L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto tredicesimo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Ben furo aventurosi i cavallieri ch’erano a quella età, che nei valloni, ne le scure spelonche e boschi fieri, tane di serpi, d’orsi e di leoni, 5trovavan quel che nei palazzi altieri a pena or trovar puon giudici buoni: donne, che ne la lor più fresca etade sien degne d’aver titol di beltade. | I cavalieri di un tempo potevano imbattersi in donne bellissime anche nei luoghi più inospitali, tra boschi selvaggi e grotte pericolose. Il poeta osserva ironicamente che oggi è difficile trovare persone davvero rette perfino nei palazzi dei potenti. |
| Ottava 2 Di sopra vi narrai che ne la grotta 10avea trovato Orlando una donzella, e che la dimandò ch’ivi condotta l’avesse: or seguitando, dico ch’ella, poi che più d’un signiozzo l’ha interrotta, con dolce e suavissima favella 15al conte fa le sue sciagure note, con quella brevità che meglio puote. | Ariosto riprende il racconto: Orlando aveva trovato una giovane nascosta in una grotta e le aveva chiesto come fosse arrivata lì. La ragazza, interrotta dai singhiozzi, comincia a raccontargli la propria sventura nel modo più breve possibile. |
| Ottava 3 – Ben che io sia certa (dice), o cavalliero, ch’io porterò del mio parlar supplizio, perché a colui che qui m’ha chiusa, spero 20che costei ne darà subito indizio; pur son disposta non celarti il vero, e vada la mia vita in precipizio. E ch’aspettar poss’io da lui più gioia, che ’l si disponga un dì voler ch’io muoia? | La giovane sa che parlare potrebbe costarle caro: teme che qualcuno riferisca le sue parole all’uomo che la tiene prigioniera. Decide comunque di raccontare la verità, perché dal suo carceriere ormai si aspetta soltanto la morte. |
| Ottava 4 25Isabella sono io, che figlia fui del re mal fortunato di Gallizia. Ben dissi fui; ch’or non son più di lui, ma di dolor, d’affanno e di mestizia. Colpa d’Amor; ch’io non saprei di cui 30dolermi più che de la sua nequizia, che dolcemente nei principi applaude, e tesse di nascosto inganno e fraude. | Si presenta come Isabella, figlia del re di Galizia. Dice però di non sentirsi più figlia di quel sovrano, ma della sofferenza e del dolore. Attribuisce la propria rovina all’Amore, che all’inizio promette dolcezza e poi prepara inganni nascosti. |
| Ottava 5 Già mi vivea di mia sorte felice, gentil, giovane, ricca, onesta e bella: 35vile e povera or sono, or infelice; e s’altra è peggior sorte, io sono in quella. Ma voglio sappi la prima radice che produsse quel mal che mi flagella; e ben ch’aiuto poi da te non esca, 40poco non mi parrà, che te n’incresca. | Un tempo Isabella era giovane, rispettata, ricca e felice; ora ha perduto ogni sicurezza e vive nella miseria e nell’infelicità. Vuole spiegare a Orlando l’origine delle proprie disgrazie e spera almeno di ottenere la sua compassione. |
| Ottava 6 Mio patre fe’ in Baiona alcune giostre, esser denno oggimai dodici mesi. Trasse la fama ne le terre nostre cavallieri a giostrar di più paesi. 45Fra gli altri (o sia ch’Amor così mi mostre, o che virtù pur se stessa palesi) mi parve da lodar Zerbino solo, che del gran re di Scozia era figliuolo. | Circa un anno prima suo padre aveva organizzato a Bayonne un torneo cui erano giunti cavalieri da molti paesi. Tra tutti Isabella aveva ammirato soprattutto Zerbino, figlio del re di Scozia, per il suo valore e la sua nobiltà. |
| Ottava 7 Il qual poi che far pruove in campo vidi 50miracolose di cavalleria, fui presa del suo amore; e non m’avidi, ch’io mi conobbi più non esser mia. E pur, ben che ’l suo amor così mi guidi, mi giova sempre avere in fantasia 55ch’io non misi il mio core in luogo immondo, ma nel più degno e bel ch’oggi sia al mondo. | Dopo aver assistito alle straordinarie prove di Zerbino nel torneo, Isabella si era innamorata di lui senza quasi rendersene conto. Non rimpiange quell’amore, perché considera Zerbino il cavaliere più degno e nobile che si possa scegliere. |
| Ottava 8 Zerbino di bellezza e di valore sopra tutti i signori era eminente. Mostrammi, e credo mi portasse amore, 60e che di me non fosse meno ardente. Non ci mancò chi del commune ardore interprete fra noi fosse sovente, poi che di vista ancor fummo disgiunti; che gli animi restar sempre congiunti. | Zerbino spiccava sugli altri principi per bellezza e coraggio. Anche lui sembrava innamorato di Isabella. Persone fidate facevano da intermediari tra i due giovani, permettendo loro di restare uniti nei sentimenti anche quando erano lontani. |
| Ottava 9 65Però che dato fine alla gran festa, Il mio Zerbino in Scozia fe’ ritorno. Se sai che cosa è amor, ben sai che mesta restai, di lui pensando notte e giorno; ed era certa che non men molesta 70fiamma intorno al suo cor facea soggiorno. Egli non fece al suo disio più schermi, se non che cercò via di seco avermi. | Terminato il torneo, Zerbino tornò in Scozia. Isabella ne soffrì intensamente e pensava a lui giorno e notte, certa che il giovane provasse lo stesso dolore. Zerbino non volle più limitarsi a desiderarla da lontano e cercò il modo di averla accanto. |
| Ottava 10 E perché vieta la diversa fede (essendo egli cristiano, io saracina) 75ch’al mio padre per moglie non mi chiede, per furto indi levarmi si destina. Fuor de la ricca mia patria, che siede tra verdi campi allato alla marina, aveva un bel giardin sopra una riva, 80che colli intorno e tutto il mar scopriva. | Poiché Zerbino era cristiano e Isabella musulmana, la differenza di religione gli impediva di domandarne ufficialmente la mano al padre. Decise quindi di organizzare una fuga segreta. Isabella possedeva un giardino presso il mare, adatto all’incontro. |
