo leopardiano alla luce del pensiero di Hegel: esistono uomini che si sentono incongruenti con la realtà storica ed elaborano una visione del mondo soltanto a livello concettuale, non conoscono la vita. Nessun uomo che viva siffatta esperienza può essere contento: non può vivere solo, ma sente di essere solo. Prima o poi percepisce il disagio di tale strozzatura, vuole vivere e deve confrontare la propria visione con il reale, con il mondo. Inevitabilmente accade quando è tardi: ormai la sua visione è più forte della realtà e questa si presenta come negatività insuperabile. Si è fatto ormai una visione così nobile della vita che non può più adattarsi, ridimensionare le proprie illusioni.
E la negatività non consiste soltanto nelle misere vicende personali, ma nelle misere vicende storiche. Nel mondo reale il poeta scorge il Risorgimento, ma lo deve rifiutare, perché la sua visione attinge a una volontà di giustizia e democraticità tale che la situazione presente lo delude. Leopardi, però, lascia un messaggio attualissimo: in un’epoca tanto confusa si può, anzi si deve essere disillusi, ma non per questo inerti e rassegnati. Essere nichilisti e insieme attivi. I Canti L’attività poetica di Leopardi inizia veramente quando, ormai malato ed infelice, abbandona le “sudate carte” e i suoi “studi matti e disperatissimi” per raccogliersi in un doloroso colloquio con sé stesso. Inizia dunque come elegia della propria sventura e rimpianto della giovinezza, perduta prima ancora di raggiungerla; nasce dal dolore ed esprime il desiderio di trovar pace nella morte.
C’è un abbandono sentimentale che svela quanta passionalità romantica si agiti sotto la vasta erudizione del giovanissimo filologo. L’apprezzamento della morte è una cantica in cui il poeta, ancora legato alla fede cristiana, mescola l’elegia sulla propria fine imminente con elementi tradizionali del cristianesimo. Primo amore conferma l’innamoramento per una cugina ospite in casa Leopardi. È un amore vagheggiato nel silenzio e nella solitudine del proprio animo, ignorato da chi lo ispira. L’effusa passionalità di queste prime liriche è ancora lontana dalla rasserenata trasfigurazione che è propria dell’arte.
Il primo superamento di questo sentimentalismo e autobiografismo è presente nei Canti civili. La Canzone all’Italia è una pagina oratoria più che di poesia, che evoca il mondo antico e svela una compostezza, una proprietà, un decoro tradizionalmente classici. Ma con l’oratoria e la cura formale Leopardi si allontana dalla spontaneità del sentimentalismo e nell’evocazione dell’antichità supera l’autobiografismo. Non solo: il rimpianto con cui il poeta esalta il mondo antico e la condanna del proprio tempo, ormai privo di ogni luce, esprimono la sua nostalgia per un’esistenza diversa e per una terra migliore.
Ad Angelo Mai. Nella canzone dedicata al grande filologo Leopardi rievoca una lunga schiera di grandi. L’anima di quelle figure e la luce che le avvolge sono una proiezione di sentimenti leopardiani: Dante si illumina di magnanimità e di sventura; Petrarca di inappagato desiderio di amore; Cristoforo Colombo di ansia di vasti orizzonti e dell’amara coscienza che la verità è inferiore al sogno; Ariosto ricanta gli ameni inganni e gli incanti dell’adolescenza; Tasso si satura dell’infelicità e del pianto del giovane Leopardi; Alfieri esprime l’impeto agonistico che lo rese intrepido dinnanzi alla nuda verità e al pensiero della morte, forte della sua magnanima ansia di un’umanità migliore.
Il componimento è posteriore soltanto di qualche mese al tentativo di fuga del poeta dalla casa paterna, quindi l’amarezza e lo scontento del presente sono qui trasposti nel clima di una sofferenza più umana e personale, sono le note dolenti di un’anima che piange il morire delle illusioni, del caro immaginare dell’infanzia. Il vagheggiamento dei motivi eroici del mondo antico cede lentamente al pessimismo, alla coscienza di un dolore irrimediabile. A un vincitore nel gioco del pallone. Il poeta contempla la futura rovina della patria e il deserto che occuperà i sette colli di Roma: è la visione di una storia umana che si dissolve nel nulla, come la vita di ogni uomo. Conclude con un’affermazione polemica e schiettamente romantica: la vita è degna di essere vissuta soltanto se resa più preziosa e faticosa dal pericolo, dall’incombere minaccioso della morte.
È questo il tono del Bruto Minore (1821) e dell’Ultimo Canto di Saffo (1822). L’eroe della libertà repubblicana, dopo la sconfitta a Filippi, sente ormai fatale la rovina di Roma e gli appare vana ogni virtù. Un destino di dolore e di morte grava sugli uomini: i numi, se esistono, sono insensibili agli umani affanni; la natura assiste immota alle sciagure umane. Soltanto le fiere e gli uccelli non conoscono la sventura, poiché non ne hanno la coscienza: più tragico è il destino dei figli di Prometeo, che illuminati dal pensiero conoscono l’infelicità del mondo. L’eroe tronca la sua vita, come per un’alfieriana protesta contro l’ingiustizia del fato.
Se con il suo gesto di sfida titanica, Bruto distrugge l’illusione, che si era creato negli anni giovanili, della virtù e della patria, Saffo distrugge quella dell’amore. Secondo un’antica leggenda, l’anima altissima della poetessa greca viene posta in un corpo brutto e sgradevole: disperata per un amore infelice, si uccide. Più rigida, alfieriana, razionale è la figura di Bruto; più umana quella di Saffo – perché autobiografica. Autobiografismo e sentenziosità si purificano nella fantasia: certi accenni al paesaggio notturno, certe voci di piante, alcuni richiami all’impassibile bellezza della natura appartengono già alla grande poesia del Leopardi.
Inno ai Patriarchi (1822). Nasce dalla consapevolezza che anche l’età fantastica del mondo classico è ormai fuori dalla storia umana, collocata in un secolo remoto come una cara illusione, simbolo trasfigurato di quegli anni di sognante e fiduciosa adolescenza con cui si apre la vita di ogni essere. Così la fantasia si rifugia in un mondo ancora più remoto, il mondo biblico di Adamo e dei primi padri, fuori da ogni determinazione storica, con la coscienza che è soltanto la patria ideale di una vana fantasia. Tutti i tempi si sono svelati uguali alla contemplazione ansiosa di Leopardi e gli uomini di ogni secolo si sono livellati in una uguale fraternità di dolore e di disinganno.
Il poeta non tornerà più a peregrinare verso Roma, verso la Grecia, né si rifugerà in altri secoli più lontani: tornerà a sé stesso, perché nel suo destino si rinnova quello che da millenni è il destino dell’uomo. Allo stesso modo non cercherà più il linguaggio eletto della tradizione classica: il suo linguaggio quotidiano equivale ad ogni altro nel dire la tristezza immutata e immutabile dell’umanità.
LA POETICA
Nasce il grande poeta. Non si rifugia più nei vagheggiati secoli e luoghi remoti. Il poeta torna a sé stesso, alla propria vita individuale, ma è consapevole che il suo è il destino di tutti, quindi la sua vita si è ormai dilatata fino ad accogliere in sé il perenne dolore dell’umanità. Il linguaggio poetico, quindi, deve essere nuovo ed estroso, impreciso e vibrante di grande forza evocativa. È il linguaggio quotidiano, di una compostezza e un’armonia di tradizione classica ma rinnovate a tal punto da risuonare di una purezza primordiale. Ha perso ogni concretezza, aderenza con ciò che è grammatica, sintassi, raziocinio, per diventare fantasia, sentimento, cuore.
La lingua non potrà essere ragionevole come è l’idioma francese; dovrà essere poetica come è la lingua italiana, proprio perché conserva la varietà, l’efficacia e la vivacità delle lingue antiche. Il linguaggio quotidiano in Leopardi acquista una densità, un’intimità e una risonanza tali che sembra venire da una profondità smisurata di tempi e di spazi. La poesia moderna deve dunque distinguersi da quella antica. Se per gli antichi la poesia era fatta di miti, per i moderni è costituita soltanto di affetti e di idee. I romantici hanno ragione ad affermare che la poesia moderna deve essere sentimento, ma hanno torto quando, nella loro sete di libertà, nel loro slancio di adesione spregiudicata alla realtà, non tengono conto che la poesia, per sua essenza, mal tollera l’intrusione di elementi prosastici, legati al mondo della ragione e della scienza.
La poesia moderna deve essere lirica, spontanea effusione del cuore, liberazione di uno stato d’animo di intenso travaglio, quindi conforto e rasserenamento dello spirito. Vera poesia può nascere soltanto dalle rimembranze e dall’infinito, cioè da una lontananza temporale e spaziale che valga a togliere ai fatti, alle cose, alle persone descritte il senso rigido della loro realtà. È poesia quella che rinnova in ciascuno di noi un’epoca dell’umanità anteriore al dominio della ragione: il tempo della fanciullezza e della prima giovinezza, ricco di errori, immaginazioni infinite, accese speranze, al quale il nostro spirito guarda con accorata nostalgia e con la tristezza di un bene irrimediabilmente perduto. È una poesia quindi che non narra e non imita, ma canta; non rappresenta ma esprime; è risolta e sublimata in musica, in una forma di espressione che solo può rendere la delicatezza del sentimento nella sua genuina purezza, non appannata da alcun elemento realistico. Piccoli Idilli Sono brevi canti che ritraggono, in piccole immagini – dal greco affetti, esperienze dell’anima del poeta, spesso disegnate su uno sfondo paesaggistico, di racconto e intimo ambiente paesano, “in solitaria parte”, o resa solitaria e lontana dall’assorta contemplazione con cui il poeta la guarda. È proprio questo senso di solitudine, in cui si leva e si distende un dolore calmo e raccolto, a legare in unitaria intonazione L’Infinito (1819). La sera del dì di festa (1820), Alla luna (1820).
Ad ispirare non è il contingente, bensì un moto dell’animo, una sensazione, l’evocazione di un sogno fanciullesco o di un ricordo. È l’oblio della realtà, una musicale brama di evasione, un fantasticare che il dolore non turba, il silenzio e la quiete dove l’umano del mondo e dell’individuo naufraga nell’immensità di spazio e di tempo. L’Infinito È tra le liriche più grandi che la poesia di ogni tempo abbia mai espresso. Leopardi trova finalmente sé stesso: liberatosi da ogni peso di cultura o proposito oratorio, può esprimersi in assoluta libertà lirica ed esaudire la sua unica autentica vocazione.
Da un piccolo punto della terra – l’ermo colle, la siepe – si allarga l’universo, oltre ogni orizzonte, in un ampliarsi vertiginoso del sentimento dello spazio: uno spazio infinito, sul quale si stende un assoluto silenzio, una quiete senza limiti di tempo. Poi il vento passa tra le foglie degli alberi e le fa stormire: breve e labile voce che è un nulla in confronto al sovrumano silenzio. Quel sussurro del vento di fronte al silenzio assoluto è come la storia degli uomini sullo sfondo del tempo infinito: le età ormai scomparse sono state un momentaneo bisbigliare di foglie mosse dal vento, di cui non è rimasta traccia. Così avverrà dell’epoca presente, viva oggi per un attimo, prima di scomparire nell’infinità del tempo. Vi è un intenso stupore davanti all’infinità del tutto: ne nasce un abbandono senza resistenza “e il naufragar m’è dolce in questo mare”.
Il travaglio interiore che domina il Leopardi dà vita alle Operette morali nel 1824: quei dialoghi dal tono scherzoso fra l’indifferente e il trasognato rappresentano il modo per dominare l’incombente tristezza. Ora lo spirito leopardiano riesce a contemplare il dolore dall’alto, con l’occhio fermo, distaccato di chi non si fa più illusioni e può liberare il suo canto spiegato. A Silvia, Le Ricordanze, La Quiete dopo la tempesta, Il Sabato del villaggio, Il Passero Solitario, Canto solitario di un pastore errante dell’Asia: sono il vertice sommo della sua arte.
Grandi Idilli (1828-1830) Leopardi ha definitivamente trovato sé stesso e a questa scoperta l’hanno guidato le Operette morali. Non è mutata la sua amara e sconsolata visione della vita e degli uomini: quella disperazione, però, che mitizzava il suicidio di Bruto e di Saffo, si è ora composta in uno stoico dominio del dolore, in uno sguardo chiaro e senza lacrime. La sua è una pace disperata, che il cuore, però, può riscaldare volgendosi al passato, ai dolci fantasmi dell’età giovanile. Pur nella stoica rinunzia ad ogni speranza, ad ogni illusione, ad ogni fede, egli serba ancora per sé qualcosa di ineffabilmente caro: la tenerezza delle rimembranze. È l’unica autentica fonte di commozione per il suo cuore che non si rassegna a tacere.
A Silvia. Lieve è la trama: Silvia è la giovinetta che la morte ha rapito sul limitare della gioventù e per l’adolescente poeta questo ha segnato l’inizio della triste realtà, della morte di ogni entusiasmo. Tanta è la tenerezza di immagini e il respiro musicale che costituiscono l’essenza del canto, tali da distruggere la materialità di concetti e di parole. Le Ricordanze. Sono un’eco del canto A Silvia. Rendono un’armoniosa armonia di ricordi infantili, dove non è soltanto il ricordo dei giorni lieti, ma anche di quelli tristi, non solo delle gioie godute ma pure di quelle immaginate vagamente. Una trama di affetti delicatissima, affidata a suoni e parole di estrema immaterialità, nella lirica sublimazione di ogni cosa che sia reale.
La Quiete dopo la tempesta. Più che mai risplende una delle virtù più alte e più singolari del grande poeta: il suo verismo, che consiste in una limpida chiarezza realistica accompagnata da una risonanza sentimentale fatta di echi profondi e struggenti. La vita del paese risorge dopo la tempesta, l’artigiano si fa sull’uscio a guardare il cielo; l’erbivendolo “rinnova di sentiero in sentiero il grido giornaliero”; la gallina torna sulla via. Tutto è vero e pronunciato con esemplare tranquillità e precisione di accenti eppure tutto è delicatamente sfumato, come visto nella lontananza di un sogno, o meglio, filtrato attraverso la memoria che rievoca commossa non un paesaggio ma lo stato d’animo che quel paesaggio suscitò in anni remoti e nostalgicamente cari.
Il Sabato del villaggio. È il mondo agreste del borgo alla vigila della festa: la vecchierella fila e racconta del suo tempo antico; le vicine sono intente ad ascoltarla; lo zappatore ritorna al povero desco; i fanciulli garruli sulla piazzuola “fanno un lieto rumore”. I particolari descrittivi sono limpidi per precisione di disegno e semplicità di linguaggio: una luce dolce, serena e raccolta è diffusa su tutte le cose ed esprime la dolcezza e la pacatezza con cui il poeta le contempla. Il Passero solitario. Descrive la stagione più dolce, la primavera: una luminosità e una festosità diffuse, un brillare dell’aria e un fremere gioioso della terra fanno intenerire il cuore. C’è la letizia degli altri uccelli, ma “tu pensoso in disparte il tutto miri, non ti cal d’allegria”: nel passero solitario il poeta proietta sé stesso ne fa una voce della sua spiritualità, del rimpianto di una festa immensa della natura, di un tempo beato cui non seppe partecipare. Come dice Binni, “la coerenza linguistica leopardiana è anzitutto coerenza musicale”: il linguaggio limpido e familiare si fonde con certi arcaismi – famiglia per compagni, german per fratello – senza creare dissonanze. Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. La prima ispirazione venne a Leopardi dalla relazione di un viaggiatore, che narrava di popolazioni nomadi dell’Asia, e come molti di questi uomini erranti trascorressero la notte seduti su un masso a contemplare la luna, improvvisando parole e arie assai tristi.
Qui la commozione del poeta è suggerita non dalla poesia delle reminiscenze o da quella dei paesaggi famigliari, ma dalla sterminata solitudine di un panorama favolosamente lontano e selvaggio, ove la luna ascolta impassibile il soliloquio del pastore. È l’ansiosa ricerca di una ragione da dare all’esistenza dell’universo: il cielo e la terra – la luna e le greggia – sono distanti ma avvicinati da una sorte comune di mistero e vanità. Silenziosamente, in eterno scorre il tempo. La luna compie il suo cammino in un tacito fluire instancabile e l’uomo, nella vacuità delle sue opere, passa come sussurro del vento, insensibile stormire di fronde dinnanzi all’immensità temporale.
Gli anni che seguono la creazione dei Grandi Idilli rivelano in Leopardi l’uomo oppositore e ribelle, simbolo di un ideale di vita eroica, che strenuamente si aderge contro i mali del mondo e la fatale infelicità umana. L’artista, però, cade spesso nell’oratoria e nel didascalismo e dà vita a componimenti di perfezione formale, intellettiva, ma scarsi di impeto lirico. Questo non perché i temi non tocchino il poeta, ma perché non toccano il suo cuore, quindi non giungono a sciogliere la loro durezza intellettuale. Nel risorgere di elementi razionali, quasi a continuare la Batracomiomachia, l’antico poemetto greco a suo tempo tradotto, compone i Paralipomeni alla Batracomiomachia, poemetto che schernisce le opere e le concezioni che si sono manifestate soprattutto nei moti e nelle reazioni del 1820-21, sotto l’ironica favola di una guerra fra topi, granchi e rane, rispettivamente i liberali, gli Austriaci, e i pontifici. L’opera si svolge tra freddi ragionamenti e sarcasmi, a parte qualche brano di letteraria finezza. Da quest’anima esausta esce ancora un canto altissimo La Ginestra È composta nella primavera del 1836, un anno prima della morte. Muove da un umile particolare, dall’odorata ginestra che sorge solitaria sull’arida schiena del minaccioso Vesuvio. Il paesaggio è scabro: non molli pendici ma scheletrica aridità, immagini di solitudine e di deserto. Non più abbandoni e rimpianti, ma un volto e uno sguardo fermi dinnanzi alla natura implacabile e sterminatrice: fa pensare alle eruzioni della lava, alle città distrutte, alla fragilità della vita e delle opere umane, alla terra come a un granello di sabbia nell’infinità dello spazio e all’uomo come un punto di questo granello, nell’incessante fluire del tempo. È la parte meditativa e dolente a soverchiare quella rappresentativa, a danno della purezza del canto.
Ci sono momenti di lirismo, tratti di indimenticabile dolcezza “o fior gentile, e quasi i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo, che il deserto consola”. Tanta è la gentilezza, la dolcezza in quel fiore solitario che cerca con il suo profumo il cielo: è lo stesso profumo che dalla poesia di Leopardi si leva in alto. Di ispirazione titanica è il nobile messaggio di solidarietà con cui conclude questo canto: di fronte ai mali dell’universo ammonisce a non abbassarsi, vilmente supplichevoli; né, nella coscienza della fragilità e miseria, ad ergere superbi il proprio capo; piuttosto a tollerare la fatica di vivere mediante un fraterno abbraccio di tutti i viventi.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
32. Letteratura del Risorgimento e Francesco De Sanctis
Quadro del capitolo. Nel Risorgimento la letteratura è spesso inseparabile dal progetto di costruzione nazionale. Scrittori e intellettuali attribuiscono alla parola una funzione educativa, civile e politica. De Sanctis, nella storiografia letteraria, trasforma questa eredità in un metodo critico capace di leggere le opere come espressione viva della storia e della coscienza.
Nuclei fondamentali: letteratura patriottica • Pellico • Gioberti • Mazzini • letteratura e nazione • De Sanctis e critica storica
A parte le altezze sovrane cui pervengono Foscolo, Leopardi e Manzoni, la poesia italiana della prima metà dell’Ottocento è essenzialmente ispirata dal sentimento della patria e della libertà della nazione: sono liriche, odi e inni traboccanti di passione patriottica, appartenenti alla storia civile più che a quella letteraria. Basti ricordare l’Inno Fratelli d’Italia del genovese Goffredo Mameli. Giovanni Berchet merita un posto d’onore. Legato al gruppo del Conciliatore e alla Carboneria lombarda, dopo i moti del 1821, deve vivere in esilio per quasi trent’anni tra Inghilterra, Francia e Germania, con il cuore pieno delle sciagure della Patria lontana, dove può tornare soltanto al termine della vita, per morirvi senza il conforto di vederla libera e unita.
Studioso delle letterature straniere moderne e traduttore di Burger, Schiller, Gray, Berchet sente il bisogno di una letteratura viva e contemporanea, di una materia poetica e di un linguaggio nuovi, come si rileva dalla sua Lettera Semiseria. Se sposa la causa romantica con slancio, lo fa soltanto perché nel Romanticismo vede un nuovo modo di operare in favore dei suoi ideali civili e patriottici. Fantasie Sono l’espressione più risonante di quella che Croce ha giustamente definito “la lirica dell’esule”. Il protagonista è un esule che ricorda il passato dell’Italia più glorioso e considera il triste presente.
L’amore per la patria lontana e afflitta, la nostalgia della terra materna, la speranza nella sua risurrezione, sono sentimenti che non hanno mai abbandonato lo scrittore e nei suoi versi trovano accenti di sincera commozione, capaci, ancora oggi, di risuonare virili e immuni da retorica. L’esigenza romantica di una maggiore fedeltà al vero e al reale, nella prima metà del 1800, si risolve in una letteratura che si avvale del realismo per rendere più popolare le sue manifestazioni. Fonte di realtà e di concretezza è la storia.
Si diffondono il romanzo storico e l’autobiografismo, cioè prosa di memorie. È il problema nazionale il più profondo e impellente di quanti assillano lo spirito dei nostri scrittori: sono presi ad argomento i problemi che maggiormente possono suscitare nei contemporanei l’odio contro le dominazioni straniere e il proposito eroico di rinnovamento e di riscatto. Rievocano il Medioevo con le lotte dei Comuni contro Barbarossa; il Cinquecento con le ultime resistenze della libertà italiana al dominio degli stranieri. A parte l’insigne romanzo storico che è il capolavoro manzoniano, questo genere assai raramente raggiunge il grado dell’arte – Tommaso Grossi, Massimo d’Azeglio, Cesare Cantù, Domenico Guerrazzi.
Ippolito Nievo è il più geniale tra gli autori immuni dalla retorica e dal ciarpame medioevalistico caro ai romanzi storici della prima maniera. Generosa figura di patriota e di combattente, partecipa alla spedizione dei Mille e muore in un naufragio proprio alla vigilia dell’unità d’Italia. Le Confessioni di un Italiano È il suo capolavoro. Immagina che il protagonista analizzi i fatti della sua lunga esistenza intrecciandoli con gli eventi più memorabili della storia italiana: fine della Repubblica di Venezia, il suo crollo “senza lacrime, senza dignità, senza funerali”; invasione napoleonica; primi moti del Risorgimento; Repubblica Romana e Partenopea; sino al 1858, vigilia dell’unità nazionale.
La prima è la parte migliore del romanzo: il vecchio castello di Fratta, nel Friuli; il protagonista fanciullo e i suoi piccoli amici; il mondo sonnolento della nobiltà feudale in sfacelo sul finire del
- Il giovane Nievo – ha soltanto 21 anni quando scrive il libro – non risuscita luoghi, ambienti,
persone della sua infanzia, ma richiama uomini e cose soltanto immaginate al calore degli affettuosi racconti del nonno – un patrizio veneziano che ha assistito all’ultima seduta del Maggior Consiglio della Repubblica. L’atmosfera è quindi tutta impregnata di una tenerezza e dolcezza di ricordi così sentiti da indurre l’autore a valersi di un tono caricaturale, per non lasciarsi troppo commuovere dalla malia che emana da quel paradiso perduto: le comiche figure del signor conte e del suo inseparabile cancelliere, del grasso canonico Orlando, del brutto e spavaldo capitano Sandracca. E con loro il vecchio e saggio grattaformaggio Martino, la pallida Clara romantica e soave, l’inquieta e inquietante Pisana.
Su questo mondo pigro e abitudinario, nel tramonto di una civiltà ormai stremata, si abbatte la rivoluzione, poi Napoleone: i personaggi sono dispersi, l’amore-passione di Carlo e della Pisana li vede divisi e riuniti da avvenimenti e dal temperamento capriccioso della donna; Carlo partecipa alla lotta del Risorgimento, cui segue la prigionia, poi la cecità, la condanna all’esilio, la dimora a Londra, dove la Pisana lo assiste per l’operazione che gli ridà la vista; infine la morte rasserenata della Pisana. Se la prima parte è pervasa dalla poesia dei ricordi, la seconda è percorsa da fremiti di idee e di passioni destinate a mutare l’esistenza di uomini e di nazioni: c’è un impeto di azione, una concezione eroica della vita, di vivida impronta foscoliana, in particolare dell’Ortis.
Dal punto di vista estetico il romanzo rivela una costruzione non sempre armoniosa, uno stile spesso appesantito da ornamenti ed eleganze letterarie, la giovanile tendenza all’eccessivo, l’immediato, il frettoloso. Difetti di misura e di ponderazione sono compensati, in generale, dal calore e dalla vivacità di fantasia, dalla freschezza di tono, dall’impeto del sentimento. Silvio Pellico è il maggiore e più famoso rappresentante dell’autobiografismo. Nasce a Saluzzo nel 1789. Trascorre la fanciullezza e la prima adolescenza fra Pinerolo e Torino, ove compie i primi studi. Nel 1806 lascia la casa paterna e l’atmosfera moralmente rigida e conservatrice in cui è cresciuto, per recarsi a Lione, ospite di un parente. Vi rimane quattro anni durante i quali si apre a interessi nuovi, soprattutto alle idealità romantiche, aiutato dallo studio dell’inglese, del tedesco e dalla conoscenza diretta del francese.
Nel 1810 si stabilisce a Milano, si inserisce ben presto nel mondo intellettuale e stringe amicizia in particolare con Foscolo. Ben presto acquista fama come letterato e poeta soprattutto dopo la composizione della tragedia Francesca da Rimini, rappresentata con molto consenso di lodi. È precettore presso nobili famiglie, tra cui il conte Lambertenghi, uomo colto e patriota, che accoglie letterati animati da idealità romantiche e liberali. In quell’ambiente nasce Il Conciliatore e Pellico ne diventa capo redattore. La politica austriaca, dopo soltanto un anno, sopprime il battagliero giornale, ma non può spegnere lo spirito patriottico di chi l’ha creato.
Nel 1820 Pellico aderisce alla Carboneria, insieme a Maroncelli e parecchi collaboratori del Conciliatore. Scoperti, molti sono arrestati, tra i quali Silvio Pellico. Trasferito nella prigione dei Piombi a Venezia, è condannato a morte per volontà del governo austriaco, pena commutata in quindici anni di carcere duro alla fortezza dello Spielberg, in Moravia, l’ergastolo più duro della monarchia austriaca. Dal 1822 vi rimarrà soltanto sino al 1830, quando riceve la grazia, ormai stremato dalle sofferenze morali e materiali. Torna a Torino, dove trascorre una vita ritirata nella casa della marchesa Barolo come amministratore e bibliotecario. Muore nel 1854 assistito dalla Marchesa. Una nobile statua è stata elevata nella piazza centrale a Saluzzo.
Scrive dodici tragedie, cantiche, liriche e un libretto, ammirato da Mazzini, Dei doveri dell’Uomo, chiara espressione di pedagogia politica e della sua visione moderata. Le Mie Prigioni A questo libretto aureo amato da contemporanei e posteri è giustamente affidata la fama di Pellico. È restio a darlo alle stampe: la madre persuade il figlio a considerarlo per quello che è veramente, cioè un libro di educazione religiosa, quindi utile agli altri e come tale, in coscienza, va pubblicato. È accolto da numerosissimi lettori e ammiratori: le edizioni e traduzioni si moltiplicano.
Pellico diventa un punto di riferimento: Mazzini vuole conoscerlo; Gioberti ha sincere parole di lode per quel libro che riuscirà a trasformare lo Spielberg in un luogo di pellegrinaggio. Molti l’hanno considerato una tremenda requisitoria contro gli invasori, compiacendosi di ripetere che nocque all’Austria più di una grande battaglia perduta. In realtà Pellico vuole affidare alla sua opera una lezione di forza d’animo: attraverso una serie penosa di intimi dissidi vissuti nella sofferenza dell’orribile carcere, egli conquista la forza sovrumana della fede religiosa. Il patimento fa meditare: sostituisce alle brillanti affermazioni della filosofia la chiara, semplice, profonda verità di fede in forza della quale Dio esiste, infallibile giustizia, dunque tutto ciò che avviene sulla terra, anche il dolore dell’uomo, è per un bene superiore. Ne segue l’umile accettazione del sacrificio, la compassione, anche per i nemici. Nasce un animo nuovo, ricco della pacata intima dolcezza dell’abbandono in Dio, un senso di fraternità che rende più forti e sereni. È un libro che tocca il cuore e nello stesso tempo è documento e testimonianza politica: c’è il racconto della quotidianità, nella terribile durezza di sventure atroci, di fame, malattie, iniquità presenti nelle istituzioni, nelle leggi, nei regolamenti penali, tanto più evidenti quanto più gli uomini cercano, nella loro pietà, di confortare la sventurata esistenza dei condannati. Ed ecco la galleria di incontri con personaggi emblematici: Zanze e Maddalena, creature femminili ritratte con un riserbo delicatissimo eppure con tanto affettuoso abbandono; il mutolino; Schiller, il carceriere burbero e profondamente umano, reso con tanta verità e simpatia, ricco di compassione nei confronti dei prigionieri, forte di una morte serena. Lo stesso noto episodio dell’amputazione sofferta da Maroncelli è una pagina di equilibrata verità e di limpida energia. Lo stile semplice e disadorno, il linguaggio scarno, ridotto all’essenziale, rivelano i sentimenti di Pellico, il palpito del suo cuore commosso. Vincenzo Gioberti, uomo politico e più ancora filosofo, rivela nelle sue opere anche un’intenzione letteraria. Primato Morale e Civile degli Italiani Nel tono solenne di enfatica oratoria, anacronistico nel secolo della prosa piana dei Promessi Sposi, vive un afflato religioso così forte, una passione patriottica così sincera che molte pagine sono ricche di immagini davvero efficaci.
La rievocazione delle glorie e dei lutti del popolo italiano crea quadri vigorosi delle varie epoche storiche e disegna ritratti penetranti di uomini politici, filosofi, artisti e poeti, tali da essere ancora attuali – Alfieri, Pellico. Giuseppe Mazzini è la figura che domina il Risorgimento. Considera l’arte e la letteratura come sacerdozio di educazione: è l’apostolo e l’educatore del popolo italiano, sia perché i suoi ideali cristiani e il suo esempio diventano la passione e il modello dei nostri patrioti, sia perché egli influisce profondamente sulla letteratura, nei temi e nello spirito.
Carducci, così estraneo, nella sua concretezza, allo stile di Mazzini, è ricco di motivi e atteggiamenti mazziniani, di quella calda oratoria che anima le pagine del grande apostolo genovese. La storia, nella sua visione religiosa, è intesa come un graduale avvicinarsi dell’uomo a Dio attraverso una successione di conquiste ideali e morali, di mutamenti politici e sociali, e vede nella parola degli scrittori – profeti dei nuovi tempi – il mezzo più efficace per attuare tale itinerario. Forte del significato dato all’uomo, alla sua esistenza, alla storia, Mazzini matura un’ampiezza e una profondità del Romanticismo tali da acquistare un significato europeo.
La prosa dei suoi numerosi articoli e saggi ha quasi sempre un tono biblico, come di chi porta un messaggio divino agli uomini, perciò vaga e priva di concretezza, ma suggestiva ed evocativa. È il suo Epistolario a rivelare un linguaggio più limpido e concreto, più vicino al nostro gusto: non dominata dalla missione cui si è consacrata, la sua anima si svela in pieno abbandono.
Francesco De Sanctis e la moderna storia della letteratura
Le nuove idee, i gusti introdotti dalla spiritualità romantica non possono accordarsi con il metodo storiografico del Settecento, volto a fornire soltanto notizie, invece di indagare più intimamente i moventi ideali di un’opera, inserita nel contesto in cui è nata. L’Ottocento reclama che si faccia della storia, non della cronaca. Francesco De Sanctis è colui che più di ogni altro raggiunge la coscienza critica della nostra storia letteraria, modello insuperato. Il suo nuovo modo di guardare e giudicare l’arte e di intendere la storia della letteratura trasferisce nella critica letteraria l’ansia e le aspirazioni individualistiche che animano il Romanticismo; nello stesso tempo sintetizza i dispersi princìpi delle tante poetiche romantiche.
Nato ad Avellino nel 1817, si forma a Napoli alla scuola del purista Basilio Puoti, dove studia i vecchi testi letterari del 1300 e del 1500, si occupa di indagini grammaticali, a maturare l’importanza e l’amore per la forma, per la natura estetica del linguaggio. Spirito acceso di idealità liberali e patriottiche, partecipa ai moti antiborbonici del 1848; in seguito è parte attiva in politica come ministro delle Pubblica Istruzione. Dal 1871 al 1877 tiene la cattedra di Letteratura Comparata all’Università di Napoli, città dove muore nel 1883.
Storia della Letteratura Italiana Tra i numerosi scritti, è l’opera che riassume meglio il suo pensiero critico. La sua formazione intellettuale deriva in primo luogo da Vico, ma attinge moltissimo da Schlegel e da Hegel. Al primo contatto con il romanticismo tedesco e con l’opera di Schlegel, avverte il dissidio tra la forma esteriore esaltata dal purismo e la forma vera espressione dello spirito del poeta; si sente portato a valorizzare, contro quella forma intesa in senso precettistico, il contenuto, ossia il nucleo essenziale di ogni artista. Matura l’originalità del suo pensiero critico. Il contenuto non è diverso e separato dalla forma: la forma non è ornamento ma è generata dal contenuto attivo nella mente dell’artista, “tal contenuto tal forma”.
I valori espressivi e quelli spirituali, l’ornato e il pensiero, la forma e il contenuto, sono intuiti come parte di un amalgama inscindibile. Da questo nesso deriva l’unità di storia della letteratura e storia della cultura e della civiltà. La sua Storia, quindi, sebbene sia una rassegna di grandi personalità, non è tuttavia una rassegna di monografie: è storia di tutta la vita spirituale del popolo italiano nel suo riversarsi in documento letterario; storia di un contenuto che si fa forma, di un contenuto politico, religioso, filosofico, scientifico che rappresenta tutto il complesso dramma storico di una civiltà.
Ciò che vuole è mettere in risalto una linea unitaria di svolgimento: più che le divisioni in epoche, De Sanctis bada a sottolineare i passaggi – Medioevo, Rinascimento, Età Moderna. La biografia dello scrittore è subordinata all’esame dell’opera, che è l’unico elemento realmente interessante per lui. In contrasto con la pedanteria degli storiografi settecenteschi, preoccupati di registrare i nomi di tutti gli autori, anche i più mediocri, De Sanctis concentra la sua attenzione sui maggiori e dà uno sguardo riassuntivo sugli altri.
Appartiene alle generazioni del Risorgimento, che hanno la Patria nel cuore: si propone di educare moralmente e civilmente un popolo che, se ha raggiunto l’unità politica attraverso immensi sacrifici, non ha ancor formato il proprio carattere. La sostanza stessa delle sue opere è il suo calore; la sua prosa è antiletteraria, cioè indifferente ad ogni lisciatura formale, ma è così aderente alla gioia del pensiero e alla commozione che in lui si accende a contatto con i poeti, così schietta, ricca di umanità, così pronta alle sintesi di ampio respiro e alle osservazioni particolari, che resta una delle più lucide e vigorose dell’Ottocento.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
PARTE V — DALLA SCAPIGLIATURA AL DECADENTISMO
33. Decadenza del Romanticismo e Scapigliatura
Quadro del capitolo. Dopo il 1848 si indeboliscono le grandi idealità che avevano alimentato il Romanticismo italiano. La Scapigliatura esprime il disagio dell’intellettuale nella nuova società borghese e introduce temi di irregolarità, malattia, ribellione e modernità. È un passaggio decisivo verso il Decadentismo.
Nuclei fondamentali: crisi dopo il 1848 • esaurimento della poesia patriottica • bohème e poeta maledetto • Scapigliatura milanese • modernità e sperimentazione
La seconda metà del 1800 manifesta una crisi filosofica e ideologica di notevole portata. L’infausto esito della rivoluzione nazionale e patriottica del 1848 genera uno smarrimento doloroso, il crollo dell’entusiastica fede nell’ideale di un avvenire migliore, individuale e collettivo, dell’esaltazione sociale e patriottica di cui si sostanziano le manifestazioni dell’animo e del pensiero risorgimentali. La crisi non rappresenta soltanto l’abbandono delle illusioni caldeggiate da Mazzini e da Gioberti, la rinuncia ad un sogno di rinascita sociale e di indipendenza nazionale, ma significa caduta delle idealità romantiche, quindi è un fatto di portata europea.
Nelle letterature straniere nascono tendenze rivoluzionarie i cui fermenti sono già attivi e profondi nel loro Romanticismo, ricco di una sensibilità esasperata, una smania per l’analisi interiore quali emergono nella lirica di Novalis, Baudelaire, Keats e Coleridge. Il Romanticismo italiano, invece, si rivela profondamente alieno da posizioni estreme, mantenendo un equilibrio, una moderazione, un buon gusto, che sono l’essenza della nostra lunga e gloriosa tradizione culturale. Il sentimento della vita reale è alla base dell’ispirazione romantica. Poesia e arte devono scaturire dalla vita vera e reale, dalle passioni, dalle speranze e dalle illusioni al fine di confortare gli uomini e migliorarli. Scomparsa la grande lirica di Foscolo (poeta vate), Leopardi, Manzoni (poeta guida di coscienze), da noi viene a mancare quella tensione patriottica che è motivo dominante della nostra poesia fino al 1848 e non resta più nulla che valga ad ispirare i cuori, a dare un contenuto alla lirica nuova. Così, negli anni in cui in Francia prende vigore la poesia di Baudelaire, di Rimbaud, di Verlaine e di Mallarmé – i poeti maledetti, maestri del Decadentismo – in Italia si verifica la decadenza del Romanticismo, con una poesia che non si salva dalla superficialità e dal sentimentalismo. Ne sono rappresentanti Giovanni Prati e Aleardo Aleardi. Uno spirito inquieto porta Prati a passare dalla poesia idillica a quella storica; all’invettiva, al vagheggiamento della bellezza antica e della sua forma. Vorrebbe attingere ad un Romanticismo nuovo, ma le sue forme romantiche non esprimono alcun dramma interiore: sono prive di spirito poetico.
