L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto diciottesimo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Magnanimo Signore, ogni vostro atto ho sempre con ragion laudato e laudo: ben che col rozzo stil duro e mal atto gran parte de la gloria vi defraudo. 5Ma più de l’altre una virtù m’ha tratto, a cui col core e con la lingua applaudo; che s’ognun truova in voi ben grata udienza, non vi truova però facil credenza. | Ariosto si rivolge al suo signore e dice di aver sempre lodato giustamente le sue azioni, benché il proprio stile non sia all'altezza della sua gloria. Ammira soprattutto la sua capacità di ascoltare tutti con cortesia senza credere subito a qualsiasi accusa. |
| Ottava 2 Spesso in difesa deI biasmato assente 10indur vi sento una ed un’altra scusa, o riserbargli almen, fin che presente sua causa dica, l’altra orecchia chiusa; e sempre, prima che dannar la gente, vederla in faccia, e udir la ragion ch’usa; 15differir anco e giorni e mesi ed anni, prima che giudicar negli altrui danni. | Il signore, quando sente parlare male di una persona assente, cerca spesso di difenderla o almeno sospende il giudizio finché possa spiegarsi. Prima di condannare qualcuno, vuole ascoltarne le ragioni, anche se questo comporta aspettare molto tempo. |
| Ottava 3 Se Norandino il simil fatto avesse, fatto a Grifon non avria quel che fece. A voi utile e onor sempre successe: 20denigrò sua fama egli più che pece. Per lui sue genti a morte furon messe; che fe’ Grifone in dieci tagli, e in diece punte che trasse pien d’ira e bizzarro, che trenta ne cascaro appresso al carro. | Se Norandino avesse agito con la stessa prudenza, non avrebbe umiliato ingiustamente Grifone né danneggiato la propria reputazione. Il cavaliere, furioso, si vendica dei soldati che l'hanno oltraggiato: con i suoi colpi ne abbatte una trentina intorno al carro. |
| Ottava 4 25Van gli altri in rotta ove il timor li caccia, chi qua chi là, pei campi e per le strade; e chi d’entrar ne la città procaccia, e l’un su l’altro ne la porta cade. Grifon non fa parole e non minaccia; 30ma lasciando lontana ogni pietade, mena tra il vulgo inerte il ferro intorno, e gran vendetta fa d’ogni suo scorno. | Gli altri fuggono disordinatamente attraverso i campi e verso la città, ostacolandosi perfino sulla porta. Grifone non spreca parole né minacce: brandisce la spada senza pietà contro gli uomini che incontra, deciso a vendicare l'offesa subita. |
| Ottava 5 Di quei che primi giunsero alla porta, che le piante a levarsi ebbeno pronte, 35parte, al bisogno suo molto più accorta che degli amici, alzò subito il ponte; piangendo parte, o con la faccia smorta fuggendo andò senza mai volger fronte, e ne la terra per tutte le bande 40levò grido e tumulto e rumor grande. | I primi fuggiaschi riescono a raggiungere il ponte della città e lo fanno sollevare pensando soprattutto a salvarsi. Altri, pallidi e piangenti, scappano senza voltarsi e diffondono nelle strade un allarme generale, fra grida e grande confusione. |
| Ottava 6 Grifon gagliardo duo ne piglia in quella che ’l ponte si levò per lor sciagura. Sparge de l’uno al campo le cervella; che lo percuote ad una cote dura: 45prende l’altro nel petto, e l’arrandella in mezzo alla città sopra le mura. Scorse per l’ossa ai terrazzani il gelo, quando vider colui venir dal cielo. | Mentre il ponte si alza, due soldati rimangono alla mercé di Grifone. Il paladino fracassa la testa del primo contro una pietra e scaglia il secondo oltre le mura, dentro la città. Gli abitanti sono terrorizzati nel vedere un uomo precipitare dall'alto. |