| Ottava 11 Gli parve il luogo a fornir ciò disposto, che la diversa religion ci vieta; e mi fa saper l’ordine che posto avea di far la nostra vita lieta. 85Appresso a Santa Marta avea nascosto con gente armata una galea secreta, in guardia d’Odorico di Biscaglia, in mare e in terra mastro di battaglia. | Zerbino comunicò a Isabella il piano: una nave armata sarebbe rimasta nascosta nei pressi di Santa Marta, pronta a portarla via. A comandarla era Odorico di Biscaglia, uomo esperto di guerra e navigazione. |
| Ottava 12 Né potendo in persona far l’effetto, 90perch’egli allora era dal padre antico a dar soccorso al re di Framcia astretto, manderia in vece sua questo Odorico, che fra tutti i fedeli amici eletto s’avea pel più fedele e pel più amico: 95e bene esser dovea, se i benefici sempre hanno forza d’acquistar gli amici. | Zerbino non poteva guidare personalmente la spedizione: il padre lo aveva impegnato nell’aiuto militare al re di Francia. Affidò così Isabella a Odorico, che considerava il più fedele dei suoi amici e che aveva beneficato generosamente. |
| Ottava 13 Verria costui sopra un navilio armato, al terminato tempo indi a levarmi. E così venne il giorno disiato, 100che dentro il mio giardin lasciai trovarmi. Odorico la notte, accompagnato di gente valorosa all’acqua e all’armi, smontò ad un fiume alla città vicino, e venne chetamente al mio giardino. | Nel giorno stabilito Isabella attese nel giardino. Odorico sbarcò di notte con uomini armati presso un fiume vicino alla città e raggiunse di nascosto il luogo in cui la ragazza lo aspettava. |
| Ottava 14 105Quindi fui tratta alla galea spalmata, prima che la città n’avesse avisi. De la famiglia ignuda e disarmata altri fuggiro, altri restaro uccisi, parte captiva meco fu menata. 110Così da la mia terra io mi divisi, con quanto gaudio non ti potrei dire, sperando in breve il mio Zerbin fruire. | Isabella fu condotta sulla nave prima che in città si diffondesse la notizia. Alcuni servitori fuggirono, altri furono uccisi o fatti prigionieri. Lei lasciò la propria patria con gioia, perché sperava di incontrare presto Zerbino. |
| Ottava 15 Voltati sopra Mongia eramo a pena, quando ci assalse alla sinistra sponda 115un vento che turbò l’aria serena, e turbò il mare, e al ciel gli levò l’onda. Salta un maestro ch’a traverso mena, e cresce ad ora ad ora, e soprabonda; e cresce e soprabonda con tal forza, 120che val poco alternar poggia con orza. | Superato da poco il promontorio di Monga, una tempesta violenta si abbatté improvvisamente sulla nave. Il vento sconvolse il mare e sollevò onde altissime; tutte le manovre dei marinai sembravano inutili. |
| Ottava 16 Non giova calar vele, e l’arbor sopra corsia legar, né ruinar castella; che ci veggian mal grado portar sopra acuti scogli, appresso alla Rocella. 125Se non ci aiuta quel che sta di sopra, ci spinge in terra la crudel procella. Il vento rio ne caccia in maggior fretta, che d’arco mai non si aventò saetta. | L’equipaggio cercò di salvare la nave riducendo le vele e alleggerendo le strutture, ma il vento la trascinava rapidamente verso gli scogli presso La Rochelle. Senza un intervento provvidenziale, il naufragio sembrava inevitabile. |
| Ottava 17 Vide il periglio il Biscaglino, e a quello 130usò un rimedio che fallir suol spesso: ebbe ricorso subito al battello; calossi, e me calar fece con esso. Sceser dui altri, e ne scendea un drappello, se i primi scesi l’avesser concesso; 135ma con le spade li tenner discosto, tagliar la fune, e ci allargammo tosto. | Odorico tentò di salvarsi calando una scialuppa, e fece scendere con sé Isabella. Altri due uomini riuscirono a imbarcarsi; quando altri marinai provarono a seguirli, quelli già a bordo li minacciarono con le spade, tagliarono la fune e si allontanarono. |
| Ottava 18 Fummo gittati a salvamento al lito noi che nel palischermo eramo scesi; periron gli altri col legno sdrucito; 140in preda al mare andar tutti gli arnesi. All’eterna Bontade, all’infinito Amor, rendendo grazie, le man stesi, che non m’avessi dal furor marino lasciato tor di riveder Zerbino. | La scialuppa riuscì a raggiungere la riva e a salvare i quattro occupanti, mentre la nave andò distrutta e gli altri morirono. Isabella ringraziò Dio per averla preservata dalla tempesta e per averle lasciato la speranza di rivedere Zerbino. |
| Ottava 19 145Come ch’io avessi sopra il legno e vesti lasciato e gioie e l’altre cose care, pur che la speme di Zerbin mi resti, contenta son che s’abbi il resto il mare. Non sono, ove scendemo, i liti pesti 150d’alcun sentier, né intorno albergo appare; ma solo il monte, al qual mai sempre fiede l’ombroso capo il vento, e ’l mare il piede. | Isabella aveva perso abiti, gioielli e beni materiali, ma non se ne preoccupava: le bastava la possibilità di ritrovare l’amato. Il luogo dello sbarco era tuttavia deserto, senza strade né abitazioni visibili, tra monti scoscesi e mare. |
| Ottava 20 Quivi il crudo tiranno Amor, che sempre d’ogni promessa sua fu disleale, 155e sempre guarda come involva e stempre ogni nostro disegno razionale, mutò con triste e disoneste tempre mio conforto in dolor, mio bene in male; che quell’amico, in chi Zerbin si crede, 160di desire arse, ed agghiacciò di fede. | Proprio lì l’amore, che Isabella descrive come una forza ingannevole, trasformò la speranza in sofferenza. Odorico, l’amico in cui Zerbino aveva riposto fiducia, cominciò a desiderare la ragazza e dimenticò ogni obbligo di lealtà. |