Anche le composizioni di Aleardi, pur rivelando cura stilistica e gusto per la limpidezza formale, sono troppo oscurate dal tono languido e molle patetismo, un senso compiaciuto di inerzia spirituale e di languore confusi con una superiore aristocrazia dell’animo. Il Romanticismo Decadente italiano si risolve, dunque, nell’estinguersi di atteggiamenti romantici divenuti semplici forme, privi di profondità e contenuto nuovi. Il Decadentismo, invece, sviluppa e approfondisce certe intuizioni proprie dell’anima romantica e dà origine ad una concezione della poesia ispirata da un nuovo senso della vita. È un fenomeno di portata europea, come è la reazione positivistica che ne deriva.
L’esigenza di modernità, nucleo della poesia decadentistica, in Italia trova una sua manifestazione nella scapigliatura: un movimento di giovani scrittori e artisti soprattutto lombardi, che fa grande rumore nell’ambiente milanese. Derivano atteggiamenti e abitudini care alla Bohème parigina del 1830: si rivelano simili ai poeti maledetti, più nella forma che nella sostanza, però. Malgrado l’uso di alcool e assenzio, le bravate, la dissolutezza della loro esistenza, essi non giungono a identificare, come i decadentisti francesi, la vita con l’arte, a capovolgere sostanzialmente l’esigenza morale: non sanno pervenire al punto centrale del Decadentismo, la scoperta del subcosciente.
Di fronte all’austerità degli ambienti manzoniani, essi si atteggiano a spregiudicati e cinici. Emilio Praga rivolge a Manzoni dei versi che nella loro irriverenza documentano il profondo distacco tra la nuova e la vecchia generazione “Tu puoi morir! … degli anticristi è l’ora”. Sono aspetti un po’ esasperati del loro costume di vita, ma si risolvono in fondo in una posa, poiché a sollecitarli non è una necessità artistica, ma piuttosto la brama di reagire alla tradizione che essi considerano un’imposizione intollerabile.
Gli scapigliati sono importanti nella nostra storia letteraria, anche se non lasciano opere di vera poesia e prosa. L’esigenza di riprendere contatto con la realtà, rifiutando convenzionalismi e falsità di forma e di sentimento prepara l’avvento imminente del realismo e nello stesso tempo matura il gusto italiano alla comprensione della nuova moderna cultura sviluppatasi oltralpe. Influssi di Poe, Heine, Hugo, Baudelaire si notano nelle opere degli Scapigliati: atteggiamenti beffardi e amari, tentativi di esprimere stati d’animo torbidi, di volgersi alle zone inconsce e misteriose della vita spirituale, di svolgere temi macabri e crudamente realistici.
Fra i poeti sono da ricordare Arrigo Boito, poeta e musicista, autore dei due libretti Mefistofele e Nerone che egli stesso musicò; Emilio Praga, autore di liriche che mescolano, con tono originale, atteggiamenti cinici e sentimentali. Fra i prosatori emergono Carlo Dossi che mirò a spezzare le forme tradizionali con una nuova tecnica stilistica, perseguita con gusto aristocratico e raffinato; Ugo Tarchetti, riecheggiatore dei motivi misteriosi e ossessionanti, cari a Poe.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
34. Realismo e Giosuè Carducci
Quadro del capitolo. La seconda metà dell’Ottocento è segnata dal bisogno di confrontarsi con il reale in forme nuove. Carducci mantiene un forte classicismo ma lo utilizza per leggere la storia nazionale, la politica e la modernità. La sua poesia si colloca tra tradizione formale, polemica civile e sperimentazione metrica.
Nuclei fondamentali: età del Realismo • nuovo rapporto con storia e società • Carducci • classicismo e impegno civile • Odi barbare
Dopo il fallimento della guerra del 1848-49, nella vita politica italiana si fa strada uno spirito nuovo. Nel primo periodo del Risorgimento è prevalso un entusiasmo eroico, una fiducia assoluta nelle forze ideali per far risorgere la Patria e restituirle l’indipendenza. È stata l’età degli apostoli dell’idea. Mazzini ha sperato che gli Italiani si levassero in armi dalle Alpi alla Sicilia; Garibaldi ha difeso Roma e Venezia con un pugno di uomini armati della loro tensione ideale più che di mezzi di guerra; Gioberti ha sognato una concordia fraterna tra papato, principi italiani e popolo.
Simbolo di questo periodo di sogni nobilissimi è Goffredo Mameli, il giovanissimo eroe della difesa della Repubblica Romana, caduto fra un inno e una battaglia, più poeta che soldato. Dopo il 1848, la direzione del Risorgimento passa dall’apostolato di Mazzini alle solide mani di Cavour, dai sognatori ai politici, ai piani diplomatici e militari, agli eserciti e ai loro cannoni. Prevale il senso della realtà e l’attenta valutazione dei fatti, nel progressivo imporsi di una più concreta concezione della vita. Dopo il 1870, la politica interna sembra unicamente rivolta a risolvere assillanti problemi economici e sociali: tracciare strade, creare ferrovie, diffondere l’istruzione, potenziare l’agricoltura, l’industria, i commerci. Intanto, si agitano le prime correnti del socialismo, a chiedere che i valori ideali di patria, giustizia, libertà si traducano in provvedimenti concreti per le classi più umili. Tale itinerario spirituale si verifica in tutta l’Europa e non interessa soltanto la politica, ma tutti gli aspetti della realtà. La filosofia idealistica, il frutto migliore del romanticismo, è sostituita dal positivismo: Comte, in Francia; Ardigò, in Italia. Si dà il bando alla metafisica e ci si rivolge ai fatti, a ciò che appare certo e tangibile. La scienza prende il posto della filosofia nello studio dell’uomo e del suo spirito. Il nuovo orientamento europeo si presenta come una reazione a ciò che di eccessivo e di esasperato è stato nel romanticismo. Non si tratta di un nuovo pensiero filosofico, bensì di un invito a trasferire i sentimenti nella sfera positiva dell’agire concreto, a provare la validità delle passioni e degli entusiasmi nel contatto con la prosa della vita. La letteratura della seconda metà dell’Ottocento ha un orientamento parallelo: si allontana sempre più decisamente dalle effusioni sentimentali, dalle forme vaghe, dall’oratoria e mira a una rappresentazione oggettiva, a un’espressione più concreta. Sorge la letteratura del realismo.
Si distinguono due correnti: naturalismo e verismo, distinte dal diverso grado di adesione alle nuove idee. Il naturalismo ha il suo centro in Francia e i maggiori esponenti sono Zola e Goncourt. Sostengono che l’artista debba raccogliere dei documenti umani, studiarli e descriverli con l’impersonale freddezza di fisiologi e patologi dinnanzi alla malattia. A dominare è una visione meccanica della vita: gli uomini sono schiavi di forze puramente istintive, della loro animalità. L’interesse maggiore è rivolto ai bassifondi, agli esseri più vicini alle forme primitive di vita, che giovano a ritrarre la vera natura umana. Chi narra vuole essere un fotografo che raccoglie un documentario, uno scienziato che prepara una relazione.
Il verismo è la forma meno esasperata. Giovanni Verga è il maggior rappresentante del nostro verismo in Italia. Sostiene che lo scrittore studi e riproduca dal vero i moti dell’animo, dai più alti ai più segreti, dai più nobili ai più perversi, nonché l’ambiente sociale entro cui si determinano le vicende narrate. L’opera sembri “sorta spontanea come un fatto naturale” e la mano dell’artista rimanga invisibile. I nostri veristi, a differenza dei naturalisti francesi, non sono freddi fotografi, autori di un’impersonale documentazione, anzi rivivono le memorie della loro adolescenza paesana, trasfigurate dalla lontananza.
La Sicilia di Verga e di Capuana, la Sardegna di Deledda, la Napoli di Serao, la Roma di Pascarella, la Toscana di Fucini: ecco gli ambienti dei nostri veristi, che Russo chiama giustamente i provinciali. In contrasto con il romanticismo, che ha esaltato il sentimento come la vera e sola sorgente dell’arte, il realismo e, ancor più, il verismo sottolineano l’esigenza che il sentimento si sciolga e si incorpori nelle immagini. Elemento dominante è il dialogo, espresso in un linguaggio liberato da ogni residuo accademico, così da rendere non già il discorso dello scrittore, ma quello dei personaggi che l’autore introduce e muove.
Giosuè Carducci: classicismo, realismo e funzione civile della poesia
È l’ultimo poeta vate del Risorgimento, educatore, guida morale e poetica degli Italiani nell’ultimo periodo del 1800. Il suo temperamento, l’attività di educatore, la critica letteraria, l’arte volta ad un alto compito nazionale e civile lo rendono il più prestigioso interprete di quel fenomeno europeo che fu la reazione antiromantica del tempo: il realismo. Più dei teorici del naturalismo francese, Zola, Goncourt, meglio dei rappresentanti del verismo italiano – i provinciali come li chiama Russo, Verga e Capuana per la Sicilia, Deledda per la Sardegna, Serao per Napoli, Pascarella per Roma, Fucini per la Toscana – Carducci rappresenta quel vigoroso richiamo alla concretezza, alla realtà della vita, alla solidità morale di cui il suo tempo sente l’esigenza, dopo tanto tripudio di effusioni sentimentali e di forme vaghe e astratte.
Ecco le sue parole “bisogna fare l’arte realistica, bisogna rappresentare l’uomo, la natura, la realtà, la libertà. A ciò accoppiare lo studio degli antichi, che sono realistici e liberi”. Ricco di sensibilità e di un magistero artistico a lungo maturato nello studio dei classici, ritiene che reale sia tutto ciò che non è nebuloso, meschino, fiacco, bensì ogni idea o sentimento capaci di ispirare una forza morale, una vita gagliarda, operosa, intesa come esaltazione dei valori umani, come missione. Pochi hanno tanta familiarità con tutta la nostra letteratura, da Dante a Foscolo, Vico, Gioberti, Mazzini, De Sanctis. Laureato in Lettere alla Scuola Normale di Pisa, detiene per quasi mezzo secolo la cattedra di Letteratura Italiana all’Università di Bologna, estendendo, con versi e prosa, il suo magistero a tutta l’Italia.
Rappresenta la Patria anche nella veste di Senatore e nel 1906 è insignito del Premio Nobel per la Letteratura – il più grande poeta e interprete della storia italiana, delle sue speranze e delle sue glorie. Come scudiero dei classici egli compie il proprio nobile tirocinio: il desiderio è modellarsi sulle loro forme e rifugiarsi in un passato di grandezza morale, fra spiriti eroici, nel vagheggiamento di un presente esemplato nel passato. È proprio quel tirocinio a dargli un’abilità tecnica, un dominio formale di cui il futuro poeta si gioverà, e che è già un segno del maggior valore dato alla forma, all’espressione, in contrasto con la sciatta effusione sentimentale tipica del tardo romanticismo.
È vero che in questi anni escono in Francia Les fleurs du mal di Baudelaire (1857), destinati ad operare una profonda rivoluzione nella sensibilità e nel gusto. Carducci li ignora, così come non si è curato di conoscere la poetica romantica tedesca e inglese (Novalis, Keats, Coleridge, Poe). Anzi la sua voce si leva fiera contro il romanticismo e il forestierume “quando sorsero i più grandi uomini d’Italia? quando non v’era né scuole nuove né romanticismo, quando si adoravano i classici, e non si ammiravano e non si studiavano né inglesi né tedeschi”. Soltanto più tardi, quando la sua personalità è formata, viene a contatto con grandi poeti del Romanticismo europeo – Hugo, Heine, Shelley – ma ne deriva soltanto i motivi più superficiali.
La sua operosa esistenza rivela una certa angustia, ma dà vita ad una voce fortissima e genuina: ricostruire un saldo sentimento della gagliardia e della nobiltà della vita, mediante una poesia capace di ricondurre l’uomo dall’ideale astratto alla solida realtà dell’esistenza. I classici sono l’esempio insostituibile, non solo con il loro pensiero ma anche con le loro forme: di qui la ricerca di una metrica classica volta a ridare vigore alle parole in contrasto ai ritmi molli dei tardi romantici. Sei libri contengono le sue liriche: Juvenilia, Levia Gravia, Giambi ed Epodi, Rime Nuove, Odi Barbare, Rime e Ritmi.
Juvenilia e Levia Gravia Rappresentano il nobile tirocinio dello scudiero de’ classici. A volte esprimono i risentimenti e le collere del poeta contro il Romanticismo e la mediocrità, sia letteraria che politica. Raramente, tranne in qualche immagine isolata, giunge alla poesia. Inno a Satana. Le eleganze stilistiche sembrano rinnegate. Satana è visto come il simbolo del progresso, tutto ciò che di vivo fermenta negli uomini. Carducci stesso giudica l’Inno “una volgare chitarronata”. Comunque è un momento importante nella sua formazione: significa lo spezzarsi di ogni fredda e decorosa cura letteraria sotto l’impetuosa urgenza di un nuovo contenuto.
Giambi ed Epodi La fredda letteratura è scomparsa o almeno ridotta ai margini di quella impetuosità battagliera che riempie con prepotenza i versi. È polemico e aggressivo contro la guasta età, il potere temporale del papato, la viltà dei moderati, la corruzione della classe dirigente, i moralisti ipocriti della società del tempo, i poeti romantici al cui ripiegamento interiore contrappone l’esaltazione della vita libera, forte, sana, eroica. Il linguaggio si fa concreto, le immagini precise, scolpite, i temi si rivolgono ai problemi più vivi, più immediati ed urgenti: è la chiara adesione, spontanea e decisa, al realismo, pur risentendo, ma non in senso negativo, del lungo addestramento letterario.
Se a prevalere è l’oratoria, il sarcasmo, si fa strada un ripiegarsi del poeta su sé stesso, la commozione e un dominio nuovo del sentimento. Ripresa. Questi versi rivelano momenti di abbandono, la rievocazione dell’adolescenza e del paesaggio maremmano a lui tanto caro, il ricordo della tomba del fratello. Improvvisa si apre la poesia: certe rapide pennellate di paesaggio nei versi Agli amici della Valle Tiberina; l’immagine di Mazzini nel sonetto Giuseppe Mazzini “esule antico, … leva ora il volto che giammai non rise”.
Il cuore, sia pure iroso e violento, ha parlato e deve continuare a parlare per realizzare la poesia. Il poeta, però, vuole incorporare i sentimenti nelle immagini, come richiede la propria esigenza di realismo. Rime Nuove e Odi Barbare Carducci giunge al vertice della sua poesia: a dominare è un senso di serenità, di forza e di fiducia nella vita. Ecco il fondamentale motivo della storia sublimarsi in una contemplazione della vita sentita come celebrazione di valori, tesa alla libertà e al progresso – Sui Campi di Marengo, Il Comune Rustico.
Il motivo del paesaggio è assunto al valore di spettacolo di bellezza tutto concreto e reale. Da questo robusto senso delle cose nasce l’indimenticabile visione della sua Maremma nell’ora ferma e assolata del meriggio – Traversando la Maremma; o quella in cui si stagliano i montanari, le cui sane virtù hanno animato, sul nascere, i piccoli comuni rustici della Carnia – Il Comune Rustico. Il motivo delle memorie, il più romantico e moderno, si risolve in un canto che non ha nulla di sentimentale o stancamente nostalgico, ma è commosso e virile, sia che ricordi e rimpianga la bionda Maria di Idillio Maremmano; oppure gli amati cipressi di Bolgheri – Davanti San Guido; oppure rievochi accorato il piccolo Dante, l’amato figlioletto perduto – Pianto Antico.
Di fronte al fluire degli anni, al morire di ogni cosa, come è per la sua vita – Traversando la Maremma Toscana; come è per la storia, Alle fonti del Clitumno, sorge un dominato e virile rimpianto o uno stimolo a tenersi più strettamente attaccati alla vita – Su Monte Mario. Rime e Ritmi L’ultima raccolta rivela il declino. Dalla poesia si passa alla maniera: non sentiamo più il cuore grande e generoso del poeta. C’è la raffinatezza scaltrita, l’eloquenza celebrativa, i richiami eruditi e l’eccessiva cura letteraria che, nella ricchezza della sua produzione, a volte fiaccano la poesia.
Pure il maestro sente forte la propria missione di sacerdote della poesia. Con passione la difende, ne esalta il valore e l’efficacia civile e morale, ne salva le forme espressive mediante il culto amoroso e paziente dei classici, Il poeta la rende immortale quando il suo cuore grande e generoso dà vita a sentimenti che incorpora in modo semplice e denso in immagini di efficacia veramente universale. Pianto Antico ha una purezza di linee che affascina e commuove. La figura dell’amato figlioletto domina in tutta l’odicina: non vede e non sente né il sole né la primavera, né l’amore del padre può risvegliarlo dal sonno eterno. C’è la rassegnata accettazione della morte, la legge amara della vita: il dolore individuale è purificato e innalzato in una meditazione sul destino comune degli uomini, meditazione che si dissolve nelle immagini e non ha più il peso del pensiero.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
35. Positivismo, Naturalismo francese e Verismo
Quadro del capitolo. Il Positivismo estende il metodo scientifico alla società e alla cultura. Il Naturalismo traduce questa fiducia nel romanzo sperimentale e nel determinismo di ambiente ed ereditarietà. Il Verismo italiano recepisce tali suggestioni ma le rielabora in un contesto storico e sociale differente, con un pessimismo più marcato sulle possibilità di trasformazione.
Nuclei fondamentali: Positivismo e fiducia nella scienza • determinismo • Naturalismo francese • Émile Zola e romanzo sperimentale • Verismo italiano • impersonalità
- Positivismo
Il positivismo è una corrente filosofica e culturale nata in Francia nella prima metà dell’800 e diffusa in Europa nella seconda metà dello stesso secolo. Ha le sue basi nel rapido sviluppo del capitalismo industriale e nei profondi mutamenti che ha introdotto nelle strutture sociali, nei modi di vita e nelle ideologie. (nel 900 nasceranno i colletti bianchi, miglioramenti nel lavoro, nell’istruzione e nasce la società di massa). Si chiama positivismo perché c’è fiducia nel futuro. Queste convinzioni fondamentali includono:
- L'approccio scientifico è l'unico metodo valido poiché fornisce un quadro affidabile della
realtà.
- Questo approccio dovrebbe essere esteso a tutte le sfere della conoscenza, comprese le
discipline umane e sociali.
- La scienza offre gli strumenti per comprendere e spiegare la realtà, il che alimenta una
fiducia positiva nel progresso. Nel contesto letterario, il positivismo si concentra sulla rappresentazione obiettiva e realistica della realtà, spesso utilizzando l'approccio scientifico per analizzare la società e i suoi problemi.
- Naturalismo
Il naturalismo è una sottocorrente del positivismo. Si afferma in Francia negli anni Settanta dell’800. Questa corrente enfatizza l'influenza dell'ambiente e della genetica (della razza) sul comportamento umano. Gli scrittori naturalisti cercano di rappresentare la vita umana in modo oggettivo e scientifico, spesso evidenziando gli aspetti più brutali e naturali dell'esistenza umana. I naturalisti dicevano che per analizzare la realtà bisognava essere oggettivi utilizzando la tecnica dell’impersonalità. Emilie Zola Emile Zola, uno degli scrittori naturalisti, ha promosso l'idea di trasformare il romanzo in uno strumento scientifico per rappresentare la realtà in tutte le sue forme, anche le più crude. Le sue concezioni sono espresse in "Il romanzo sperimentale" del 1880. Zola sostiene che il metodo sperimentale delle scienze dovrebbe ora essere applicato alla sfera "spirituale" e alle passioni umane. Di conseguenza, la letteratura e la filosofia dovrebbero diventare scienze, adottando il metodo sperimentale, dando origine al concetto di "romanzo sperimentale." Queste teorie si basano sulla convinzione che anche le qualità "spirituali" siano determinate da leggi fisse e deterministiche, come le leggi che regolano il corpo umano. Il romanziere-scienziato ha il compito di scoprire queste leggi, mettendo i personaggi in situazioni specifiche per osservare come le passioni si sviluppano e come vengono influenzate dall'ambiente. Zola afferma che, sebbene la scienza non abbia ancora stabilito completamente queste leggi, si possono affermare due principi: l'ereditarietà biologica e l'influenza dell'ambiente sociale sulle passioni e il pensiero.
Conclude che il "romanzo sperimentale" cerca di aiutare le persone a capire meglio e controllare i comportamenti e le emozioni umane, come la scienza cerca di comprendere e gestire i fenomeni naturali. Zola ambienta la maggior parte delle sue opere nella periferia parigina e hanno come protagonisti operai e persone dei ceti sociali meno abbienti destinate a una fine tragica.
- Verismo
Il verismo è una corrente letteraria italiana che si sviluppò verso la fine del XIX secolo. Questo movimento è strettamente legato al naturalismo e si concentra sulla rappresentazione accurata e dettagliata della vita quotidiana, spesso mettendo in luce le condizioni sociali e le difficoltà della classe lavoratrice.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
36. Giovanni Verga: poetica verista e ciclo dei Vinti
Quadro del capitolo. Verga costruisce una forma di realismo fondata sulla cancellazione dell’autore e sull’adozione del punto di vista interno al mondo rappresentato. Il progresso appare come una forza collettiva che produce vinti individuali. I Malavoglia e il progetto del ciclo dei Vinti leggono il desiderio di miglioramento sociale come una tensione destinata spesso a spezzare equilibri e legami.
Nuclei fondamentali: vita e svolta verista • impersonalità e regressione • straniamento e discorso indiretto libero • Rosso Malpelo • I Malavoglia • ideale dell’ostrica • Mastro-don Gesualdo • La Lupa
È il maggior rappresentante del verismo italiano, non perché in lui i caratteri comuni al vasto movimento siano più arditamente sottolineati, ma perché trascende l’angustia della corrente e ne attua le esigenze più profonde: con la sua arte ricompone l’equilibrio spesso smarrito tra immagine e sentimento, tra reale e ideale. Nasce nel 1840 a Catania, sotto i Borboni, e vive in Sicilia durante la sua giovinezza. Non è dotato di una cultura classica e, prima di scoprire la propria autentica vocazione, passa attraverso un lungo tirocinio, il cui punto di partenza è fuori da ogni seria e consacrata tradizione letteraria: è un esempio di artista che si è fatto da sé.
Ancora giovane giornalista, legge feuilleton e si esercita nel romanzo storico, sulle orme di quelli clamorosi e sanguigni di Dumas padre: il suo spirito è tutto affidato all’istinto, al temperamento, alla natura. Nel 1865 passa a Firenze, dove conosce Capuana, il conterraneo teorico del verismo e si lega a lui di affettuosa amicizia. Scrive i primi romanzi di una certa importanza, Una peccatrice e Storia di una Capinera: risentono notevolmente l’influsso del romanzo romantico-psicologico francese. Le protagoniste sono donne infelici, votate al sacrificio; in particolare, nel secondo romanzo è una fanciulla languidamente sentimentale, che sfiorisce chiusa in un monastero, tormentata da un amore che le è negato.
Nel 1872 si trasferisce a Milano, dove risiede per oltre un ventennio. Viene a contatto con gli ambienti letterari più vivi, con la Scapigliatura e con gli scrittori più aggiornati e moderni. Eva e Tigre Reale: è ancora la maniera iniziata a Firenze, volta a ritrarre stati d’animo torbidi e febbrili. Pure lo scrittore viene faticosamente acquistando la coscienza del proprio essere, della sua vena più autentica: con Capuana elabora la poetica del verismo. Nedda È bozzetto d’ambiente siciliano. Rivela uno scrittore diverso, come se la nostalgica rievocazione della sua terra l’avesse liberato dai perniciosi influssi di una narrativa e di un gusto alieni dal suo spirito. Nedda è una raccoglitrice di olive che lascia la madre morente in un paese vicino e va a guadagnare i soldi per le medicine. L’ambiente duro della miseria, della solitudine morale, dell’incomprensione per chi soffre, è reso senza insistenza. La madre muore, una tristezza raccolta e chiusa, senza lacrime e sentimentalismi. Poi fiorisce un idillio rusticano con un altro derelitto, schiacciato dalla fatica e dalla malaria: espressioni rozze, poche parole in cui si rivela un sentimento genuino, calato nella musica nuova che anima il linguaggio. Il giovane muore, la piccina che nasce è uccisa dalla miseria. Nedda è il frutto della profonda crisi interiore maturata in Verga: l’artista sente il fastidio dei propri atteggiamenti giovanili troppo appassionati ed esuberanti; il disagio per quella società borghese, mercificata, ipocrita, vuota e meschina nel suo fasto e nella sua eleganza, sino ad allora ambiente della sua vita e dei suoi personaggi.
Il disgusto e la consapevolezza che il suo temperamento è rimasto gagliardo e sano sollecitano il proposito di una purificazione totale: in modo chiaro e preciso si rivela la sua vocazione. Attua consapevolmente le dottrine del verismo, che gli impongono di essere impersonale nel narrare le vicende dei suoi romanzi, e di ricavarle non più dal mondo borghese decrepito e corrotto ma da un mondo nuovo, di un’umanità semplice e schietta. Torna alla terra natale con l’animo di chi vi approda dopo molti errori e profonda nostalgia: non più creature raffinate e febbrili, ma gli umili che si curvano sotto la fatica, rassegnati e silenziosi, senza l’aperto compianto sul dolore e sulle sofferenze; una narrazione scarna, un linguaggio che si adegua ai personaggi e resta nei limiti del loro ambiente.
Vita dei Campi è una raccolta di novelle ed è tra i capolavori di Verga. Tra queste spiccano Cavalleria Rusticana, Jeli il pastore, Rosso Malpelo. Malpelo è un ragazzo maltrattato da tutti, chiuso in una rassegnata accettazione della sua misera vita di reietto. Nell’intimo ha un culto religioso per il padre sepolto nella miniera in cui lavora anche lui, e nella sua coscienza di primitivo si agitano, quasi in forma di istinti, affetti profondi, tristezze pensose e una vera nobiltà umana. Malpelo è così alto nel suo silenzioso dolore che la sua fine, sperduto in una galleria della miniera, diventa simbolo di desolata sofferenza: è una legge della vita, uguale per tutti, ma appare più evidente nel mondo degli umili, perché si presenta nella sua scarna realtà.
È la novella migliore: la prosa si snoda come un canto che sembra rude e scabro ma è pieno di umana compassione. Nel ciclo dei vinti è all’apice della sua arte con i romanzi I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo. I Malavoglia Narrano la storia di una famiglia di pescatori di un paesello della Sicilia, Aci Trezza, abbarbicati alla loro casetta, la casa del Nespolo. Sullo sfondo, la gente del paese, con i pettegolezzi e i rancori, le pene e le ore di allegria; comari litigiose, ragazze in cerca di marito, povere orfane con una nidiata di fratelli da sfamare, il segretario comunale avido e scaltro.
I Malavoglia hanno voluto raccogliere un gruzzolo con un commercio di lupini. La loro barca, però, la Provvidenza, unico mezzo di guadagno, è travolta dalla tempesta. Il mare, insieme ai lupini, inghiotte anche Bastianazzo, marito di Longa e padre di ‘Ntoni, Luca, Alessi, Mena, Lia. L’intera famiglia resta sulle spalle del vecchio nonno, padron ‘Ntoni che è simbolo della religione della famiglia e della casa, i due valori essenziali per essere parte della comunità. Segue una serie di rovesci: Luca muore nella battaglia di Lissa; Longa è vittima del colera; il giovane ‘Ntoni, travolto dall’insofferenza per la miseria, scivola nel male e finisce in carcere; Lia si perde.
L’onore della famiglia, sacrosanto per esistere in quella società, è violato: padron ‘Ntoni assiste impotente alla catastrofe e muore all’ospedale; anche la casa del Nespolo è inghiottita dal debito dei lupini. Alessi, dopo tante pene, riesce a riscattare la casa e trova la pace. Mastro Don Gesualdo Granitico costruttore di fortune, pervenuto alla ricchezza dalla miseria: da Mastro diventa Don. C’è la dissacrazione della vita: sostituisce il sacro con il denaro e il rischio della disumanità è l’alienazione. Crede di raggiungere il massimo della sua potenza sposando una donna che appartiene al mondo degli aristocratici: Gesualdo resta il mito di quella roba, che i nuovi parenti gli invidiano con disprezzo, perché ne hanno bisogno ma non c’è legame di sangue né solidarietà di classe.
Sposa, o meglio compra, Bianca: da lei non ha amore, perché è innamorata del barone Nino Rubiera, con il quale ha avuto una figlia, Isabella, senza però convolare a nozze per l’opposizione della baronessa madre – Bianca è senza dote e non è degna di un matrimonio riparatore. Gesualdo è solo: l’unica persona ad amarlo e a rimanergli fedele per tutta la vita è Diodata, parte di quel mondo sano e operoso legato alla sua giovinezza, che non ha saputo capire e valorizzare nella smania di ascesa sociale. Gesualdo accetta Isabella come sua vera figlia e la fa educare tra gli aristocratici: vuole per lei una vita di successo. Invece si aliena anche la figlia.
Isabella sposa il Duca di Leyra: si vergogna di un padre che ha consumato la sua vita per accumulare e difendere la roba dall’avidità di chi lo circonda, in particolare il Duca, tutto teso a sperperare la dote di Isabella. Gesualdo capisce l’inutilità di una vita identificata con l’oggetto e muore disperato, abbandonato in una stanza isolata nel palazzo di Isabella a Palermo, lontano dalla sua casa e dalla sua terra, assistito dai domestici, privo delle cure della figlia. Non mancano pagine di superba arte: quando il protagonista trova una notte di pace amara nelle sue terre della Cunziria, mentre gli è accanto, in quella breve parentesi della sua vita faticosa, Diodata, la donna umile e fedele; oppure le pagine rapide e serrate, di forte realismo, in cui Don Gesualdo muore disperato e sulla sua morte si intrecciano i ruvidi commenti della servitù.
Scolpisce figure potenti, oltre il protagonista, come quella di Bianca, una donna priva di forza vitale, “se chiude gli occhi è un cadavere addirittura!”. Spesso, però, assai più che i Malavoglia, il romanzo indulge a un verismo che è fine a sé stesso e la maggiore sapienza tecnica appare conquistata a scapito della poesia. Il sentimento tende a tacere, anche se l’arte di Verga, che in superficie si è fatta di marmo, ne cela l’umana compassione e il desolato pessimismo, tanto più forti quanto più li domina. A volte è la musica stessa della frase, la melodia che corre invisibile tra le parole a far sentire questo compianto virilmente compresso. A volte è l’improvviso sollevarsi dello sguardo verso il paesaggio, verso lo scintillio del cielo o il suo perdersi nella distesa del mare: allora le sventure degli umili, messe a contatto dell’universo, si dilatano fino a riempirlo di questa umana tristezza.
Il verismo si afferma nella limpidezza della rappresentazione ma ha assorbito il sentimento: ad esprimere al meglio questo equilibrio tra immagine e sentimento, tra reale e ideale, tra la spiritualità del realismo e quella romantica, sono I Malavoglia, da molti sentiti artisticamente più alti. I Malavoglia vedono come protagonista un intero paese, un lembo del mondo: segno dell’afflato universale dell’arte di Verga, che esprime, attraverso i dolori di un’intera famiglia, la sua visione pessimistica e dolorosa di un ambiente e, attraverso esso, di tutta la vita.
Verga sente eterna e immutabile la legge del dolore che è comune a tutti gli uomini: non c’è l’attesa di rinnovamento con cui Manzoni anima il mondo dei derelitti, per i quali è costante il conforto della fede nella provvidenza e i mali, le sciagure sono la breve ora di bufera cui seguirà il sereno. Dal suo profondo pessimismo Verga trae un canto desolato dell’umana miseria, ma non solo. Ecco l’eroica rassegnazione degli umili; il loro lottare per la famiglia che non deve sgretolarsi, per la casa che è necessario difendere, per l’onore su cui non si transige; l’ergersi dei piccoli pescatori contro un mare che è fonte di vita e di morte, contro un destino che li trascende ma non li piega: c’è una lezione di vita eroica, un inno all’uomo così piccolo, ma pur così grande sotto l’impassibile immensità del cielo.
Così la figura di nonno ‘Ntoni, che ha un cuore immenso, ma è sottoposto a una religiosa legge del dovere e sopporta rassegnato in silenzio tutti i dolori, è la più significativa del romanzo. Un umile diventa l’austera celebrazione della grandezza di cui è capace l’uomo. Nessuna ribellione, nessuna ansia di evadere dalla fatica, dalle miserie, dal dolore, che sono le leggi del mondo. E il giovane ‘Ntoni, dopo il febbrile tentativo di evadere dai limiti che la vita gli ha tracciato, torna sconfitto e dolente a rivedere la casa e a ritrovare i ricordi: è consapevole che non può più esserci posto per lui nel suo vecchio mondo, perché ne ha infranto la legge.
Questa è la visione di Verga: la realtà della vita è dura e aspra e deve essere virilmente accettata e sofferta. I Malavoglia sono preceduti da un’introduzione: Il ciclo dei vinti doveva “cogliere in vari ambienti, dal più umile al più alto, il movente dell’attività umana da cui nasce il progresso: ritrarre quella ricerca del meglio che sprona alla vita e all’ascesa sociale”. I Malavoglia dovevano rappresentare la lotta per i bisogni materiali; Mastro Don Gesualdo, la ricerca e avidità di ricchezza; la Duchessa di Leyra, la vanità aristocratica; l’Onorevole Scipioni, l’ambizione; l’Uomo di lusso, la sintesi di tutte le ambizioni per comprenderle e soffrirne fino ad essere consunto.
Tale era il programma di Verga, ma … Come sostiene De Benedetti, le ultime tre storie, “di gente eccelsa”, avrebbero dovuto dare a Verga il maggior successo artistico. Il suo io cosciente, la volontà ambiziosa di scrivere, la smania di affermare sé stesso come romanziere per partito preso lo spingono nella direzione sbagliata. Si determina in lui la crisi: uno sdoppiamento della personalità – ciò che Jung chiama “persona/maschera” e “individuo”. C’è la lotta tra il voler essere (= falso sé stesso) e l’essere. A prevalere fortunatamente è l’essere, quella necessità interiore che fa crollare i falsi obiettivi, gli ostinati programmi.
Frutto prezioso: l’arte di Verga crea due capolavori che rifiutano ogni ornamento, ogni concessione al gusto e alle pretese dei contemporanei. Da ciò deriva l’incomprensione da cui fu circondata la sua opera: con la discrezione che è propria degli spiriti seri e profondi, dopo aver trovato sé stesso, si chiude nel suo mondo di poesia, incurante delle mode letterarie e degli influssi, teso soltanto a tradurre nella pagina il proprio mondo senza speranza, con un linguaggio che di quel mondo è la sola espressione. Se nei romanzi giovanili, suggeriti dalla moda, si serve di uno stile comune e approssimativo, nei capolavori innalza la materia dialettale a linguaggio universale e poetico. La ferace parlata del popolo siciliano, la virtù allusiva, il vigore, la musica, l’elementarità densa e antica sono il linguaggio inconfondibile della sua arte. Privo di una tradizione letteraria e tutto calato nell’etica, nel costume, nel sentimento della sua gente, Verga crea uno stile personalissimo: un lessico che proviene da antiche forme dialettali, ricco di proverbi, articolato su una sintassi semplice, rapida, nervosa, rielaborato nella musica di antichissimi canti e nella solennità ieratica e triste di vetuste cantilene popolari.
Giovanni Verga: vita, formazione e approdo al Verismo
Giovanni Verga, nato a Catania nel 1840, non trascorse l'intera sua vita in Sicilia. Dopo un periodo, si trasferì a Milano, dove entrò in contatto con le nuove tendenze letterarie dell'epoca, leggendo le opere dei naturalisti. Insieme al suo amico Luigi Capuana, contribuì a formare la corrente letteraria del Verismo. L'opera che segna il passaggio di Verga dal Romanticismo al Verismo è la novella intitolata "Nedda." Pur contenendo alcune tematiche tipiche del Verismo, questa novella utilizza ancora tecniche narrative romantiche. Visse a Milano per circa 20 anni, prima di fare ritorno a Catania, dove morì nel 1922.
L'attività di scrittore di Verga iniziò con romanzi di tipo romantico, caratterizzati da forti emozioni e temi come la passione e la morte. Spesso, i suoi romanzi presentavano figure di "femme fatale," donne capaci di sedurre e distruggere gli uomini. Tuttavia, con il tempo, Verga cambiò il suo stile e la sua prospettiva. Tuttavia, la sua prima opera completamente verista fu "Rosso Malpelo," dove Verga adottò la tecnica dell'impersonalità, un elemento chiave del Verismo che richiede una rappresentazione oggettiva e distante dei fatti, evitando giudizi o commenti dell'autore.
La poetica di Giovanni Verga abbraccia diverse tecniche narrative che contribuiscono al suo stile verista:
- Tecnica dell'impersonalità
Nel contesto del Verismo, gli scrittori mirano a rappresentare la realtà oggettiva senza interferenze soggettive, evitando di falsarla. A differenza dei naturalisti che speravano in un miglioramento sociale attraverso la conoscenza scientifica, i veristi erano spesso scettici riguardo a qualsiasi cambiamento positivo. Verga credeva in un progresso molto lento, che coinvolgeva la società nel suo complesso ma con pochi benefici per gli individui.