| Ottava 7 Fur molti che temer che ’l fier Grifone 50sopra le mura avesse preso un salto. Non vi sarebbe più confusione, s’a Damasco il soldan desse l’assalto. Un muover d’arme, un correr di persone, e di talacimanni un gridar d’alto, 55e di tamburi un suon misto e di trombe il mondo assorda, e ’l ciel par ne rimbombe. | Molti credono addirittura che Grifone sia saltato sopra le mura per entrare. Damasco si riempie del tumulto che accompagnerebbe un assedio: uomini che corrono ad armarsi, richiami dall'alto, tamburi, trombe e grida che sembrano rimbombare dappertutto. |
| Ottava 8 Ma voglio a un’altra volta differire a ricontar ciò che di questo avenne. Del buon re Carlo mi convien seguire, 60che contra Rodomonte in fretta venne, il qual le genti gli facea morire. Io vi dissi ch’al re compagnia tenne il gran Danese e Namo ed Oliviero e Avino e Avolio e Otone e Berlingiero. | Ariosto rinvia il seguito di questa vicenda e torna alla battaglia di Parigi. Carlo Magno sta arrivando contro Rodomonte, che massacra i cittadini; con l'imperatore combattono numerosi paladini, tra cui Namo, Oliviero, Avino, Avolio, Otone e Berlingiero. |
| Ottava 9 65Otto scontri di lance, che da forza di tali otto guerrier cacciati foro, sostenne a un tempo la scagliosa scorza di ch’avea armato il petto il crudo Moro. Come legno si drizza, poi che l’orza 70lenta il nochier che crescer sente il Coro, così presto rizzossi Rodomonte dai colpi che gittar doveano un monte. | Otto valorosi guerrieri colpiscono Rodomonte contemporaneamente con le lance. La corazza ricavata dalle squame di un mostro resiste agli urti: il saraceno si rialza subito, come una nave che si raddrizza quando il nocchiero regola le vele per affrontare il vento. |
| Ottava 10 Guido, Ranier, Ricardo, Salamone, Ganelon traditor, Turpin fedele, 75Angioliero, Angiolino, Ughetto, Ivone, Marco e Matteo dal pian di san Michele, e gli otto di che dianzi fei menzione, son tutti intorno al Saracin crudele, Arimanno e Odoardo d’Inghilterra, 80ch’entrati eran pur dianzi ne la terra. | Altri celebri guerrieri, fra cui Guido, Rinaldo, Gano, Turpino e i due comandanti inglesi Edoardo e Arimanno, si raccolgono intorno a Rodomonte. L'africano viene così circondato da una numerosa schiera di avversari illustri. |
| Ottava 11 Non così freme in su lo scoglio alpino di ben fondata rocca alta parete, quando il furor di borea o di garbino svelle dai monti il frassino e l’abete; 85come freme d’orgoglio il Saracino, di sdegno acceso e di sanguigna sete: e com’a un tempo è il tuono e la saetta, così l’ira de l’empio e la vendetta. | Rodomonte freme di superbia e di sete di sangue più violentemente di una fortezza scossa dalla tempesta sulle Alpi. Nel suo animo la collera e il desiderio di vendetta si accendono insieme, rapidi come un tuono e un fulmine. |
| Ottava 12 Mena alla testa a quel che gli è più presso, 90che gli è il misero Ughetto di Dordona: lo pone in terra insino ai denti fesso, come che l’elmo era di tempra buona. Percosso fu tutto in un tempo anch’esso da molti colpi in tutta la persona; 95ma non gli fan più ch’all’incude l’ago: sì duro intorno ha lo scaglioso drago. | Il saraceno colpisce Ughetto di Dordona sulla testa e lo spacca con un unico fendente nonostante il buon elmo. Intanto riceve colpi da tutte le parti, ma le armi nemiche sono inefficaci contro la durissima armatura di squame, come aghi battuti su un'incudine. |
| Ottava 13 Furo tutti i ripar, fu la cittade d’intorno intorno abandonata tutta; che la gente alla piazza, dove accade 100maggior bisogno, Carlo avea ridutta. Corre alla piazza da tutte le strade la turba, a chi il fuggir sì poco frutta. La persona del re sì i cori accende, ch’ognun prend’arme, ognuno animo prende. | Carlo ha fatto convergere nella piazza i difensori precedentemente sparsi sulle mura e nelle altre postazioni. Vi accorrono anche gli abitanti in fuga. La presenza dell'imperatore ridà coraggio a tutti: persino chi era terrorizzato riprende le armi. |