| Ottava 21 O che m’avesse in mar bramata ancora, né fosse stato a dimostrarlo ardito, o cominciassi il desiderio allora che l’agio v’ebbe dal solingo lito; 165disegnò quivi senza più dimora condurre a fin l’ingordo suo appetito; ma prima da sé torre un de li dui che nel battel campati eran con nui. | Isabella non sa se Odorico fosse attratto da lei già durante la traversata o se il desiderio fosse nato sulla spiaggia isolata. Di certo egli decise di approfittare della situazione e progettò prima di separarla da uno dei due compagni superstiti. |
| Ottava 22 Quell’era omo di Scozia, Almonio detto, 170che mostrava a Zerbin portar gran fede; e commendato per guerrier perfetto da lui fu, quando ad Odorico il diede. Disse a costui, che biasmo era e difetto, se mi traeano alla Rocella a piede; 175e lo pregò ch’inanti volesse ire a farmi incontra alcun ronzin venire. | Uno dei compagni era Almonio, scozzese fedele a Zerbino e stimato come buon guerriero. Odorico sostenne che sarebbe stato indecoroso costringere Isabella a camminare fino alla città e gli chiese di andare avanti a procurarle un cavallo. |
| Ottava 23 Almonio, che di ciò nulla temea, immantinente inanzi il camin piglia alla città che ’l bosco ci ascondea, 180e non era lontana oltra sei miglia. Odorico scoprir sua voglia rea all’altro finalmente si consiglia; sì perché tor non se lo sa d’appresso, sì perché avea gran confidenza in esso. | Almonio, ignaro del pericolo, partì verso la città distante poche miglia. Rimasto con Isabella e l’altro compagno, Odorico decise di confidare il proprio progetto a quest’ultimo, convinto di potersi fidare della sua amicizia. |
| Ottava 24 185Era Corebo di Bilbao nomato quel di ch’io parlo, che con noi rimase; che da fanciullo picciolo allevato s’era con lui ne le medesme case. Poter con lui communicar l’ingrato 190pensiero il traditor si persuase, sperando ch’ad amar saria più presto il piacer de l’amico, che l’onesto. | L’altro uomo si chiamava Corebo ed era originario di Bilbao. Era cresciuto con Odorico fin da bambino. Il traditore pensava che una relazione tanto antica avrebbe spinto Corebo a favorire il suo desiderio, anche a costo di comportarsi disonestamente. |
| Ottava 25 Corebo, che gentile era e cortese, non lo potè ascoltar senza gran sdegno: 195lo chiamò traditore, e gli contese con parole e con fatti il rio disegno. Grande ira all’uno e all’altro il core accese, e con le spade nude ne fer segno. Al trar de’ ferri, io fui da la paura 200volta a fuggir per l’alta selva oscura. | Corebo, invece, rimase indignato dalla proposta, chiamò Odorico traditore e cercò di impedirgli di agire. I due estrassero le spade e iniziarono a combattere. Isabella, terrorizzata, si diede alla fuga nella foresta. |
| Ottava 26 Odorico, che maestro era di guerra, in pochi colpi a tal vantaggio venne, che per morto lasciò Corebo in terra, e per le mie vestigie il camin tenne. 205Prestògli Amor (se ’l mio creder non erra), acciò potesse giungermi, le penne; e gl’insegnò molte lusinghe e prieghi, con che ad amarlo e compiacer mi pieghi. | Odorico, più esperto nel combattimento, ferisce gravemente Corebo e lo abbandona credendolo morto. Poi segue le tracce di Isabella: il desiderio gli dà una velocità straordinaria e gli suggerisce parole seducenti con cui tenta di conquistarla. |
| Ottava 27 Ma tutto è indarno; che fermata e certa 210più tosto era a morir, ch’a satisfarli. Poi ch’ogni priego, ogni lusinga esperta ebbe e minacce, e non potean giovarli, si ridusse alla forza a faccia aperta. Nulla mi val che supplicando parli 215de la fé ch’avea in lui Zerbino avuta, e ch’io ne le sue man m’era creduta. | Isabella non cede: preferirebbe morire anziché acconsentire. Odorico prova suppliche, lusinghe e minacce, poi ricorre apertamente alla violenza; la giovane gli ricorda invano la fiducia che Zerbino aveva riposto in lui. |
| Ottava 28 Poi che gittar mi vidi i prieghi invano, né mi sperare altronde altro soccorso, e che più sempre cupido e villano 220a me venìa, come famelico orso; io mi difesi con piedi e con mano, ed adopra’vi sin a l’ugne e il morso: pela’gli il mento, e gli graffiai la pelle, con stridi che n’andavano alle stelle. | Rendendosi conto che nessuno può aiutarla, Isabella reagisce con tutte le proprie forze all'aggressione: lo colpisce con mani e piedi, lo graffia, lo morde e grida disperatamente. |
| Ottava 29 225Non so se fosse caso, o li miei gridi che si doveano udir lungi una lega, o pur ch’usati sian correre ai lidi quando navilio alcun si rompe o anniega; sopra il monte una turba apparir vidi, 230e questa al mare e verso noi si piega. Come la vede il Biscaglin venire, lascia l’impresa, e voltasi a fuggire. | Forse attirati dalle urla, forse abituati a cercare relitti dopo le tempeste, alcuni uomini compaiono sulla collina e scendono verso la spiaggia. Vedendoli, Odorico interrompe l'aggressione e fugge. |
| Ottava 30 Contra quel disleal mi fu adiutrice questa turba, signor; ma a quella image 235che sovente in proverbio il vulgo dice: cader de la padella ne le brage. Gli è ver ch’io non son stata sì infelice, né le lor menti ancor tanto malvage, ch’abbino violata mia persona: 240non che sia in lor virtù, né cosa buona. | Quegli uomini salvano Isabella da Odorico, ma la giovane scopre di essere passata da un pericolo a un altro, come dice il proverbio della padella e della brace. Non le fanno violenza, ma soltanto per interesse. |