- Tecnica della regressione
Per attuare l'impersonalità, Verga utilizzava diverse tecniche narrative, tra cui la tecnica della regressione. Questa tecnica consisteva nel mettersi al livello del popolo ignorante e descrivere la realtà così come era percepita da queste persone, piuttosto che da una prospettiva culturale più elevata.
- Tecnica dello straniamento
Questa tecnica implica la presentazione di elementi strani o insoliti in modo che sembrino normali e viceversa. Gli aspetti della vita quotidiana per le persone non istruite potevano sembrare strani o incomprensibili. Verga utilizzava questa tecnica per mostrare come le percezioni della realtà potessero variare in base all'educazione e al contesto culturale.
- Discorso indiretto libero
Il discorso indiretto libero è una tecnica narrativa in cui manca il verbo dichiarativo. Questa tecnica consente di rappresentare il pensiero dei personaggi in modo diretto, come se fosse la realtà stessa. Verga usava il discorso indiretto libero per offrire un'immersione più profonda nei pensieri e nei sentimenti dei suoi personaggi, senza doverli esporre attraverso il tradizionale discorso diretto o indiretto. Queste tecniche narrative erano strumenti chiave nella scrittura di Verga e contribuivano a creare una rappresentazione cruda e realistica della vita e della società, in linea con i principi del movimento verista.
Il pensiero di Giovanni Verga è fortemente influenzato dal determinismo sociale e dal materialismo meccanicistico. Crede che nessuno possa migliorare la propria condizione di vita e che tentare di farlo sia destinato al fallimento. Questa prospettiva si riflette nei suoi romanzi del ciclo "I Vinti", in cui esplora le diverse classi sociali partendo dalla più bassa. I primi due romanzi di questo ciclo sono "I Malavoglia" e "Mastro-Don Gesualdo". "I Malavoglia" rappresenta la classe sociale più bassa, evidenziando come sia difficile per loro rompere il ciclo di povertà e miseria in cui sono intrappolati. Questa famiglia di pescatori cerca di migliorare la propria situazione ma finisce per essere vittima delle circostanze.
"Mastro-Don Gesualdo" è il secondo romanzo del ciclo e racconta la storia di Gesualdo, un contadino che cerca di salire la scala sociale. Inizialmente lavora per un latifondista, ma con il tempo acquista terreni e diventa ricco. Tuttavia, nonostante il suo successo materiale, non riesce mai a essere accettato completamente tra i nobili, poiché compra un titolo nobiliare ma non ottiene mai il riconoscimento sociale desiderato. Il terzo romanzo, "La Duchessa di Leyra", che avrebbe dovuto continuare il ciclo, rimane incompiuto. Questo romanzo doveva concentrarsi sulla figlia di Gesualdo, ma non fu mai portato a termine.
Verga non credeva in una divinità cristiana che potesse aiutare l'uomo; al contrario, abbracciava una visione materialista e meccanicistica del mondo. Era in contrasto con i romantici, in particolare con Alessandro Manzoni. Secondo Verga, la famiglia era ciò che doveva fornire la forza a una persona. Questo concetto è rappresentato dall'"ideale dell'ostrica", che implica rimanere attaccati alla famiglia, poiché chi si allontana dalla famiglia è destinato al fallimento. In sintesi, il pensiero di Giovanni Verga si basa sul determinismo sociale, sottolineando le difficoltà delle classi sociali più basse nel migliorare le proprie condizioni e la mancanza di aiuto divino. La famiglia è vista come la fonte di sostegno e forza, e il ciclo "I Vinti" esplora queste tematiche attraverso le storie di diversi personaggi.
Nelle opere di Giovanni Verga, l'"ideale dell'ostrica" significa che le persone dovrebbero rimanere vicine alla loro famiglia come principale fonte di aiuto e protezione, perché il mondo può essere un luogo difficile. Questo concetto è evidenziato nei suoi racconti, dove i personaggi che cercano di allontanarsi dalla famiglia o di migliorare la loro situazione spesso incontrano difficoltà. In breve, l'ideale dell'ostrica ci dice che la famiglia è importante per affrontare le sfide della vita. Nel 1876, Franchetti e Sonnino pubblicarono un rapporto che sollevò preoccupazioni sul lavoro minorile in Sicilia. Nel 1879, il Presidente del Consiglio Agostino Depretis istituì un'inchiesta governativa per valutare le condizioni di lavoro dei bambini e delle donne nelle fabbriche. Due progetti di legge furono presentati alla Camera dei Deputati nel 1879, uno dalla Destra liberale e l'altro dalla Sinistra. Il percorso parlamentare per la legge che regolamentava il lavoro minorile fu lungo a causa delle forti opposizioni, ma si concluse nel 1886 con la promulgazione della legge Berti, che stabiliva norme per la protezione dei bambini che lavoravano nelle fabbriche. Rosso Malpelo "Rosso Malpelo" è una novella scritta da Giovanni Verga, pubblicata nel 1878, che racconta la storia di un giovane minatore di nome Malpelo. Malpelo è un ragazzo con i capelli rossi, da cui il suo soprannome. Vive in una comunità mineraria in Sicilia ed è noto per la sua indole selvaggia e ribelle. Il suo aspetto lo rende oggetto di derisione tra gli altri minatori. Malpelo è spesso oggetto di scherno e discriminazione da parte dei suoi colleghi a causa del suo aspetto diverso.
Il giovane Malpelo ha una relazione particolarmente intensa con Ranocchio, un altro ragazzo nella miniera, che è l'unico ad accettarlo per com'è. I due condividono un profondo legame, ma la loro vita è segnata da una serie di sventure. Malpelo è noto per la sua straordinaria abilità nel lavoro minerario ma è anche noto per essere impulsivo e difficile da gestire. Un giorno, Malpelo scopre che suo padre, Stefano, è morto in miniera e che l'impresa mineraria non risarcirà la sua famiglia. Questo evento lo spinge oltre il limite, e lui decide di prendere una decisione drastica: bruciare la miniera per vendicarsi della morte di suo padre. Ranocchio cerca di fermarlo, ma Malpelo non ascolta le sue suppliche.
Malpelo compie il suo gesto di vendetta, dando fuoco alla miniera, ma viene intrappolato dalle fiamme e muore nell'incendio. La sua morte è una tragica fine per un giovane che è stato emarginato e deriso per gran parte della sua vita. La novella "Rosso Malpelo" di Giovanni Verga esplora temi di emarginazione sociale, discriminazione e vendetta. Racconta la storia di un giovane che, a causa delle sue caratteristiche fisiche e del suo temperamento difficile, è costretto a vivere ai margini della società e che, alla fine, cerca vendetta attraverso un atto disperato che porta alla sua morte. La storia riflette il realismo tipico delle opere di Verga e offre uno sguardo sulla dura vita dei minatori in Sicilia nel XIX secolo.
I Malavoglia " I Malavoglia " è la storia di una famiglia di pescatori chiamata Malavoglia che vive in un piccolo villaggio di pescatori in Sicilia. Sono soprannominati "Malavoglia" in modo ironico, perché sono persone laboriose, anche se il nome suggerisce il contrario. La famiglia è composta da Padron 'Ntoni, il capo famiglia, suo figlio Bastianazzo, sua nuora Maruzza, e dai nipoti 'Ntoni, Luca, Messi, Mena e Lia. Sono una famiglia unita e solidale, con Padron 'Ntoni come capofamiglia. Hanno una casa chiamata "del Nespolo" e una barca da pesca chiamata "Provvidenza". Questi beni rappresentano la loro unità e i valori familiari. Padron 'Ntoni prende in prestito denaro per acquistare semi di lupino da vendere, ma una tempesta causa il naufragio della "Provvidenza" e la perdita del carico, portando a problemi finanziari.
Ciò provoca una serie di tragedie e difficoltà per la famiglia, con la morte di Bastianazzo in mare e la necessità di affrontare le conseguenze economiche. La famiglia lotta per superare queste difficoltà, ma deve affrontare ulteriori tragedie, come la morte di Luca in battaglia. Nonostante i momenti difficili, la famiglia cerca di rimanere unita, ma le disgrazie continuano con il nuovo naufragio della "Provvidenza". Padron 'Ntoni, stanco di questa vita, decide di andarsene, abbandonando la famiglia. Questa decisione ha conseguenze devastanti, con la disonorevole caduta di Lia e altre tragedie. La famiglia vende la casa e la barca, ma la situazione peggiora. Alla fine, Alessi riesce a riscattare la casa e sposa Nunziata. Mena rifiuta di sposare Alfio Mosca, considerandosi disonorata.
'Ntoni torna, ma parte di nuovo, sentendosi inadeguato. Alla fine, la casa è stata riscattata, ma 'Ntoni se ne va, incapace di rimanere con una famiglia che ha violato le sue norme morali. Nessuno lo ferma quando se ne va. La Lupa Nella novella "La Lupa" di Giovanni Verga, la protagonista gnà Pina è una donna chiamata "La Lupa" a causa della sua bellezza e della sua insaziabile passione sessuale. La comunità la giudica duramente, considerandola una figura immorale, e la evita superstiziosamente. La Lupa è descritta come una figura solitaria, simile a una cagna randagia, il cui aspetto fisico rappresenta la centralità della passione sessuale e degli istinti.
La Lupa vive una vita di solitudine e disperazione, poiché tutti la giudicano male a causa della sua reputazione. Anche il parroco del villaggio è affascinato da lei, e la figlia di La Lupa, Maricchia, soffre a causa della sua fama negativa, rendendo difficile per lei trovare un marito. La storia prende una svolta quando La Lupa si innamora di un giovane di nome Nanni, che lavora nei campi del notaio. Nonostante i suoi sforzi, Nanni è disinteressato a La Lupa e cerca di sposare Maricchia. La Lupa, disperata, cerca di sedurre Nanni portandogli del vino mentre lui lavora nei campi.
Questo incantesimo scatena un atto sessuale tra La Lupa e Nanni, che ha conseguenze drammatiche. Maricchia, la figlia, scopre l'adulterio e denuncia il marito alle autorità. Il brigadiere cerca di condannare Nanni a morte, ma Nanni si difende sostenendo che è stato tentato dalla Lupa e che preferisce la morte alla sua presenza. Nonostante i suoi sforzi, La Lupa continua a sedurre Nanni, e la storia si conclude con la lotta di Nanni per sfuggire a questa tentazione, senza che sia chiaro se alla fine riesca a farlo. La novella esplora temi di passione, desiderio, peccato e giudizio morale in una comunità rurale siciliana dell’Ottocento.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
37. Decadentismo, Simbolismo, Estetismo: Baudelaire e Wilde
Quadro del capitolo. Il Decadentismo rompe la fiducia positivistica nella conoscenza razionale e cerca nell’arte un accesso al mistero dell’esistenza. Il Simbolismo trasforma la parola in segno evocativo e musicale; l’Estetismo identifica la vita con la ricerca della bellezza. Baudelaire e Wilde mostrano due forme complementari del conflitto tra artista e società borghese.
Nuclei fondamentali: crisi del Positivismo • poeta veggente • Simbolismo e corrispondenze • Baudelaire e I fiori del male • L’albatro e Spleen • Estetismo • Oscar Wilde e Dorian Gray
La cultura conosce l’ultimo grande movimento che precede il Novecento. Non può essere definito cronologicamente, ma è espressione di un profondo rinnovamento. È un fenomeno europeo che si diffonde in Francia con Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Mallarmé; in Inghilterra con Oscar Wilde. Decadentismo nasce con accezione negativa – forse legata all’espressione di Verlaine “Je suis l’empire à la fin de la decadence” – ma in realtà manifesta una crisi profonda: consiste in un anelito di libertà; un bisogno prepotente dell’anima di indipendenza; un profondo senso di stanchezza nei confronti delle grette dottrine positiviste, delle manifestazioni del quieto vivere borghese; una smaniosa voglia di libertà nell’espressione poetica, alla ricerca di una musicalità più intima e di un linguaggio fatto di analogie, impressioni rapide e vibranti, suggestioni foniche.
Filosofi quali Schopenhauer. Kant, Nietzsche, Bergson sono impegnati a rifondare la filosofia come autocoscienza. Si scopre il subcosciente, la misteriosa parte del nostro essere di cui si vogliono esaltare le voci profonde e complesse. Il Romanticismo mette a nudo la lotta tra io e non io, tra io e la realtà, il mondo, che si risolve nel titanismo o nel vittimismo. Il Positivismo privilegia il non io, il mondo prevale sull’uomo. Il Decadentismo è la cultura implosiva dell’io; nega la matrice romantica e non ha più fiducia nel dialogo io-mondo. Crede nell’io soggettivo e prevale la volontà di ripiegarsi su sé stessi, ad ascoltare il fremito intimo della vita misteriosa del proprio io, con il sentimento di non poterla mai comunicare agli altri compiutamente, né di poter intendere quella dei propri simili. Ne deriva un atteggiamento di solipsismo, una forma di assoluto individualismo.
Un vero e proprio colloquio tra gli uomini diventa molto difficile, se non impossibile: ci fa pensare all’incomunicabilità del Novecento. Si realizza una revisione morale, che distrugge l’etica. L’io trova in sé rancori, nidi di vipere: è amorale, immorale, nasce la gratuità del delitto, che non è giudicabile moralmente perché atto impulsivo, come pure la gratuità dell’innocenza. L’io e il mondo si identificano: il poeta esprime il mondo, e l’uomo è al di là del bene e del male, è superuomo. Pure la psicanalisi sembra confermare l’assolutizzazione dell’io fuori dalla legge morale. L’io è padrone di sé stesso e si esprime nell’arte, che è l’attività spirituale più alta.
Così tutta la vita è tradotta in opera d’arte. Nasce l’artista star, malato di divismo e, per avere successo, deve essere alla moda, si sponsorizza e si mercifica. D’Annunzio è un esempio di manager di sé stesso. Il poeta non mira a rivolgersi agli altri, ma a rivelare a sé stesso il fondo misterioso della propria anima. Non è più un vate, ma piuttosto un veggente e la sua poesia è come un messaggio che lui coglie dall’invisibile e che non può essere inteso razionalmente. La nuova estetica vuole l’arte come suggestione, capace di evocare l’emozione sottesa, dissoluzione del nesso logico-sintattico in un nesso lirico-musicale: la parola è usata per il suo suono, il significante.
De la musique avant toute chose!, ammoniva Verlaine nella sua Art Poétique. Il linguaggio deve adeguarsi al nuovo mondo ignoto del subcosciente: rifiuta le tradizionali esigenze di ordine, chiarezza e non può piegarsi a un tessuto logico di pensieri, a una missione morale o sociale. Nasce una poesia ricca di simboli (simbolismo); di cadenze e di pause; di metafore (trasferimento di significato “ho una fame da leone”); di analogie (trasposizione da una sensazione all’altra “le mani del pastore erano un vetro levigato da fioca febbre”, ove si abolisce il come, per cui al rapporto tradizionale della comparazione viene sostituito il rapporto di identità).
Il linguaggio dell’io non è decodificabile, è sogno, quindi si scrive come si sogna: si associano le parole con la tecnica dei sogni, al di fuori della razionalità. È il linguaggio simbolico che più si avvicina a quello dell’inconscio. L’artista conosce il subconscio e cerca di togliere la maschera alla realtà, ma non ha mezzi per comunicarlo. Joyce ricorre al flusso di coscienza; T.S. Eliot usa le immagini come correlativo oggettivo delle emozioni che intendono suggerire.
Decadentismo, Simbolismo ed Estetismo: caratteri e poetiche
- Decadentismo
Il Decadentismo è un movimento letterario che si sviluppò in Italia e in Europa alla fine dell'Ottocento e all'inizio del Novecento. Il termine deriva da "décadent", usato in Francia in modo dispregiativo contro i poeti maledetti. Questi poeti, ispirati da Baudelaire, si consideravano maledetti dalla società, che non comprendeva la loro creatività. Il movimento nacque come reazione alla crisi del Positivismo e del pensiero scientifico, portando a una sfiducia nella ragione e alla crisi dei valori tradizionali (libertà, patria, progresso…).
Il Decadentismo europeo ebbe il suo centro in Francia, dove furono elaborate le principali poetiche del movimento. In risposta alla società concentrata sulla produzione e il guadagno, gli intellettuali assunsero l'atteggiamento del ribelle e del poeta maledetto che rifiuta i valori borghesi. La poetica decadente è legata alla visione della vita come mistero, e la poesia è considerata uno strumento di conoscenza di questo mistero. Ciò comporta una nuova concezione del poeta, egli è “veggente”, cioè l’esploratore del mistero, dell’inconscio e dell’assoluto a cui perviene per improvvise folgorazioni e intuizioni; la sua poesia perciò non è un dialogo ma si riduce ad un monologo.
La poesia decadente è poesia di sensazioni. Tale corrente di pensiero concepisce la vita, oltre che come mistero, anche come abbandono agli impulsi interiori e alle più acute e raffinate sensazioni, esso diede origine a numerose poetiche particolari, come il Simbolismo, l’Estetismo. Il Decadentismo in Italia si sviluppò lentamente, assumendo diverse forme in base alla personalità degli artisti. Giovanni Pascoli lo interpretò in modo simbolistico e vittimistico, Gabriele D'Annunzio in modo estetizzante, superomistico e sensualistico, e Luigi Pirandello in modo dialettico e polemico.
- Simbolismo
Il Simbolismo è una corrente poetica che fa parte del Decadentismo, che pone al centro dell'attenzione la parola (concetto valido per tutti i poeti citati qui di seguito). Tuttavia, la parola, in questo contesto, perde il suo significato immediato per assumere una natura suggestiva ed evocativa. La parola non è più un mezzo di comunicazione diretta; diventa piuttosto una sorta di formula magica capace di rivelare il significato più intimo e nascosto delle cose, talvolta risultando quasi incomprensibile. Il poeta, attraverso la sua poesia, comunica in modo simbolico, allusivo e poco chiaro, rivolgendosi così a un pubblico ristretto, in particolare borghese.
Per accentuare il carattere simbolico delle parole, il poeta fa affidamento sulla musicalità, utilizzando figure di suono come l'allitterazione, le onomatopee e il fono simbolismo (parole che, attraverso il suono, evocano sensazioni, come nel caso di “Don... Don... E mi dicono, Dormi” di Pascoli). I poeti simbolisti impiegano anche una varietà di figure retoriche, tra cui la sinestesia (accostamento di due parole con sfere sensoriali diverse, come nel caso di "rumore dolce"). Per i simbolisti, è essenziale coinvolgere tutti i sensi. Usano molto la similitudine e, soprattutto, l'analogia (paragone tra due elementi le cui connessioni non sono immediatamente chiare, basate su particolari personali). Il principale esponente del Simbolismo è Baudelaire.
- Estetismo
L’estetismo rientra sempre nella corrente del decadentismo ed è contemporaneo al simbolismo. Si fonda sul culto del bello come principio regolatore della vita. Gli esteti considerano il bello come un valore superiore, elevandolo al di sopra dei principi morali. La bellezza si trova nell'arte, ma non è accessibile a tutti; solo gli artisti, tra cui scrittori, poeti e musicisti, possiedono la dote di percepirla. Per gli artisti, il bello diventa un culto, e si considerano dei veggenti in grado di penetrare dove l'uomo comune non può arrivare.
L'arte assume quindi la dimensione di un bene supremo, quasi una divinità. L’artista è colui che fa della propria vita un’opera d’arte. Cerca di circondarsi di oggetti preziosi e raffinati, mostrando disprezzo per la volgarità e la mediocrità della gente comune. Il culto del bello può essere spinto all'eccesso, talvolta sfociando in perversioni. Questo approccio estetico riguarda anche la forma, in particolare nella scrittura. Gli scrittori esteti utilizzano un linguaggio curato e raffinato, talvolta aulico, con un registro elevato. Il suono delle parole deve evocare determinate emozioni e sensazioni.
Tra i principali esponenti dell'Estetismo, ricordiamo Oscar Wilde e l'italiano Gabriele D’Annunzio.
Charles Baudelaire e I fiori del male
Charles Baudelaire nacque a Parigi nel 1821, all'interno di una famiglia borghese. La sua giovinezza fu segnata dai tumultuosi rapporti con i genitori, e tra i 18 e i 21 anni abbracciò uno stile di vita dissoluto, immerso nella bohème letteraria. Dilapidò l'eredità paterna e intraprese una lunga relazione con una ballerina mulatta (=prostituta nera), vista come incarnazione dell'esotico, della femminilità tenebrosa e fatale. Durante questo periodo, Baudelaire cominciò a farsi conoscere come poeta, frequentando gli ambienti letterari parigini. Tuttavia, la sua vita sregolata preoccupò la famiglia, che lo fece interdire (=dichiarare incapace): dal 1844 dovette far fronte alle difficoltà economiche con una modesta somma mensile.
Baudelaire fu uno scrittore "maledetto", caratterizzato dalla sua irregolarità e incomprensione. Nel 1857, vide la luce la sua raccolta più celebre, "I fiori del male". Nel frattempo, il suo stato di salute era compromesso dall'uso di oppio e hashish, oltre che dalla sifilide, che lo portò alla morte nel 1867. "I fiori del male" suscitò uno scandalo senza precedenti al momento della pubblicazione. La prima edizione conteneva cento poesie suddivise in cinque sezioni: "Spleen e ideale", "Fiori del male", "Rivolta", "Il vino" e "La morte". Il tribunale ne ordinò il sequestro, eliminando sei testi ritenuti osceni e infliggendo ammende sia a Baudelaire che all'editore.
Il carattere provocatorio della poesia baudelairiana emerge già nel titolo. Mentre tradizionalmente i fiori erano simboli di bellezza e gentilezza, legati al sogno idillico di un contatto innocente con la natura, Baudelaire associa i fiori all'idea del male, del vizio e della corruzione. Questo suggerisce l'impossibilità di ritrovare l'innocenza in una società moderna che ha condannato l'uomo a una condizione degradata e disperata. Il titolo si lega al tema ricorrente nella letteratura tra Romanticismo e Decadentismo della vegetazione "malata", mostruosa, velenosa e perversa. Questa immagine simbolica rappresenta il male che si insinua nell'oscurità dell'animo umano, portato alla luce in modo acuto e esasperato dalla condizione della società moderna.
La degradazione, l'infelicità e la disperazione, indissolubilmente legate al contesto storico, costituiscono il filo conduttore dell'intera raccolta di Baudelaire. A questo si aggiunge il tema della Noia, dello spleen, derivante dalla consapevolezza che la realtà moderna, enfatizzando merci e profitto come feticci (=feticisti), ha trasformato gli esseri umani in oggetti e ha svuotato la vita di ogni sua ragione. Le evasioni nella natura, vista un tempo come un Eden di innocenza e salute, non sono più possibili. La civiltà moderna ha contaminato ogni cosa, chiudendo ogni via di fuga. L'unica opzione è immergersi nel paesaggio artificiale della città, che si presenta desolato e triste.
Dal punto di vista formale, la poesia di Baudelaire inaugura due filoni fondamentali della poesia moderna. Da un lato, esplora le "corrispondenze", la rete di legami misteriosi che, al di là delle apparenze, uniscono tutte le realtà in un'unità occulta propria dei simbolisti. Dall'altro lato, Baudelaire utilizza l'allegoria in senso moderno: un'interpretazione che non si riferisce più a un codice certo ma richiede una decodificazione incerta, non permettendo interpretazioni definitive. L’ALBATRO (Da "I fiori del male”) Il paragone dell'albatro, con le sue ampie ali incapaci di sostenerlo a terra, fornisce una potente metafora per comprendere il conflitto intrinseco tra l'intellettuale e la società nell'ambito della cultura ottocentesca. L'intellettuale, simile all'albatro con le sue nobili qualità intellettuali, sensibili e creative, trova difficoltà nell'adattarsi alla vita pratica e ordinaria della società borghese.
In un contesto sociale dove prevalgono valori come l'utile, l'interesse personale, la produttività e la razionalità calcolatrice, l'artista si trova spesso estraneo. La stessa opera d'arte, ridotta a merce, subisce una trasformazione che la allontana dalla sua essenza disinteressata, trasformandola in un bene di scambio. L'intellettuale, animato dalla sua ricerca ideale e dalla creazione di valori come la bellezza, si ritrova a contrastare i principi dominanti della società borghese. La sua diversità diventa una fonte di inadeguatezza agli occhi della "normalità" convenzionale, suscitando scherno e disprezzo.
Tuttavia, l'artista reagisce a questo conflitto con un atteggiamento di ribellione. Rifiuta il mondo che non lo comprende, abbracciando con orgoglio la propria diversità come segno di superiorità e nobiltà spirituale. Invece di adattarsi, si ritira, isolandosi volontariamente dalla vita comune e disprezzando la mediocrità borghese con un atteggiamento di sdegno. In questo modo, il conflitto tra l'intellettuale e la società diventa non solo una questione di incompatibilità, ma anche un atto di resistenza da parte dell'artista che difende la purezza dei suoi valori ideali di fronte alla corruzione della vita borghese.
SPLEEN (Da "I fiori del male”) La poesia che incarna in modo superlativo il motivo dello spleen, al centro della poetica baudelairiana, emerge nella prima e più estesa sezione dei "Fiori del Male". La sua struttura si basa su due ordini paralleli di immagini, intrecciando il mondo esterno con la dimensione interiore del poeta. Il mondo esterno si dipinge con un paesaggio autunnale, livido e tetreo: un cielo basso che sovrasta la città come un coperchio pesante, riversando una luce nera più triste della notte; la terra trasformata in una umida cella; la pioggia, le cui strisce imitano le sbarre di una prigione.
Parallelamente, la dimensione interiore del poeta prende forma attraverso allegorie intense: la Speranza che, come un pipistrello, sbatte le ali contro le pareti della cella; un popolo muto di ragni immondi che tesse le sue tele nel profondo della mente; lunghi cortei funebri che attraversano l'anima; l'Angoscia che pianta il vessillo nero sul cranio del vinto. Le forti metafore trasformano sistematicamente gli elementi del mondo oggettivo e gli stati d'animo soggettivi. Riassumiamo questa trasformazione in uno schema: Terra → Cella Speranza → Pipistrello Pioggia → Prigione Campane → Gemiti di spiriti erranti Spleen → Cortei funebri Angoscia → Feroce vincitore Speranza → Vinto che piange Queste immagini sono intense, strane e a volte quasi urtanti, creando un contrasto stridente e costante tra un tono sublime e tragico e la dura realtà quotidiana, talvolta persino repugnante.
Questa contrapposizione esasperata di stili opposti mira a rendere palpabile la tensione dei conflitti interiori. L'accumulo di tensione, portato all'apice, si riflette anche nella costruzione sintattica. La prima parte è composta da una serie di subordinate temporali, iniziate con i ripetuti "quando", scandendo l'inizio di ogni strofa. Infine, la frase principale coincide con il momento critico: "furiosamente scattano campane". La sintassi stessa si carica di un crescente pathos, culminando nell'esplosione emotiva rappresentata dalle campane.
Oscar Wilde e l’Estetismo europeo
Oscar Wilde nacque nel 1854 a Dublino e successivamente si trasferì a Londra, dove entrò in contatto con i circoli artistici e i salotti mondani più rinomati della città. Grazie alla sua personalità eccentrica e alle sue abilità di conversatore ammirato, divenne rapidamente uno dei personaggi più discussi e celebri della capitale britannica. Wilde fu un simbolo del nuovo movimento estetico. Nel 1882, venne invitato negli Stati Uniti per tenere un ciclo di conferenze, ma tornò successivamente a Londra, dove contrasse matrimonio.
La svolta tragica nella vita di Wilde avvenne nel 1895, quando fu condannato a due anni di lavori forzati per il suo coinvolgimento in una relazione omosessuale con il giovane lord Alfred Douglas. Questa vicenda segnò profondamente lo scrittore, portandolo all'isolamento e praticamente decretando la fine della sua carriera. In prigione, Wilde scrisse parte del "De Profundis", una lunga lettera indirizzata ad Alfred Douglas, in cui accusava l'amico di essere la causa della sua rovina. La condanna e l'emarginazione sociale furono devastanti per Wilde, che si trovò solo e abbandonato da tutti. Morì nel 1900 a Parigi.
Il ritratto di Dorian Gray: estetismo, edonismo e crisi morale
Dorian Gray, un giovane bellissimo di cui Basil Hallward sta eseguendo il ritratto, desta l'attenzione di Lord Henry Wotton, che gli rivela il senso della bellezza, bene straordinario ma di breve durata, degno quindi di essere intensamente vissuto. Lasciatosi sedurre da queste teorie, Dorian si abbandona, in compagnia di Lord Wotton, alla ricerca dei più sfrenati e capricciosi piaceri; tuttavia, un sortilegio gli permette di poter conservare l'aspetto fisico, mentre si deturpa e invecchia, al posto suo, l'immagine nel ritratto.
Rimproverato duramente da Basil Hallward, Dorian lo uccide; il ritratto assume una sembianza sempre più oscena e Dorian, per far tacere l'atto di accusa della coscienza, lo squarcia con un coltello. A questo punto muore, trasformandosi nel cadavere di un vecchio disgustoso, mentre il ritratto riprende il suo antico splendore, conservando intatta la bellezza di Dorian. L'allegoria sottolinea il potere eterno dell'arte, che trascende le cadute morali e le bassezze della vita. Il ritratto, rappresentante della vera natura di Dorian, conserva la bellezza ideale mentre lui cede all'immoralità. Wilde critica la vanità e l'effimero delle passioni mondane, esaltando la superiorità dell'arte nel catturare e preservare la bellezza intrinseca, al di là delle corruzioni della vita umana.
UN MAESTRO DI EDONISMO (Da “Il ritratto di Dorian Grey”) Nello studio del pittore Basil Hallward, Lord Henry Wotton fa la conoscenza di Dorian Gray e lo affascina con i suoi paradossi immorali. I due decidono di uscire in giardino, dove Lord Henry pronuncia una delle sue massime provocatorie: «Nulla esiste che possa guarire l'anima se non i sensi, e non c'è nulla che possa guarire i sensi, se non lo spirito». Questa frase vuole dire che secondo lui, per sentirsi bene dentro (guarire l'anima), è importante vivere esperienze che coinvolgono i sensi, come vedere cose belle o gustare cibi deliziosi. Ma, per apprezzare davvero queste esperienze, bisogna avere uno spirito aperto e interessato. Quindi, secondo Lord Henry, mente e corpo sono collegati: i sensi ci fanno sentire bene, ma solo se la nostra mente è coinvolta possiamo davvero godere appieno di queste esperienze.
Questa frase incarna uno dei principi fondamentali dell'estetismo decadente, una corrente di pensiero che esalta il valore supremo della "bellezza". Per Lord Henry, la bellezza è considerata la manifestazione del genio, addirittura superiore al genio stesso. Egli sostiene che la bellezza non può essere contestata; regna per un diritto divino e coloro che la possiedono diventano principi. Il discorso di Lord Henry è costruito in modo aforistico e paradossale, ribaltando luoghi comuni e provocando riflessioni profonde. Ad esempio, quando afferma che la bellezza "non è superficiale quanto il pensiero" o che "solo la gente mediocre non giudica dalle apparenze", trasmette concetti che sfidano le convenzioni sociali.
Il tema della bellezza si collega direttamente a quello della giovinezza, un breve periodo che, diversamente dalla ciclicità della natura, non ritorna mai. Il "nuovo edonismo" proposto da Lord Henry sottolinea l'importanza di vivere intensamente questa stagione effimera. Tuttavia, questa esaltazione del piacere è strettamente connessa alla corruzione della decadenza. Nella scena, si crea un'atmosfera di seduzione e iniziazione diabolica, in cui Lord Henry emerge come un maestro cinico e immorale. Il suo ruolo consiste nel spingere Dorian sulla via del vizio e della perdizione, facendone al contempo il suo discepolo e la sua vittima. Questo cambio di significato rappresenta il nucleo di un edonismo distorto, dove il piacere è legato a comportamenti corrotti e decadenti.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
38. Gabriele D’Annunzio: estetismo, superuomo e panismo
Quadro del capitolo. D’Annunzio costruisce insieme un’opera letteraria e un personaggio pubblico. Dall’esteta passa al mito del superuomo, adattando Nietzsche a un progetto aristocratico e politico. Nella poesia di Alcyone, però, la tensione ideologica lascia spazio alla fusione panica con la natura e a una ricerca musicale della parola.
Nuclei fondamentali: vita inimitabile • esteta e superuomo • Nietzsche • Il piacere • Le vergini delle rocce • Laudi e Alcyone • La sera fiesolana • La pioggia nel pineto • politica, guerra e Fiume
Mario Luzi, grande poeta del Novecento, trova ingiusto che D’Annunzio sia rimasto dimenticato, trascurato o addirittura liquidato frettolosamente da certa critica per i suoi eccessi vitali, la vita mondana ed estetizzante, alla ricerca esasperata di sensazioni, tra amori e avventure. Oggi è assodato che D’Annunzio è un grande poeta, da Joyce ritenuto “meraviglioso”, autore di una produzione vasta di versi, articoli, romanzi da rivalutare per la sua importanza nell’ambito della letteratura del Novecento. Al di là delle pagine di cattivo gusto, scritte con incuria, crea una poesia moderna: prende atto della crisi legata alla frattura tra parola e oggetto, tra linguaggio e realtà, tra poesia e il mondo, e finisce per far prevalere il significante sul significato.
Oppone al disordine l’arte come musica, la poesia liberata dalla soggezione alla cosa e viva dell’innovazione, fare della vita un’opera d’arte esteticamente perfetta. Si rivela un intelligente imprenditore di sé stesso, attento osservatore del fenomeno della lettura in Italia. I libri sono l’oggetto e il fine del suo accanito lavoro. Ha la passione per la lettura e considera i libri, compresi i dizionari, strumenti di studio indispensabili alla sua officina di esteta, che mira a raggiungere la perfezione. Lettore onnivoro, geniale assimilatore, per lui i libri sono mezzi per alimentare la polla inesauribile del suo linguaggio.
Saccheggia classici, Tolstoj, Dostoevskij, non esita a spingersi nelle biblioteche pubbliche, dove attraverso fidi collaboratori preleva volumi che annota sui margini con appunti di lavoro, incurante della proprietà pubblica al punto da non restituirli e conservarli per arricchire la sua personale raccolta. È alla ricerca del successo, conosce l’importanza del ruolo pubblico e si rivolge sempre ad editori di spicco, che vuole e sa guidare da vicino, al fine di ottenere impaginati ariosi e rispondenti alle esigenze del suo estetismo, della ricerca e culto del bello.
Tra gli editori di notevole rilevanza, si rivolge a Treves: pubblica Il Piacere, che contiene passi assai scabrosi, ma D’Annunzio, forte della conoscenza della narrativa d’oltralpe, sa che va incontro ai nuovi orientamenti del gusto e desterà l’interesse del pubblico. Creare la sua importantissima biblioteca richiede cifre molto consistenti e il successo è fondamentale. Quando si trasferisce nei dintorni di Firenze, alla Capponcina, villa che fu dei Capponi a Settignano, può coniugare una vita di lusso sontuoso, fra quindici domestici, dieci cavalli, quaranta levrieri, duecento piccioni, con l’amore viscerale per i suoi libri, cui si dedica completamente.
Con zelo ricerca sempre nuovi volumi, anche sul mercato dell’antiquariato, e li affida ai migliori legatori, spinto dalla grandissima passione per le legature. Lo sfarzo termina con il sequestro della villa, a causa dei molti debiti. In “volontario esilio” dimora in Francia dal 1910 al 1915, a stretto contatto con i maggiori rappresentanti della cultura e della vita mondana di Parigi, e non rinuncia al suo edonismo dissipatore. Torna in Italia: scoppiata la Prima Guerra Mondiale, è tra i più accesi interventisti, valoroso combattente – la Beffa di Buccari, il Volo su Vienna.
Finita la guerra occupa la città di Fiume per congiungerla all’Italia e ne tiene la reggenza fino al 1921, quando è costretto dal governo italiano a rinunciare alla difesa dell’italianità di Fiume e della Dalmazia. All’appoggio del fascismo segue un progressivo distacco. All’apice del successo e della fama anche per la sua vita inimitabile, affitta, poi acquista, una villa che sarebbe diventata in seguito il Vittoriale degli Italiani, dove muore nel 1938. La villa sul Garda, appartenuta al critico d’arte tedesco Henry Thode, è piena di bei libri e finalmente può organizzare il suo ingente patrimonio librario secondo le proprie esigenze di studio e quelle estetiche riguardo all’arredo delle stanze. In particolare, il suo studio, che vuole chiamare Officina, costringe chi entra ad inchinarsi, in segno di omaggio all’arte.
Negli ultimi anni diventa ancor più smodato nel cercare di trarre profitto dai propri lavori editoriali: vuole la pubblicazione unitaria di tutte le sue opere in edizione integrale, sperando di ricavarne lauto guadagno, cosa che di fatto avviene. È un progetto grandioso, che coinvolge il Re, Mussolini e il ministro dell’Educazione Nazionale. Si rivolge al nuovo astro nascente dell’editoria, Arnoldo Mondadori: l’opera completa appare dopo dieci anni, cui D’Annunzio vuole aggiungere un opuscolo per segnalare ai lettori gli imperdonabili refusi.
Vuole divenire lui stesso editore, soprattutto per ricavare ulteriori benefici economici, ma la morte gli impedisce di realizzare la vagheggiata impresa tipografico-editoriale. Giovanissimo stampa a spese del padre la prima edizione della raccolta di poesie – Primo Vere. Sempre a spese del padre ne pubblica la seconda edizione, facendola precedere dalla falsa notizia della sua morte, per favorire meglio la diffusione dell’opera. Ottiene ciò che vuole: il successo. Risente chiaramente di Carducci, da cui ricava però un’eloquenza piuttosto retorica. Allo stesso modo, la sua prima raccolta di novelle – Terra Vergine, 1882 - nasce dalla suggestione dei narratori del realismo, Verga, Flaubert, Maupassant, ma rivela una fredda narrazione oggettiva, l’involucro, senza alcuna traccia della dominata e profonda pietà di Verga.