| Ottava 14 105Come se dentro a ben rinchiusa gabbia d’antiqua leonessa usata in guerra, perch’averne piacere il popul abbia, talvolta il tauro indomito si serra; i leoncin che veggion per la sabbia 110come altiero e mugliando animoso erra, e veder sì gran corna non son usi, stanno da parte timidi e confusi: | Il poeta paragona i difensori ai cuccioli di una leonessa, inizialmente spaventati davanti a un toro rinchiuso in un recinto per un combattimento pubblico. I piccoli restano indietro, intimiditi dalla forza e dalle grandi corna dell'animale. |
| Ottava 15 ma se la fiera madre a quel si lancia, e ne l’orecchio attacca il crudel dente, 115vogliono anch’essi insanguinar la guancia, e vengono in soccorso arditamente; chi morde al tauro il dosso e chi la pancia: così contra il pagan fa quella gente. Da tetti e da finestre e più d’appresso 120sopra gli piove un nembo d’arme e spesso. | Quando la madre leonessa assale il toro, però, anche i cuccioli trovano coraggio e si uniscono alla lotta. Così i parigini, sostenuti dall'esempio di Carlo, assalgono Rodomonte e gli fanno piovere addosso frecce e altre armi dai tetti, dalle finestre e dalla strada. |
| Ottava 16 Dei cavallieri e de la fanteria tanta è la calca, ch’a pena vi cape. La turba che vi vien per ogni via, v’abbonda ad or ad or spessa come ape; 125che quando, disarmata e nuda, sia più facile a tagliar che torsi o rape, non la potria, legata a monte a monte, in venti giorni spenger Rodomonte. | I soldati e la popolazione accorrono in numero così grande da non trovare quasi più posto nella piazza. Anche se molti sono disarmati e vulnerabili, Rodomonte comprende che non potrebbe ucciderli tutti neppure combattendo per moltissimi giorni. |
| Ottava 17 Al pagan, che non sa come ne possa 130venir a capo, omai quel gioco incresce. Poco, per far di mille, o di più, rossa la terra intorno, il populo discresce. Il fiato tuttavia più se gl’ingrossa, si che comprende al fin che, se non esce 135or c’ha vigore e in tutto il corpo è sano, vorrà da tempo uscir, che sarà invano. | Rodomonte comincia a stancarsi della strage: benché abbia fatto cadere migliaia di nemici, la folla non diminuisce in modo apprezzabile e il suo respiro diventa pesante. Si rende conto che deve uscire finché possiede ancora forza sufficiente. |
| Ottava 18 Rivolge gli occhi orribili, e pon mente che d’ogn’intorno sta chiusa l’uscita; ma con ruina d’infinita gente 140l’aprirà tosto, e la farà espedita. Ecco, vibrando la spada tagliente, che vien quel empio, ove il furor lo ’nvita, ad assalire il nuovo stuol britanno, che vi trasse Odoardo ed Arimanno. | Osservando la piazza, il saraceno vede che ogni possibile via di fuga è sbarrata. Decide ugualmente di aprirsi un varco a colpi di spada e si avventa sul contingente inglese condotto da Edoardo e Arimanno. |
| Ottava 19 145Chi ha visto in piazza rompere steccato, a cui la folta turba ondeggi intorno, immansueto tauro accaneggiato, stimulato e percosso tutto ’l giorno; che ’l popul se ne fugge ispaventato, 150ed egli or questo or quel leva sul corno: pensi che tale o più terribil fosse il crudele African quando si mosse. | L'assalto ricorda quello di un toro infuriato che rompe il recinto nell'arena, disperde la folla e scaglia in aria con le corna chi trova sul suo cammino. Rodomonte è perfino più spaventoso mentre cerca di sfondare il cerchio dei nemici. |
| Ottava 20 Quindici o venti ne tagliò a traverso, altritanti lasciò del capo tronchi, 155ciascun d’un colpo sol dritto o riverso; che viti o salci par che poti e tronchi. Tutto di sangue il fier pagano asperso, lasciando capi fessi e bracci monchi, e spalle e gambe ed altre membra sparte, 160ovunque il passo volga, al fin si parte. | Con pochi colpi il saraceno uccide decine di uomini, mozzando teste e membra come un contadino che taglia rami e tralci. Coperto di sangue, lascia dietro di sé cadaveri mutilati e riesce finalmente ad allontanarsi dalla piazza. |