| Ottava 31 Ma perché se mi serban, come io sono, vergine, speran vendermi più molto. Finito è il mese ottavo e viene il nono, che fu il mio vivo corpo qui sepolto. 245Del mio Zerbino ogni speme abbandono; che già, per quanto ho da lor detti accolto, m’han promessa e venduta a un mercadante, che portare al soldan mi de’ in Levante. – | I rapitori intendono venderla a un prezzo più alto perché ancora vergine. Isabella è prigioniera da quasi nove mesi e non spera più di ritrovare Zerbino: ha appreso che sarà venduta a un mercante destinato a condurla in Oriente presso il sultano. |
| Ottava 32 Così parlava la gentil donzella; 250e spesso con signiozzi e con sospiri interrompea l’angelica favella, da muovere a pietade aspidi e tiri. Mentre sua doglia così rinovella, o forse disacerba i suoi martiri, 255da venti uomini entrar ne la spelonca, armati chi di spiedo e chi di ronca. | Isabella conclude tra singhiozzi e sospiri il racconto delle sue disgrazie, tanto commovente da intenerire persino animali feroci. Mentre parla, venti uomini armati di lance e roncole entrano nella grotta. |
| Ottava 33 Il primo d’essi, uom di spietato viso, ha solo un occhio, e sguardo scuro e bieco; l’altro, d’un colpo che gli avea reciso 260il naso e la mascella, è fatto cieco. Costui vedendo il cavalliero assiso con la vergine bella entro allo speco, volto a’ compagni, disse: – Ecco augel nuovo, a cui non tesi, e ne la rete il truovo. – | Il capo della banda ha un aspetto terribile e un solo occhio funzionante, perché un colpo gli ha sfigurato l'altra metà del viso. Vedendo Orlando con Isabella, commenta che nella sua trappola è finita una preda inattesa. |
| Ottava 34 265Poi disse al conte: – Uomo non vidi mai più commodo di te, né più opportuno. Non so se ti se’ apposto, o se lo sai perché te l’abbia forse detto alcuno, che sì bell’arme io desiava assai, 270e questo tuo leggiadro abito bruno. Venuto a tempo veramente sei, per riparare agli bisogni miei. – | Il bandito provoca Orlando: sostiene di aver desiderato proprio armi e abiti come i suoi e di essere fortunato che il cavaliere si sia presentato a soddisfare quel bisogno. |
| Ottava 35 Sorrise amaramente, in piè salito, Orlando, e fe’ risposta al mascalzone: 275– Io ti venderò l’arme ad un partito che non ha mercadante in sua ragione. – Del fuoco, ch’avea appresso, indi rapito pien di fuoco e di fumo uno stizzone, trasse, e percosse il malandrino a caso, 280dove confina con le ciglia il naso. | Orlando sorride con disprezzo e risponde che gli venderà le armi a un prezzo che nessun mercante vorrebbe pagare. Impugna un tizzone acceso e colpisce il bandito sul volto, vicino all'occhio superstite. |
| Ottava 36 Lo stizzone ambe le palpebre colse, ma maggior danno fe’ ne la sinistra; che quella parte misera gli tolse, che de la luce sola, era ministra. 285Né d’acciecarlo contentar si volse il colpo fier, s’ancor non lo registra tra quelli spirti che con suoi compagni fa star Chiron dentro ai bollenti stagni. | Il colpo lo priva della vista rimasta e lo uccide. Il poeta descrive la sua morte come una discesa fra i violenti puniti nell'Inferno dantesco, evocando il centauro Chirone e il fiume di sangue bollente. |
| Ottava 37 Ne la spelonca una gran mensa siede 290grossa duo palmi, e spaziosa in quadro, che sopra un mal pulito e grosso piede, cape con tutta la famiglia il ladro. Con quell’agevolezza che si vede gittar la canna lo Spagnuol leggiadro, 295Orlando il grave desco da sé scaglia dove ristretta insieme è la canaglia. | Nella grotta c'è una pesantissima tavola di legno che fa da mensa ai briganti. Orlando la solleva con facilità sorprendente e la scaglia sul gruppo di uomini raccolti insieme. |
| Ottava 38 A chi’l petto, a chi’l ventre, a chi la testa, a chi rompe le gambe, a chi le braccia; di ch’altri muore, altri storpiato resta: 300chi meno è offeso, di fuggir procaccia. Così talvolta un grave sasso pesta e fianchi e lombi, e spezza capi e schiaccia, gittato sopra un gran drapel di biscie, che dopo il verno al sol si goda e liscie. | La tavola colpisce i banditi in ogni parte del corpo: alcuni muoiono, altri restano mutilati e gli altri tentano di scappare. Ariosto paragona l'effetto del colpo a un masso scagliato sopra un gruppo di serpenti distesi al sole. |
| Ottava 39 305Nascono casi, e non saprei dir quanti: una muore, una parte senza coda, un’altra non si può muover davanti, e ’l deretano indarno aggira e snoda; un’altra, ch’ebbe più propizi i santi, 310striscia fra l’erbe, e va serpendo a proda. Il colpo orribil fu, ma non mirando, poi che lo fece il valoroso Orlando. | Il paragone continua: fra i serpenti schiacciati, alcuni muoiono, altri perdono la coda o non riescono più a muoversi, mentre pochi si allontanano. Allo stesso modo la banda è travolta, senza che Orlando si fermi a misurare i danni. |
| Ottava 40 Quei che la mensa o nulla o poco offese (e Turpin scrive a punto che fur sette), 315ai piedi raccomandan sue difese: ma ne l’uscita il paladin si mette; e poi che presi gli ha senza contese, le man lor lega con la fune istrette, con una fune al suo bisogno destra, 320che ritrovò ne la casa silvestra. | Solo sette banditi, secondo il cronista Turpino, sfuggono alla tavola. Cercano di scappare, ma Orlando blocca l'uscita, li cattura senza fatica e lega loro le mani con una corda trovata nella grotta. |
| Ottava 41 Poi li trascina fuor de la spelonca, dove facea grande ombra un vecchio sorbo. Orlando con la spada i rami tronca, e quelli attacca per vivanda al corbo. 325Non bisognò catena in capo adonca; che per purgare il mondo di quel morbo, l’arbor medesmo gli uncini prestolli, con che pel mento Orlando ivi attaccolli. | Il paladino trascina i prigionieri all'esterno, sotto un vecchio sorbo, ne taglia alcuni rami con la spada e vi impicca i sette briganti: l'albero fornisce da sé i sostegni per liberare il mondo da quegli assassini. |