Segue il periodo romano (1881-1891), di fondamentale importanza, “il più propizio per offrire un’atmosfera decadente al poeta che doveva diventare il principe del Decadentismo italiano”, secondo Binni. Nel panorama italiano si affaccia il romanzo di Huysmans, precursore dell’estetismo europeo: fa la sua prima comparsa il personaggio dell’esteta seducente e amorale. D’Annunzio, ventiseienne, è spinto ad accogliere le voci delle esperienze artistiche straniere, Verlaine, Wilde, Dostoevskij, Tolstoj. Il Piacere Il romanzo ritrae un mondo di ricercate eleganze, di raffinate sensazioni, su una gracile trama di passioni amorose, dove Andrea Sperelli è l’artista, poeta, incisore che mira a fare della propria vita un’opera d’arte. Manca però la ricerca di nuove e più profonde esperienze, emerge l’incapacità di scavare negli abissi dell’anima, sull’esempio di Dostoevskij, che pure è tra le sue amate letture, e il risultato è il frutto della sua prodigiosa facoltà di assimilazione. D’Annunzio diventa collaboratore assiduo del periodico La Cronaca Bizantina: è centro di un movimento artistico-letterario, seguace delle poetiche del Decadentismo, che interpreta la tendenza a estetizzare ogni moto dell’anima, le ambizioni mondane di una società salottiera, sofisticata e lussuriosa. Il poeta ne è il cronista idoleggiato e conteso: inizia la sua vita estetizzante, in una ricerca esasperata della fama, del plauso di folla, di sensazioni tra amori e avventure.
Contro una realtà che per lui è nulla lotterà contrapponendo l’erotismo, una vita come continua autoesaltazione, parola autosufficiente per il poeta: ne sentirà la sensualità, la valenza fonica, la musica, al di là di qualsiasi pensiero. Cessata La Cronaca Bizantina, nasce Il Convito, rivista diretta dal poeta Adolfo De Bosis: D’Annunzio, già astro letterario, vuole imprimere al periodico anche un gusto decorativo del gesto eroico e dell’azione umana, celebrati in una sorta di esaltazione del superuomo di derivazione nietzschiana.
Le Vergini delle Rocce Il romanzo è pubblicato a puntate sulle colonne del Convito. Il protagonista, Claudio Cantelmo, aristocratico, imperialista, sogna di potenziare “le ricchezze della stirpe in un figliuolo che possa essere il superuomo dominatore dell’Italia”. Dalla suggestione di Wagner e Nietzsche ricava la dottrina del superuomo: di fronte al nulla, l’io è l’unica realtà cui tutto è lecito. Esalta i pochi capaci “di volontà di potenza” e il loro diritto a dominare su tutti, asservendoli alla propria eccezionale grandezza, al di sopra di ogni legge e limite morale. E poiché intende fare della sua vita inimitabile un’opera d’arte, modella su questo ideale anche la sua esistenza. Nel Fuoco, sviluppo estremo della poetica del Decadentismo, Stelio Effrena trae dall’amore della Fornarina – l’attrice Eleonora Duse – l’ispirazione che dovrà condurlo a consacrare la sua esistenza all’ebbrezza dell’arte e al sogno titanico del capolavoro. Nel corso della sua produzione letteraria il poeta acquista una perizia e un virtuosismo davvero singolari, che gli consentono un linguaggio straordinariamente ricco, frutto di una cura sensuale della parola e dell’espressione musicale. La vera poesia, però, è quella in cui dimentica sé stesso, l’applauso delle folle. La Figlia di Jorio È un dramma in versi, ispirato dal natio Abruzzo, dove D’Annunzio è nato a Pescara nel 1863. Narra la storia di Mila, la donna perduta che Aligi salva dalla furia dei mietitori, poi la ama puramente, fino ad insorgere in sua difesa di fronte al proprio padre, Lazzaro, e ucciderlo.
Il parricida è condannato a morte dall’antica legge del popolo, ma Mila lo salva, accusando sé stessa di averlo smemorato con le proprie arti di fattucchiera, e si avvia al rogo maledetta, ma purificata dal suo sacrificio. L’atmosfera non è dramma, ma rievocazione musicale di una lontana vita millenaria della stirpe, come se nei gesti, nelle superstizioni, negli usi risuonasse la voce e l’animo, fatti misteriosamente presenti, di tutta una gente scomparsa. Vi è un senso di stupore dinnanzi alla vita più vasta che riaffiora dai remoti millenni, come una forza che li trascende. “È un canto scaturito da una sorgiva più profonda della mia anima stessa, sgorgato dalle vene perenni di tutta la mia gente”, dice D’Annunzio.
Coglie un tema del Decadentismo: l’ansiosa esplorazione di un mondo invisibile che è presente in ogni uomo e misteriosamente si ricongiunge alla vita universale. Alcyone Spesso sente dentro di sé la stessa vita della natura: il cielo, la terra, gli alberi, i fiumi acquistano le vibrazioni dei suoi sensi, si animano con lui in una comunione panica che lo scioglie in una vita arborea e fluviale, misteriosa e suggestiva. Il suo panismo, sentirsi foglia, ramo, fiume, virgulto è l’espressione dell’ansia dei Decadenti di ricongiungersi ad una più vasta e unitaria realtà universale. La natura sale verso la vita sensitiva dell’uomo e l’uomo scende verso la vita vegetale della natura, creando una regione favolosa, dove il poeta si libera della sua esasperata individualità e la natura si redime dalla sua materiale e sorda immobilità.
“E la mia forza supina si stampa sulla rena, diffondesi nel mare … e il fiume è la mia vena, il monte è la mia fronte … la nube il mio sudore” (Meriggio). Questo è il fascino della Sera fiesolana, in cui le parole hanno il fruscio delle foglie, la Sera ha un viso di perla e grandi umidi occhi, i pini dai novelli rosei diti giocano con l’aura che si perde, il fieno si trascolora e le colline s’incurvano sull’orizzonte, come labbra che un divieto chiuda, mentre “la volontà di dire” le fa “belle oltre ogni uman desire”.
Lo stesso fascino torna nella Pioggia nel pineto a realizzare i canoni del Decadentismo: mancanza assoluta di contenuto, atmosfera musicale, tessuto di sensazioni che si fanno musica. Le parole hanno un minimo di significato verbale e un massimo di vibrazione fonica, linguaggio nuovo di una natura animata, e il ritmo si scioglie nella melodia varia della pioggia: Ermione è la creatura favolosa di questo mondo intermedio tra uomo e natura, e ha chiome che sono ginestre, ciglia che appaiono foglie, mentre le ginestre si trascolorano in chiome e le foglie si rinnovellano in palpebre.
Il poeta, grazie a una poesia che è musica, raggiunge la serenità, il valore “assoluto e perfetto” che aveva inutilmente cercato nella sua “vita inimitabile”.
Gabriele D’Annunzio: vita, estetismo e costruzione del personaggio pubblico
Gabriele d'Annunzio, seguace dei principi dell'estetismo che promuovevano la trasformazione della vita in un'opera d'arte, ha vissuto un'esistenza straordinaria e affascinante. Nato nel 1863 a Pescara da una famiglia borghese, ha studiato presso il prestigioso collegio Cicognini di Prato. Debuttò come poeta a soli sedici anni con il libretto di versi "Primo vere" nel 1879, ottenendo successo tra i letterati. Nel 1881, dopo aver conseguito il diploma, si trasferì a Roma per frequentare l'università, ma abbandonò gli studi per immergersi nei divertimenti e nella vivace cultura della capitale. Dopo alcuni anni come giornalista, nei primi anni Novanta si trasferì a Napoli per sfuggire ai creditori, scrivendo per il "Mattino", un importante quotidiano nazionale. La sua vita, contraddistinta da una produzione letteraria abbondante e provocatoria, spesso scandalosa per i contenuti erotici, era altrettanto controversa con avventure galanti, lusso e duelli. La sua esuberanza artistica si riflette sia nella sua produzione letteraria che nella vita stessa, incarnando il principio estetico di trasformare ogni aspetto della vita in un'opera d’arte. All'inizio degli anni Novanta dell’800, Gabriele d'Annunzio abbandonò la fase estetizzante della sua vita, influenzato dalle teorie del filosofo tedesco Nietzsche. In cerca di nuova ispirazione, sviluppò il concetto del superuomo, un'entità caratterizzata non solo dalla ricerca della bellezza, ma anche da un'eccezionale energia eroica e attivistica.
Mentre continuava a plasmare l'immagine di una vita eccezionale, contraddistinta dal "vivere inimitabile" al di fuori delle norme comuni, nel 1895 intraprese una intensa relazione amorosa con l'attrice Eleonora Duse, che durò circa dieci anni. Si trasferì poi presso la villa della Capponcina a Settignano, in provincia di Firenze, vivendo come un principe rinascimentale tra oggetti d'arte, stoffe pregiate, cavalli e levrieri di razza. Questa continua esposizione di lussi e stravaganze era strettamente legata alle esigenze del sistema economico dell'epoca: d'Annunzio cercava di attirare l'attenzione pubblica per valorizzare la sua immagine e vendere i suoi prodotti letterari. Pur ricevendo somme considerevoli dagli editori, il flusso di denaro non era mai sufficiente, spingendolo a mantenere uno stile di vita costoso per sostenere la sua immagine di scrittore di spicco.
In conformità con la sua nuova immagine superomistica, Gabriele d'Annunzio, alcuni anni dopo, si lanciò in progetti di attivismo politico, desiderando incarnare il ruolo di un uomo attivo e superiore. Verso la fine dell’800, manifestò l'ambizione di entrare in politica per realizzare la figura del superuomo. Contemporaneamente, d'Annunzio intensificò la sua produzione di opere teatrali con l'obiettivo di accrescere la sua fama. Il suo impatto si fece profondamente sentire nel tessuto sociale dell'Italia borghese. Tuttavia, nel 1910, d'Annunzio fu costretto a fuggire dall'Italia a causa dell'ira dei creditori.
Durante la Prima guerra mondiale, Gabriele d'Annunzio ebbe l'opportunità di realizzare le sue aspirazioni eroiche. Tornato in Italia allo scoppio del conflitto, condusse una fervente campagna interventista, diventando un volontario nonostante i suoi cinquantadue anni. La sua intraprendenza e imprese audaci, come la "beffa di Buccari" e il volo su Vienna, catturarono l'attenzione del pubblico. La guerra per d'Annunzio fu un'esperienza straordinaria, combattuta nei cieli con l'aeroplano anziché nelle trincee fangose. Nel dopoguerra, deluso per la mancata annessione di territori promessi, divenne portavoce dei sentimenti di "vittoria mutilata" tra i reduci. Nel 1919 guidò una marcia su Fiume, dove instaurò un dominio personale sfidando lo Stato italiano. Cacciato nel 1920, tentò di emergere come leader di una reazione contro il caos sociale del dopoguerra ma fu superato da Benito Mussolini. Sebbene il fascismo lo esaltasse come padre della patria, d'Annunzio fu confinato dal regime in una villa a Gardone Riviera (sul Garda), chiamata il "Vittoriale degli Italiani". Qui trascorse gli ultimi anni della sua vita, ossessionato dalla decadenza fisica. Nel 1938, pubblicò opere memorialistiche e morì nella sua villa.
Un Ritratto Allo Specchio: Andrea Sperelli Ed Elena Muti
L'amata donna di Andrea interrompe bruscamente la loro relazione e scompare. Quando ritorna, Andrea apprende che, per evitare il disastro economico, ha sposato Lord Heathfield, un ricco inglese vizioso e ripugnante. La scoperta che una passione altissima e inestinguibile è stata interrotta da considerazioni economiche disgusta Andrea. L'orrore lo assale al pensiero che Elena è ora legata a un marito dalle mani immonde, improntate di vizio. Per comprendere il comportamento di Elena, Andrea mette in campo tutte le sue acutissime facoltà analitiche. Nel tracciare un ritratto crudele di Elena, ne costruisce uno altrettanto impietoso di se stesso.
D’ANNUNZIO E NIETZSCHE
D'Annunzio, influenzato dalla lettura di Nietzsche, trova una via alternativa alla crisi dell'estetismo adottando alcune idee filosofiche del pensatore tedesco. Tra i concetti chiave che lo colpiscono vi è il rifiuto del conformismo borghese, l'esaltazione dello spirito dionisiaco (Diòniso era il dio greco dell’ebbrezza) libero da limiti morali comuni, e l'affermazione della "volontà di potenza" e del superuomo come una nuova forma di umanità. D'Annunzio modifica e adatta queste idee al suo sistema ideologico, accentuando il carattere antiborghese, aristocratico, reazionario e imperialistico. Egli critica aspramente lo Stato unitario borghese, ritenendo che i principi democratici e l'eguaglianza abbiano contaminato il senso della bellezza, l'energia violenta e il gusto per l'azione eroica delle classi dominanti del passato. Spera, quindi, nell'affermazione di una nuova aristocrazia che, attraverso il culto del bello e la vita attiva ed eroica, governi la moltitudine degli esseri comuni e si evolva in una forma di vita superiore. Il concetto del superuomo, creato da D'Annunzio, incorpora l'immagine precedente dell'esteta, ma gli conferisce una nuova funzione. Gli eroi dei suoi romanzi non si ritirano più dalla vita sociale per contemplare la bellezza in solitudine; al contrario, attraverso la loro attività artistica e intellettuale, cercano di aprire la strada al dominio di una nuova élite raffinata e violenta. L'artistasuperuomo assume il ruolo di "vate", profeta di un nuovo ordine sociale, con una missione politica di porre fine al caos del liberalismo borghese, della democrazia e dell’egualitarismo.
LE VERGINI DELLE ROCCIE
Nel 1895, Gabriele d'Annunzio pubblica il romanzo "Le vergini delle rocce", segnando una radicale svolta ideologica. Il protagonista, Claudio Cantelmo, differisce dai personaggi precedenti, poiché è un eroe forte e sicuro, determinato a raggiungere la sua meta senza esitazioni. Il romanzo esprime le più recenti teorie aristocratiche, reazionarie e imperialistiche di d'Annunzio. Claudio, disgustato dalla realtà borghese, dal liberalismo politico e dall'affarismo dell'Italia postunitaria, aspira a una forma di vita superiore e al futuro "re di Roma", destinato a guidare l'Italia a destini imperiali. La sua ricerca della donna con cui generare il superuomo lo conduce a una famiglia nobile in una villa isolata, ossessionata dal culto del passato, ma afflitta da malattia e follia. Nonostante la maestà di Anatolia, la prima scelta di Claudio, la quale non può accettare la sua proposta di matrimonio perché sente il dovere di restare ad accudire la madre demente, i fratelli deboli e malati e il vecchio padre. In seguito Claudio subisce il fascino di Violante, inconfondibile incarnazione della cupa donna fatale, dell'Eros perverso. Il romanzo termina con il protagonista non riesce a realizzare i suoi progetti. Sebbene originariamente previsto come il primo romanzo di un ciclo chiamato "del Giglio", il fatto che i due romanzi successivi non siano mai stati scritti è significativo. In "Le vergini delle rocce", gli ambiziosi protagonisti dannunziani, nonostante le loro aspirazioni attivistiche ed eroiche, rimangono deboli e sconfitti, incapaci di concretizzare i loro obiettivi.
IL PROGRAMMA POLITICO DEL SUPERUOMO
Nelle "Vergini delle rocce," il protagonista Claudio Cantelmo narra la storia attraverso un linguaggio aulico e prezioso, ricco di riferimenti eruditi, metafore, paragoni e figure retoriche come il sarcasmo, interrogazioni retoriche, esclamazioni e (apostrofi). Questa narrazione rappresenta un programma politico per il nuovo intellettuale-superuomo, che, pur mantenendo l'estetismo, vuole unire l'arte all'azione. Prima di esporre il programma politico, Cantelmo lancia una parte polemica, usando toni sarcastici per descrivere la realtà borghese contemporanea. Critica lo spirito affaristico, l'ossessione per il denaro che profana Roma (un tempo capitale che dominava il mondo) e attacca la democrazia e l'egualitarismo. Propone invece una società gerarchica e autoritaria che reprima con violenza l'arroganza delle plebi, sostenendo il ritorno dell'aristocrazia e il suo dominio di classe.
Gli intellettuali, secondo Cantelmo, devono svolgere un ruolo cruciale in questo nuovo quadro politico. Invita i poeti a non limitarsi al rimpianto sterile del passato, ma a utilizzare la parola poetica come un'arma per distruggere la società borghese e creare un mondo in cui la bellezza possa rinascere. Cantelmo riconosce che la realizzazione di questo ambizioso progetto richiederà tempo. Per prepararsi all'azione futura, si propone tre obiettivi: perfezionare i caratteri della stirpe latina in sé stesso, trasmettere la sua visione del mondo attraverso un'opera d'arte perfetta e generare un figlio che possa ereditare le sue qualità, diventando così il futuro "Re di Roma" e guidando l'Italia ai destini imperiali.
LE LAUDI
Nel campo della lirica vuole affidare la sua visione della vita e dell’arte ai sette libri delle Laudi. Ma anche questo progetto rimane incompiuto (ne ha scritti 5) Il terzo libro delle "Laudi," intitolato "Alcyone," costituisce una raccolta di 88 liriche composte tra il 1899 e il 1903, delineando un affascinante viaggio che si snoda dai colli fiesolani alle coste tirreniche, narrando l'esperienza del poeta in compagnia della sua amata. In questo ciclo poetico, l'estate emerge come elemento cruciale, considerata la stagione che più di ogni altra permette di raggiungere la pienezza vitale. L'io poetico si fonde con il fluire della vita universale, identificandosi con le molteplici presenze naturali, sia animali, vegetali, che minerali. Questa fusione trasforma e amplifica l'io del poeta all'infinito, avvicinandosi quasi a una dimensione divina.
Questa opera si distingue nettamente dalla produzione poetica precedente di Gabriele D'Annunzio. Invece dei temi politici, celebrativi, polemici o profetici, il poeta abbraccia il tema lirico della fusione panica con la natura. Il nuovo tema comprende la fusione tra l’uomo e la natura e quindi con il divino. (PAN è il dio del tutto quindi tutta la natura).
LA SERA FIESOLANA
La prima strofa della Sera Fiesolana, analizza il tema dell'apparizione della luna. Ogni strofa è considerata come una lirica autonoma, e la prima, intitolata "La natività della luna," ruota attorno al sorgere della luna, interpretato come una teofania o apparizione divina. D'Annunzio rievoca antiche figurazioni mitiche della luna nelle religioni antiche. Il poeta è presentato come l'unico capace di percepire il mistero dietro i fenomeni naturali, e le sue parole sono descritte come una formula magica che induce l'apparizione della divinità. La descrizione non si focalizza sul sorgere effettivo della luna ma sull'attimo inafferrabile che lo precede, creando un'atmosfera di sospensione magica e indefinita, caratteristica delle opere di D'Annunzio.
Il testo evidenzia l'uso di segrete analogie basate sulla sinestesia, creando una rete di immagini che allude all'azione miracolosa della luna-divinità. Il collegamento tra il "gelo" diffuso dalla luna e la "freschezza" delle parole del poeta suggerisce che anche la parola poetica ha il potere di donare refrigerio e vita. Il passaggio successivo, le "riprese" tra le strofe, introduce la personificazione della sera, figura mitica femminile affine alla luna. La relazione tra queste riprese e le strofe principali è evidenziata attraverso legami tematici e simboli condivisi, come il "viso di perla" della sera richiamante l'immagine lunare.
Nella seconda strofa, intitolata "La pioggia di giugno," si evidenziano gli effetti musicali e il linguaggio analogico. La pioggia di giugno simboleggia la transizione dalla primavera all'estate. Vengono utilizzati procedimenti apparentemente semplici ma elaborati per creare effetti musicali attraverso la modulazione di accenti e rime. Gli olivi, definiti "fratelli," stabiliscono un collegamento con la trama mitico-religiosa del poema, richiamando elementi francescani e simboli di santità. Questi procedimenti analogici, tipici di D'Annunzio, saranno poi ripresi nella poesia del Novecento.
LA PIOGGIA NEL PINETO
La poesia è descritta come una sinfonia, con quattro strofe organizzate come movimenti musicali. La pioggia è la protagonista della sinfonia, e il poeta distingue i suoni diversi delle gocce che cadono sulle foglie, il canto delle cicale e delle rane, trattandoli come strumenti solisti alternati al pieno dell'orchestra. D'Annunzio mira a trasformare la parola in musica, seguendo i principi della poetica decadente. La partitura musicale della poesia cerca di riprodurre la musica della pioggia, che a sua volta è interpretata come un linguaggio arcano. C'è una profonda corrispondenza, secondo la visione decadente, tra la parola poetica e l'essenza misteriosa delle cose.
Il tema centrale è l'identificazione panica del soggetto umano con la vita vegetale, sviluppato attraverso variazioni. La donna e il poeta sono descritti come viventi di "arborea vita," con il volto della donna morbido come una foglia e i capelli che profumano come ginestre. L'identificazione culmina nell'ultima strofa, in cui cuore, occhi e denti delle due creature umane sono paragonati a elementi vegetali. La struttura metrica della poesia è estremamente libera, con versi di varie lunghezze. Le rime sono utilizzate liberamente senza uno schema fisso, e la modulazione fonica contribuisce alla qualità musicale. D'Annunzio utilizza numerosi procedimenti retorici come la lanafora, l'epifora, allitterazioni e paronomasie.
L'ideologia emerge nella volontà del poeta di cogliere nella pioggia un linguaggio di vita oltreumana, nella convinzione che la sua poesia sia l'unico strumento per interpretare questo linguaggio arcano e nell'invito alla trasfigurazione attraverso la fusione con la natura vegetale. Pur essendo presente in modo più leggero rispetto ad altre opere, l'elemento ideologico sottolinea la profondità del messaggio della poesia. Freud e la nascita della psicoanalisi La psicoanalisi, introdotta da Sigmund Freud all'inizio del Novecento, ha rappresentato una svolta significativa nella comprensione della psiche umana. Al centro di questa teoria sta la nozione fondamentale dell'inconscio, un livello profondo della mente in cui vengono relegati contenuti psichici considerati spiacevoli o moralmente inaccettabili. Questa scoperta ha portato a una ridefinizione dell'uomo e della società, con un impatto rivoluzionario non solo nel campo della psicologia, ma anche nell'ambito artistico e letterario. La divisione della psiche in Es, Io e Super-io riflette la complessità delle forze che agiscono nella mente umana. L'Es rappresenta la componente primitiva e irrazionale, l'Io funge da mediatore razionale, mentre il Super-io incarna la moralità sociale acquisita durante l'infanzia. Il concetto di rimozione, attraverso il quale i contenuti indesiderati vengono allontanati dalla coscienza, è un pilastro della teoria freudiana. Freud ha sviluppato metodi per accedere all'inconscio, abbandonando l'ipnosi in favore del metodo delle libere associazioni. In questo processo, il paziente è incoraggiato a esprimere liberamente i propri pensieri senza censure, fornendo al terapeuta materiale per comprendere i processi psichici inconsci. Altri canali per esplorare l'inconscio includono l'analisi dei sogni e degli atti mancati, come errori apparentemente insignificanti che possono rivelare le tensioni nascoste nella mente. La psicoanalisi freudiana ha suscitato controversie riguardo alla sua scientificità, ma ha indubbiamente evidenziato il ruolo cruciale delle motivazioni inconsce, della sessualità e delle esperienze infantili nella formazione della personalità. Nonostante le critiche, la teoria di Freud ha contribuito in modo significativo all'approfondimento della comprensione della psiche umana, influenzando diverse discipline e aprendo nuovi orizzonti nella ricerca psicologica.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
39. Giovanni Pascoli: il fanciullino, il nido e la rivoluzione linguistica
Quadro del capitolo. Pascoli rinnova la poesia italiana partendo dalle piccole cose e da una percezione infantile e simbolica del reale. Il trauma familiare alimenta il mito del nido, mentre il fanciullino identifica nel poeta chi sa sorprendersi e scoprire relazioni segrete tra le cose. La rivoluzione investe lessico, sintassi, suono e struttura dell’immagine.
Nuclei fondamentali: vita e trauma familiare • nido • poetica del fanciullino • simbolismo • Myricae • X Agosto • L’assiuolo • Novembre • Il lampo • fonosimbolismo e sintassi
Pascoli ha in mano la dinamite per la deflagrazione del linguaggio dell’Ottocento, ma non ha il coraggio di attuare lo scoppio. Eppure accende la miccia e rivela il temperamento del poeta basilare per capire il Novecento. Rimane tra le voci più nuove della nostra letteratura negli anni di crepuscolo dell’Ottocento, espressione di una sensibilità nuova. Nella sua attività e nella sua poesia a volte si atteggia ad un apostolato sociale, morale, patriottico, che lo avvicina alla nostra letteratura del risorgimento e del realismo.
I temi sentimentali delle sue liriche sembrano ricondurlo ai toni patetici del romanticismo. Ad una considerazione superficiale, Pascoli potrebbe sembrare il meno suscettibile al fascino delle tendenze innovatrici di quel periodo. Si è diligentemente formato sui classici; si laurea in lettere e insegna latino e greco nelle scuole superiori; poi passa alla cattedra di Letteratura Latina all’Università di Messina; infine a quella di Letteratura Italiana a Bologna, a succedere a Carducci; conduce una vita semplice, lontano dai raffinati cenacoli letterari e dai centri di irradiazione della cultura europea; ama cimentarsi nella poesia latina e ne trae rinomanza internazionale, nonché numerosi premi agli annuali concorsi di Amsterdam.
È uno spirito mite e solitario, reso più umbratile da una serie di sciagure familiari che lo sconvolgono fin dall’infanzia. Il 10 agosto 1867 suo padre, Ruggero, amministratore di una tenuta, viene ucciso da ignoti mentre torna a casa dalla fiera di Cesena: la tragedia è la rovina della famiglia e avvolge in un’ombra di dolore tutta la vita del poeta. Rimarrà motivo centrale della sua poesia e della sua esistenza, la sorgente stessa dell’amara visione della vita. Poco più di un anno dopo, muore la madre e la famiglia, sette orfani, vive ormai di stenti. Passano alcuni anni e muore anche il fratello maggiore, Giacomo, e a ricostruire l’ambiente familiare gli rimangono le due sorelle Ida e Maria: Ida si sposerà e Maria vivrà sempre con il poeta, gli sopravvivrà e da “madre amorevole” sarà la custode sacra del nido familiare, delle sue memorie.
Pascoli matura un sentimento di angoscia per il destino di dolore che s’accanisce nella sua vita, una sfiducia nel mondo, una ribellione contro la malvagità e l’ingiustizia degli uomini, e ne deriva un’esortazione alla fraternità umana che sola può salvarci dall’oscura forza del male. Da questo cuore di creatura smarrita che non ha propositi eroici o velleità sataniche, ma soltanto un angosciato bisogno di canto, nasce una lirica che è libera espressione di una spiritualità nuova. La misura di tale libertà e novità ci è offerta, oltre che dall’opera pascoliana, da una sua pagina di prosa, Il fanciullino. Non ha l’organicità di una dottrina estetica perché Pascoli non ha qualità filosofiche, ma esprime il suo nuovo modo di concepire la poesia e il poeta.
Come per i Decadenti, la sua poesia è rivelazione: essa consente all’anima di immedesimarsi nell’inafferrabile mistero dell’universo, di coglierne il battito segreto, di registrare le sensazioni più nascoste, animarle, farle vivere e sentire. Nel nostro animo, scrive Pascoli, vi è un eterno fanciullo: “noi cresciamo ed esso resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tien fissa la sua antica serena meraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire il suo tinnulo squillo come di campanello”. Questo fanciullino è “la divina poesia”: chi non sa essere fanciullo, ignora la poeticità che esiste nella natura, la realtà che il fanciullo-poeta è capace di scoprire e rendere.
Il poeta sa guardare con occhi nuovi e stupiti, con sensibilità intatta e pronta. La natura, gli esseri che lui rappresenta sembrano appartenere a un mondo che non è più quello delle nostre quotidiane sensazioni. Ogni cosa sembra tradursi in un simbolo della realtà imprecisabile che è al di là dell’apparenza. Il fanciullino deve rendere le intime voci misteriose, dell’anima e del mondo, nella loro immediatezza, prima che intervenga il pensiero a snaturarle. È un gusto nuovo: una poesia pura, tesa ad esprimere l’immediatezza fanciullesca del particolare, che si riassume nel monito “vedere e udire, altro non deve il poeta”. Di qui la condanna che Pascoli pronuncia contro la letteratura italiana precedente, “scarsa di poesia pura e sovrabbondante di poesia applicata”; nonché il rifiuto di ogni linguaggio letterario, nobile, consacrato dalla tradizione, affidato ad un processo intellettuale.
Adotta, invece, un linguaggio che nasce direttamente dalle cose: tende a spezzare la costruzione sintattica in frasi isolate come improvvise folgorazioni; a suggerire i moti dell’anima invece che dirli; a portare il lettore in un cerchio magico, dove la parola è sostituita da suggestioni musicali, dall’unione, per sinestesia, di due parole che si riferiscono a sfere sensoriali diverse (voce calda). Tutto ciò porta alla poesia pura del Decadentismo e rappresenta l’aprirsi della nostra letteratura alle nuove correnti europee.
Nella poesia di Pascoli rimangono molte tracce tradizionali. La sottile sensibilità spesso decade nel sentimentalismo; il simbolismo molte volte è intenzionale, nasce da un atto di volontà, anziché sorgere spontaneo con le immagini; la suggestione è ricercata attraverso l’insistenza di onomatopee. Sono le sfaldature del timbro poetico che si incontrano nella sua produzione, che è vastissima. Myricae (Tamerici) è la prima raccolta poetica, considerata la voce più viva del poeta. Il titolo allude alla semplicità e tenuità delle composizioni, prevalentemente di ambiente agreste, familiare, minimal.
Seguono Canti di Castelvecchio, il paese della Garfagnana che diventa il suo rifugio più caro, dove vive una vita semplice a contatto della natura e degli umili, e dove è sepolto. I Primi Poemetti e i Nuovi Poemetti sono legati ai motivi delle Myricae, con una maggiore elaborazione simbologica, a scapito della poesia. Il Libro – dai Primi Poemetti – ne è un esempio. Pur essendo bella per la forma, lo stile, la poesia ha qualcosa di innaturale, è simbolismo artificioso, concettualizzato, in un clima surreale, onirico, che ci rimanda a Poe, amato e tradotto da Pascoli.
Nella loggia aperta, sull’alto della casa, sta questo libro antico, aperto su un leggio di quercia antica. L’immagine è nitida, ma il suo significato sotteso è suggerito dall’isolata, innaturale solitudine di quel libro aperto, come attendendo chi continui a leggerlo. Il libro è un simbolo, ma misterioso. Può essere l’universo, incomprensibile alla continua vana ricerca dell’uomo; oppure la vita del poeta, segnata da un trauma, i cui fantasmi gli impediscono la poesia pura, e lo fa tornare all’infanzia, al linguaggio infantile, frammentario, costituito dalla lunga sospensione della parentesi e da silenzi..
I Canti Conviviali prendono il titolo dalla rivista romana Il Convito diretta dal poeta Adolfo de Bosis, legata alle poetiche decadentistiche. Traggono ispirazione dal mondo classico, dall’antichità omerica, ma il mito del poeta primitivo, esaltato dal fanciullino, pesa negativamente con la sua intenzionalità e il suo artificio. La poesia di Pascoli è vibrazione ed atmosfera; poesia di stati d’animo, sensazioni minute; tocchi descrittivi; malinconie, stupori e smarrimenti che si levano da paesaggi agresti; non è e non vuole essere pensiero o sviluppo di motivi logici. Quando tenta di uscire da questo mondo estetico e contemplativo per spiegare, e concettualizza il simbolismo, la poesia si diluisce. Come dice Cocteau, per il poeta fare poesia è come sudare: il simbolismo non deve essere artificiale, ma istintivo, naturale.
Per questo il meglio di Pascoli si affida a Myricae, che lui definisce frulli d’uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane. Sono l’espressione di smarrimenti, palpiti che, per la loro immediatezza e vibrazione, suonano come una voce solitaria, la quale canta per sé, confida a sé il dolore di un’anima su cui pesa l’impronta delle sventure familiari, un trauma che non è mai riuscito ad elaborare. La realtà rimossa riemerge mascherata come simbolo: quando il simbolo si carica dell’immediatezza dei sogni nasce la poesia. Il rischio c’è quando la simbologia è intenzionale.
Le tamerici rappresentano l’infanzia, vissuta nella campagna emiliana, all’interno del caldo nido familiare. Lì si sente protetto, mentre ciò che ne è al di fuori lo impaurisce: c’è il mondo con la malvagità umana, che colpisce gli innocenti. È la paura di vivere, che il poeta sente forte e lo porta a regredire all’infanzia, a quel fanciullino la cui voce diventa la sua poesia, l’esorcismo contro il tempo, la vita. X Agosto – da Myricae È un capolavoro. Il 10 agosto del 1867 è ucciso il padre di Pascoli, allora dodicenne.
“Perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla”: l’immagine nitida delle stelle cadenti durante la notte di San Lorenzo si trasfigura suggestivamente in una nuova immagine – un pianto dirotto che sfavilla nella concavità del cielo. Sono le lacrime del cielo sulla malvagità degli uomini e sul dolore universale. Il poeta trasferisce gli elementi familiari e biografici su un piano cosmico. La rondine torna al tetto e la uccidono. È là, in croce, e inutilmente invoca un cielo che è indifferente; l’insetto nel suo becco non potrà più sfamare i piccoli che l’attendono nell’ombra della sofferenza e della morte.
Il padre torna al suo nido e lo uccidono: chiede perdono, mentre tende due bambole, dono per le figlie, ad un cielo lontano, impassibile. La croce, già richiamata nel titolo con il numero romano X, allude a Cristo, simbolo di vittima innocente. Tetto per la rondine, nido per il padre: la trasposizione lega intimamente le due tragiche vicende. Il male è incomprensibile per l’uomo, che si sente in balia di un destino insondabile. Di fronte alla malvagità del mondo, l’unico rifugio dovrebbe essere il nido, dimora e nucleo familiare. Come interpreta in chiave psicanalitica Squarotti, autorevole critico, il nido è luogo protetto, caldo, raccolto in una sua esistenza senza rapporti con l’esterno e porta con sé il “mito del padre, come autorevole segno della sicurezza e della difesa dei piccoli, garanzia opposta alla violenza del mondo esterno”. La casa, però, è romita, abbandonata: il padre muore, è causa, sia pure involontaria, della dispersione dei suoi cari, ormai indifesi, e chiede loro perdono. All’uomo non resta che invocare il cielo che lo soccorra e partecipi al suo dolore, versando un pianto di stelle sulla terra, piccolo atomo senza luce di bontà. Il Gelsomino notturno – da Canti di Castelvecchio Segna una svolta verso il Novecento. È stato letto dapprima come una descrizione del crepuscolo, della notte. In realtà è una poesia nuziale, d’amore, dedicata ad un amico, Gabriele Briganti, per il suo matrimonio, la sua prima notte di nozze. La poesia è incentrata, con immagini allusive, sulla tematica della fecondazione, della sessualità, una dimensione vissuta dal poeta con un senso di drammatica esclusione, per la sua incapacità a diventare adulto.
È l’ora del crepuscolo, l’ora in cui “penso ai miei cari”. Le farfalle crepuscolari, tradizionalmente portatrici privilegiate del connubio di Eros e Thanatos, esibiscono emblemi di morte ma cooperano al processo di fecondazione dei fiori. Il gelsomino, fiore notturno, apre i suoi petali a quell’ora: è simbolo del fermento vitale che inizia a germogliare nel grembo materno, ma ecco la censura della morte, i fantasmi dei morti ad impedire al poeta di rendere esplicita la bella poesia nuziale. Tanti flash, l’ape, la costellazione, la casa che bisbiglia, il lume che sale, si consuma la notte d’amore: tutto diventa più coerente perché Pascoli lo ignora, lo spia furtivamente negli altri.
Il lume nella casa si sposta su per le scale, brilla nella camera nuziale al primo piano, poi si spegne. Si è consumato l’amplesso. Il fiore – simbolo della donna, del sesso femminile che si apre e si richiude – nella notte esala la sua fragranza odorosa “odore rosso” (sinestesia tra sensazione odorosa e sensazione visiva), all’alba chiude i petali un po’ gualciti ma, dentro l’ovario molle e nascosto in profondità, cresce una vita nuova, “felicità nuova”, frutto della notte feconda. La ricerca di Pascoli, sintonizzata con il maggior simbolismo europeo, punta all’emancipazione del linguaggio poetico dalla comunicazione logica: questo canto segna un passaggio al modo novecentesco di intendere il testo poetico, conferendogli un significato annesso.
Il linguaggio non ha quindi la funzione prioritaria di significare: sottolinea la nuova e originale percezione del mondo che Pascoli rivendica come compito primario della poesia. Cerca di cogliere il respiro delle cose, il loro alludere all’unità profonda e insondabile della vita di cui appaiono rivelazione. La poesia diviene conoscenza autentica del reale. Associa la parola all’inconscio: anticipa la poesia ermetica di Ungaretti che, in versi brevi, attraverso folgoranti similitudini, analogie, metafore, rappresenta quel reale che è un insieme di dati non decodificabili.
Nella metafora della Chioccetta (nome dato dai contadini romagnoli alle Pleiadi) Pascoli fa corrispondere l’aia azzurra del cielo al pigolio di stelle, con la bella sinestesia tra sensazione visiva e sensazione uditiva.