| Ottava 21 De la piazza si vede in guisa torre, che non si può notar ch’abbia paura; ma tuttavolta col pensier discorre, dove sia per uscir via più sicura. 165Capita al fin dove la Senna corre sotto all’isola, e va fuor de le mura. La gente d’arme e il popul fatto audace lo stringe e incalza, e gir nol lascia in pace. | Rodomonte si ritira senza manifestare paura, ma valuta attentamente quale strada possa condurlo fuori dalla città. Raggiunge infine il tratto della Senna che scorre presso l'isola e oltre le mura, mentre i soldati e gli abitanti lo incalzano senza lasciargli tregua. |
| Ottava 22 Qual per le selve nomade o massile 170cacciata va la generosa belva, ch’ancor fuggendo mostra il cor gentile, e minacciosa e lenta si rinselva; tal Rodomonte, in nessun atto vile, da strana circondato e fiera selva 175d’aste e di spade e di volanti dardi, si tira al fiume a passi lunghi e tardi. | Il guerriero si allontana lentamente, minaccioso anche mentre si ritira, come un grande leone inseguito dai cacciatori. Circondato da lance, spade e frecce, avanza verso il fiume mantenendo intatta la propria fierezza. |
| Ottava 23 E sì tre volte e più l’ira il sospinse, ch’essendone già fuor, vi tornò in mezzo, ove di sangue la spada ritinse, 180e più di cento ne levò di mezzo. Ma la ragione al fin la rabbia vinse di non far sì, ch’a Dio n’andasse il lezzo; e da la ripa, per miglior consiglio, si gittò all’acqua, e uscì di gran periglio. | Più volte l'ira lo spinge a tornare indietro per uccidere altri nemici. Alla fine prevale la ragione: comprende che indugiare significherebbe esporsi inutilmente alla morte e si getta dalla riva nel fiume per sfuggire all'assedio. |
| Ottava 24 185Con tutte l’arme andò per mezzo l’acque, come s’intorno avesse tante galle. Africa, in te pare a costui non nacque, ben che d’Anteo ti vanti e d’Anniballe. Poi che fu giunto a proda, gli dispiacque, 190che si vide restar dopo le spalle quella città ch’avea trascorsa tutta, e non l’avea tutta arsa né distrutta. | Rodomonte nuota anche con tutta l'armatura, quasi galleggiasse senza fatica. Ariosto lo presenta come un prodigio degno dell'Africa di Anteo e Annibale. Arrivato sull'altra sponda, si addolora perché ha lasciato Parigi senza averla distrutta interamente. |
| Ottava 25 E sì lo rode la superbia e l’ira, che, per tornarvi un’altra volta, guarda, 195e di profondo cor geme e sospira, né vuolne uscir, che non la spiani ed arda. Ma lungo il fiume, in questa furia, mira venir chi l’odio estingue e l’ira tarda. Chi fosse io vi farò ben tosto udire; 200ma prima un’altra cosa v’ho da dire. | La superbia e la rabbia gli fanno desiderare di tornare subito in città per raderla al suolo. Mentre cammina lungo il fiume vede però arrivare qualcuno che distoglierà il suo pensiero dalla vendetta contro Parigi. Il narratore sospende ancora la spiegazione. |
| Ottava 26 Io v’ho da dir de la Discordia altiera, a cui l’angel Michele avea commesso ch’a battaglia accendesse e a lite fiera quei che più forti avea Agramante appresso. 205Uscì de’ frati la medesma sera, avendo altrui l’ufficio suo commesso: lasciò la Fraude a guerreggiare il loco, fin che tornasse, e a mantenervi il fuoco. | Ariosto introduce Discordia, l'entità allegorica incaricata dall'arcangelo Michele di scatenare una lite fra i comandanti più forti di Agramante. Discordia ha lasciato il monastero dei frati dopo aver affidato a Frode il compito di alimentarne le contese durante la sua assenza. |
| Ottava 27 E le parve ch’andria con più possanza, 210se la Superbia ancor seco menasse; e perché stavan tutte in una stanza, non fu bisogno ch’a cercar l’andasse. La Superbia v’andò, ma non che sanza la sua vicaria il monaster lasciasse: 215per pochi dì che credea starne assente, lasciò l’Ipocrisia locotenente. | Discordia decide di condurre con sé anche Superbia, che abita nello stesso luogo. Superbia la segue volentieri, ma prima affida il convento a una propria sostituta, Ipocrisia, destinata a governarlo durante la breve assenza. |