| Ottava 42 La donna vecchia, amica a’ malandrini, 330poi che restar tutti li vide estinti, fuggì piangendo e con le mani ai crini, per selve e boscherecci labirinti. Dopo aspri e malagevoli camini, a gravi passi e dal timor sospinti, 335in ripa un fiume in un guerrier scontrosse; ma diferisco a ricontar chi fosse: | Una vecchia complice dei ladroni, vedendo la fine della banda, fugge piangendo tra boschi e sentieri difficili. Alla fine incontra un cavaliere sulla riva di un fiume, ma il narratore rimanda l'identità dell'uomo a un altro momento. |
| Ottava 43 e torno all’altra, che si raccomanda al paladin che non la lasci sola; e dice di seguirlo in ogni banda. 340Cortesemente Orlando la consola; e quindi, poi ch’uscì con la ghirlanda di rose adorna e di purpurea stola la bianca Aurora al solito camino, partì con Isabella il paladino. | Isabella supplica Orlando di non abbandonarla e promette di seguirlo ovunque. Il paladino la rassicura e all'alba, quando la luce colora il cielo, parte con lei dalla grotta. |
| Ottava 44 345Senza trovar cosa che degna sia d’istoria, molti giorni insieme andaro; e finalmente un cavallier per via, che prigione era tratto, riscontraro. chi fosse, dirò poi; ch’or me ne svia 350tal, di chi udir non vi sarà men caro: la figliuola d’Amon, la qual lasciai languida dianzi in amorosi guai. | Orlando e Isabella viaggiano per diversi giorni senza incontri degni di nota, finché vedono un cavaliere condotto prigioniero. Prima di svelarne il nome, Ariosto cambia scena per tornare a Bradamante, tormentata dalla lontananza di Ruggiero. |
| Ottava 45 La bella donna, disiando invano ch’a lei facesse il suo Ruggier ritorno, 355stava a Marsilia, ove allo stuol pagano dava da travagliar quasi ogni giorno; il qual scorrea, rubando in monte e in piano, per Linguadoca e per Provenza intorno: ed ella ben facea l’ufficio vero 360di savio duca e d’ottimo guerriero. | Bradamante si trova a Marsiglia e, pur desiderando il ritorno di Ruggiero, continua a difendere la Provenza e la Linguadoca dalle scorrerie saracene, comportandosi da comandante prudente e da guerriera valorosa. |
| Ottava 46 Standosi quivi, e di gran spazio essendo passato il tempo che tornare a lei il suo Ruggier dovea, né lo vedendo, vivea in timor di mille casi rei. 365Un dì fra gli altri, che di ciò piangendo stava solinga, le arrivò colei che portò ne l’annel la medicina che sanò il cor ch’avea ferito Alcina. | Poiché Ruggiero non torna entro il termine promesso, Bradamante teme che gli sia accaduta una disgrazia e piange in solitudine. Un giorno la raggiunge Melissa, la maga che aveva sottratto Ruggiero all'incantesimo di Alcina grazie all'anello magico. |
| Ottava 47 Come a sé ritornar senza il suo amante, 370dopo si lungo termine, la vede, resta pallida e smorta, e sì tremante, che non ha forza di tenersi in piede: ma la maga gentil le va davante ridendo, poi che del timor s’avede; 375e con viso giocondo la conforta, qual aver suol chi buone nuove apporta. | La vista di Melissa senza Ruggiero spaventa tanto Bradamante da farla tremare e quasi svenire. Melissa, accortasi della sua angoscia, le sorride per rassicurarla, come chi porta una buona notizia. |
| Ottava 48 – Non temer (disse) di Ruggier, donzella, ch’è vivo e sano, e come suol, t’adora; ma non è già in sua libertà; che quella 380pur gli ha levata il tuo nemico ancora: ed è bisogno che tu monti in sella, se brami averlo, e che mi segui or ora; che se mi segui, io t’aprirò la via donde per te Ruggier libero fia. – | Melissa le annuncia che Ruggiero è vivo, sta bene e la ama ancora, ma ha perso nuovamente la libertà per colpa del mago Atlante. Se Bradamante la seguirà subito a cavallo, potrà liberarlo. |
| Ottava 49 385E seguitò, narrandole di quello magico error che gli avea ordito Atlante: che simulando d’essa il viso bello, che captiva parea del rio gigante, tratto l’avea ne l’incantato ostello, 390dove sparito poi gli era davante; e come tarda con simile inganno le donne e i cavallier che di là vanno. | La maga spiega che Atlante ha assunto l'aspetto di Bradamante prigioniera per attirare Ruggiero dentro un palazzo incantato e scomparire davanti a lui. Con inganni simili trattiene anche molti altri cavalieri e donne. |
| Ottava 50 A tutti par, l’incantator mirando, mirar quel che per sé brama ciascuno, 395donna, scudier, compagno, amico; quando il desiderio uman non è tutto uno. Quindi il palagio van tutti cercando con lungo affanno, senza frutto alcuno; e tanta è la speranza e il gran disire 400del ritrovar, che non ne san partire. | Il mago fa apparire a ogni prigioniero la persona che desidera di più: una donna amata, un amico, uno scudiero. Tutti la cercano invano nelle stanze e non riescono ad andarsene, dominati dalla speranza di ritrovarla. |
| Ottava 51 Come tu giungi (disse) in quella parte che giace presso all’incantata stanza, verrà l’incantatore a ritrovarte, che terrà di Ruggiero ogni sembianza; 405e ti farà parer con sua mal’arte, ch’ivi lo vinca alcun di più possanza, acciò che tu per aiutarlo vada dove con gli altri poi ti tenga a bada. | Melissa avverte Bradamante che, avvicinandosi al palazzo, vedrà un falso Ruggiero apparentemente sopraffatto da un nemico. Si tratta dell'esca con cui Atlante vuole trascinarla nello stesso incantesimo. |
| Ottava 52 Acciò l’inganni, in che son tanti e tanti 410caduti, non ti colgan, sie avertita, che se ben di Ruggier viso e sembianti ti parrà di veder, che chieggia aita, non gli dar fede tu; ma, come avanti ti vien, fagli lasciar l’indegna vita: 415né dubitar perciò che Ruggier muoia, ma ben colui che ti dà tanta noia. | Per non cadere nella trappola, Bradamante non dovrà credere alle apparenze né alle invocazioni d'aiuto del falso Ruggiero: dovrà colpire l'ingannatore senza esitare, certa che il vero amato non morirà per questo. |