Giovanni Pascoli: vita, trauma familiare e formazione poetica
Vita La giovinezza di Giovanni Pascoli fu difficile. Nacque il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna da una famiglia della piccola borghesia rurale. La famiglia era abbastanza benestante, con il padre Ruggero che lavorava come amministratore di una grande azienda agricola dei principi Torlonia. La tranquillità di questa famiglia, composta da dieci figli e Giovanni come il quarto, fu interrotta da una tragedia che segnò profondamente il poeta. Il 10 agosto 1867, il padre fu ucciso a fucilate, probabilmente da un rivale che voleva prendere il suo posto di lavoro. I responsabili del delitto non furono mai identificati a causa dell'omertà della gente e dell'inef ficacia delle indagini. Questa ingiustizia insopportabile colpì duramente il giovane Pascoli, creando anche difficoltà economiche per la famiglia. La morte del padre fu seguita da altre tragedie: nel 1868 morirono la madre e la sorella maggiore, nel 1871 il fratello Luigi, e nel 1876 Giacomo. Pascoli si laureò nel 1882 e iniziò la sua carriera di insegnante liceale. Dopo aver insegnato a Matera, si trasferì nel 1884 a Massa. Qui, chiamò a vivere con sé le due sorelle, Ida e Maria (chiamata Mariù), cercando di ricreare idealmente il "nido" familiare distrutto dalle tragedie. Il «nido» familiare La tendenza del poeta al ritiro nel "nido" familiare e il suo attaccamento eccessivo alle sorelle rivelano la sua fragilità psicologica. Con un atteggiamento infantile, cercava nel calore familiare protezione da un mondo esterno percepito come minaccioso. A questo si univa il ricordo ossessivo dei lutti e dei dolori, che spingeva il poeta a considerare ogni rapporto con la realtà esterna come un tradimento nei confronti dei legami oscuri, viscerali del «nido». Pur desiderando intensamente costruire una famiglia come marito e padre, la rottura del legame con il "nido" infantile gli impediva di realizzare questo sogno. Pascoli trovava soddisfazione emotiva nel legame con le sorelle, le quali assolvevano a una funzione materna evidente. La reazione eccessiva e patologica di Pascoli alla decisione di Ida di sposarsi nel 1895 può essere compresa solo considerando questa complessa situazione affettiva. Questo spiega il carattere turbato e morboso della poesia di Pascoli, che si nasconde dietro l'apparente innocenza infantile e la celebrazione delle semplici realtà umili.
I simboli Nella poesia di Pascoli, gli oggetti materiali sono molto importanti, perché sono visti attraverso gli occhi del poeta, assumendo significati misteriosi e simbolici che rimandano a qualcosa di sconosciuto. La precisione con cui Pascoli nomina fiori, piante e uccelli ha un significato più profondo: i nomi diventano formule magiche per raggiungere l'essenza segreta delle cose. Dare un nome alle cose è come scoprirle per la prima volta, permettendo un'identificazione profonda. Pascoli conosce il mondo attraverso interpretazioni non razionali, rendendo le cose antropomorfizzate e cariche di significati umani. In sintesi, la visione del mondo di Pascoli si inserisce completamente nella cultura decadente.
Il fanciullino La poetica di Pascoli, espressa principalmente nel saggio "Il fanciullino" del 1897, sostiene che il poeta è simile a un fanciullo che persiste dentro ogni individuo. Questo fanciullo osserva il mondo con stupore e meraviglia, percependo le cose "come per la prima volta". Il poeta, grazie al suo modo unico di vedere, ci conduce direttamente alla verità, evitando il rigore del ragionamento logico e della ricerca scienti fica. L'approccio irrazionale e intuitivo di Pascoli gli permette di conoscere profondamente la realtà, cogliendo l'essenza segreta delle cose senza intermediazioni. Il fanciullo, secondo Pascoli, rivela connessioni ingegnose tra le presenze reali, creando una rete di simboli che sfugge alla percezione comune. Il poeta, quindi, si presenta come un "veggente" con uno sguardo acuto oltre le apparenze, capace di avvicinarsi all'ignoto e esplorare il mistero. In questo modo, sia la visione del mondo che la poetica pascoliana si inseriscono pienamente nell'ambito decadente. La poesia "pura" Pascoli ritiene che la poesia non debba avere scopi pratici; il poeta scrive poesie perché è un poeta, senza assumere il ruolo di consigliatore o ammonitore e senza avere obiettivi civili, morali, pedagogici o propagandistici. Tuttavia, questa poesia "pura", totalmente spontanea e disinteressata, può avere effetti di "suprema utilità morale e sociale". Il sentimento poetico, dando voce al "fanciullino" in noi, spinge verso la bontà, l'amore e la fratellanza, placando gli odi, gli impulsi violenti e il desiderio di accumulare beni che porta gli uomini a sopraffarsi reciprocamente.
Pascoli parla della vita quotidiana presentandosi come il cantore della realtà comune e dei suoi valori. Egli sviluppa l'ideale utopistico di una società in cui ogni individuo accetti la propria condizione e ogni classe sociale viva entro i propri limiti, senza conflitti, in un clima di cooperazione e concordia fraterna (era socialista). In molte sue opere, emergono due "miti" pascoliani chiave: il "fanciullino" (rappresentante della nostra parte ingenua e buona, promotore della fraternità tra gli uomini) e il "nido" (l'ambiente familiare caloroso e protettivo, luogo di conforto e riparo dai pericoli esterni). Il "nido" è collegato al ricordo dei cari defunti, che spesso fanno sentire la loro presenza nei versi pascoliani, suscitando sentimenti di nostalgia e introducendo riflessioni profonde sulla morte. Nonostante la tragedia personale, Pascoli, con un intento pedagogico, trasforma l'assassinio del padre in una vicenda esemplare che sottolinea l'inevitabilità del male tra gli uomini e la necessità di perdono e concordia. Credendo nel valore pedagogico della poesia, Pascoli, oltre a essere il cantore della realtà comune, assume il ruolo di poeta ufficiale e "vate". Egli celebra il glorioso passato della patria e suggerisce la possibilità di un riscatto futuro nelle guerre coloniali, interpretando la visione della vita e i sentimenti di gran parte della popolazione italiana e ribadendo la fede in valori civili fondamentali.
Il grande Pascoli decadente Pascoli è stato spesso visto nel Novecento come un poeta adatto ai giovani per i temi semplici e l'intento edificante. La critica ha spesso descritto Pascoli come il poeta delle piccole cose, della natura e degli affetti familiari. Tuttavia, nel corso degli anni, questa visione è risultata troppo limitata. La critica più recente ha evidenziato la sensibilità inquieta, morbosa e tormentata presente nella sua produzione poetica. Pascoli trasmette nelle sue poesie le sue profonde ossessioni, esplorando le zone oscure della psiche e rivelando una consapevolezza costante della presenza della morte. Al di là di ciò, Pascoli emerge come un grande poeta dell'irrazionale, considerato uno degli scrittori più autentici del nostro tempo.
Lo stile delle poesie La sintassi nei testi poetici di Pascoli mostra una prevalenza della coordinazione rispetto alla subordinazione con un’uso frequente di frasi brevi tipiche della struttura paratattica. Spesso, tali frasi sono collegate non da congiunzioni, ma tramite asindeto. Inoltre, sono frequentemente ellittiche, mancando del soggetto o del verbo, o assumono la forma dello stile nominale, costituite da una successione di semplici sostantivi e aggettivi. Utilizza la sostantivazione ovvero l’uso di sostantivi al posto di aggettivi (es. Nubi nere → Nero di nubi).
Per quanto riguarda il lessico, Pascoli mescola diversi codici linguistici. Gli aspetti fonici assumono grande importanza nella sua poesia, con suoni che compongono le parole principalmente come riproduzioni onomatopeiche. Oltre alle vere onomatopee, i suoni delle parole nelle poesie di Pascoli spesso hanno un valore fonosimbolico, assumendo significati propri al di là del loro significato lessicale. Inoltre, Pascoli fa uso sistematico di assonanze ed allitterazioni. Nella metrica, Pascoli fa un uso frequente di pause segnate dalla punteggiatura, come virgole per creare incisi, parentesi e puntini di sospensione, insieme agli enjambements.
Per quanto riguarda le figure retoriche, Pascoli predilige il linguaggio analogico. L’analogia è simile alla metafora ma è più dif ficile da comprendere. Myricae [mirice] La parola "myricae" in latino significa “tamerici”, comuni e diffuse piante (una specie di cipressi). Pascoli adotta questo termine ispirandosi al poeta latino Virgilio (70-19 a.C.), il quale nelle sue opere le menziona in modo dispregiativo dicendo che la poesia non deve essere umile e comune. Con ciò, Pascoli dichiara il suo intento di porre al centro della sua produzione poetica le piccole cose, conforme ai principi esposti successivamente nel "Fanciullino".
La raccolta è prevalentemente composta da componimenti brevi, che si aprono con quadretti di vita campestre di tipo impressionistico. Essi si caratterizzano per il non dare una descrizione completa ma dare rapide notazioni che catturano dettagli, linee, colori e suoni. Spesso, le liriche sono avvolte da atmosfere evocative della morte, e uno dei temi predominanti è il ritorno dei cari defunti, un modo con cui Pascoli affronta il dolore causato dalla tragedia familiare. Fin dai primi testi emergono soluzioni formali che costituiscono l'originalità profonda della poesia pascoliana: l'uso insistente delle onomatopee, il fonosimbolismo (ovvero il valore simbolico dei suoni), l'impiego di un linguaggio analogico e una sintassi frantumata. Pascoli sperimenta inoltre una varietà di combinazioni metriche inedite, spesso utilizzando versi brevi, come il novenario, poco comune nella tradizione italiana.
X Agosto L’assiuolo Novembre Il lampo I Canti di Castelvecchio Il gelsomino notturno La mia sera
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
PARTE VI — IL NOVECENTO E IL SECONDO DOPOGUERRA
40. Crepuscolari, Futurismo e avanguardie storiche
Quadro del capitolo. All’inizio del Novecento la società di massa modifica radicalmente il ruolo dell’intellettuale. I Crepuscolari reagiscono abbassando tono, oggetti e immagine del poeta; il Futurismo sceglie invece la rottura aggressiva con la tradizione, esaltando velocità, tecnica e azione. Sono risposte opposte alla stessa crisi della cultura ottocentesca.
Nuclei fondamentali: Italia giolittiana e società di massa • crisi del poeta-vate • Crepuscolari • Gozzano • Futurismo • manifesti programmatici • parole in libertà • avanguardie storiche
All’inizio del secolo si inasprisce il conflitto tra capitale e lavoro, divampa la lotta di classe. L’alta borghesia, forte della grande rinascita industriale, tende a fare dello Stato lo strumento di conservazione dei privilegi acquisiti, mentre la classe operaia, ispirandosi alle idee marxiste e sindacaliste, minaccia di rovesciare l’ordine costituito. Il proletariato vede nei sindacati, legalmente riconosciuti in molti paesi a fine Ottocento, e nei partiti socialisti gli strumenti indispensabili per far sentire il proprio peso nei rapporti con lo Stato e con i datori di lavoro.
Nasce una nuova coscienza di classe e la lotta è per una società più egualitaria e democratica. Da questa situazione derivano i primi sintomi d’insicurezza, inquietudine sociale, società di massa, disagio del ceto medio compresso tra la borghesia industriale e l’emergente classe del proletariato. In Italia si verifica un’esplosione di scioperi che portano a una dura stretta repressiva, nel 1898. Il disagio reazionario è bloccato dall’ostruzionismo parlamentare della sinistra e dei progressisti. L’assassinio di re Umberto I nel 1900, ad opera dell’anarchico Bresci, chiude questa drammatica crisi. Il nuovo re Vittorio Emanuele III è più rispettoso dei diritti del popolo e le nuove elezioni sono favorevoli alle forze liberali maggioritarie e ai socialisti. È la svolta liberale in politica, che viene a saldarsi con il grande sviluppo economico-industriale dell’Italia e con gli obiettivi espansionistici della nuova borghesia industriale. Giovanni Giolitti diviene Presidente del Consiglio dal 1903 al 1914 ed è l’uomo politico che opera questa coraggiosa svolta liberale e democratica. Tenta di integrare le nascenti forze proletarie, di realizzare una conciliazione tra forze socialiste e liberalismo avanzato. Tutta la politica giolittiana tende a creare un ambiente favorevole ad un intenso sviluppo industriale. L’Italia si avvia rapidamente a divenire un paese agricolo-industriale, interessato soprattutto a settori quali la siderurgia, l’industria cotoniera, chimica e automobilistica.
Il decollo, però, non avviene senza problemi e contraddizioni. Più che mai aperta rimane la questione meridionale, anzi lo sviluppo del Nord contribuisce ad inasprirla, perché lascia il Mezzogiorno in una grande arretratezza economica e sociale. Giolitti attua una politica protezionistica imponendo alte tasse sui prodotti esteri, favorendo notevolmente l’economia del Nord e danneggiando, invece, il Sud che vede chiuse le porte dei mercati esteri per i propri prodotti tipici. Il rapido progresso genera vagheggiamenti dello Stato forte: nelle serate dei futuristi folti gruppi di intellettuali esaltano l’avventura, il rischio, la missione espansionistica dell’Italia in Africa.
Giolitti realizza l’impresa di Libia (1912), in cui sembra culminare il moto d’ascesa dell’Italia a divenire potenza europea. All’Italia giolittiana manca un profondo slancio ideale: come osserva Benedetto Croce, si tratta di un liberalismo che è “una pratica e non già una viva e intima fede”, una teoria economica e non una religione della libertà. Tale carenza ideologica favorisce il sorgere del partito nazionalista (1910), cioè un’esaltazione dell’idealità patriottica, ma nata nel clima estetizzante di cui D’Annunzio resta vistoso esempio, come poeta-vate e maestro di vita inimitabile: le sue Canzoni delle gesta d’Oltremare celebrano l’impresa di Libia.
Il movimento nazionalista è militarista e imperialista, stravolge l’amor di patria, e l’impeto di affermazione violenta e di conquista porta a sognare impossibili grandezze. Da un lato rappresenta un’evasione dai problemi reali della nazione, dall’altro l’intenzione di eluderli mediante una politica estera avventurosa, perseguita dalla ricca borghesia industriale allo scopo di rafforzare il proprio dominio sullo Stato e opporsi al partito socialista, cioè all’elevazione delle masse oppresse. La crisi dello Stato liberale si conclude con la guerra del ’15-18: sembra continuare la tradizione antiaustriaca risorgimentale; in realtà per molti interventisti rappresenta un’affermazione della volontà di potenza della nazione.
Le riviste e il rinnovamento culturale del primo Novecento
Le manifestazioni letterarie del primo Novecento trovano nelle riviste un veicolo privilegiato per diffondere fermenti, proposte emergenti dalla realtà e dalla cultura: diventano centri di dibattito e di organizzazione delle idee. Nel 1908 Prezzolini fonda a Firenze una rivista La Voce, che continua a vivere fino al 1916 e raccoglie uomini di varia cultura, tra cui Papini e De Robertis. Ansiosa di rinnovamento, la rivista diviene centro di diffusione delle molteplici esperienze del pensiero europeo. L’ansia di aprire l’Italia alle voci più vive del tempo matura nella consapevolezza che è necessario far parlare chiaramente la propria voce, invece che continuare ad ascoltare quelle altrui.
È questo l’insegnamento di un giovane critico, Renato Serra, che invita gli artisti a dar voce al loro spirito e a impegnarsi nella costruzione di un proprio linguaggio. L’ammonimento non è accolto dai vociani più impetuosi, Papini e Soffici: fondano un clamoroso foglio d’avanguardia, Lacerba, che vive dal 1913 al 1915. Una seconda serie di La Voce (1914-16), diretta da De Robertis, segue la lezione di Serra, abbandonando del tutto l’originaria azione di magistero culturale affidatole da Prezzolini, e lascia da parte ogni aspirazione estranea all’arte, alla pura letteratura.
La Grande Guerra disperde questi centri di cultura e pone fine all’esistenza delle loro riviste, ma il loro frutto non resta vano. A prevalere in questo periodo è un’inquieta ricerca che porta ad un atteggiamento negativo di dissoluzione e rifiuto del passato. L’ultima voce di una visione dell’uomo responsabile della sua storia, concepita come consapevole conquista della civiltà e della piena coscienza di sé, è l’idealismo di Benedetto Croce, teso a dare alla nostra cultura un solido fondo di pensiero. Critica la filosofia positivista e si ricollega alla migliore tradizione liberale, riaffermando la religione della libertà e dei valori dello spirito.
Il suo austero messaggio morale appare troppo lontano dal dramma dei contemporanei – il tramonto di ogni certezza, di ogni fede morale e religiosa; il senso dell’esistenza come fluire di labili parvenze, con conseguente disperazione di poter conoscere il mondo e le cause della realtà. Di qui il deluso ripiegamento, sulla prosaica vita quotidiana, dei Crepuscolari.
I Crepuscolari: poetica delle piccole cose e crisi del poeta-vate
Rivelano il loro disgusto nei confronti della retorica di D’Annunzio, un senso di disfatta, spossatezza, malinconia: esprimono la nostalgia di una vita serena ormai remota e irraggiungibile, perché l’animo non può abbandonarsi, dopo che l’intelletto ne ha esplorato e inteso le assurde ingenuità. Si rifugiano in una poesia che predilige i toni smorzati e dimessi e, per meglio difendersi da una sentimentalità troppo aperta, adottano l’ironia.
Guido Gozzano ha dato al movimento la migliore espressione poetica, con i Colloqui (1911). Vorrebbe una vita calma, fatta di piccole cose, ma non può più aderire a questa realtà semplice e buona, perché il cuore è inaridito e la mente si è scaltrita. Canta, così, in un intreccio di nostalgia e di ironia, le buone cose di pessimo gusto di un mondo tramontato. La Signorina Felicita ovvero la Felicità È il poemetto più celebre del Gozzano. Sono presenti i temi principali del crepuscolarismo: il rifiuto di D’annunzio; del ruolo di poeta; il fascino per il mediocre quotidiano, passando attraverso l’ironia.
Il poeta ricorda i giorni felici e lontani trascorsi a Villa Amarena, in compagnia di Felicita, una donna semplice e spontanea, di cui si è invaghito. In tono nostalgico, ravvivato da spunti di vivace ironia, Gozzano tratteggia il tranquillo paese, la casa in cui Felicita vive, il mondo delle piccole cose, in cui ogni gesto ha il proprio senso sebbene sia quotidiano – la tostatura del caffè, i lavori di cucito, il canticchiare. L’aspetto e la personalità della donna sembrano incarnare un ideale di vita semplice, sana e tranquilla, ma in realtà in lei si legge il dissidio interiore fra vera tranquillità e tensione all’avventura.
Così il poeta sembra anelare a quel mondo idilliaco, ma in realtà sa che non vi tornerà mai, poiché l’artista – considerato inutile in un’epoca in cui imperversano i valori utilitaristici borghesi – non è capace di desiderare realmente nulla, non è in grado di vivere autenticamente.
Il Futurismo: ideologia, poetica e rottura con la tradizione
L’esperienza dei Futuristi è parallela a quella dei Crepuscolari, anche se opposta sul piano ideologico e formale. Si organizza in una scuola ben definita con capo storico e atto di nascita – il Manifesto, pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti sul Figaro nel 1909. Ricorre ad espedienti pubblicitari, quali le tempestose provocatorie serate d’incontro nei teatri con il pubblico; a riviste come Lacerba, dove sono dibattute le idee futuriste. Forte di questa organizzazione, che si appoggia ai movimenti nazionalistici e al Fascismo, perdura con manifestazioni che giungono fino alla seconda guerra mondiale.
Quanto il Crepuscolarismo è umbratile e rinunciatario, tanto il Futurismo è volontaristico e aggressivo. Vuole essere l’espressione dell’attivismo e del dinamismo moderni, insorgere contro il sentimentalismo, la vita borghese e piatta, in nome della nuova civiltà dinamica, meccanica, suscitatrice di sensazioni rapide e immediate, nell’esaltazione del pericolo e dell’audacia. Rinnegano i tradizionali schemi letterari, la grammatica, la sintassi, la metrica e prediligono un’espressione più libera, aderente all’urgenza e al flusso delle sensazioni.
Il Futurismo ebbe valore soprattutto come movimento di rottura, con il suo esasperato anticonformismo, il rifiuto dell’ormai consunta enfasi ottocentesca, la richiesta di una nuova coscienza dell’opera d’arte come straniamento, e della partecipazione critica da parte del pubblico. D’altra parte, l’adesione al Fascismo rinchiuse il movimento in forme di enfasi convenzionale, di novità sostanzialmente mistificata. Risultati più convincenti si ebbero nelle arti figurative – Carrà, Boccioni, Balla: il movimento fu uno dei principali incentivi alla rivoluzione dell’arte moderna.
Le avanguardie storiche e la rivoluzione dei linguaggi
La prima delle avanguardie storiche, il Futurismo, nacque non a caso a Milano, che era la città più moderna ed europea d'Italia, e si diffuse rapidamente in tutta la penisola e all'estero attraverso il fitto e rapido susseguirsi di manifesti e di altri interventi programmatici. L’atto fondativo del movimento, il Manifesto del Futurismo, venne pubblicato sul quotidiano parigino "Le Figaro" il 20 febbraio 1909; Filippo Tommaso Marinetti vi presenta il suo programma di rivolta contro la cultura del passato Il manifesto, che ha un valore soprattutto ideologico e politico, è formulato attraverso una serie di punti programmatici dallo stile dogmatico e perentorio, che trova espressione nei futuri e negli imperativi, mentre l'uso del «noi» con cui è condotto il discorso intende rinviare alla compattezza del gruppo.
Al manifesto fondativo, nell'intento di inaugurare e regolamentare la nuova visione del mondo, seguiranno altri manifesti che interessano diverse esperienze artistiche: il Manifesto dei pittori futuristi e La pittura futurista, firmati da Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Giacomo Balla e Gino Severini; il Manifesto dei musicisti futuristi di Francesco Balilla Pratella, a cui è da aggiungere L'arte dei rumori di Russolo; ci furono anche manifesti sulla moda, sull'arredamento, sulla cucina ecc. Azione, velocità e antiromanticismo I valori su cui intende fondarsi la visione del mondo futurista sono quelli della velocità, del dinamismo, dello sfrenato attivismo, considerati come distintivi della moderna realtà industriale, che ha il suo emblema nel mito della macchina. La velocità è considerata alla stregua di un nuovo dio.
C’è il culto dell'azione violenta ed esasperata respinge ogni forma esistente di organizzazione politica e sindacale, così come rifiuta il socialismo e il femminismo, nel nome di un individualismo assoluto in cui non è difficile notare una nuova incarnazione del mito del superuomo. I futuristi disprezzano i comuni atteggiamenti spirituali e sentimentali nei confronti della donna e dell'amore. Le innovazioni formali La contestazione si propone di colpire le strutture stesse della comunicazione letteraria, come risulta dal Manifesto tecnico della letteratura futurista, scritto da Marinetti nel 1912. Se la letteratura si era sempre basata su un saldo e logico impianto concettuale, il Futurismo respinge ogni forma di causalità e di consequenzialità, sostituendovi una forma più sintetica e abbreviata. Utilizza un'analogia che sappia rappresentare «l'ossessione lirica della materia», accostando e assimilando realtà diverse e lontanissime tra di loro, anche attraverso l'uso della sinestesia e dell’onomatopea. I futuristi parlano spesso con parole accoppiate difficili da collegare. C’è il proposito di distruggere la sintassi, che ri flette l'ordine consequenziale di un pensiero rigorosamente concatenato. Vengono anche aboliti i tradizionali segni di punteggiatura Alla distruzione della sintassi si sostituisce la teoria delle «parole in libertà», che consiste nel disporre «i sostantivi a caso, come nascono». Notevole rilievo assume anche la forma gra fica delle parole, che sottolinea effetti particolari (di rafforzamento o di indebolimento, per indicare ad esempio un boato o un sussurro). → Spazi vuoti, caratteri grafici, verbi all’infinito e riduzione di aggettivi e avverbi.
Luigi Russolo era un famoso pittore e musicista che visse a Portogruaro. Era un futurista. Dipinse “Dinamismo di un’automobile”. Le avanguardie storiche La seconda metà dell'Ottocento aveva visto il progressivo dissolversi del linguaggio tradizionale delle arti figurative, fondato sulla forma precisa, sulla prospettiva, sulla resa anatomica esatta dei corpi, sul corretto trattamento degli effetti d'ombra. Agli inizi del nuovo secolo erano maturi i tempi per l’elaborazione di un nuovo linguaggio, capace di rispondere ai mutamenti culturali intervenuti: dalla scoperta del filosofo Henri Bergson di un tempo interiore il cui fluire è diverso da quello oggettivo dell'ordine cronologico, alla teorizzazione freudiana dell'inconscio e a quella della complessità della personalità umana; dai primi dubbi sulla fisica newtoniana alla scoperta della teoria della relatività di Albert Einstein. Su questa nuova presa di coscienza della complessità dell'esistente, infatti, non lavorarono soltanto i letterati, da Proust a Joyce, da Svevo a Pirandello, ma anche gli artisti. Su di essi, inoltre, incombeva una sorta di ossessione nuova, generata dall'invenzione del cinema, dell'automobile, dell'aeroplano, che mutarono radicalmente i tempi e i modi della percezione visiva, divenuta più veloce, rendendo quasi contemporanea la successione dei punti di vista. Ne nacque l'esigenza di studiare il movimento, sia quello dell'uomo intorno alle cose che vuole osservare, sia quello delle cose che si muovono attorno a lui.
Le avanguardie riguardano l’arte di difficile comprensione sopratutto l’arte della pittura e della scultura ma anche da un punto di vista letterario ricordiamo il futurismo. Ricordiamo il: Il cubismo: Guernica di Pablo Picasso, le Damigelle d’Avignone. Il futurismo: l’arte per i futuristi deve dare l’idea di movimento (ricordiamo l’uomo che cammina). L’astrattismo: rifiuto di rappresentare la realtà Il Dadaismo: irrazionalità, non senso, la stravaganza (es. gabinetto al contrario) Bombardamento
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
41. Luigi Pirandello: umorismo, identità e metateatro
Quadro del capitolo. Pirandello interpreta la crisi moderna dell’identità come conflitto tra vita fluida e forme sociali che imprigionano l’individuo. L’umorismo scompone le apparenze e mostra il contrario nascosto dietro ogni certezza. Nel teatro la crisi investe anche la rappresentazione stessa, fino alla frattura tra personaggio, autore e attore.
Nuclei fondamentali: vita • relativismo e crisi dell’io • forma e vita • umorismo • Novelle per un anno • Il fu Mattia Pascal • Uno, nessuno e centomila • teatro grottesco • Sei personaggi in cerca d’autore
Luigi Pirandello nasce ad Agrigento nel 1867 e compie i suoi studi letterari a Palermo, poi a Roma e li completa a Bonn, dove si laurea. È professore di Italiano al Magistero di Roma; collabora a vari giornali e riviste; crea soggetti e sceneggiature per il cinema; acquista fama con novelle e romanzi. Dopo la prima guerra mondiale si volge decisamente al teatro, con frequenti spostamenti all’estero. La rappresentazione di Sei personaggi in cerca d’autore desta scalpore e vivissima attenzione per lui, i cui lavori si diffondono nel mondo.
Dirigerà il Teatro d’Arte di Roma (1925-28) e creerà una propria compagnia, chiamandovi come prima attrice la giovane Marta Abba, alla quale rimarrà legato da profonda passione fino alla morte. Nel 1934 è insignito del Premio Nobel per la letteratura. Muore a Roma nel 1936. Pirandello trova il panorama del teatro squallido e provinciale: c’è bisogno di uscire dalla crisi del tardo Ottocento, che manifesta lo sfacelo del mondo borghese, di un realismo positivista gretto e grigio (Giacosa, Praga). Pirandello, come Svevo, è testimone del crollo della fede nella scienza come sapere assoluto; della fiducia nell’evoluzione positiva della storia; del potere del soggetto di dare un senso unico e coerente al mondo.
Emerge la crisi dell’arte incapace di uscire dall’incomunicabilità – dramma dell’uomo moderno, che non sa conciliare l’apparire e l’essere, la finzione e la realtà. Sei personaggi in cerca d’autore È una rivoluzione per l’intero teatro borghese ed europeo, proprio perché è il dramma dell’espressione mancata, a significare la crisi dell’arte. Su un palcoscenico ancora in fase di allestimento, un gruppo di attori cerca di interpretare l’opera pirandelliana Il giuoco delle parti e ne discutono la partitura con il capocomico. Appaiono improvvisamente sei personaggi: si dichiarano partoriti dalla mente di un autore che li ha rifiutati e sono alla ricerca di qualcuno che metta in scena la loro storia.
Il capocomico convince la sua compagnia ad interpretare il loro dramma. I sei ospiti iniziano a raccontare affinché gli attori possano inscenare la loro storia. Ma tutto ciò che viene narrato appare profondamente diverso da ciò che è recitato: c’è discordanza tra realtà e finzione, tra personaggio e attore, che impedisce di fondere i due in una sola unità, un’opposizione tra vita e forma, un conflitto tra ciò che pretende di essere reale e ciò che sembra reale. Si suggerisce che non è possibile portare in scena un dramma senza tradirne l’originaria natura.
“Il dramma è la ragion d’essere del personaggio: è la sua funzione vitale, necessaria per esistere. Io di quei sei ho accolto dunque l’essere, rifiutando la ragion d’essere” (Luigi Pirandello, prefazione all’opera). L’arte denuncia la sua impotenza, impossibilità a dire la verità: è il paradossale stato di alienazione e di scissione dell’uomo contemporaneo. I personaggi pirandelliani sembrano prigionieri dell’ambiente e della situazione in cui si trovano, piovuti in un dato angolo del mondo, in una famiglia, in una società per puro caso, e costretti a cristallizzare la propria personalità in una chiusa forma, senza via d’uscita da questa apparenza. Una volta fissata la loro parte, il loro ruolo nella vita, non c’è più possibilità di liberarsi dalla sua rigida logica, né di accedere ad una vita autentica: la società li obbliga a muoversi dentro quel cerchio.
Il fu Mattia Pascal È uno dei romanzi più famosi. Immagina un uomo che, letta in un giornale la strana notizia della propria morte, si senta perciò liberato dalla forma in cui lo ha cristallizzato la vita, cerchi di costruirne un’altra, ma non vi riesce e sia costretto a ricomparire nel suo antico mondo, per riprendere la sua antica forma. Il libro ha pagine vivissime, anche se il peso della tesi da cui è mosso l’autore tende a trasferire la sua creazione in un gioco cerebrale. I personaggi non sono uomini, ma marionette, falsi perché non si mostrano per quello che sono, ma dimostrano una condizione astratta in quanto emblematica. Manca la psicologia, come luogo autentico dell’individuo, c’è una razionalità che è segno della dissociazione che il personaggio deve vivere. L’atteggiamento fisso, la parte è una maschera, sotto la quale si agita il subcosciente, che però non può essere comunicato, perché la verità non è conoscibile. Uno, nessuno e centomila In una vita che è flusso perenne inafferrabile, noi siamo diversi di minuto in minuto, diversi da come crediamo di essere e da come ci credono gli altri, per questo sembriamo uno e siamo centomila, e per essere così incessantemente vari, non siamo in realtà nessuno. In un processo di inautenticità, l’uomo è dissociato tra essere e sembrare, tra realtà e maschera; se si guarda allo specchio, non si riconosce, c’è l’ambiguità, il gioco di immagine tra ciò che è e ciò che crede di essere.
E non è soltanto la società a impedire che il subcosciente emerga. L’uomo stesso si aggrappa alla sua maschera fissa come a uno scoglio sicuro per non lasciarsi travolgere dalla tempesta delle passioni e degli impeti, che infuria al di sotto della vita superficiale. Quando la forza misteriosa, angoscia incoerente del subcosciente si scatena, allora è come se si spezzasse la maschera, come se un pupo si mettesse improvvisamente a recitare sulla scena una parte che nel copione non gli è stata assegnata, e distruggesse così la commedia della vita. Perciò gli uomini si tengono stretti alla loro parte, a viverla fino in fondo.
Pure quelle forze continuamente respinte sono ineliminabili e noi siamo prigionieri tra una nostra volontà di non mutare e un’urgenza di misteriose energie, che vogliono trasferirci a nuove forme di vita. Tale concezione tende a complicarsi di una trama di pensieri che portano Pirandello ad una tormentata e paradossale filosofia. Nascono pagine di un lucido realismo animato da un soffio di tristezza: personaggi che soffrono di non poter mai essere quali vorrebbero, di non sentirsi mai liberi e padroni di sé, e provano un’infinita “pena di vivere così”. Ma spesso i personaggi diventano esempi della concezione dell’autore, che rende paradossali le vicende, escogita situazioni assurde per svolgere i suoi lucidi sillogismi di trionfante pessimista.
Così è se vi pare La verità oggettiva non esiste, data la dissociazione dell’essere. Questo è il vero messaggio che Pirandello vuole trasmettere, prendendo a portavoce il disincantato Laudisi, parente, ma di tutt’altra sensibilità, della famiglia borghese che vive di pettegolezzi, incuriosita dallo strano menage di un marito, una fantomatica moglie che vive segregata e una suocera. La borghesia, figlia del positivismo, inutilmente si affanna a trovare quell’oggettività che non esiste più. I pettegoli vogliono verificare, accertare e decidono di interrogare separatamente il marito, signor Ponza, e la suocera, signora Frola.
Ponza afferma con convinzione che la prima moglie – figlia della signora Frola – è deceduta, ma la signora, impazzita per il dolore, crede di vedere nella seconda moglie la propria figlia guarita da una grave malattia: così, insieme alla moglie, lui ha deciso di impedire alla signora Frola di vederla, per evitarle un trauma troppo violento. La suocera invece dichiara che Ponza è pazzo: quando la moglie tornò da una casa di cura dove era stata ricoverata proprio per l’eccessivo amore di lui, credendola morta, se ne innamorò come se fosse un’altra donna, e la costrinse a sposarsi nuovamente con lui in seconde nozze. Per questo ora le due donne hanno deciso di vivere separate per non turbare il matrimonio.
Non è possibile dimostrare la veridicità dell’una come dell’altra ipotesi. Alla fine interviene la moglie ad affermare che lei è ciò che marito e madre vogliono che sia: così è se vi pare. Se il Decadentismo dà scacco alla ragione, Pirandello individua il fallimento della ragione e si serve della ragione per il suo gioco cerebrale, per analizzare la ragione dello scacco, usando la parola, a differenza di D’Annunzio, non come scopo della scrittura, bensì come mezzo per indagare la mente. Gravato anche dalla conflittualità che vive nella sua infelice situazione familiare – la moglie è squilibrata mentalmente, paranoica – raccoglie una casistica clinica di alienazioni: non ne definisce le ragioni profonde ma le presenta come manifestazioni di un modo di agire senza ragione, al limite della follia.
Silvio D’Amico riconosce in Pirandello uno dei più significativi rappresentanti della crisi del primo Novecento; il suo relativismo è espressione dello smarrimento spirituale di quegli anni di crisi in cui “ogni fede sembra sciogliersi”. I personaggi di Pirandello analizzano lucidamente e spietatamente ogni aspetto del mondo, lo smontano pezzo per pezzo: è questa eccessiva contemplazione e comprensione della vita a renderli inetti a vivere. Tale atteggiamento è la nuova malattia del secolo, che è ritratta efficacemente da Italo Svevo nel suo capolavoro, La coscienza di Zeno (1923).
Luigi Pirandello: vita, formazione e crisi dell’identità
Vita Luigi Pirandello nacque il 28 giugno 1867 ad Agrigento (Sicilia) da una famiglia di agiata condizione borghese (il padre dirigeva alcune miniere di zolfo). Continuò gli studi all'Università di Palermo, poi si trasferì all'Università di Roma e in fine all'Università di Bonn (Germania). Si stabilì poi a Roma. Nel 1903 un allagamento alla miniera del padre nella quale Pirandello aveva investito gran parte della dote della moglie provocò il crollo economico della famiglia. Anche la vita di Pirandello come quella di Svevo e di altri scrittori del 900 fu segnata dall'esperienza del declassamento (cioè il passaggio da una vita di agio borghese ad una condizione piccolo borghese).
In seguito al disastro economico la moglie ebbe una crisi che la fece sprofondare nella follia, aveva un disturbo psichico e questo influì anche sulla concezione dell’ambiente famigliare di Pirandello: la famiglia viene vista da lui come una trappola che imprigiona e soffoca l’uomo. Con la perdita delle rendite Pirandello fu costretto ad integrare il modesto stipendio di professore intensificando la scrittura di novelle. Dal 1910 Pirandello ebbe il primo contatto con il mondo teatrale, da quel momento divenne scrittore per il teatro.
Nel 1914 scoppiò la Prima Guerra Mondiale e il figlio, partito volontario, fu subito fatto prigioniero dagli Austriaci e questo aggravò la situazione mentale della moglie tanto che Pirandello fu costretto a rinchiuderla dentro una casa di cura. Dal 1920 cominciò a conoscere un grande successo di pubblico, i drammi pirandelliani furono conosciuti in tutto il mondo. L'esperienza del teatro non si sarebbe realizzata senza il finanziamento dello stato e fu per questo motivo che Pirandello nel 1924 si iscrisse al partito fascista. Mussolini appoggiava Pirandello.
Nel 1934 gli venne assegnato il premio Nobel per la letteratura (prima di lui l’aveva vinto Grazia Deledda e Giosuè Carducci). Pensiero politico e poetica Innanzitutto con Pirandello parliamo di relativismo conoscitivo cioè la conoscenza non è certa, non è sicura ma dipende da come vediamo la realtà, non esiste una realtà oggettiva. Ogni uomo ha una sua realtà soggettiva. Il relativismo conoscitivo è dovuto anche al fatto che la realtà cambia continuamente di istante ad istante. Anche l’uomo cambia e a questo proposito contrappone la vita e la forma. La vita è un continuo mutamento, mentre la forma è un qualcosa di fisso, di stabile. Gli esseri viventi dovrebbero vivere e quindi cambiare di momento in momento, ma l’essere umano per essere inserito nella società, non può cambiare continuamente quindi tende a fissarsi in una forma: l’uomo sceglie un suo aspetto (modo di essere) e con quello si presenta alla società. Mentre la vita è un continuo movimento, la forma è statica, ferma, fissa all’uomo in uno stereotipo e questo lo rende infelice. Forma es.: forma studente, forma amico. Per l'uomo la vita é un continuo cambiamento ma é impossibile cambiare sempre in una società e quindi si fissa in una forma e quando lo fa assume una maschera che lo definisce di fronte agli altri (non corrisponde alla proprio vita), una persona ha più maschere a seconda delle circostanze quindi é impossibile conoscere realmente una persona, anche se non avesse maschere non si può comunque conoscere realmente perché cambia di continuo, l'uomo rimane fisso in una forma in una maschera quando cade nelle trappole che non gli permettono di essere liberamente ciò che si sente.
Per Pirandello le 2 trappole principali sono il lavoro e la famiglia: anche se vi piace il lavoro é comunque una trappola, soprattutto a quei tempi. La seconda trappola é la famiglia: calandoci nella famiglia di 100 anni fa la donna e i figli sono sottomessi, se poi pensiamo alla famiglia borghese bisogna far vedere di fronte agli altri che tutto va bene anche se non é vero (Pirandello pensava che la famiglia era una trappola anche per via della moglie che era “pazza”). L’umorismo Nel saggio intitolato L'umorismo, che risale al 1908, Pirandello afferma che l'unica forma di arte in grado di mostrare la complessità e le contraddizioni del reale è l'«arte umoristica», che si fonda sulla «ri flessione» e sul «sentimento del contrario».
Per spiegare quest'ultimo concetto lo scrittore introduce una distinzione tra il comico e l’umoristico e propone un esempio: se vedo una vecchia signora coi capelli tinti e tutta truccata, avverto che è il contrario di ciò che una vecchia signora dovrebbe essere. Questo «avvertimento del contrario» è il comico. Ma se interviene la riflessione e suggerisce che quella signora soffre nel conciarsi in quel modo e lo fa nell'illusione di poter trattenere l'amore del marito più giovane, non posso più soltanto ridere: dall'avvertimento del contrario, cioè dal comico, passo al «sentimento del contrario», cioè all'atteggiamento umoristico.
- UN'ARTE CHE SCOMPONE IL REALE (pag. 484)
Le novelle per un anno Pirandello scrisse novelle per tutto l'arco della sua attività creativa, doveva scriverne 365 (una al giorno x un anno) ma ne scrisse solo 260. Lo scrittore le raccolse in volumi con il titolo di "novelle per un anno". Le novelle (=racconti) "siciliane" e" romane" Anche se non esiste alcun principio ordinatore all'interno dell'opera, si è soliti fare una distinzione tra le novelle collocate nel mondo contadino siciliano e quelle sugli ambienti piccoli borghesi romane. Le novelle "siciliane" sembrano inizialmente simili al realismo verista, ma un'analisi più approfondita rivela notevoli differenze rispetto allo stile di Verga. Pirandello si avvicina piuttosto al clima decadente, poiché esplora l'aspetto mitico e folkloristico della Sicilia. Nelle sue opere, Pirandello riesce a cogliere nella Sicilia contadina gli aspetti più bizzarri della vita, la casualità che fa saltare ogni idea di mondo ordinato, il gesto insensato che scardina ogni logica sistemazione del reale. Le novelle "romane", invece, offrono una descrizione della moderna piccola borghesia, rivelando un'atmosfera costantemente meschina, grigia e frustrante. Pirandello utilizza questa rappresentazione in modo metaforico per parlare di una condizione esistenziale universale: il doloroso tentativo di bloccare il flusso vitale e di confinarlo entro le "forme" imposte dalla società. I personaggi pirandelliani sono intrappolati nelle "forme", che spesso si manifestano attraverso famiglie opprimenti e soffocanti o lavori monotoni e alienanti, che umiliano e rendono tristi gli individui.
L'atteggiamento umoristico Nel costruire questa immensa galleria di personaggi Pirandello mette in opera il suo tipico atteggiamento “umoristico" dettato dall’esagerazione.
- CIAULA SCOPRE LA LUNA pag.490
- IL TRENO HA FISCHIATO pag.497
IL FU MATTIA PASCAL
È un romanzo di Pirandello con protagonista Mattia che vive una vita in trappola, fa il bibliotecario e ha sposato una donna che non lo ama. Un giorno decide di andare al casinò e vince molti soldi, è felice ma non di tornare a casa perché è una trappola. Un giorno sua moglie legge un giornale di un uomo morto e lo scambia per suo marito. La liberazione della "trappola" La storia è ambientata in Liguria. Mattia Pascal ha ereditato dal padre una grossa fortuna ma è ridotto in miseria a causa del disonesto amministratore, Betta Malagna, che si impossessa del patrimonio.
Mattia si vendicò seducendo sua nipote, Romilda, e mettendola incinta. Viene costretto a sposarla ma il matrimonio si rivela un inferno. Dopo una giovinezza agiata si deve adattare a fare il bibliotecario. Per liberarsi di questa prigione decise di lasciare il paese di nascosto per cercare fortuna in America. Ma due fatti cambiano radicalmente la sua condizione: la grossa vincita di denaro al casinò di Montecarlo e poi la notizia della sua morte. La moglie e la suocera l'hanno riconosciuto in un cadavere di un uomo annegato.
Mattia così si ritrova libero dalla doppia "trappola" che lo imprigionava. Ma commette un errore ovvero quella di crearsi una nuova identità, passare da una forma ad un'altra. Mattia inizia a cambiare il suo aspetto fisico: si taglia la barba, cambia modo di vestire e maschera anche l'occhio strabico (anche la moglie di Zeno era strabica), poi si trova un altro nuovo nome, Adriano Meis. La libertà irraggiungibile Mattia-Adriano si da a viaggiare per l'Italia e l'Europa ma prova un senso di vuoto e solitudine penosa, di precarietà.
L'errore è stato costruirsi una nuova "forma" falsa quindi ancora più costrittiva e limitante. Mattia si trasferisce a Roma e prende una stanza in affitto presso Anselmo Paleari, vecchio pensionato. Più tardi si innamora della figlia di Anselmo, Adriana. Pur amando Adriana, Mattia non può legarsi ufficialmente con lei perché non possiede un documento d'identità valido e per lo stesso motivo non può denunciare alla polizia il cognato Terenzio Papiano dato che l'ha derubato. In questo modo comprende di essere escluso dalla vita sociale a cui è rimasto strettamente legato.
Si libera quindi della falsa identità simulando un suicidio e riprende la vecchia identità di Mattia Pascal. Il ritorno nella "trappola" della prima identità Tornato alla sua originaria identità, Mattia ritorna nella vecchia "trappola" della famiglia ma scopre di non poter rientrare nella vecchia "forma" perché la moglie si è risposata con il migliore amico di Mattia e ha avuto una figlia. Ora l'eroe non può più avere alcuna identità ed è costretto ad assumere quell'atteggiamento di estraniato, di "forestiere della vita", riprende così il suo posto nella biblioteca, vivendo in pace e dedicandosi a scrivere la propria singola esperienza in maniera soggettiva, parziale, mutevole e sostanziale inaffidabile (tipo Zeno).
Pirandello ci vuole insegnare che per essere felice non bisogna cambiare forma.
• La Costruzione Della Nuova Identitá E La Sua Crisi (Pag. 511)
UNO, NESSUNO E CENTOMILA
Il protagonista è colui che si realizza completamente perché rimane libero nella pazzia. Pirandello propone nuovamente il problema dell'identità. La moglie fa notare al protagonista, Vitangelo Moscarda, che il naso gli pende un po' da una parte. Scopre improvvisamente che l'immagine che si è creato di sé non corrisponde a quella che gli altri hanno di lui. Il tentativo di liberarsi dalla "trappola" Moscarda è il figlio di un banchiere che ha fatto fortuna sfruttando altri. È considerato un usuraio come il padre, egli non aveva mai badato all'opinione che gli altri avevano di lui ed aveva condotto una vita da inetto perdigiorno, adagiandosi alle ricchezze paterne.
Si decise così di distruggere le immagini che gli altri si sono costruiti di lui, attraverso una serie di gesti bizzarri, imprevedibili, sconcertanti pazzie. La pazzia è un modo in cui gli eroi pirandelliani scombinano le proprie forme. Anche Moscarda come Mattia Pascal si scopre prigioniero nella "trappola" dell'identità individuale. Dona tutti i suoi averi per fondare un ospizio per i poveri dove lui stesso si ritira a vivere, vestendo come la comunità e mangiando nella ciotola di legno.
GLI ESORDI TEATRALI E IL PERIODO "GROTTESCO"
Tra la fine dell'800 e l'inizio del 900 il teatro era dominato dal dramma borghese (dramma inteso come testo teatrale) di impianto naturalistico che si incentrava sui problemi della famiglia e del denaro. La rivoluzione teatrale di Pirandello sconvolge due capisaldi del teatro borghese naturalistico: la verosimiglianza e la psicologia. Gli spettatori non hanno l'illusione di trovarsi di fronte a un mondo "naturale" ma vedono un mondo stravolto, ridotto alla parodia e all'assurdo. I personaggi sono personaggi scissi, sdoppiati, contraddittori.
Inizialmente il teatro di Pirandello ebbe scarso successo in pubblico. Il "grottesco" È de finito grottesco il teatro di Pirandello che si divide in tragedie e comicità, ma una comicità che fa riflettere. Il grottesco è la forma che l'arte umoristica assume sulla scena. Il tragico è sempre straniato dal comico e viceversa il comico rivela sempre al suo fondo un nucleo di tragica serietà. Pirandello toglie la quarta parete (sipario) in modo tale che gli attori interagiscono direttamente con il pubblico, inoltre, utilizza didascalie molto dettagliate per caratterizzare meglio personaggi e scene.
LA FASE DEL METATEATRO
Con Pirandello si parla di metateatro ovvero teatro nel teatro Sei personaggi in cerca d'autore, si tratta di un testo metateatrale, in cui vengono affrontate due fondamentali questioni: l'incapacità del teatro di rendere sulla scena ciò che uno scrittore ha concepito e il conflitto tra personaggi e attori. Il dramma suscitò l'indignazione furibonda del pubblico (la gente usciva arrabbiata alla fine perché non finiva) ma in seguito andò incontro ad un grande successo anche su scala mondiale. Le soluzioni del teatro nel teatro sono proseguite in due altri testi.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
42. Italo Svevo: inettitudine, psicoanalisi e Coscienza di Zeno
Quadro del capitolo. Svevo rinnova il romanzo attraverso un narratore inattendibile, una temporalità soggettiva e un rapporto ironico con la psicoanalisi. L’inetto non è soltanto un debole: è una figura capace di mostrare l’instabilità dell’identità moderna. Nella Coscienza di Zeno salute e malattia si rovesciano continuamente, fino a coinvolgere l’intera civiltà.
Nuclei fondamentali: Trieste e cultura mitteleuropea • Darwin, Schopenhauer e Freud • inetto • Una vita • Senilità • La coscienza di Zeno • tempo della memoria • malattia e salute • finale apocalittico
Di agiata famiglia borghese, Italo Svevo – pseudonimo di Aron Hector Schmitz – nasce in un fervido ambiente culturale e politico mitteleuropeo, quello triestino, dove recepisce le scosse che stanno minando tutte le certezze borghesi; lo sfaldamento ideologico della cultura europea; il disorientamento prodotto dal crollo dell’impero asburgico, cancellato dalla Grande Guerra. È l’io borghese a frantumarsi, è la fine del realismo dominante fino al tardo Ottocento. Quella realistica è una letteratura del sociale, che si svolge in ambienti dove i personaggi sono inconcepibili fuori contesto. Svevo rinuncia volentieri al contesto sociale, sceglie la vita privata, sfera principale in cui si gioca il senso dell’esistenza. Ciò che gli interessa non è l’ambiente, bensì scandagliare nel profondo gli abissi sfuggenti e contradditori dell’interiorità.
È l’introspezione tipica del Novecento, tutta centrata sull’esistenza, sottratta al flusso oggettivo del tempo, com’è concepito da Bergson – non più successione di intervalli scientificamente misurabili, ma durata del flusso continuo dei fenomeni psichici, in cui ogni istante è espressione dell’io profondo, dell’essenza che si sottrae alla misura. Fondamentale è il rapporto tra arte e scienza. Il romanzo contemporaneo deve essere costruito seguendo i discorsi della scienza, di un mondo che è mitizzazione della tecnologia.
Non si può volgere le spalle alla scienza, ma l’arte, in quanto autonoma, ha il compito di rendere problematico ciò che nella scienza è dogmatico: gli intellettuali devono essere la coscienza critica del sistema. L’arte deve accettare la sfida del mondo moderno, essere commistione di filosofia ed estetica. Svevo si serve di Darwin, di Marx, di Freud, per problematizzarli, portando il discorso dal dogma al dubbio. Per capire l’artista bisogna partire da Schopenhauer. Non ne assume il sistema metafisico ma vi scopre il grande analista dell’istinto, la volontà cieca che poi Freud chiamerà inconscio.
Schopenhauer resta una presenza forte nello spirito di Svevo. Gli piace l’intuizione che l’elemento fondamentale della vita è una volontà cieca, prerazionale, di cui il mondo è rappresentazione, mentre la coscienza è sovrastruttura, e ci rende consapevoli di ciò che stiamo facendo in una vita che è basata sugli inganni. Il concetto di “volontà di vivere, che è per l’uomo sopravvivere” porta Svevo a correggere Schopenhauer, scientificizzandolo con la teoria evoluzionistica di Darwin. Darwin è colui che ha tradotto in ambito materialistico le istanze di Schopenhauer, secondo Svevo.
La volontà di vivere diventa forza evolutiva della vita, quindi vivere come lotta per sopravvivere. A questo punto corregge Darwin con Schopenhauer. Nella lotta per la vita, Darwin tende a far vincere il più forte, mentre gli inetti, gli inadatti vengono eliminati. Svevo si chiede se sia vero che gli inetti siano gli sconfitti o se, invece, coloro che vivono dissociati siano, per la loro debolezza, portati a sostituire il dato reale con la rappresentazione. Così coloro che appaiono i forti sono, soltanto apparentemente, i sani, perché sono quelli che meno sviluppano l’intelligenza, la ragione. Le persone che sono integrate, soddisfatte di sé, non s’interrogano e in apparenza sono felici. In realtà sono coloro che subiscono passivamente l’ambiente, non fanno nulla per modificarlo e in questo loro adeguarsi esauriscono le loro energie.
Svevo parte da Darwin e giunge a posizioni opposte. Le persone vigilanti, critiche, che si interrogano, nella visione di Darwin sono i deboli, gli inetti: in realtà sono loro a sopravvivere meglio, mentre i forti/sani sono perduti se viene distrutto il loro ambiente, se cambia il reale cui hanno sempre aderito apaticamente. Tutti siamo alienati, nevrotici, malati, e tutto è inautentico. “La vita è l’unica malattia, sempre e per tutti”. Chi non ne è consapevole è incosciente, crede di essere forte, sano e non mette in gioco quell’intelligenza che è dote precipua per non lasciarsi influenzare e per evitare di vivere sprovveduti. Coloro che sanno di essere malati sono quindi più criticamente dotati di fronte alla novità, perché non sono legati al reale.
E allora, questa malattia del vivere, malattia decadente, moderna è frutto di natura o di cultura? L’uomo nasce con questo senso di angoscia o è frutto della società? Avrà ragione Marx a pensare che l’alienazione sia prodotto della società borghese e possa, invece, esistere una società in cui l’uomo è autentico, quindi a vincere sia la lotta di classe? In una rivista marxista di Turati, Critica Sociale, Svevo scrive un articolo La Tribù: il fatto stesso di vivere in questa società porta l’uomo a sfruttare l’altro uomo, la società comunista non è che un sogno. Svevo accetta la diagnosi di Marx, ma rifiuta la terapia: non può esistere una società di individui uguali. La Tribù è una favoletta, in cui alcuni uomini vanno in Africa a fondare una società ideale, ma in breve tempo si ricreano i contrasti, le classi. È interessante che abbia posto questo problema: è chiaro che chi vuole Svevo marxista va contro Svevo. Svevo viene paragonato a Kafka, ma la situazione è molto diversa. La Metamorfosi è una metafora surreale della malattia, ma quest’uomo cerca di essere normale. L’uomo di Svevo è apatico, disperato, si preserva con l’ironia; l’uomo di Kafka è dissociato, ma non è disperato, c’è la fiducia nell’uomo. Un Messaggio dell’Imperatore. Nel racconto di Kafka l’imperatore sta morendo e vuole inviare un messaggio; fa chiamare il messaggero, che va, ma non giungerà mai alla meta. Colui che sa che l’imperatore deve mandargli un messaggio sarà sempre alla finestra ad aspettarlo. L’imperatore è Dio morente, che continua a cercare l’uomo.
Crémieux, insieme a Joyce e a Montale, è tra i primi critici a riconoscere la grandezza di Svevo. Paragona Zeno a Charlot: c’è la fisionomia dell’uomo senza qualità e il classico finale dei film di Charlot lo vede sconfitto. Però è pronto a riprendere il cammino con il suo bastone: è la speranza a prevalere. L’inettitudine è il fulcro dei romanzi di Svevo: Una Vita; Senilità; La Coscienza di Zeno. Una Vita Il primo titolo pensato dall’autore è Un inetto. Il protagonista, Alfonso Nitti, è un giovane colto ma economicamente disagiato, che dall’amato paese natio si trasferisce in città per lavorare presso la banca Maller. La sua è la vita di un uomo solo, scisso dalla società in cui vive, in particolare dal mondo cittadino, che lo accoglie con tutta la sua freddezza e al quale il giovane oppone una progressiva introversione. Fa continui progetti di rinascita dedicandosi alla composizione di opere filosofiche e letterarie, ma rimane sempre uguale a sé stesso, incapace di alcuna maturazione. Svevo crea un antieroe che giunge al compimento di un gesto tragico, il suicidio. Senilità Il protagonista è un inetto: Emilio Brentani, un intellettuale fallito di 35 anni. In passato Emilio ha pubblicato un romanzo che non ha riscosso alcun successo, così si è ritrovato a condurre una vita da umile impiegato di modeste condizioni economiche. Quando incontra Angiolina è colpito dalla sua bellezza e vitalità prorompente. Spera e si illude di poter condurre con lei una storia d’amore, ma in realtà ne rimane vittima.
Emilio è un uomo senile, pur non essendo vecchio, perché è vecchio dentro, nell’animo e nella volontà. La senilità è una condizione inferiore, un atteggiamento nei confronti della vita. Vive così un’anzianità precoce perché rinuncia alla vita, si lascia vivere rassegnandosi alla stasi e all’inerzia, accanto alla malinconica sorella Amalia, fino alla sua morte. A conclusione del romanzo, Emilio, anche se non trova un nuovo equilibrio interiore di cui è alla ricerca, recupera il valore dell’esperienza vissuta nel ricordo, dove attribuisce ad Angiolina le qualità di Amalia. Sente, comunque, il bisogno di una presa di coscienza: lo sottrae dal tragico gesto del suo predecessore, Alfonso (Una Vita). Sarà Zeno ad acquisire una nuova consapevolezza.
Ciò che conta per Svevo è l’esplorazione della coscienza interiore del personaggio. Per questo adotta la narrazione in terza persona – narratore esterno e protagonista. Si alternano e si contrappongono le vicende viste nell’ottica di Emilio e viste attraverso il giudizio del narratore, che smaschera la falsa coscienza del protagonista. La Coscienza di Zeno È l’ultimo romanzo sul tema dell’inettitudine. Lo scandaglio analitico di Svevo fruga nella coscienza del protagonista, l’inetto e nevrotico Zeno Cosini, indotto dal suo psicanalista ad analizzare la propria psiche, perché può portare in evidenza i meccanismi mentali e far comprendere meglio la propria malattia.
A differenza dei suoi predecessori, Alfonso Nitti (Una Vita) ed Emilio Brentani (Senilità), Zeno non prende più le cose drammaticamente. Matura la coscienza della propria personalità e dei propri limiti, della sua incapacità a identificarsi con il mondo concreto. Decide quindi di modificare le proprie esperienze. Egli sa di essere malato: gli altri, i sani, sono convinti di essere perfetti e restano cristallizzati in una condizione di immobilità, mentre lui, inquieto, si considera un inetto, quindi è disposto al cambiamento e a sperimentare nuove forme di esistenza. Nessuna medicina può guarire la malattia dell’uomo, ma l’inettitudine ora si configura come una condizione aperta, disponibile ad ogni forma di sviluppo.
Svevo scopre Freud, ma, come sostiene Gioanola, “Svevo è freudiano prima di Freud”. Freud conferma, ma Svevo mantiene sempre le distanze, un po’ per sottolineare che le sue intuizioni hanno preceduto il maestro: già in Una Vita e in Senilità si vive il complesso di Edipo, Freud fornisce soltanto la terminologia. Svevo inizia la letteratura psicanalitica, ma è molto critico nei confronti del medico che crede nella psicanalisi come terapia. Svevo non crede all’utopia di Freud: ritiene ottimo lo strumento analitico, ma non accetta ciò che di positivismo è in Freud. Freud parla ai nevrotici come dottore capace di sanarli: questo, Svevo non può accettarlo.
L’artista difende la propria inettitudine e la propria nevrosi, come forme di resistenza all’alienazione circostante. Rispetto all’uomo efficiente ma del tutto integrato nei meccanismi inautentici della società borghese, preferisce essere un inetto, un dilettante aperto a possibilità diverse. Difende i diritti dell’ammalato rispetto al sano. La terapia lo renderebbe più normale, ma a prezzo di spegnere in lui quelle pulsioni vitali, indipendenti dalla sua volontà, che lo spingono a fare ciò che magari non era nelle sue intenzioni.
Svevo scrive perché non può farne a meno: è una scrittura resa necessaria da quelle pulsioni profonde che Freud chiama inconscio, e non trovano appagamento in nessuna delle forme tradizionali. Nasce quindi una scrittura nuova, classicamente brutta: non c’è più nulla del bello scrivere, di letterario nel senso tradizionale del termine, perché ciò che conta è l’essenza, non più la forma. Rifiuto della letteratura realistica, ricca di descrizioni d’ambiente, di paesaggi; svolta radicale verso l’interiorità; conseguente novità di linguaggio e di stile: ecco gli elementi per cui inizialmente Svevo non è capito, se non da Joyce – suo professore di inglese a Trieste, costante amico e ammiratore – e da Montale, spirito affine, il primo in Italia ad affermarne la grandezza.
Oggi, per riconoscimento unanime, è considerato il più grande scrittore italiano del secolo, la cui arte rivela finezza di narrazione e di efficace umorismo. La sua formazione avviene in un ambiente linguistico tedesco e avrebbe potuto benissimo essere uno scrittore tedesco. Invece, volle chiamarsi Italo e scelse l’italiano, perché gli interessava la nostra grande tradizione classica.
Italo Svevo: vita, cultura mitteleuropea e formazione dell’inetto
La vita La formazione e il lavoro impiegatizio Ricostruire le vicende biografiche di Svevo è piuttosto semplice poiché lo scrittore ci ha lasciato un Pro filo autobiografico (1928) nel quale ricorda gli avvenimenti fondamentali della sua vita e presenta le sue opere. Aron Hector Schmitz (Italo Svevo è uno pseudonimo letterario) nacque il 19 dicembre 1861 a Trieste, allora territorio dell'Impero asburgico, da un'agiata famiglia borghese di origini ebraiche. Il padre, Francesco, era commerciante in vetrami e per questo motivo gli studi del ragazzo furono indirizzati verso il settore tecnico.
Nel 1873 Hector fu mandato in collegio in Germania, a Segnitz, dove studiò materie utili per l'attività commerciale e imparò a parlare perfettamente il tedesco. Nel 1880, in seguito ad un investimento industriale sbagliato, il padre falli: Svevo conobbe così l'esperienza del declassamento, passando dall'agio borghese ad una condizione di ristrettezza economica. Fu costretto a cercar lavoro e si impiegò presso la filiale triestina della Banca Union di Vienna, presso cui rimase poi per diciannove anni. Il lavoro impiegatizio era per lui arido ed opprimente, e per questo motivo cercava un'evasione nella letteratura progettando il suo primo romanzo, Una vita, che pubblicherà a proprie spese nel 1892 senza ottenere alcun successo.
Il salto di classe sociale e l'abbandono della letteratura Nel 1896 sposò una cugina molto più giovane di lui, Livia Veneziani, e l'anno successivo nacque la figlia Letizia. Il matrimonio segnò una svolta fondamentale nella vita di Svevo. Sul piano psicologico egli infatti riuscì a superare molte fragilità e insicurezze personali grazie al nuovo ruolo di marito e di padre; inoltre migliorarono anche le sue condizioni economiche, poiché abbandonò l'impiego in banca ed assunse un incarico prestigioso nella ditta del suocero, una fabbrica di vernici antiruggine per navi che era ben inserita nel mercato internazionale.
Fu un salto di classe sociale: da una modesta e grigia condizione piccolo borghese Svevo si trovò proiettato nel mondo dell'alta borghesia. Nel 1898 pubblicò il suo secondo romanzo, Senilità, ma, come Una vita, anche quest'ultimo libro riscosse uno scarsissimo successo di critica e di pubblico. Decise allora di abbandonare l'attività letteraria. Il permanere degli interessi culturali Nei primi decenni del Novecento si verificarono inoltre due eventi fondamentali per la formazione intellettuale di Svevo. Nel 1906 per necessità di lavoro egli cominciò a prendere lezioni di inglese dal giovane scrittore irlandese James Joyce, che insegnava a Trieste presso la Berlitz School, e tra i due nacque una solida amicizia destinata a durare nel tempo. Quando Joyce lesse i due romanzi pubblicati da Svevo, li trovò così interessanti da incoraggiare l'amico a proseguire l'attività letteraria. Intorno al 1910, poi, siccome il cognato stava seguendo una terapia a Vienna con il dottor Sigmund Freud, Svevo scoprì le teorie psicoanalitiche e decise di approfondirne la conoscenza poiché credeva di poterne trarre ottimi spunti per la scrittura. La ripresa della scrittura Allo scoppio della Prima guerra mondiale la fabbrica di vernici fu requisita per ordine delle autorità austriache e Svevo si trovò libero da ogni incombenza pratica, potendo così riprendere la sua attività intellettuale. Nel 1919 cominciò a comporre il suo terzo romanzo, La coscienza di Zeno, che venne pubblicato nel 1923.
Svevo mandò il romanzo a Parigi all'amico Joyce, che ne riconobbe immediatamente lo straordinario valore e lo sottopose all'attenzione degli intellettuali francesi. L'opera fu così apprezzata da essere tradotta in francese e ben presto la fama dello scrittore triestino cominciò a diffondersi in tutta Europa. Il 12 settembre del 1928, ebbe un incidente d'auto a Motta di Livenza, presso Treviso, e il giorno dopo morì, in conseguenza delle ferite riportate. Un intellettuale atipico Svevo presenta una fisionomia intellettuale profondamente diversa da quella del tradizionale letterato italiano di fine Ottocento. Le ragioni di questa diversità vanno ricercate innanzitutto nell'ambiente in cui egli trascorre la maggior parte della vita. Trieste (che entrerà a far parte dello Stato italiano soltanto nel 1918) è infatti una città di con fine, in cui convergono la civiltà italiana, quella tedesca e quella slava, e che pertanto risulta un luogo dove si realizza una mescolanza molto vivace di popoli e di culture differenti. Lo scrittore stesso, adottando lo pseudonimo letterario di Italo Svevo, vuole segnalare come in lui vengano a confluire la cultura italiana (a cui si riferisce il nome Italo) e quella tedesca (richiamata dal cognome Svevo). Non va poi trascurato il fatto che lo scrittore, pur non essendo religioso, era di famiglia israelitica, e che dunque ebbe modo di conoscere da vicino anche la cultura ebraica. L'ambiente in cui si forma ed opera permette quindi a Svevo di assumere una prospettiva ben più ampia di quella di tanti scrittori italiani del suo tempo, ma soprattutto gli consente uno stretto rapporto con la cultura mitteleuropea (cioè quella dell'Europa centrale).
Quindi Svevo è un’intellettuale atipico perché ha uno stretto rapporto con la cultura mitteleuropea perchè legge molti libri tedeschi e slavi. Impara anche l’inglese con James Joyce. I rapporti con la psicoanalisi Problematico fu anche il rapporto di Svevo con la psicoanalisi, che pure ebbe un posto così importante nella sua riflessione e nella sua scrittura letteraria. Verso Freud lo spingeva l'interesse per le tortuosità e le ambivalenze della psiche profonda, che lo scrittore aveva già esplorato, prima ancora della nascita delle teorie psicoanalitiche, in Una vita e in Senilità. Ma Svevo non apprezzò la psicoanalisi come terapia, che pretendeva di portare alla salute il malato di nevrosi (=malattia mentale), bensì come puro strumento conoscitivo, capace di indagare più a fondo la realtà psichica, e, di conseguenza, come strumento narrativo.
In una lettera del 1927 indirizzata ad un amico intellettuale egli afferma: «Grande uomo quel nostro Freud, ma più per i romanzieri che per gli ammalati». Il cognato era andato a farsi curare da Freud ma non era guarito. Infatti Svevo era scettico sulla psicoanalisi diceva che serviva solo a conoscersi meglio. La coscienza di Zeno Il terzo romanzo di Svevo appare nel 1923. La Coscienza è costituita da un memoriale, o confessione autobiogra fica, che il protagonista Zeno Cosini scrive su invito del suo psicoanalista, il dottor S., a scopo terapeutico, come preparazione alla cura vera e propria. Nella prefazione del romanzo il dottor S. prende la parola e afferma di essere stato proprio lui a far pubblicare il manoscritto per vendicarsi del paziente, che si è sottratto alla cura rendendo così del tutto inutile la fatica spesa nella lettura delle sue memorie. La parte finale del libro è costituita invece da una sorta di diario di Zeno, in cui egli spiega il motivo per cui ha deciso di abbandonare la terapia e si dichiara sicuro della propria guarigione grazie ai successi commerciali ottenuti durante la guerra. Il romanzo è dunque narrato dal protagonista stesso, dietro la finzione narrativa dell'autobiografia e del diario, pertanto ha un impianto autodiegetico. Il trattamento del tempo Nuovo e originale è anche il trattamento del tempo, che Svevo de finisce «tempo misto». Il racconto non presenta infatti gli eventi nella loro successione cronologica oggettiva e lineare, ma li colloca in un tempo tutto soggettivo, che mescola piani e distanze, in cui il passato riaffiora continuamente e si intreccia con infiniti fili al presente, in un movimento incessante, in quanto resta presente nella coscienza del personaggio narrante.
La ricostruzione del proprio passato operata da Zeno si raggruppa intorno ad alcuni temi fondamentali, a ciascuno dei quali è dedicato un capitolo. La narrazione va continuamente avanti e indietro nel tempo, seguendo la memoria del protagonista, che si sforza, per obbedire allo psicoanalista, di ricostruire il proprio passato. Dopo la prefazione del dottor S. ed un preambolo in cui Zeno racconta i propri tentativi di risalire con la memoria alla prima infanzia, seguono cinque capitoli in cui vengono trattati i vari argomenti: il vizio del fumo e i vani sforzi per liberarsene, la morte del padre, la storia del proprio matrimonio, il rapporto con la moglie e la giovane amante, la storia dell'associazione commerciale con il cognato Guido Speier. Alla fine si colloca il capitolo Psico-analisi, che contiene il breve diario in cui Zeno sfoga il proprio risentimento contro lo psicoanalista e racconta la propria presunta guarigione (presunta perchè nel romanzo seguente ha ancora problemi). Le vicende Il protagonista-narratore è una figura di inetto che si differenzia dagli eroi dei precedenti romanzi poiché non appartiene alla piccola borghesia impiegatizia, ma alla ricca borghesia commerciale. Apatico e incostante, negli anni giovanili conduce una vita oziosa e scioperata, passando da una facoltà universitaria all'altra, senza mai laurearsi e senza dedicarsi ad alcuna attività seria. Il padre, facoltoso commerciante, non ha la minima stima per il figlio, poiché lo considera irresponsabile e immaturo, e nel testamento lo consegna in tutela al fidato amministratore Olivi. Zeno a sua volta ama sinceramente il padre, ma con il suo ozio e la sua incostanza negli studi non fa che procurargli amarezze e delusioni, rivelando così nei suoi confronti impulsi ostili ed aggressivi. Il vizio del fumo, a cui Zeno collega intollerabili sensi di colpa, ha nel suo fondo inconscio proprio l'ostilità contro il padre, il desiderio di sottrargli le sue prerogative virili e di farle proprie (Zeno ragazzo rubava i sigari che il padre lasciava in giro per la casa dopo averli fumati in parte). Quando si trova sul letto di morte, il padre lascia cadere uno schiaffo sul viso del figlio che lo assiste, e Zeno resta nel dubbio angoscioso se sia stato un gesto involontario oppure una deliberata punizione, e cerca quindi disperatamente di costruirsi alibi e giustificazioni per pacificare la propria coscienza, per dimostrare a se stesso di essere privo di ogni colpa nei confronti del padre e della sua morte (che in realtà, nel suo inconscio, lo desiderava).
Dopo la scomparsa del padre l'inetto Zeno va subito in cerca di una figura paterna sostitutiva e la trova in Giovanni Malfenti, uomo d'affari che incarna l'immagine tipica del borghese, abile e sicuro nell'attività pratica, dalle poche ma incrollabili certezze, dominatore incontrastato del suo mondo, costituito dal lavoro e dalla famiglia. Malfenti incarna il modello di uomo con cui l'inetto Zeno non riesce più a coincidere e rappresenta perciò nel sistema dei personaggi l'Antagonista, il ruolo che era del banchiere Maller in Una vita e di Balli in Senilità.
Zeno decide di sposare una delle sue figlie, si direbbe solo per "adottarlo" come padre. Si innamora della più bella, Ada, ma con il suo comportamento goffo e stravagante non riesce ad accendere i sentimenti della ragazza. Respinto da lei, rivolge la domanda di matrimonio alla sorella minore Alberta, ma ottiene anche questa volta un rifiuto e decide pertanto di fare la sua proposta alla sorella più brutta, Augusta. In realtà Augusta era la moglie che Zeno aveva scelto inconsciamente fin dal primo momento: si rivela infatti la donna di cui egli ha bisogno, sollecita e amorevole come una madre, capace di creargli intorno un clima di dolcezza affettuosa e di sicurezza.
Augusta possiede un limitato ma solido sistema di certezze, che ne fanno un perfetto campione di "sanità" borghese. È l'antitesi di Zeno, che è invece irrimediabilmente "diverso", incapace nel suo intimo di integrarsi veramente in quel sistema di vita e di concezioni, anche se vi aspira con tutte le sue forze, in un disperato desiderio di normalità e "salute". Zeno è "malato": la sua malattia è la nevrosi, che simula tutti i sintomi della malattia organica (egli comincia infatti ad avvertire un forte dolore alla gamba e a zoppicare tutte le volte che vive un'esperienza frustrante). Zeno proietta nella malattia la propria inettitudine, ed attribuisce la colpa dei propri malanni al fumo: la sua esistenza è pertanto costellata da tentativi di liberarsi dal vizio, nella convinzione che solo così potrà avviarsi verso la "salute", non solo fisica ma morale e sociale, cioè diventare un borghese degno di questo nome, ma questi tentativi finiscono sistematicamente nel nulla. Alla moglie Zeno affianca la giovane amante Carla, una ragazza povera che finge di proteggere in modo paterno. Il rapporto però è reso dif ficile ed infinitamente ambiguo dai sensi di colpa di Zeno verso la moglie, sinché Carla non lo abbandona per un uomo più giovane. Zeno aspira ad entrare nella normalità borghese non solo diventando un buon padre di famiglia, ma anche un accorto uomo d'affari. Si propone perciò come collaboratore esterno dell'associazione commerciale fondata dal cognato Guido Speier, che ha sposato Ada. Questi è un bell'uomo, disinvolto, sicuro di sé, fornito delle doti più versatili; è insomma l'antitesi di Zeno, ed incarna perciò il ruolo del Rivale. Anche verso di lui Zeno nutre sentimenti contrastanti. L’amicizia e l'affetto fraterno ostentati nei suoi confronti mascherano un odio profondo, che si tradisce clamorosamente ai funerali di Guido, morto suicida per un dissesto finanziario: Zeno sbaglia corteo funebre, uno di quegli «atti mancati» che Freud ha dimostrato essere estremamente rivelatori dei nostri impulsi inconsci. Il protagonista, ormai anziano, decide di intraprendere la cura psicoanalitica, e qui ha inizio la stesura di quel memoriale che costituisce il corpo più cospicuo del romanzo. Zeno però si ribella alla diagnosi dello psicoanalista, che individua in lui il classico complesso edipico. Lo scoppio della guerra favorisce alcune sue speculazioni commerciali, che trasformano paradossalmente l'inetto Zeno in un abile uomo d'affari (in realtà, come rivela un frammento del “quarto romanzo", Zeno perderà tutto con la fine della guerra: il successo era stato frutto solo del caso). Egli si proclama così perfettamente guarito. Noi sappiamo bene che non è vero e che queste resistenze sono un sintomo tipico della malattia, ma nelle pagine finali il protagonista sottolinea il confine incerto tra malattia e salute nelle condizioni attuali, in cui la vita è «inquinata alle radici». Il гоmanzo termina così in chiave apocalittica, con una riflessione di Zeno sull'uomo costruttore di ordigni, strumenti che finiranno per portare ad una catastrofe cosmica. L'inattendibilità di Zeno narratore Il narratore della Coscienza, l'inetto, nevrotico, ipocondriaco Zeno, è chiaramente un narratore inattendibile, di cui non ci si può fidare. Lo denuncia subito all'inizio del libro la prefazione del dottor S., che insiste sulle «tante verità e bugie» accumulate nel memoriale. Quest'ultimo costituisce infatti un tentativo di autogiustificazione da parte di Zeno, che vuole dimostrarsi innocente da ogni colpa nei rapporti col padre, con la moglie, con l'amante, con il rivale Guido: in realtà traspaiono ad ogni pagina i suoi impulsi reali, che sono costantemente ostili ed aggressivi, addirittura omicidi. Le menzogne che l'eroe racconta, però, non sono intenzionali: sono autoinganni determinati da profondi e inconsapevoli, per mezzo dei quali il suo inconscio cerca di tacitare impulsi inconsci. Si pensi solo alla precipitosa domanda di matrimonio rivolta alla brutta Augusta dopo il rifiuto della bella Ada e di Alberta: non è certo un fatto accidentale, poiché in realtà inconsciamente Zeno desiderava proprio la donna "materna", e l'amore impossibile per Ada era un ostacolo che egli frapponeva inconsapevolmente al proprio desiderio.