| Ottava 53 Ti parrà duro assai, ben lo conosco, uccidere un che sembri il tuo Ruggiero: pur non dar fede all’occhio tuo, che losco 420farà l’incanto, e celeragli il vero. Fermati, pria ch’io ti conduca al bosco, sì che poi non si cangi il tuo pensiero; che sempre di Ruggier rimarrai priva, se lasci per viltà che ’l mago viva. – | Melissa comprende quanto sia difficile uccidere qualcuno che sembra il proprio amante, ma insiste: gli occhi possono essere ingannati. Se Bradamante avrà paura di colpire Atlante, perderà Ruggiero per sempre. |
| Ottava 54 425La valorosa giovane, con questa intenzion che ’l fraudolente uccida, a pigliar l’arme ed a seguire è presta Melissa; che sa ben quanto l’è fida. Quella, or per terren culto, or per foresta, 430a gran giornate e in gran fretta la guida, cercando alleviarle tuttavia con parlar grato la noiosa via. | Bradamante si arma con decisione e parte al seguito di Melissa, di cui si fida. Attraversano campi e foreste a cavallo, mentre la maga cerca di rendere meno faticoso il viaggio conversando con lei. |
| Ottava 55 E più di tutti i bei ragionamenti, spesso le ripetea ch’uscir di lei 435e di Ruggier doveano gli eccellenti principi e gloriosi semidei. Come a Melissa fossino presenti tutti i secreti degli eterni dei, tutte le cose ella sapea predire, 440ch’avean per molti seculi a venire. | Melissa torna soprattutto sul futuro glorioso dei discendenti di Bradamante e Ruggiero. Conosce in anticipo le vicende dei secoli futuri, come se i disegni divini le fossero già stati rivelati. |
| Ottava 56 – Deh, come, o prudentissima mia scorta (dicea a la maga l’inclita donzella), molti anni prima tu m’hai fatta accorta di tanta mia viril progenie bella; 445così d’alcuna donna mi conforta, che di mia stirpe sia, s’alcuna in quella metter si può tra belle e virtuose. – E la cortese maga le rispose: | Bradamante chiede alla guida di non parlarle soltanto dei grandi uomini che nasceranno dalla loro unione, ma anche delle donne illustri, se nella sua discendenza ve ne saranno di belle e virtuose. |
| Ottava 57 – Da te uscir veggio le pudiche donne, 450madri d’imperatori e di gran regi, reparatrici e solide colonne di case illustri e di domìni egregi; che men degne non son ne le lor gonne, ch’in arme i cavallier, di sommi pregi, 455di pietà, di gran cor, di gran prudenza, di somma e incomparabil continenza. | Melissa risponde che nasceranno donne caste e sagge, madri di sovrani e fondatrici della grandezza di famiglie potenti. Il loro valore nella pietà, nella prudenza e nella fermezza sarà paragonabile a quello dei cavalieri in battaglia. |
| Ottava 58 E s’io avrò da narrarti di ciascuna che ne la stirpe tua sia d’onor degna, troppo sarà; ch’io non ne veggio alcuna 460che passar con silenzio mi convegna. Ma ti farò, tra mille, scelta d’una o di due coppie, acciò ch’a fin ne vegna. Ne la spelonca perché nol dicesti? che l’imagini ancor vedute avresti. | La maga non potrebbe elencarle tutte senza dilungarsi troppo: si limiterà a pochi esempi. Ricorda inoltre che nella grotta di Merlino Bradamante avrebbe potuto vedere anche le immagini di quelle future discendenti. |
| Ottava 59 465De la tua chiara stirpe uscirà quella d’opere illustri e di bei studi amica, ch’io non so ben se più leggiadra e bella mi debba dire, o più saggia e pudica, liberale e magnanima Isabella, 470che del bel lume suo dì e notte aprica farà la terra che sul Menzo siede, a cui la madre d’Ocno il nome diede: | Fra esse ci sarà Isabella, donna generosa e colta, bella quanto saggia e virtuosa. La sua presenza porterà splendore a Mantova, città sul Mincio che la tradizione collega alla figura di Manto. |
| Ottava 60 dove onorato e splendido certame avrà col suo dignissimo consorte, 475chi di lor più le virtù prezzi ed ame, e chi meglio apra a cortesia le porte. S’un narrerà ch’al Taro e nel Reame fu a liberar da’ Galli Italia forte; l’altra dirà: – Sol perché casta visse 480Penelope, non fu minor d’Ulisse. – | Isabella e il marito gareggeranno in nobiltà e protezione delle arti e delle virtù. Se si celebreranno le imprese militari di lui, di lei si ricorderà la castità e la dignità, degne di essere accostate a quelle di Penelope. |
| Ottava 61 Gran cose e molte in brevi detti accolgo di questa donna e più dietro ne lasso, che in quelli dì ch’io mi levai dal volgo, mi fe’ chiare Merlin dal cavo sasso. 485E s’in questo gran mar la vela sciolgo, di lunga Tifi in navigar trapasso. Conchiudo in somma, ch’ella avrà, per dono, de la virtù e del ciel, ciò ch’è di buono. | Melissa riconosce di aver detto solo una piccola parte delle lodi che Merlino le aveva predetto su Isabella. Raccontarle tutte richiederebbe un viaggio narrativo smisurato: conclude che la donna possiederà ogni virtù desiderabile. |
| Ottava 62 Seco avrà la sorella Beatrice, 490a cui si converrà tal nome a punto: ch’essa non sol del ben che qua giù lice, per quel che viverà, toccherà il punto; ma avrà forza di far seco felice, fra tutti i ricchi duci, il suo congiunto, 495il qual, come ella poi lascerà il mondo, così de l’infelici andrà nel fondo. | Accanto a Isabella sarà celebrata sua sorella Beatrice, davvero degna del nome che porta. Renderà felice il marito e, quando morirà, lo lascerà in una condizione di profonda infelicità. |