Per tutto il romanzo ogni gesto e ogni affermazione di Zeno rivelano in trasparenza un groviglio complesso di motivazioni ambigue, sempre diverse o addirittura opposte rispetto a quelle dichiarate. Per cui la «coscienza» di Zeno appare in primo luogo come una cattiva coscienza, una coscienza falsa, come quella degli eroi dei romanzi precedenti. Spesso è proprio la realtà oggettiva dei fatti, che s'intravede dietro le misti ficazioni dello Zeno narratore e personaggio, a smentire le motivazioni da lui adottate; per cui l'eroe appare avvolto da un alone di ironia "oggettiva" al pari del protagonista di Senilità.
La funzione critica di Zeno Il romanzo è anche percorso dal distacco ironico con cui Zeno guarda il mondo che lo circonda. La sua "diversità", la sua "malattia", funziona da strumento straniante nei confronti dei cosiddetti "sani" e "normali" (il padre, il suocero, la moglie, Ada, Guido e tutti gli altri borghesi che si affollano sullo sfondo della vicenda). La "malattia", che impedisce a Zeno di accettare fino in fondo le regole e le convenzioni del mondo borghese, porta alla luce l'inconsistenza della "sanità" degli altri, che si dichiarano perfettamente soddisfatti del loro modo di vivere e appaiono incrollabili nelle loro certezze.
Zeno, nella sua imperfezione di inetto, è inquieto e disponibile alle trasformazioni, a sperimentare le più varie forme dell'esistenza, mentre i "sani" sono cristallizzati in una forma rigida, immutabile. Il protagonista finisce in tal modo per scoprire che la «salute atroce» degli altri è anch'essa «malattia», la vera malattia. La visione dell'inetto mette in crisi, sconvolge le nozioni contrapposte di «salute» e «malattia», di forza e debolezza, facendo diventare tutto incerto e ambiguo. Il fumo La morte del padre La salute “malata” di Augusta La profezia di un’apocalisse cosmica
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
43. Il dibattito culturale tra le due guerre e la nuova poesia
Quadro del capitolo. Tra gli anni Venti e Trenta la letteratura italiana si confronta con censura, fascismo, società di massa e cultura europea. Le riviste diventano luoghi fondamentali di selezione e dibattito. In poesia si delineano linee differenti: concentrazione simbolica della parola, abbassamento crepuscolare e ricerca realistica.
Nuclei fondamentali: fascismo e cultura • riviste • Solaria • autonomia della letteratura • linee della poesia novecentesca • simbolismo, minimalismo e realismo
Nel 1919, a Roma sorge una nuova rivista, La Ronda, fondata da Vincenzo Cardarelli. Vive fino al 1923 e tra i collaboratori figurano Emilio Cecchi, Riccardo Bacchelli e Antonio Baldini. Cardarelli, nato a Tarquinia, respinge gran parte della produzione dell’Ottocento: Pascoli sembra atomizzare “il verso in minuscole particelle riducendone l’architettura a una specie di tremolio gelatinoso”; Carducci è artificioso e accademico; la produzione più recente superficiale e sbandata. I rondisti chiedono che gli scrittori conoscano la propria lingua, così da non tradire, nell’espressione, quella voce misteriosa che parla nell’intimo e chiede di farsi sentire, dando vita, in forma limpida e controllata, ad un mondo di fantasie meno vaghe e tumultuose. Indicano in Leopardi l’esempio di come si possa essere, contemporaneamente, “antico e moderno”, cioè ricco di un mondo nuovo e capace di comporlo in un’espressione classica. Cardarelli rivolge la sua opera di prosa e poesia a disciplinare il mondo dei suoi sentimenti, la ricchezza del contenuto spirituale dentro uno stile, un linguaggio suggestivo, evocativo. Bacchelli, nato a Bologna, vive come ufficiale d’artiglieria l’esperienza della guerra 1915-18. Pubblica raccolte di poesia, è autore di lavori teatrali – Spartaco, Amleto – ma a prevalere è la vocazione del narratore, che si rivela al meglio nel vasto romanzo storico Il Mulino del Po.
Segue per varie generazioni una famiglia di mugnai sullo sfondo di un secolo di storia, dalla ritirata degli eserciti napoleonici in Russia alla Battaglia del Piave nella Grande Guerra, in un’ambientazione dove si coglie la voce suggestiva dei fiumi che dominano nel romanzo. L’acqua passa con il suo eterno fluire, ma i fiumi restano, con una loro immutabile presenza, espressione di provvisorietà e di eternità. Così è per le generazioni che si susseguono in un eterno fluire – “mondo vecchio sempre nuovo” ma anche “mondo nuovo sempre vecchio”.
Bacchelli sa essere nuovo e al tempo stesso ancorato alla tradizione: inserisce la perplessità, il senso di solitudine e transitorietà del Novecento in una costruzione e in un linguaggio architettonici, frutto della sua viva cura per l’elaborazione formale. Baldini, nato a Roma, è tra gli scrittori del Novecento il più libero da quelle complicazioni e tormenti che segnano il nostro tempo. C’è in lui una serena visione della vita, un cordiale buonumore, che crea il senso di eterna giovinezza, sana e sorridente. Il suo umorismo non si complica di ricerche intellettualistiche o di ansie morali. Le sue prose hanno una vivacità inesauribile, ricche di colore, di gesti, di figure estrose, in uno stile frutto di attenta elaborazione.
Tra le sue opere: il gustosissimo ritratto di Michelaccio; l’Italia di Bonincontro, dove domina Don Benedetto, la sapienza del grande Benedetto Croce. Cecchi esordisce sul Leonardo, collabora poi a La Voce e si rivela nella collaborazione con La Ronda. Sente forte l’esigenza di un linguaggio che, accogliendo le nuove esigenze della civiltà moderna, conservi però un saldo legame con l’esemplarità architettonica e la composta eleganza della nostra nobile tradizione. Il suo impegno stilistico lo porta a realizzare una prosa lirica nuova ed originale. Giornalista, forte dei lunghi contatti con la letteratura inglese, matura una vasta esperienza come critico letterario e d’arte.
Le sue pagine di narrazione lirica hanno una potenza evocativa e una capacità di trasfigurazione per cui ogni concreta realtà si colloca in uno spazio e in un tempo di fiaba. Spettacolo in Piazza, da Corse al Trotto: è la magica trasformazione di Piazza della Signoria, a Firenze, nella platea di un grande teatro all’aperto, dove si rappresenta Il Trovatore. Et in Arcadia Ego: è un esempio mirabile della trasfigurata vita che acquistano i miti del mondo greco nelle sue rievocazioni. Sorgono altre riviste letterarie, a preparare un adeguato terreno a voci nuove.
Il Baretti è fondata da Piero Gobetti nel 1924. La rivista rende omaggio a Giuseppe Baretti, letterato italiano del Settecento: evidenzia l’impostazione non enfatica della letteratura, in contrapposizione alla retorica dei letterati del regime. Nonostante la diffida da parte della questura di Torino, il periodico continua ad essere pubblicato dopo la morte di Gobetti fino al 1928, quando viene sospeso per ordine del prefetto. Nel 1926 viene fondata a Firenze la rivista Solaria, ad opera di Alberto Carocci, condirettore Alessandro Bonsanti. Il gruppo dei fondatori comprende Eugenio Montale, Giacomo Debenedetti, cui si affiancano Bacchelli e Baldini, provenienti dalla rivista La Ronda.
I solariani e i rondisti hanno visioni diverse riguardo al ruolo della letteratura nella società contemporanea. I primi dichiarano un impegno di denuncia nei confronti della realtà – il fascismo – e rivendicano l’importanza della partecipazione politica degli intellettuali. I secondi, invece, sono convinti di poter realizzare una civiltà letteraria autonoma, al di fuori di compromessi politici. Una linea comune consiste nella volontà di collegamento con le grandi esperienze letterarie straniere: i francesi Proust, Valéry, Gide; gli inglesi Joyce, Eliot, Virginia Woolf; gli statunitensi Hemingway, Faulkner; tra i russi, Pasternak; i mitteleuropei Rilke, Kafka, Thomas Mann.
Nelle scelte solariane spesso si nota una preferenza per la tradizione del romanzo – scoprono Svevo nel 1929; nel 1930 valorizzano la poesia di Ungaretti, Montale, Saba. I Solariani sperano in una Europa civile, capace di arte autentica, proprio nel momento in cui l’Europa vincente dell’universalismo fascista e del nazismo apprestano la propria opera di distruzione. La rivista è sottoposta più volte a censura, sotto l’accusa di offesa alla morale e al buon costume, finché nel 1934 Solaria termina le sue pubblicazioni. Tra le cause: le difficoltà sempre maggiori frapposte dalla censura fascista; l’accesa polemica tra i due direttori di Solaria.
Carocci sostiene l’opportunità di trasformare Solaria in una rivista di idee, capace di discutere con il fascismo; Bonsanti conferma l’idea di pubblicare tutti i prodotti letterari più significativi, purché rimangano al di fuori della realtà italiana e del fascismo. Da queste due posizioni ormai inconciliabili, da un lato vedranno la luce riviste come La Riforma Letteraria (1936-39) e Argomenti (1941), che avranno un’impronta filosoficamente e ideologicamente impegnata; dall’altro, Letteratura (1937-47) che si basa su una gestione autonoma ed ermetica della letteratura.
La poesia del Novecento: linee, tendenze e nuovi linguaggi
Si evidenziano alcune tendenze fondamentali:
- Simbolismo –> ermetismo di Giuseppe Ungaretti: crede nella priorità della parola come
mezzo per fondare un ordine che le cose non hanno e andare oltre, al noumeno, a Dio.
- Corrente minimalistica di Gozzano e dei crepuscolari tesa ad un linguaggio di cose, più
realistico, linea che da Pascoli, attraverso i crepuscolari, giunge a Eugenio Montale.
- Corrente realistica di Umberto Saba.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
44. Giuseppe Ungaretti, Ermetismo e Salvatore Quasimodo
Quadro del capitolo. Ungaretti restituisce alla parola poetica un peso assoluto attraverso brevità, silenzio e analogia. L’esperienza della guerra rende la poesia una forma di scoperta elementare dell’esistenza. L’Ermetismo radicalizza la concentrazione della parola e la difesa dell’interiorità, mentre Quasimodo ne rappresenta una delle voci più riconoscibili.
Nuclei fondamentali: Ungaretti: vita e guerra • Allegria • parola essenziale e analogia • Veglia, Fratelli, I fiumi, Mattina, Soldati • Ermetismo • Quasimodo
La poesia ermetica è tesa all’approfondimento dell’interiorità espressa attraverso una forma analogica. Rifiuta in modo diretto ogni impegno politico e sociale e si isola in uno spazio interiore a difesa dalla retorica fascista. La censura, la chiusura propria dell’ermetismo è una presa di posizione contro la facilità comunicativa della nascente società di massa, che si manifesta nella propaganda dei regimi dittatoriali sorti dopo la Grande Guerra. In un mondo privo di illusioni, sconvolto dalle guerre e offeso dalle dittature, la poesia si assume il compito di ridare un senso alla parola, di usarla soltanto quando è necessario.
La poesia pura è essenziale, libera da ogni finalità pratica: è espressione di stati d’animo, di ripiegamento interiore, si manifesta in un tono raccolto e sommesso, con un linguaggio fortemente elusivo di grammatica e sintassi, raffinato ed evocativo, che sfuma ogni riferimento diretto all’esperienza in un gioco di allusioni. Tra i poeti ermetici emerge come primo emblematico esponente Ungaretti. Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto il 10 febbraio 1888 da genitori lucchesi. Suo padre, operaio allo scavo del Canale di Suez, muore quando Giuseppe ha appena due anni, ma la madre riesce a iscrivere il figlio presso una delle scuole più prestigiose della città egiziana. A lei, quattro anni dopo la sua morte, dedicherà una poesia, La Madre.
La Madre E il cuore quando d'un ultimo battito avrà fatto cadere il muro d'ombra per condurmi, Madre, sino al Signore, come una volta mi darai la mano. In ginocchio, decisa, Sarai una statua davanti all'eterno, come già ti vedeva quando eri ancora in vita. Alzerai tremante le vecchie braccia, come quando spirasti dicendo: Mio Dio, eccomi. E solo quando m'avrà perdonato, ti verrà desiderio di guardarmi. Ricorderai d'avermi atteso tanto, e avrai negli occhi un rapido sospiro. La madre assurge ad emblema di un amore che vince la morte. Quando il cuore del poeta con il suo ultimo battito avrà fatto cadere il muro d’ombra – il limite labile come un’ombra che separa la nostra vita da Dio e dall’eternità – la madre gli darà la mano, come quando era bambino.
Umile e risoluta, rimarrà in ginocchio di fronte a Dio aspettando il Suo giudizio – nello stesso atteggiamento in cui, quando era in vita, si raccoglieva in preghiera. Alzerà tremante le braccia come quando, morendo, disse “Mio Dio, eccomi”: la madre ha per il figlio la stessa ansia di salvezza provata per sé in punto di morte. E soltanto quando Dio lo avrà perdonato, lei desidererà guardare il figlio. Ricorderà di averlo atteso a lungo e finalmente avrà un sospiro di tenerezza e di sollievo. La forza emotiva della parola articolata in analogie e similitudini, il suono intimo del ritmo e la profonda forza essenziale dell’idea lirica costituiscono una cosa sola: vera poesia.
L’amore per la poesia nasce proprio nell’ambiente scolastico, in una città ricca di tradizioni antiche e a contatto con persone provenienti da tanti paesi del mondo. Ungaretti stesso ha una balia originaria del Sudan, una domestica croata e una badante argentina. Si avvicina alla letteratura europea: è abbonato alle riviste La Voce e Mercure de France, legge Leopardi, Mallarmé, Rimbaud. Baudelaire, Nietzsche. Nel 1912 si reca a Parigi, per seguire gli studi letterari alla Sorbona. Entra in contatto con l’ambiente artistico internazionale: Apollinaire, Picasso, Papini, Soffici, De Chirico, Modigliani. Rielabora in modo originale il messaggio dei simbolisti.
Il Porto Sepolto È una lirica che nasce da un lontano ricordo del poeta fanciullo: vicino ad Alessandria fu scoperto un porto sommerso dalla sabbia del deserto, di epoca precedente alla fondazione della città. Il dato reale diventa il simbolo di una verità universale: il mistero dell’esistenza, di ciò che di segreto rimane in noi indecifrabile. Nel 1914, tornato in Italia, è tra i nostri interventisti e parte volontario per la Grande Guerra. L’Allegria È una raccolta di liriche ispirate proprio dall’esperienza personale della guerra.
Vive la guerra nell’atrocità del male e della morte, ma anche come scoperta dei valori autentici di fratellanza e di umanità. Il titolo porta all’idea di un’esultanza che si presenta nei momenti più tragici del conflitto contro la morte: incitano il poeta a continuare il percorso esistenziale con quello slancio vitale che nasce dalla consapevolezza dell’assoluta precarietà della vita, quale è espressa nella poesia Soldati. È stupenda nella sua profonda essenzialità, musicalità e folgorante nuovo linguaggio analogico. È anche un quadro, dove la disposizione stessa dei versi ha un suo significato. In origine il primo verso recitava “Si sta”: una frase finita, completa, sicura, in contrasto con il senso di insicurezza che pervade la poesia. Nella versione finale il “come” è spostato al primo verso: rende così la frase sospesa, tronca, come sono troncate le vite dei giovani soldati in trincea.
Soldati Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie Al bisogno di fraternità nel dolore si unisce la volontà di ricercare una nuova armonia con il cosmo. Veglia Un'intera nottata buttato vicino a un compagno massacrato con la sua bocca digrignata volta al plenilunio con la congestione delle sue mani penetrata nel mio silenzio ho scritto lettere piene d'amore Non sono mai stato tanto attaccato alla vita “Non amo la guerra. Neppure allora l’amavo, ma ci sembrava che quella guerra fosse necessaria”. Non giusta, ma necessaria, anche se è un’idea assurda.
Il primo conflitto mondiale è stato disastroso: si usciva dalle trincee e si andava al massacro. Il poeta è buttato a fianco di un compagno massacrato, e trascorre la notte a vegliarlo. La luna piena, bella e indifferente, rischiara la trincea: forse è l’ultima immagine che il soldato ha contemplato durante la sua agonia. Sembra di risentire l’interrogativo che Leopardi affida al pastore errante per l’Asia “Che fai tu luna in ciel?”. Forse una domanda è rimasta serrata nella bocca digrignata: perché tanta sofferenza, la mostruosità della morte? La domanda, però, non è soltanto del soldato morto, poiché è in comunione con il poeta che lo veglia.
Il tentativo di parlare è naufragato nel silenzio, ma Ungaretti ne è testimone: è l’esperienza della morte che chiede di essere ascoltata e accolta. Sono le mani gonfie del compagno a penetrare nel silenzio del poeta: ora il poeta deve dare voce a quel che non ha voce e scrive lettere piene d’amore. È il silenzio lo spazio comune in cui le due esperienze, la morte del soldato e la vita riamata dal poeta, trovano il passaggio l’una nell’altra. Ora la pausa tra le due strofe è significativa: permette all’emozione di trovare forma per concludere “non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita”.
Il potente slancio positivo risponde all’esigenza di armonia affidata alla forza dell’allegria vitale di Ungaretti. Il poeta scende negli inferi e nell’orrore, nel dubbio che la morte istilla impietosamente; poi, risale attraverso l’amore in una dimensione che non esclude la morte ma la comprende come parte dell’armonia. La vera vittoria sulla morte, sull’odio, sul tempo è nel mistero del nostro cuore e della nostra umanità. L’amore per l’uomo, per quanto di buono è nell’uomo, è ciò per cui occorre lottare, così da sentire l’attaccamento alla vita, alla speranza, alla bellezza: è la conclusione di questa straordinaria poesia, dove il ritmo spezzato delle parole e l’insistenza sui suoni duri diventano l’elemento portante delle immagini.
Sentimento del Tempo Ungaretti è alla ricerca di Dio e questo cammino lo porta, nel 1928, alla conversione al cattolicesimo, testimoniata da questa raccolta di poesie. Il tema centrale è la percezione dello scorrere del tempo, tra il passato, il presente, l’eterno e del rapporto tra la finitezza dell’uomo e il senso dell’assoluto. È questa l’opera in cui i poeti dell’ermetismo salutano il fondatore del codice della “poesia pura”, la poesia ermetica, che Flora definisce oscura, impenetrabile. In realtà Ungaretti fonda l’alfabeto dell’assoluto, dove la concentrazione semantica del linguaggio si attua nei collegamenti non razionali, né realistici, né causali o temporali, bensì intuitivi, analogici, sinestetici (negli occhi un rapido sospiro).
È poesia pura, perché non ha nulla più del necessario, vive un rapporto diretto e naturale tra parola, ritmo e idea lirica: questo proprio perché nascono spogliati di tutto tranne che della loro forza emotiva, del suono interno e dell’essenziale poetico. Ungaretti fonda la poesia stilisticamente e profondamente più bella del Novecento, chiusa in un ordine rigoroso, che è recupero della misura e dello stile classico. Grande appassionato innovatore, Accademico d’Italia e, per chiara fama, professore di Letteratura moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, ottiene significativi premi, tranne il Premio Nobel a causa del suo compromesso con il fascismo – nel 1925 firma il Manifesto degli Intellettuali Fascisti.
Vita di un uomo È l’opera omnia, un diario, come lo definisce il poeta. È un’autobiografia poetica, in cui Ungaretti si svela nel suo cammino di uomo e di poeta. Vuole “cercare ragioni di una possibile speranza nel cuore della storia … … cercarla nel valore della parola” (Vita di un uomo, p. LXXIII). “Il poeta d’oggi cercherà di mettere a contatto immagini lontane, senza fili … … sarà anche perché, in un paese che ha trovato tanta emigrazione, egli, nato altrove, può avere nostalgia di climi assenti. Quando dal contatto di immagini, gli nascerà luce, ci sarà poesia e tanto maggiore poesia, per quest’uomo che vuole salire dall’inferno a Dio, quanto maggiore sarà la distanza messa a contatto” (Vita di un uomo p. LXXX).
“Oggi il poeta sa e risolutamente afferma che la poesia è testimonianza d’Iddio”. Oggi il poeta ha gli occhi per vedere “vede e vuole vedere l’invisibile nel visibile. Egli sa che spetta solo a Dio leggere infallibilmente nell’abisso dei singoli e conoscere veramente il passato, il presente e l’avvenire. Egli sa che anche il cuore umano non è quella buca che credono i libertini piena di lordura” (Vita di un uomo p. LXXXI). Ungaretti ha trovato Dio, quel Padre che ha cercato da quando, rimasto orfano, aveva due anni: lo rende capace di capire il senso più profondo dell’esistenza e del Creato, nella consapevolezza che la poesia è la possibilità per l’uomo di salvarsi dall’universale naufragio. Per lui resterà l’ancora di salvezza di fronte al suo “pianto dentro”, al suo acuto dolore per la morte del figlio Antonietto all’età di nove anni, nel 1939, quando il poeta era a San Paolo del Brasile con tutta la famiglia.
Giuseppe Ungaretti: vita, guerra e nascita della nuova poesia
La vita Giuseppe Ungaretti nacque 1888 ad Alessandria d'Egitto, dove i genitori, provenienti dalla toscana si trasferirono per lavoro. Nel 1912 si recò a Parigi dove frequentò i corsi del College de France. Nel 1914 Ungaretti era venuto in Italia per partecipare alla guerra arruolandosi come volontario in un reggimento di fanteria, fu inviato sul Carso dove scrisse le poesie che pubblicò alla fine del 1916, con il titolo il porto sepolto, questi versi apparvero pochi anni dopo in Allegria di naufragi, queste due raccolte con altri testi vennero inseriti nel volume L’allegria.
L'affermazione letteraria e le raccolte poetiche della maturità Nel 1921 si trasferì a Roma; aderì poi al fascismo e cominciò a collaborare come giornalista e come saggista ai più prestigiosi periodici italiani e ad alcune riviste di punta della cultura europea. Nel 1933 pubblicò la raccolta Sentimento del tempo, che comprende le poesie scritte a partire dal 1919. Divenuto uno dei più noti e autorevoli intellettuali italiani, la sua figura costituì un punto di riferimento essenziale per la nuova tendenza poetica che si affermò nel corso degli anni Trenta, l'Ermetismo (infatti Ungaretti e il padre dell'ermetismo).
Nel 1936 fu chiamato a ricoprire la cattedra di Letteratura italiana presso l'Università di San Paolo in Brasile. Questo periodo felice venne però funestato da alcuni gravi lutti familiari (nel 1937 morì il fratello Costantino e nel 1939 il figlio Antonietto) e dallo scoppio della Seconda guerra mondiale. Nel 1942 rientrò in Italia e iniziò a insegnare Letteratura italiana contemporanea all'Università di Roma; nel medesimo anno fu nominato Accademico d'Italia. Morì a Milano nel 1970. Pensiero e poetica Giuseppe Ungaretti si può considerare un poeta che parte dal simbolismo e quindi dall'utilizzo dell'analogia e poi si evolve giungendo quasi all'ermetismo, in realtà non è del tutto ermetico perché la sua poesia è ancora comprensibile.
Al centro delle sue liriche l'analogia, cioè quel procedimento che mette in contatto due immagini che da un punto di vista logico sono distanti. L’allegria Nelle liriche più vecchie di Ungaretti si notano cadenze discorsive e lunghe, mentre le opere successive assumono un andamento completamente diverso, escludendo le componenti più realistiche attraverso un'estrema riduzione della frase alle funzioni essenziali della sintassi e della parola. Questa sintesi è coerente con l'essenza profonda e misteriosa dei contenuti che intende comunicare, raggiunta attraverso un'estrema riduzione della frase alle funzioni essenziali della sintassi e della parola.
Ungaretti sostiene che la letteratura dell'Ottocento, in particolare la poesia, cercava di conoscere il reale in modo analitico, istituendo collegamenti chiari e immediatamente comprensibili tra oggetti o concetti. Questa conoscenza "lenta" e faticosa rivelava solo aspetti superficiali della realtà, non la sua essenza profonda. Ungaretti contrappone a questi vecchi procedimenti il suo nuovo modo di fare poesia, “rapido” e sintetico, capace di mettere in contatto immagini lontane e apparentemente senza rapporto tra loro, superando così la distanza tra il mondo della realtà e della storia da un mondo superiore e divino che gli rivela il senso delle cose.
L'innovazione di Ungaretti venne favorita dalla rivoluzione futurista delle parole in libertà, di cui è tuttavia rifiutato il movimento caotico. La strada da percorrere era invece quella additata dai simbolisti in cui l'analogia si proponeva di cogliere il valore evocativo della parola, isolandola nella sua purezza assoluta per restituire sulla pagina significati spirituali nascosti. La poesia come illuminazione Per Ungaretti, sulla base della sua concezione dell'analogia, il poeta è una sorta di "sacerdote" della parola, un essere privilegiato capace di cogliere i nessi segreti delle cose. Questa visione attribuisce alla poesia un significato magico ed esoterico, spingendola fino ai confini dell'inconoscibile e dell'inesprimibile. Secondo Ungaretti, il mistero della vita non può essere svelato attraverso un discorso disteso, concatenato e razionale, come quello delle scienze. Gli aspetti formali Dal punto di vista della versificazione, Ungaretti distrugge il verso tradizionale e adotta versi liberi, per lo più brevi. Anche la sintassi rifiuta le costruzioni complesse: le strofe spesso consistono solo della frase principale, con rare subordinate. Lo stile nominale è frequente, in cui l'assenza del verbo toglie all'espressione l'effetto di concretezza e durata. La parola risuona nella sua autonomia e purezza, mentre la punteggiatura è quasi del tutto assente. Il titolo dell'opera Le vicende editoriali di quest'opera possono essere suddivise in tre fasi principali:
- Prima fase (1916): Un primo gruppo di poesie fu pubblicato nel 1916 con il titolo Il porto sepolto. Questo
titolo allude a "ciò che di segreto rimane in noi indecifrabile" e rappresenta il segreto della poesia (un porto che non si trova), nascosto nell'abisso in cui deve immergersi il poeta.
- Seconda fase (1919): Gli stessi versi furono ripubblicati nel 1919, insieme ad altri componimenti scritti nei
tre anni successivi, con il titolo Allegria di naufragi. Questo titolo costituisce un ossimoro, spiegato dallo stesso Ungaretti. "Allegria" si riferisce all'esultanza di un attimo, derivante dal "sentimento della presenza della morte da scongiurare", mentre "naufragi" indica l'effetto distruttivo della morte.
- Terza fase (1931-1942): L'autore continuò a modificare la raccolta, eliminando alcuni testi, recuperandone
altri e apportando diverse correzioni. Tra le edizioni fondamentali si ricordano quella del 1931, in cui il titolo divenne L'allegria, e quella del 1942, dopo la quale Ungaretti limitò le sue correzioni a interventi minimi. La scelta del titolo definitivo, L'allegria, forse riflette la volontà di sottolineare maggiormente l'elemento positivo dell'opposizione presente nel titolo precedente che spingeva ad amare la vita e non abbattersi.
- Fratelli
- Veglia
- I fiumi
- Mattina
- Soldati
L’Ermetismo: poetica, linguaggio e contesto storico
Il modello di Ungaretti Negli anni Trenta, il modello principale per la poesia italiana era costituito da Giuseppe Ungaretti. L'elaborazione di questa tendenza poetica aveva il suo centro a Firenze. Il significato del termine "ermetismo" Il termine "ermetismo" deriva da "ermetico", che significa chiuso. Si riferisce a una cerchia ristretta di persone che utilizzavano un linguaggio criptico e oscuro per rendere difficile la comprensione del loro messaggio. Questo stile nacque durante il periodo fascista, quando non c’era la libertà di parola.
Analizzando il linguaggio analogico della poesia di Ungaretti, e sottolineandone la stretta dipendenza dal Simbolismo francese, i critici evidenziarono il carattere enigmatico e impenetrabile della sua opera, che appariva volutamente chiusa (cioè "ermetica") a qualsiasi tentativo di decodificazione. Il termine "ermetismo" divenne così sinonimo di oscurità e indecifrabilità, spesso accentuate, che portarono a interpretazioni superficiali e banali. La chiusura nei confronti della storia La poesia ermetica si caratterizza per il rapporto esclusivo dell'individuo con se stesso, ignorando i legami con la collettività e gli eventi quotidiani. Questa chiusura nei confronti della storia venne spesso criticata nel dopoguerra, quando il clima politico era profondamente mutato. Tuttavia, gli ermetici potevano rispondere che il loro rifugio nello spazio interiore rappresentava l'unico modo per sottrarsi alla retorica e alle imposizioni culturali del fascismo, assumendo un valore implicito di dissenso. Il linguaggio Il linguaggio della poesia ermetica è arduo, oscuro e al limite dell'incomunicabilità. Questa poesia si rivolgeva a un pubblico estremamente ristretto, privilegiando l'uso dell'analogia come strumento espressivo principale.
Salvatore Quasimodo: dall’Ermetismo all’impegno civile
La vita Quasimodo nacque a Modica, in provincia di Ragusa, nel 1901. A Quasimodo venne conferito il Premio Nobel per la Letteratura, morì poi a Napoli nel 1968.
- Ed è subito sera
- Alle fronde dei salici
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
45. Eugenio Montale: il male di vivere e il correlativo oggettivo
Quadro del capitolo. Montale rifiuta ogni funzione profetica della poesia e rappresenta una realtà arida, dissonante, priva di facili salvezze. Gli oggetti concreti diventano correlativi di condizioni esistenziali. La ricerca del varco esprime il desiderio di un oltre che resta quasi sempre negato.
Nuclei fondamentali: vita e poetica • Ossi di seppia • paesaggio ligure • I limoni • Meriggiare pallido e assorto • Spesso il male di vivere ho incontrato • correlativo oggettivo e varco
Non è possibile trovare un senso nella vita: non esiste alcuna fede, né ideologia che possa essere terapia al male di vivere. Montale non aderisce al fascismo e, dopo la liberazione, non si riconosce nella DC né nel PCI, né nella società dei consumi: in un’intervista alla radio dichiara “ho capito che, se anche non ci fosse stato il fascismo, avrei visto la vita come pena di vivere”. Il poeta si nutre di questa visione fallimentare dell’esistenza: critica, corrode miti, illusioni, non si avventura a cercare l’assoluto, c’è apatia, mette di fronte alla realtà e consiglia di non fidarsi di ciò che ci circonda. Non assolutizzare nulla, il dubbio è il grande destino dell’uomo.
All’età di settant’anni Montale dichiara “non sono mai stato certo di essere al mondo”. La poesia è oggettivistica: non c’è trascendenza, non esiste noumeno, non c’è prova che Dio esista. La realtà è fatta di cose in cui non si può intravvedere alcuna relazione logica: denunciano il non senso della vita. Il linguaggio di Montale, quindi, non è ermetico, ma funzionale, cosale; l’oggetto è il mezzo per esemplificare le emozioni. È il correlativo oggettivo di Eliot: il poeta non esprime direttamente gli stati d’animo, ma ricorre ad una catena di cose, oggetti da cui partire per giungere alle emozioni, è il passaggio dall’oggetto al soggetto.
Per Ungaretti, invece, non è la cosa ad essere il significante, bensì la parola, capace di fondare un ordine che le cose non hanno, pertanto mezzo per giungere al noumeno, a Dio. La forma si presenta come dissoluzione di metrica, con versicoli brevi, spazi bianchi ma ricca di reminiscenze tradizionali. Al contrario in Montale la destrutturazione è evidente: è un verso prosastico, dove la rima è l’ultimo residuo musicale, alibi, risarcimento alla prosa. È un verso atonale, senza ritmo, non è musicale, ha imprevedibili stonature.
Eugenio Montale nasce a Genova da genitori esponenti della media borghesia: preferiscono per il figlio, a causa della sua salute precaria, gli studi tecnici invece del liceo classico. Diplomato in ragioneria, coltiva i propri interessi letterari, frequentando le biblioteche cittadine e assistendo alle lezioni private di filosofia della sorella Marianna, iscritta a Lettere e Filosofia. Da autodidatta, si arricchisce di una vasta cultura: letteratura italiana e angloamericana, accanto al panorama, ancora intatto, della Riviera Ligure di Levante – le Cinque Terre, dove la famiglia trascorre le vacanze e il giovane cresce nell’osservazione profonda e minuziosa dei paesaggi “scabri ed essenziali” della sua terra.
Da Pascoli assimila l’amore per il linguaggio concreto, ma non ne condivide l’atteggiamento, come si evince da quanto dichiara in un’intervista. Pascoli, secondo lui, lascia aperte troppe vie di scampo, troppe uscite di sicurezza: trascende l’oggetto in valenze simboliche che sono rassicuranti, c’è la ricerca negli oggetti di oltranze spesso consolatorie, espiazione di una “storica accettazione della vita”, incomprensibile per Montale. Sente congeniale l’amore di Gozzano per le piccole cose, ma non è d’accordo con lui quando il poeta crepuscolare si accontenta del “solaio” di Felicita, e fa di quelle cosette tutto il suo mondo.
Risente dell’influenza dei poeti liguri – in particolare Sbarbaro – i quali adottano formule espressive che Montale farà proprie. Assimila la cultura del simbolismo francese di Rimbaud, Mallarmé. È molto interessato alla letteratura angloamericana del Novecento: Ezra Pound; in particolare T. S. Eliot e Steinbeck, di cui fa importanti traduzioni. Ossi di seppia È la prima raccolta di poesie pubblicata nel 1925: capolavoro in cui rivela la sua visione pessimistica del mondo, in una forma che è di assoluta complementarietà con il contenuto.
La concezione atea non nega la ricerca di Dio, quell’oltranza che però non troverà mai, a differenza di Ungaretti, per il quale culmina nella conversione al cattolicesimo. Il Male di Vivere. Spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l'incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato. Bene non seppi, fuori del prodigio che schiude la divina Indifferenza: era la statua nella sonnolenza del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. Il poeta vuole definire il male di vivere. Non scende nell’abisso del proprio io; cataloga, invece, cose, realtà che diventano correlativo oggettivo per suggerire stati d’animo. Queste cose nella loro totale assurdità sono simbolo oggettivo di una condizione esistenziale.
Il disperato male di vivere diventa rivo, foglia, cavallo. C’è una perfetta consonanza contenutoforma. Ma che cosa rende questi oggetti simboli? Non tanto perché esprimono nature che muoiono quanto perché il poeta sceglie suoni aspri, che la poesia italiana non ha mai amato, tradizionalmente tesa alla ricerca della parola-musica. Con Montale c’è la ricerca del linguaggio atonale. Qui c’è il rivo strozzato, l’incartocciarsi della foglia, il cavallo stramazzato: è la stonatura a esprimere il male di vivere. La poesia montaliana lo manifesta ricorrendo alla tecnica seriale con cui compaiono le cose.
Montale mostra come tra le cose non ci sia alcuna relazione logica, il che denuncia il non senso della vita. L’uomo è assediato da oggetti che percepisce destituiti da ogni significato, la vita non ha certezze. È una poesia fondata su scepsi cinico-stoica, sospensione del giudizio. Se l’assoluto esiste, l’uomo non può averne le prove, esso è veramente staccato, impredicabile. Ciò che resta è il dubbio. È stato definito il poeta dell’assenza: non ci sa dire e non ci vuole dire, quindi distrugge l’illusione che il poeta sia portatore di verità.
Lo stesso vale per l’indifferenza: c’è il sonno; una statua, che la ferma atmosfera del mezzogiorno sembra rendere ancora più immobile; una nuvola, alta, distaccata dalla terra; un falco, che spazia nell’aria. Queste cose non esprimono più la morte, ma nel loro non-senso dicono l’indifferenza della realtà verso il nostro essere. Il primo verso della poesia recita “spesso il mal di vivere ho incontrato”: spesso, non sempre, poiché la donna sembra rappresentare l’unica possibilità per il poeta di dare un senso al crudele correre del tempo.
La casa dei doganieri Fa parte della raccolta Le Occasioni, un ciclo di poesie ispirato da Annetta/Arletta. Tu non ricordi la casa dei doganieri sul rialzo a strapiombo sulla scogliera: desolata t'attende dalla sera in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri e vi sostò irrequieto. Libeccio sferza da anni le vecchie mura e il suono del tuo riso non è più lieto: la bussola va impazzita all'avventura. e il calcolo dei dadi più non torna Tu non ricordi; altro tempo frastorna la tua memoria; un filo s'addipana. Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana la casa e in cima al tetto la banderuola affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola né qui respiri nell'oscurità. Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende rara la luce della petroliera! Il varco è qui? (Ripullula il frangente ancora sulla balza che scoscende...) Tu non ricordi la casa di questa mia sera. Ed io non so chi va e chi resta. In gioventù, durante l’estate a Monterosso, Montale conosce Anna degli Uberti, morta molto giovane. Conserva nella mente il ricordo di un momento felice e intenso, vissuto con lei ed ora evocato dalla casa dei doganieri (l’occasione).