| Ottava 63 E Moro e Sforza e Viscontei colubri, lei viva, formidabili saranno da l’iperboree nievi ai lidi rubri, 500da l’Indo ai monti ch’al tuo mar via danno: lei morta, andran col regno degl’Insubri, e con grave di tutta Italia danno, in servitute; e fia stimata, senza costei, ventura la somma prudenza. | Finché Beatrice vivrà, le famiglie dei Moro, degli Sforza e dei Visconti eserciteranno una potenza temuta in regioni vastissime. Dopo la sua morte, secondo la profezia, il loro dominio cadrà, con conseguenze dolorose per la Lombardia e per l'Italia. |
| Ottava 64 505Vi saranno altre ancor, ch’avranno il nome medesmo, e nasceran molt’anni prima: di ch’una s’ornerà le sacre chiome de la corona di Pannonia opima; un’altra, poi che le terrene some 510lasciate avrà, fia ne l’ausonio clima collocata nel numer de le dive, ed avrà incensi e imagini votive. | Altre donne della stirpe porteranno lo stesso nome di Beatrice: una diverrà regina d'Ungheria, mentre un'altra sarà venerata in Italia dopo la morte, come una figura degna di onori quasi sacri. |
| Ottava 65 De l’altre tacerò; che, come ho detto, lungo sarebbe a ragionar di tante; 515ben che per sé ciascuna abbia suggetto degno, ch’eroica e chiara tuba cante. Le Bianche, le Lucrezie io terrò in petto, e le Costanze e l’altre, che di quante splendide case Italia reggeranno, 520reparatrici e madri ad esser hanno. | Melissa omette molte altre figure che meriterebbero un poema ciascuna, comprese donne chiamate Bianca, Lucrezia e Costanza, destinate a sostenere e a dare prestigio a importanti casate italiane. |
| Ottava 66 Più ch’altre fosser mai, le tue famiglie saran ne le lor donne aventurose; non dico in quella più de le lor figlie, che ne l’alta onestà de le lor spose. 525E acciò da te notizia anco si piglie di questa parte che Merlin mi espose, forse perch’io ’l dovessi a te ridire, ho di parlarne non poco desire. | La stirpe discendente da Bradamante sarà fortunata soprattutto per le donne che vi entreranno attraverso il matrimonio, non solo per quelle nate al suo interno. Melissa decide di ricordare alcune di queste spose illustri. |
| Ottava 67 E dirò prima di Ricciarda, degno 530esempio di fortezza e d’onestade: vedova rimarrà, giovane, a sdegno di Fortuna; il che spesso ai buoni accade. I figli, privi del paterno regno, esuli andar vedrà in strane contrade, 535fanciulli in man degli aversari loro; ma infine avrà il suo male amplo ristoro. | La prima è Ricciarda, esempio di forza e onestà: rimarrà vedova giovane, vedrà i figli esiliati e privati del potere, ma alla fine otterrà un risarcimento delle proprie sofferenze e vedrà migliorare la sorte della famiglia. |
| Ottava 68 De l’alta stirpe d’Aragone antica non tacerò la splendida regina, di cui né saggia sì, né sì pudica 540veggio istoria lodar greca o latina, né a cui Fortuna più si mostri amica: poi che sarà da la Bontà divina elletta madre a parturir la bella progenie, Alfonso, Ippolito e Isabella. | Melissa elogia poi una regina della famiglia d'Aragona, superiore per prudenza e rettitudine alle eroine celebrate dalle storie antiche. La provvidenza le concederà di essere madre di Alfonso, Ippolito e Isabella. |
| Ottava 69 545Costei sarà la saggia Leonora, che nel tuo felice arbore s’inesta. Che ti dirò de la seconda nuora, succeditrice prossima di questa? Lucrezia Borgia, di cui d’ora in ora 550le beltà, la virtù, la fama onesta e la fortuna crescerà, non meno che giovin pianta in morbido terreno. | Questa donna è Eleonora d'Aragona, destinata a entrare nella famiglia estense. Melissa presenta poi Lucrezia Borgia, un'altra futura nuora: bellezza, reputazione, virtù e prosperità cresceranno in lei come una pianta favorita da un terreno fertile. |
| Ottava 70 Qual lo stagno all’argento, il rame all’oro, il campestre papavero alla rosa, 555pallido salce al sempre verde alloro, dipinto vetro a gemma preziosa; tal a costei, ch’ancor non nata onoro, sarà ciascuna insino a qui famosa di singular beltà, di gran prudenza, 560e d’ogni altra lodevole eccellenza. | Tutte le donne belle e sagge ricordate prima sembreranno inferiori a Lucrezia Borgia, proprio come lo stagno è inferiore all'argento, il rame all'oro, il papavero alla rosa e il vetro dipinto a una pietra preziosa. |
| Ottava 71 E sopra tutti gli altri incliti pregi che le saranno e a viva e a morta dati, si loderà che di costumi regi Ercole e gli altri figli avrà dotati, 565e dato gran principio ai ricchi fregi di che poi s’orneranno in toga e armati; perché l’odor non se ne va sì in fretta, ch’in nuovo vaso, o buono o rio, si metta. | Fra i meriti di Lucrezia, saranno lodati soprattutto l'educazione e i costumi nobili trasmessi ai figli, fra cui Ercole. Le virtù insegnate nell'infanzia continueranno a influenzare la discendenza, come un vaso conserva l'odore di ciò che vi è stato versato. |
| Ottava 72 Non voglio ch’in silenzio anco Renata 570di Francia, nuora di costei, rimagna, di Luigi il duodecimo re nata, e de l’eterna gloria di Bretagna. Ogni virtù ch’in donna mai sia stata, di poi che ’l fuoco scalda e l’acqua bagna, 575e gira intorno il cielo, insieme tutta per Renata adornar veggio ridutta. | Melissa ricorda anche Renata di Francia, figlia di Luigi XII e futura nuora di Lucrezia. In lei saranno riunite tutte le qualità che possano rendere degna di lode una donna. |
| Ottava 73 Lungo sarà che d’Alda di Sansogna narri, o de la contessa di Celano, o di Bianca Maria di Catalogna, 580o de la figlia del re sicigliano, o de la bella Lippa da Bologna, e d’altre; che s’io vo’ di mano in mano venirtene dicendo le gran lode, entro in un alto mar che non ha prode. – | L'elenco potrebbe proseguire con Alda di Sassonia, la contessa di Celano, Bianca Maria di Catalogna, una principessa siciliana, Lippa da Bologna e molte altre. Raccontarne tutte le lodi sarebbe come entrare in un mare senza sponde. |