Un filo s’addipana/ Ne tengo ancora un capo: lui si rende conto che il tempo, nel suo scorrere implacabile, la sta allontanando, gli impedisce di dare consistenza e stabilità al ricordo di lei. Non gli resta che cercare le labili tracce che risveglino la sua memoria, ma invano. La bussola va impazzita all’avventura/ e il calcolo dei dadi più non torna/ in cima al tetto la banderuola/ affumicata gira senza pietà. È tornato alla casa dei doganieri per riassaporare la dolcezza del ricordare. Ma un forte vento disperde le tracce del passato e, se si intravede in lontananza una fievole luce, è un segno troppo debole, è un barlume che vacilla pronto a dissolversi improvviso, come quella Felicità raggiunta che cammina sul fil di lama. Montale manifesta le sue profonde emozioni attraverso la tecnica del correlativo oggettivo.
Felicità raggiunta, si cammina per te sul fil di lama. Agli occhi sei barlume che vacilla, al piede, teso ghiaccio che s'incrina; e dunque non ti tocchi chi più t'ama. Se giungi sulle anime invase di tristezza e le schiari, il tuo mattino è dolce e turbatore come i nidi delle cimase. Ma nulla paga il pianto del bambino a cui fugge il pallone tra le case. Rispetto a Ossi di seppia, Le Occasioni vogliono esprimere più da vicino le occasioni interiori, le emozioni da cui una vita è caratterizzata. L’oggetto si carica ulteriormente di valenze psicologiche e il linguaggio è meno penetrabile. Sembrò un’opera ermetica, ma in realtà non può essere considerata tale. Manca la fiducia assoluta nella parola, vuole interiorizzare il discorso, ma resta un linguaggio referenziale, che si può decodificare.
Xenia e Satura Sono gli scritti degli ultimi anni. In particolare Xenia è una raccolta di poesie dedicata alla moglie defunta, Drusilla Tanzi, affettuosamente soprannominata Mosca per le spesse lenti degli occhiali da vista. È un dono per Drusilla: richiama il termine greco xenia a significare i doni fatti all’ospite. La Bufera e altro Pubblicati nel 1956, sono componimenti relativi alla Seconda Guerra Mondiale. Tutto ciò che era stato scritto con vena ribelle nel brulicante mondo poetico italiano tra le due guerre per Montale diventa motivo di scoprire altre ragioni per essere poeta.
Esalta lo stoicismo epico di chi compie il proprio dovere. Il tema della sua poesia non è questo o quell’avvenimento storico, bensì la condizione umana. “Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo, significa solo coscienza, e volontà, di non scambiare l’essenziale con il transitorio … … Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia” (E. Montale “Confessioni di scrittori”). Al suo lettore Montale dice di non chiedere la parola che possa aprire nuovi mondi. Il poeta può soltanto dire quello che non siamo: è la negatività esistenziale dell’uomo del Novecento, che soffre del mal di vivere, impotente di fronte al tragico indifferente scorrere del tempo.
Nel 1975 riceve il Premio Nobel per la letteratura “per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”.
Eugenio Montale: vita, Ossi di seppia e poetica del negativo
La vita Eugenio Montale nacque a Genova il 12 ottobre 1896. Nel 1925 pubblicò la sua prima raccolta di versi, Ossi di seppia, segnando l'inizio di una straordinaria carriera poetica. La sua posizione intellettuale si delineò chiaramente quando firmò il manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce nel medesimo anno. Questa scelta fu un atto di netto dissenso verso la dittatura fascista e lo portò a condurre un'esistenza appartata durante gli anni del regime. Montale dimostrò il suo impegno antifascista anche ospitando Umberto Saba, perseguitato per motivi razziali, nella sua casa. In seguito, Montale entrò a far parte del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), contribuendo così alla lotta contro il regime fascista durante la Resistenza.
Gli anni del dopoguerra rappresentarono un periodo di riconoscimenti e consacrazione per Montale. Nel 1975 ricevette il prestigioso premio Nobel per la Letteratura, in virtù della sua straordinaria opera poetica. Montale morì a Milano il 12 settembre 1981. Ossi di seppia (cartilagine nella testa della seppia) La prima raccolta poetica di Eugenio Montale, intitolata Ossi di seppia e pubblicata nel 1925, rivela una caratteristica peculiare del suo linguaggio poetico: l'uso del correlativo oggettivo. Secondo Montale, concetti astratti, emozioni e sensazioni possono essere rappresentati efficacemente in poesia solo attraverso l'uso di oggetti tangibili.
In questa raccolta, Montale utilizza oggetti di scarso valore, come gli ossi di seppia, per due ragioni fondamentali: prima, per rendere la sua poesia accessibile alla gente comune; secondo, perché gli ossi di seppia, levigati dal mare, simboleggiano il processo di levigatura e perfezionamento che il poeta applica ripetutamente alle sue composizioni. La realtà che Montale vuole trasmettere attraverso la sua poesia è quella della sua terra ligure, un paesaggio povero e arido, seccato dal sole implacabile e dall'aria salmastra. Questo ambiente ostile diventa metafora dell'aridità esistenziale presente nelle sue poesie.
Uno dei temi centrali che attraversa la raccolta è proprio l'aridità, sia del paesaggio esterno che dell'animo umano. Montale sostiene che tutti gli esseri umani sono afflitti dal "male di vivere", incapaci di provare sentimenti autentici, e che l'unico modo per evitare la sofferenza è l'indifferenza. Dietro a questo pessimismo è possibile notare il pensiero di Leopardi. Il vero significato della vita è nascosto all'uomo, l'uomo cerca sempre di scoprire il senso della vita ed è come se fosse circondato da un muro invalicabile; la vita è dall'altra parte e per tutta la vita l'uomo cerca un varco che non riesce ad oltrepassare. Il poeta tende a cercare un varco che consente di uscire dalla prigionia esistenziale: un miracolo. Tuttavia, per Montale, questo varco rimane chiuso, lasciandolo a percepire solo il vuoto e la mancanza di senso.
La poetica A differenza della linea simbolista, che arriva sino ad Ungaretti, Montale non può più avere fiducia nella parola poetica (le parole sono simboli ma nessuno può capirli). Tanto meno la poesia è in grado di proporre messaggi positivi, può solo offrire definizioni in negativo. Montale non ricorre al linguaggio analogico. Quella degli Ossi è una poetica degli oggetti. Gli oggetti a cui fa riferimento il poeta sono sempre umili, dismessi e prosaici. Le soluzioni stilistiche La poesia si riduce a qualche storta sillaba e secca come un ramo, ne derivano così suoni aspri, ritmi rotti e anti musicali.
Utilizza termini rari, letterari e aulici. Montale fa ricorso al verso libero, ma usa spesso il verso più classico della poesia italiana, l'endecasillabo.
- I limoni PAG. 738
- Meriggiare pallido e assorto PAG. 743
- Spesso il male di vivere ho incontrato PAG. 745
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
46. Umberto Saba e la poesia onesta
Quadro del capitolo. Saba sceglie una poesia apparentemente semplice, narrativa e autobiografica, in polemica con l’oscurità programmatica di altre tendenze novecentesche. La “poesia onesta” cerca una verità psicologica senza mascheramenti. Trieste, gli affetti, il dolore e la solidarietà diventano materia di un Canzoniere concepito come storia di una vita.
Nuclei fondamentali: vita e Trieste • Canzoniere • poesia onesta • autobiografia e psicoanalisi • A mia moglie • La capra • Città vecchia
Nasce nel 1883 a Trieste, allora parte dell’Impero austro-ungarico, figlio di Ugo Poli e di Rachele Cohen, ebrea triestina, abbandonata dal marito prima che il figlio nascesse. Vive un’infanzia malinconica, tormentato dalla mancanza del padre, riversando tutto il suo affetto sulla balia, “la sua vera madre di gioia”, come poi ebbe a scrivere. Sin da bambino ha diretta esperienza della conflittualità della vita, essendo parte di una minoranza oppressa. Ripudia il cognome paterno e sceglie lo pseudonimo Saba, in ebraico pane.
Dopo aver lavorato presso una ditta commerciale, decide di dedicarsi alla poesia e si trasferisce a Firenze, con una decisione che denota la scelta della cultura italiana. Non ottiene successo nell’ambiente vociano, anche perché rifiuta l’esperienza avanguardistica e si rivolge essenzialmente al recupero della tradizione italiana, da Petrarca a Leopardi. Il suo stile: tende ad un andamento discorsivo e riflessivo di colloquio avvivato da una limpida luce di intelligenza; alla misura espressiva aristocratica e comunque ampiamente comunicativa che apprende dai classici, soprattutto da Leopardi. Ritornato a Trieste dopo la Grande Guerra, Saba acquista una libreria antiquaria, che diventa anche la casa editrice delle sue numerose raccolte poetiche, confluite nel Canzoniere.
Dalla cultura della sua città, profondamente amata e lasciata per sfuggire alle persecuzioni razziali, assorbe il vigoroso impegno morale e, come Svevo, la conoscenza della psicoanalisi, approfondita nel vissuto per curare le sue crisi nervose. Saba celebra la vita giornaliera, sia nell’infinita varietà delle cose, sia nella gamma degli affetti, e la sua è adesione sentimentale, calda simpatia umana. Vuole “vivere la vita di tutti/ essere come tutti/ gli uomini di tutti i giorni”. Il borgo La lirica contiene la sua dichiarazione di poetica: “dire parole, fare cose che poi ciascuno intende, e sono, come il vino ed il pane, come i bimbi e le donne, valori di tutti …”.
E alla domanda che cosa resta da fare ai poeti Saba risponde: la poesia onesta, e oppone la disonestà di D’Annunzio all’onestà di Manzoni; la poesia tesa a paludare, falsandoli, i propri sentimenti alla poesia che è ricerca di fedeltà alla propria verità interiore. Ama la vita, quel suo sentirsi vivere nella calda vita comune, al di là di ogni esclusione. Per questo vuole comprenderla, analizzare nel profondo i contrasti e le ragioni del vivere. L’approdo cui giunge Saba è nel titolo di una sua raccolta, La serena disperazione: un’adesione totale alla vita pur scoperta come dominata dal dolore, dalla frustrazione, dalla morte e senza una meta vera, ma dotata di un fascino invincibile. È un amore sofferto, che si traduce in lucida e coraggiosa accettazione della condizione umana.
Il torrente Tu così avventuroso nel mio mito, così povero sei fra le tue sponde; non hai, ch'io veda, margine fiorito: dove ristagni scopri cose immonde. Pur, se t'incontro, il cor d'ansia mi stringi, torrentello! Tutto il tuo corso è in quello del mio pensiero, cui tu risospingi alle origini, a quanto in te ammirare sapevo un giorno; e se qui penso i grossi fiumi, lo sbocco nell'avverso mare, quest'acqua onde tu appena i piedi arrossi, nudi a una lavandaia, la più pericolosa e la più gaia, con isole e cascate ancor m'appare: e il poggio da cui scendi è una montagna.
Sulla tua sponda lastricata l'erba cresceva, e cresce nel ricordo sempre; sempre è d'intorno a te sabbato sera; sempre ad un bimbo la sua madre austera rammenta che quest'acqua è fuggitiva, che non ritrova più la sua sorgente. né la sua riva, sempre l'ancor bella donna si attrista, e cerca la sua mano il fanciulletto, che ascoltò uno strano confronto tra la vita nostra e quella della corrente. Il torrente che al fanciullo sembrava avventuroso, colmo di fascino e di incognite, ora si rivela all’uomo maturo, al poeta ben povera cosa: un esile filo d’acqua che arrossa appena i piedi nudi ad una lavandaia. Ma c’è il recupero dell’infanzia attraverso la memoria e può apparire ancora come una volta: l’erba che cresceva sulle sue sponde cresce nel ricordo sempre; viva realtà sono le passeggiate serali con la madre che faceva confronti – strani, per lui bambino – tra l’acqua fuggitiva e la nostra vita. Lo stesso Saba considera questa lirica una delle più belle e delle meno conosciute. I motivi dell’infanzia perduta e dell’inarrestabile fluire del tempo trovano qui una dimensione di serena elegia. La totale accettazione della vita, che è la costante e la lezione di Saba, gli consente di percorrere positivamente la strada del malinconico conforto del ricordo. Per Montale, suo contemporaneo, quella strada invece non ha altro approdo che un’ulteriore constatazione dell’angoscia di vivere. Cigola la carrucola del pozzo Cigola la carrucola del pozzo, l'acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio, nel puro cerchio un'immagine ride. Accosto il volto ad evanescenti labbri: si deforma il passato, si fa vecchio, appartiene ad un altro... Ah che già stride la ruota, ti ridona all'atro fondo, visione, una distanza ci divide.
Umberto Saba: vita, Canzoniere e poetica dell’onestà
Vita Umberto Saba nacque a Trieste il 9 marzo del 1883, il cognome è uno pseudonimo (come Svevo). Saba aveva la cittadinanza italiana perché il padre discendeva da una nobile famiglia veneziana mentre la madre apparteneva a una famiglia ebrea di piccoli commercianti. Prima della nascita di Umberto, il padre abbandonò la famiglia e la madre decise di affidare Umberto ad una balia, contadina slovena, fino all'età di 3 anni. La scelta dello pseudonimo potrebbe essere un omaggio a questa donna che lo aveva allevato nei primi anni oppure alle origini materne (Saba in ebraico significa nonno).
Saba trascorse un'infanzia difficile e malinconica (descritta nelle poesie intitolate "Il piccolo Berto”), interruppe poi gli studi alla quarta gimnasio (prima superiore), decidendo di proseguirli come autodidatta. Formazione letteraria Come Svevo, anche Saba dovette affrontare grandi difficoltà a causa della sua condizione intellettuale più legato alle radici della cultura mitteleuropea. Quando nacque Saba, Trieste apparteneva all'impero austroungarico ed era estranea alle esperienze all'avanguardia italiana. L'incontro con la psicoanalisi Nel 1921 usci il primo Canzoniere, nel 1928 intraprese una cura con un allievo di Freud, Edoardo Weiss, da qui conobbe la psicoanalisi che gli offrì strumenti più raffinati per “smascherare l’intimo vero”.
La persecuzione razziale e gli ultimi anni Colpito dalle leggi razziali per la sua origine ebraica, nel 1938 Saba lasciò l'Italia. Durante l'occupazione nazista, visse nascosto a Firenze, ospite anche nella casa di Montale. Morì il 25 agosto 1957. Il Canzoniere (richiama l'opera di Petrarca) I fondamenti della poetica Le vicende esistenziali descritte nel Canzoniere descrive sia sé stesso ma vogliono descrivere l’intera umanità, quindi può raccontare di un'esperienza capitata a lui ma che poi viene generalizzata per l'umanita.
Saba trasferisce sempre tali eventi sul piano di una riflessione che riguarda una condizione più generale dell'uomo e della vita. Egli, infatti, prende la distanza dalla concezione estetizzante, non fa delle "belle poesie" ma delle "poesie oneste" (le poesie non devono essere belle ma vere). Questo porta il poeta ad affrontare temi della quotidianità, lo spinge ad andare al di là delle apparenze per svelare la realtà (l'apparenza non è la vera realtà). Per il poeta lo strumento che consente di comprendere meglio la realtà umana è la psicologia, in particolare la psicoanalisi.
I temi principali È appassionato dalla psicoanalisi perché è legata all'infanzia → ciò che siamo ora è anche grazie ai traumi che abbiamo avuti da piccoli). L'infanzia assume un'importanza decisiva, come momento centrale nella formazione dell'individuo. Dall'infanzia si dipartono i principali motivi sviluppati dal Canzoniere: l'Eros e la Scissione dell'io.. La contraddizione (che sarebbe la scissione dell'io) e i conflitti psicologici hanno determinato fin dalla nascita una lacerazione al cuore. Le caratteristiche formali Saba sul piano del linguaggio adopera senza timori il lessico casalingo e familiare e riprende costrutti e termini che appartengono al patrimonio poetico delle epoche precedenti.
Saba addotta gli schemi politici del passato, come la metrica regolare e l'uso delle rime. La poesia del Canzoniere è sempre sostenuta da una chiarezza espressiva che usa modi semplici e immediati, con un lessico volutamente povero e comune. L’intento di Saba è infatti quello di dimostrare che è possibile ottenere effetti poetici anche dagli elementi più scontati del discorso.
- A MIA MOGLIE (pag. 661)
- LA CAPRA (pag. 664)
- CITTÀ VECCHIA (pag. 667)
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
47. Narrativa degli anni Trenta: Vittorini, Pavese e Moravia
Quadro del capitolo. Negli anni Trenta la narrativa italiana cerca nuove forme per rappresentare alienazione, società borghese e rapporto con la modernità europea e americana. Vittorini e Pavese aprono la cultura italiana a nuovi modelli; Moravia osserva con lucidità l’inerzia morale della borghesia. Il romanzo torna a essere un laboratorio centrale della coscienza contemporanea.
Nuclei fondamentali: nuovo romanzo italiano • Elio Vittorini • Cesare Pavese • mito e America • Alberto Moravia • indifferenza e borghesia
La rivista Solaria è fondata a Firenze nel 1926 e, sottoposta più volte alla censura fascista, è sospesa nel 1934. Attira intorno a sé come collaboratori la maggior parte degli scrittori più importanti dell’epoca: poeti come Montale, Quasimodo, Saba; narratori come Vittorini e Pavese. L’europeismo culturale è uno dei caratteri salienti della rivista. Kafka, Joyce, Proust sono tra i grandi ad essere veramente conosciuti dai nostri intellettuali. I solariani intendono unire la dignità, l’eleganza dello stile a un rinnovato impegno intellettuale e conoscitivo: un’ampia sperimentazione che rispetti l’esigenza di razionalità senza dimenticare le dimensioni aperte dall’analisi dell’inconscio.
Solaria è il punto d’incontro di esperienze diverse, ma unite da un principio comune: la libertà dell’arte, la resistenza contro la sua mercificazione, implicita nella propaganda politica fascista e nei falsi miti di massa che questa costruisce e divulga. Sono prodotti alcuni tra i romanzi più significativi della narrativa italiana del Novecento: Gli indifferenti di Alberto Moravia (1929); Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini (1938-39); La luna e i falò di Cesare Pavese (1936). Vittorini e Pavese sono tra i principali fautori di un mito importante di questo periodo: la letteratura americana.
Steinbeck, Faulkner, Hemingway – fra gli autori letti e tradotti – diventano espressione di una nazione giovane e vigorosa, dotata di una vitalità creativa, libera e democratica. “I Padri Pellegrini erano venuti dall’Europa pieni di delusione e di stanchezza … Su quelle coste coperte di alberi dal legno duro, era di nuovo il mondo … furono di nuovo nel mondo, accettando, poi anche ringraziando, e dalla stanchezza passarono via via alla baldanza, alla fede” (Vittorini). La letteratura americana seduce perché “pensosa e barbarica, felice e rissosa, greve di tutto il passato del mondo e insieme giovane e innocente” dice Pavese, il quale simpatizza con i contadini che parlano slang. E intanto su quei testi Pavese crea i suoi miti: la campagna, le colline e le Langhe, un Piemonte primitivo e sanguigno.
I romanzi americani presentano, come costante, la figura del ribelle “un personaggio, a un certo punto del romanzo, pianta tutto – belle maniere, lavoro, famiglia … e solo, o in compagnia di un amico del cuore, scompare. Alla fine torna al posto nella vita. È un po’ abbacchiato, ma ha una nuova coscienza di sé stesso: la macchina della civiltà non lo possiede … la vita è ancora degna” (Pavese). È un mito di grande suggestione su chi vive nel conformistico intruppamento dell’Italia fascista.
Elio Vittorini e Conversazione in Sicilia
Conversazione in Sicilia Il libro è ambientato in una Sicilia che, secondo una nota apposta dallo scrittore per sviare i sospetti della censura fascista, è un luogo emblematico, universale. In verità è la sua isola, con la miseria, la violenza e l’umiliazione sofferta di continuo, con i morti nelle guerre in cui la trascina il Regime fascista. E la realtà descritta è paradigma dell’umanità offesa, del dolore del mondo. Ma i suoi furori sono astratti: Vittorini crede il genere umano perduto e non ha febbre di fare qualcosa in contrario: giace nella non-speranza, nella disperazione.
È la condizione di molti intellettuali: il risentimento morale contro l’oppressione della dittatura non basta per agire nel concreto. È un’inerzia di tutto il Paese che rende astratti i furori del singolo. La trasfigurazione di ogni connotazione storica o realistica comporta la realizzazione di una pagina alla quale l’insistenza sul valore fonico della parola, l’uso di un linguaggio poetico conferiscono un’aura di suggestione, quell’aura poetica amata dai solariani.
Cesare Pavese: mito, solitudine e La luna e i falò
La vicenda umana e letteraria di Pavese appare un’espressione tragicamente sofferta del dramma della cultura e della coscienza europea sullo sfondo della seconda guerra mondiale. Oscilla continuamente tra la seduzione del nulla e la ricerca ansiosa di un nuovo umanesimo, fondato sull’esigenza di una comunicazione costruttiva con gli uomini, allo scopo di approfondire l’angoscia e la solitudine dell’io e impegnarsi nella creazione di una società nuova e di una più autentica civiltà. Come Vittorini, accoglie la lezione del realismo americano e si ispira alla realtà, ma tende sempre a ridurre fatti e vicende ad alcune immagini esemplari – i miti. Scavare i miti significa sondare la propria interiorità, allo scopo di conoscersi, di ritrovare la ragione delle cose e del proprio vivere.
Il mito, per Pavese, è l’elemento primordiale della coscienza, la rivelazione della realtà insondabile che ci giunge nel tempo dell’infanzia e dell’adolescenza, quando l’io era fuso in una comunione inconsapevole e totale con la vitalità dell’universo. Esistere nel tempo, nella storia, invece, significa dolore, solitudine, incomunicabilità con gli altri – il vero problema della vita. D’altra parte anche ritrovare la propria purezza originaria, la propria solitudine è un morire, perché dietro i miti-rivelazione dell’infanzia c’è qualcosa d’incomprensibile, il nulla.
La luna e i falò È il suo capolavoro. Anguilla, il protagonista, è un trovatello cresciuto sulle colline delle Langhe, nel mondo contadino. Aspira a far fortuna e la trova in America. La nostalgia del paese, però, è troppo intensa: come altri personaggi di Pavese è uno che ritorna. Ma il pellegrinaggio ai mitici luoghi dell’infanzia si risolve nella constatazione di ciò che è ormai perduto per sempre. Anguilla nella sua solitudine americana si è portato nell’anima il ricordo dei falò rituali, a cui i contadini nelle Langhe ricorrono per “svegliare la terra”. Ora a quei falò se ne sovrappongono altri: quello con cui i partigiani hanno bruciato una delle figlie del sor Matteo. Nemmeno i miti dell’infanzia possono più offrire l’ancora di salvezza.
Anguilla-Pavese, fatalmente frustrato dalla realtà, giunge alla lucida e dolorosa constatazione che il vivere è angoscia, solitudine, e il nulla sta dietro ogni irrazionalismo. Pavese lascia, comunque, una grande lezione. Vive nella continua ricerca di assoluto e di colloquio con gli altri e indica che l’unico valore della vita è la poesia, intesa come consapevolezza profonda dell’essere: non all’artista ma a tutti gli uomini spetta il compito di creare nuovi e più autentici rapporti umani e sociali e di stabilire un dialogo fraterno, al di là del selvaggio orrore dell’odio e della guerra.
Alberto Moravia: Gli indifferenti e la crisi della borghesia
Nasce a Roma nel 1907 e nel 1929, ancora giovanissimo, consegue vasta rinomanza per il suo primo romanzo. Gli indifferenti Presenta già ben definiti, almeno nelle grandi linee, il suo mondo e il suo stile. La diffusione del libro si deve in parte allo scandalo suscitato, in un’atmosfera di conformismo morale politico, dalla sua analisi spregiudicata della corruzione di una borghesia ipocrita, che mira a presentarsi ufficialmente come classe rispettabile e moralmente sana, ed è, invece, priva di ideali, schiava del sesso e del denaro.
È un groviglio di esistenze prive di qualsiasi luce, reciprocamente irretite dalla meschinità e dalla grettezza, succubi di questa malattia morale che stronca la volontà e rende velleitari i tentativi di liberazione e di cambiamento, già in partenza svuotati di significato – la pistola che dovrebbe servire a Michele per lavare l’onta della famiglia è scarica, ha dimenticato di caricarla. Non resta che continuare ad avvoltolarsi “come porci in brago” senza nulla di autentico nel rapporto con gli altri e con le cose, in una perenne opacità della coscienza.
Indifferenza significa incapacità, di conseguenza non-volontà, di instaurare un rapporto autentico con il mondo e con gli uomini; tramonto di ogni fede, alienazione totale. Le azioni vuote e meccaniche di Michele in quella città racchiusa in un cerchio di pioggia, fango, solitudine indicano la rottura di ogni rapporto tra individuo e mondo. È una crisi non solo politica, ma di una civiltà, che sfocia nella tragica assurdità della guerra, come esito dello smarrimento della propria identità. La borghesia che Moravia mostra è giunta a forme di vita e di appagamento ormai meccaniche: avvolta nella noia dell’inautentico, si ritrova passivamente sommersa da uno spaventoso conflitto, capace di mettere in forse i fondamenti della cultura e della civiltà occidentali.
Moravia riprende la strada della narrativa ricollegandosi a Svevo: porta a definizione un tipo già noto – l’inetto, l’incapace a vivere – e fa dell’indifferenza un atteggiamento esistenziale paradigmatico che sarà spietatamente analizzata da Sartre – La nausea. C’è il sentimento dell’assurdità dell’esistenza, l’estraniamento dell’io dalle cose e dagli altri, il rinchiudersi in una sfera egoistica, quindi solitudine, accettazione passiva della realtà e fatale incomunicabilità fra gli uomini. La noia (1960) Moravia definisce la noia insufficienza e inadeguatezza a dare significato, consistenza effettiva alle proprie azioni, alla vita. Usando una metafora, continua l’autore, la noia è “l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; così non riesce mai a prender sonno veramente”. È uno stato d’animo vasto e oscuro, una malattia spirituale, in fondo è il rifiuto totale della vita, quindi essenzialmente incomunicabilità. Ben diversa è la noia di Leopardi. Pur essendo sentimento drammatico e tragico, fonte di angoscia, porta però il poeta ad un’affermazione più intensa dell’io; Moravia, invece, sembra partire da una disperazione senza più impeto né riscatto, che si risolve in un’ansia sorda e scorata. I critici italiani, in generale, in accordo al giudizio di Fernandez, critico francese, riconoscono a Moravia un notevolissimo talento di scrittore e di narratore, una capacità di intelligenza acutissima e spregiudicata della psicologia, la lucida implacabile razionalità di chi considera l’arte come presa di coscienza di una realtà, registrazione della crisi del nostro tempo. Resta però la perplessità di fronte ad un’immagine dell’uomo sostanzialmente deformata: nessuno dei casi analizzati è punto di partenza di un’avventura spirituale.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
48. Neorealismo, Beppe Fenoglio e Primo Levi
Quadro del capitolo. Il secondo dopoguerra impone alla letteratura il confronto con guerra, fascismo, Resistenza e Shoah. Il Neorealismo cerca un rapporto diretto con la storia recente e con nuove esperienze collettive. Fenoglio trasforma la Resistenza in materia narrativa complessa; Primo Levi fa della testimonianza un esercizio di precisione morale e di memoria.
Nuclei fondamentali: Seconda guerra mondiale e Resistenza • Neorealismo • Fenoglio • partigiani e lingua • Primo Levi • Se questo è un uomo • testimonianza e memoria del Lager
La corrente narrativa dell’immediato dopoguerra sembra nascere dalla volontà di racconto che consegue alle esperienze tragiche, ma originali, complesse e a volte esaltanti, vissute da gran parte degli Italiani. Si può considerare conclusa nei primi anni sessanta e prende il nome di Neorealismo, precedentemente attribuito al film Ossessione (1942) di Luchino Visconti e quindi alla nuova cinematografia da Ladri di biciclette di De Sica a Paisà di Rossellini. Alla luce delle esperienze recenti – la guerra, la partecipazione popolare alla resistenza, le difficoltà di vita, la miseria – la produzione precedente, quella degli anni trenta appare esangue, priva di contatto con la vita reale, una letteratura che ha subito passivamente il fascismo e non ha avuto il coraggio di opporsi, non ha assolto il dovere di testimoniare la verità e la libertà conculcate. La polemica si sviluppa sulle riviste e sulle pubblicazioni che sorgono numerose in seguito alla riconquistata libertà: sono appassionate requisitorie e il giudizio diffuso è di condanna, l’esigenza più sentita è di dar vita ad una cultura nuova. Si sviluppa rigogliosa l’attività editoriale volta ad un’opera di aggiornamento e di recupero di testi stranieri nel circuito culturale italiano – fondamentale è la casa Einaudi. La testimonianza più significativa di questa esigenza è la rivista Politecnico, diretta da Vittorini e pubblicata a Milano tra il 1945 e il 1947.
Si distingue per l’ampiezza dei suoi interessi, letterari e politici, finalizzati alla lotta per una nuova cultura. Da subito, Vittorini dichiara che la cultura tradizionale non si è fatta società, non ha avuto forze, strumenti capaci di proteggere l’uomo dalla sofferenza. La cultura, ora, deve essere operativa, incidere direttamente sui meccanismi della società, al fine di eliminare lo sfruttamento e vincere il bisogno. L’impegno dell’intellettuale parte da un piano culturale per concretizzarsi come forza operante nella società.
Sorge il problema dei rapporti con le forze della sinistra e soprattutto con il PCI, il più attento e organizzato nel perseguire una linea di politica culturale. Lo scontro è inevitabile: da un lato c’è l’autonomia dell’artista, dall’altro la necessità per un partito rivoluzionario di perseguire, in un dato momento storico, un preciso programma di politica culturale. Vittorini, pur accettando alcuni rilievi, con la sua Lettera a Togliatti non può che ribadire le proprie posizioni di fondo: se l’uomo di cultura si allinea meccanicamente con le direttive del partito rivoluzionario non fa altro che suonare il piffero della rivoluzione e ugualmente pastorello è chi lo suona per una politica reazionaria o conservatrice. Lo scrittore non può essere privato della libertà di porre sollecitazioni e istanze che differiscano da quelle poste dal politico.
Il Neorealismo non può essere definito un movimento con una vera e propria codificazione. Si deve parlare piuttosto di uno stato d’animo collettivo, di un’esigenza di impegno, di una disposizione pratica, etico-politica più che estetica. Si sente la necessità di quella realtà che urge ed è sotto gli occhi di tutti: la guerra, la resistenza, la lotta giornaliera per sbarcare il lunario, le città devastate e la prostituzione, le grandi masse che, diventate protagoniste di storia, impegnano le loro lotte. La cronaca diventa il modulo di rappresentazione più diffuso. Ne consegue il rifiuto del bello scrivere, l’esigenza di un linguaggio anti-letterario, immediato, il riecheggiamento inerte della lingua parlata, preferibilmente quella dialettale, gergale.
Beppe Fenoglio: Resistenza, Langhe e realismo narrativo
Di recente è stato definito “Il narratore più forte uscito dal Neorealismo” (G. Pampaloni, Novecento, Garzanti). Sia sul piano della vita pratica che su quello della tecnica narrativa, è l’esempio di una particolare fedeltà alla sua terra e alla sua gente. Ad Alba, dove nasce nel 1922, rimane tutta la vita, tranne i mesi del servizio militare: come studente prima, partigiano poi, impiegato in una ditta enologica negli ultimi anni della sua vita raccolta e schiva. I ventitré giorni della città di Alba È l’opera con cui esordisce. Come molte altre, è ispirata alla Resistenza: il dieci ottobre 1944 i partigiani liberano Alba e vi restano fino al due novembre, quando devono ritirarsi davanti al contrattacco dei fascisti.
Non sceglie né la celebrazione della Resistenza né la componente ideologica, bensì una rappresentazione vera che, senza moralismi o seriosità, dia la poliedricità di aspetti di quell’evento. Da ciò un tono, un piglio demistificatorio, un dettato scabro, inteso a porre in primo piano il ritmo dell’azione, i fatti nel loro nudo e concreto consistere. Fenoglio rivela un senso austeramente dolente del vivere, una meditazione sulla misera vita di un mondo contadino soggetto da sempre a un duro sfruttamento, e sulla violenza dei rapporti umani, che la guerra evidenzia ed esaspera.
Nei racconti ispirati alla Resistenza si avverte, più drammaticamente, il culminare di una desolazione e di una miseria atavica nella violenza come scoppio elementare di energia vitale compressa. I personaggi sono colti nell'impeto e nella dinamica dell’azione, piuttosto che nel ripiegamento interiore: la loro lotta incessante, contro fame, freddo, disagi e morte, coincide con la lotta contro il destino. Lungi da ogni intento agiografico o celebrativo, Fenoglio esprime, nei momenti più alti, un’epopea guerriera e contadina scarna ed essenziale, che riflette emblematicamente il dramma della condizione umana colto nel vivo della storia di quegli anni.
La malora È certamente l’opera più rappresentativa di Fenoglio langarolo e, come risulta evidente con il passare degli anni, una delle opere più valide del Neorealismo. Narra la vita di una famiglia di fittavoli e la violenza dei rapporti che nasce dalla miseria. Sarà però il giovane bracciante Agostino, forte e volenteroso, a trarre una lezione in positivo dalla sua vita di malora: alla fine riesce a tornare a casa, alla sua terra, che è poca, ma il lavoro non lo spaventa. Ora lui sa che dovrà faticare tanto per conservarsela e farla rendere, ma ce la farà.
Fenoglio realizza una rappresentazione di quel mondo dall’interno, vi si cala dentro senza filtrarlo attraverso suggestioni mitiche e vagheggiamenti della memoria, come accade al conterraneo Pavese, e senza cadere nella meccanica riproduzione dialettale. La sua operazione stilistica è personalissima. Con un accanito lavoro sul dato dialettale “la più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti” conia un linguaggio compatto, duro, carico di tensione, che è la trascrizione sul piano artistico della violenza dei rapporti di quel mondo.
Emilio Cecchi nel 1963 scrive che La malora è destinata “a rimanere una tra le più alte e concrete espressioni non soltanto dell’arte di Fenoglio ma di tutta la nostra narrativa del Novecento”.
Primo Levi: testimonianza, memoria e Se questo è un uomo
Primo Levi si distingue dagli altri autori per la sua connessione diretta con la Seconda guerra mondiale e l'Olocausto. Nato a Torino nel 1919, Levi si laureò in Chimica e lavorò come ingegnere chimico prima di essere catturato dalle milizie fasciste e deportato dai tedeschi nel Lager di Auschwitz. Nonostante fosse stato colpito dalla scarlattina, grazie alla sua professione di ingegnere chimico fu mandato in infermeria anziché essere inviato ai forni crematori. Questa esperienza gli fornì una prospettiva unica sulla vita nei campi di concentramento nazisti, divisi tra "sommersi" e "salvati". I "sommersi" erano coloro che morivano nei Lager (in questa categoria ne fanno parte i musulmani perché seguono le regole e a loro sta bene), mentre i "salvati" erano quelli che sopravvivevano, che mantenevano l’identità.
Il suo libro d'esordio, Se questo è un uomo, ha ottenuto un'enorme diffusione ed è considerato uno dei più importanti resoconti dell'esperienza nei campi di sterminio nazisti. Il libro è una testimonianza sulle barbarie estreme nei campi di concentramento, sulla sua crudeltà sia fisica che morale, che mirava a distruggere la sostanza umana Quello che rende potente la rappresentazione di Levi è la sua assenza di emotività e retorica, che conferisce al suo racconto una forza autentica e senza fronzoli. Se questo è un uomo non è solo un libro di memorie, ma anche uno studio acuto e scientifico sul funzionamento di quella società disumana che era il Lager.
- L’ARRIVO NEI LAGER PAG. 868
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.
Quadro cronologico conclusivo
| Periodo | Coordinate | Nuclei e autori |
|---|---|---|
| Medioevo | V-XIV secolo | teocentrismo, latino e volgari, civiltà comunale, lirica cortese, Dante |
| Trecento | XIV secolo | Petrarca e crisi dell’unità medievale; Boccaccio e realismo borghese |
| Umanesimo e Rinascimento | XV-XVI secolo | antropocentrismo, filologia, corti, classicismo, Ariosto, Machiavelli |
| Manierismo e Barocco | seconda metà XVI-XVII secolo | crisi delle certezze, Tasso, meraviglia, Marino |
| Settecento | XVIII secolo | Arcadia, Illuminismo, Parini, Goldoni, Alfieri |
| Neoclassicismo e Romanticismo | fine XVIII-prima metà XIX | Foscolo, Manzoni, Leopardi, Risorgimento |
| Età postunitaria | seconda metà XIX | Scapigliatura, Realismo, Positivismo, Verismo, Verga |
| Decadentismo | fine XIX-inizio XX | Baudelaire, Wilde, Pascoli, D’Annunzio |
| Novecento | prima metà XX | Crepuscolarismo, Futurismo, Pirandello, Svevo, Ungaretti, Montale, Saba |
| Secondo dopoguerra | dal 1945 | Neorealismo, Fenoglio, Primo Levi e memoria storica |
Fonti di lavoro utilizzate
- Pages uniti(2).pdf
- 1-Letteratura.pdf
- 2-medioevo.pdf
- 3- trecento-petrarca-boccaccio.pdf
- 4- umanesimo e rinascimento.pdf
- 5-Cinquecento generi letterari.pdf
- 6-da manierismo a tasso.pdf
- 7-il barocco.pdf
- 8-primo settecento-illuminismo.pdf
- 9-crisi illuminismo sino a foscolo.pdf
- 10-romanticismo.pdf
- 11-decadenza del romanticismo.pdf
- 12 decadentismo.pdf
- 13-novecento.pdf