| Ottava 74 585Poi che le raccontò la maggior parte de la futura stirpe a suo grand’agio, più volte e più le replicò de l’arte ch’avea tratto Ruggier dentro al palagio. Melissa si fermò, poi che fu in parte 590vicina al luogo del vecchio malvagio; e non le parve di venir più inante, acciò veduta non fosse da Atlante. | Terminata la profezia sulla discendenza, Melissa ripete a Bradamante le istruzioni per smascherare Atlante. Si ferma prima del palazzo incantato per evitare di essere riconosciuta dal mago. |
| Ottava 75 E la donzella di nuovo consiglia di quel che mille volte ormai l’ha detto. 595La lascia sola; e quella oltre a dua miglia non cavalcò per un sentiero istretto, che vide quel ch’al suo Ruggier simiglia; e dui giganti di crudele aspetto intorno avea, che lo stringean sì forte, 600ch’era vicino esser condotto a morte. | Prima di lasciarla, Melissa rinnova l'avvertimento. Bradamante prosegue da sola lungo un sentiero e, dopo poche miglia, vede un uomo identico a Ruggiero, stretto fra due giganti che sembrano sul punto di ucciderlo. |
| Ottava 76 Come la donna in tal periglio vede colui che di Ruggiero ha tutti i segni, subito cangia in sospizion la fede, subito oblia tutti i suoi bei disegni. 605Che sia in odio a Melissa Ruggier crede, per nuova ingiuria e non intesi sdegni, e cerchi far con disusata trama che sia morto da lei che così l’ama. | Di fronte alla scena, Bradamante dimentica il piano stabilito: è convinta che l'uomo sia davvero Ruggiero e sospetta che Melissa, per qualche motivo nascosto, voglia indurla a uccidere l'amato. |
| Ottava 77 Seco dicea: – Non è Ruggier costui, 610che col cor sempre, ed or con gli occhi veggio? e s’or non veggio e non conosco lui, che mai veder o mai conoscer deggio? perché voglio io de la credenza altrui che la veduta mia giudichi peggio? 615Che senza gli occhi ancor, sol per se stesso può il cor sentir se gli è lontano o appresso. – | La guerriera pensa di conoscere perfettamente Ruggiero con gli occhi e con il cuore. Si domanda perché dovrebbe credere a Melissa più che a ciò che vede e sente dentro di sé: l'amore, per lei, sembra una prova più sicura di ogni avvertimento. |
| Ottava 78 Mentre che così pensa, ode la voce che le par di Ruggier, chieder soccorso; e vede quello a un tempo, che veloce 620sprona il cavallo e gli ralenta il morso, e l’un nemico e l’altro suo feroce, che lo segue e lo caccia a tutto corso. Di lor seguir la donna non rimase, che si condusse all’incantate case. | Intanto il falso Ruggiero grida aiuto e fugge a cavallo, inseguito dai due giganti. Bradamante si lancia dietro di loro, convinta di doverlo difendere, fino a raggiungere il palazzo stregato. |
| Ottava 79 625De le quai non più tosto entrò le porte, che fu sommersa nel commune errore. Lo cercò tutto per vie dritte e torte invan di su e di giù, dentro e di fuore; né cessa notte o dì, tanto era forte 630l’incanto: e fatto avea l’incantatore, che Ruggier vede sempre e gli favella, né Ruggier lei, né lui riconosce ella. | Appena entra, anche Bradamante cade nell'illusione. Cerca Ruggiero di giorno e di notte in ogni stanza, senza trovarlo, benché il mago faccia apparire continuamente alla sua vista l'immagine dell'amato; i due veri innamorati non riescono a riconoscersi. |
| Ottava 80 Ma lasciàn Bradamante, e non v’incresca udir che così resti in quello incanto; 635che quando sarà il tempo ch’ella n’esca, la farò uscire, e Ruggiero altretanto. Come raccende il gusto il mutar esca, così mi par che la mia istoria, quanto or qua or là più variata sia, 640meno a chi l’udirà noiosa fia. | Ariosto lascia per il momento Bradamante e Ruggiero prigionieri dell'incanto, promettendo di liberarli quando la narrazione lo richiederà. Difende così la tecnica di alternare le vicende, come si cambia cibo per rinnovare l'appetito. |
| Ottava 81 Di molte fila esser bisogno parme a condur la gran tela ch’io lavoro. E però non vi spiaccia d’ascoltarme, come fuor de le stanze il popul Moro 645davanti al re Agramante ha preso l’arme, che, molto minacciando ai Gigli d’oro, lo fa assembrare ad una mostra nuova, per saper quanta gente si ritruova. | Il poeta paragona il proprio racconto a una grande tela composta di molti fili narrativi. Passa quindi al campo dei Mori, dove Agramante raduna l'esercito per passarlo in rassegna prima dell'attacco alla Francia. |
| Ottava 82 Perch’oltre i cavallieri, oltre i pedoni 650ch’al numero sottratti erano in copia, mancavan capitani, e pur de’ buoni, e di Spagna e di Libia e d’Etiopia, e le diverse squadre e le nazioni givano errando senza guida propia; 655per dare e capo ed ordine a ciascuna, tutto il campo alla mostra si raguna. | I Saraceni hanno perso molti soldati e soprattutto comandanti; reparti provenienti da Spagna e Africa sono rimasti senza guida. Agramante vuole contare le truppe disponibili e riorganizzare ogni formazione assegnandole un capo. |
| Ottava 83 In supplimento de le turbe uccise ne le battaglie e ne’ fieri conflitti, l’un signore in Ispagna, e l’altro mise 660in Africa, ove molti n’eran scritti; e tutti alli lor ordini divise, e sotto i duci lor gli ebbe diritti. Differirò, Signor, con grazia vostra, ne l’altro canto l’ordine e la mostra. | Per sostituire gli uomini caduti, Agramante ha fatto giungere rinforzi dalla Spagna e dall'Africa e li ha distribuiti fra i diversi comandanti. Il narratore rinvia al canto seguente la descrizione dettagliata della rassegna militare. |