| Ottava 28 L’implacabil Discordia in compagnia de la Superbia si messe in camino, e ritrovò che la medesma via 220facea, per gire al campo saracino, l’afflitta e sconsolata Gelosia; e venìa seco un nano piccolino, il qual mandava Doralice bella al re di Sarza a dar di sé novella. | Durante il cammino verso il campo saraceno, Discordia e Superbia incontrano Gelosia, triste e inquieta, accompagnata da un nano. Quest'ultimo è stato inviato da Doralice al re di Sarza, Rodomonte, per raccontargli ciò che è accaduto alla donna. |
| Ottava 29 225Quando ella venne a Mandricardo in mano (ch’io v’ho già raccontato e come e dove), tacitamente avea commesso al nano, che ne portasse a questo re le nuove. Ella sperò che nol saprebbe invano, 230ma che far si vedria mirabil pruove, per riaverla con crudel vendetta da quel ladron che gli l’avea intercetta. | Quando Mandricardo aveva rapito Doralice, lei aveva dato segretamente al nano l'ordine di informare Rodomonte. Sperava che il guerriero, una volta saputo dell'offesa, avrebbe compiuto grandi imprese e si sarebbe vendicato del rapitore per riaverla. |
| Ottava 30 La Gelosia quel nano avea trovato; e la cagion del suo venir compresa, 235a caminar se gli era messa allato, parendo d’aver luogo a questa impresa. Alla Discordia ritrovar fu grato la Gelosia; ma più quando ebbe intesa la cagion del venir, che le potea 240molto valere in quel che far volea. | Gelosia ha incontrato il messaggero, ha compreso lo scopo del suo viaggio e ha deciso di accompagnarlo. Discordia si rallegra della presenza di Gelosia, perché la notizia portata dal nano sarà uno strumento efficace per provocare nuove rivalità. |
| Ottava 31 D’inimicar con Rodomonte il figlio del re Agrican le pare aver suggetto: troverà a sdegnar gli altri altro consiglio; a sdegnar questi duo questo è perfetto. 245Col nano se ne vien dove l’artiglio del fier pagano avea Parigi astretto; e capitaro a punto in su la riva, quando il crudel del fiume a nuoto usciva. | Discordia comprende che può mettere Rodomonte contro Mandricardo, figlio di Agricane, facendo conoscere al primo il rapimento di Doralice. Insieme alle compagne e al nano raggiunge la Senna proprio mentre Rodomonte emerge dall'acqua. |
| Ottava 32 Tosto che riconobbe Rodomonte 250costui de la sua donna esser messaggio, estinse ogn’ira, e serenò la fronte, e si sentì brillar dentro il coraggio. Ogn’altra cosa aspetta che gli conte, prima ch’alcuno abbia a lei fatto oltraggio. 255Va contra il nano, e lieto gli domanda: – Ch’è de la donna nostra? ove ti manda? – | Rodomonte riconosce il messaggero di Doralice e dimentica immediatamente la collera per la battaglia. Convinto di ricevere notizie gradite, corre incontro al nano e gli domanda con entusiasmo dove si trovi la sua amata. |
| Ottava 33 Rispose il nano: – Né più tua né mia donna dirò quella ch’è serva altrui. Ieri scontrammo un cavallier per via, 260che ne la tolse, e la menò con lui. – A quello annunzio entrò la Gelosia, fredda come aspe, ed abbracciò costui. Seguita il nano, e narragli in che guisa un sol l’ha presa, e la sua gente uccisa. | Il nano risponde che Doralice non appartiene più a Rodomonte: un cavaliere l'ha sottratta al loro gruppo il giorno precedente. Gelosia prende allora possesso dell'animo del saraceno, mentre il messaggero racconta dettagliatamente la sconfitta degli accompagnatori e il rapimento. |
| Ottava 34 265L’acciaio allora la Discordia prese, e la pietra focaia, e picchiò un poco, e l’esca sotto la Superbia stese, e fu attaccato in un momento il fuoco; e sì di questo l’anima s’accese 270del Saracin, che non trovava loco: sospira e freme con sì orribil faccia, che gli elementi e tutto il ciel minaccia. | Discordia accende simbolicamente una scintilla, servendosi dell'acciarino e della pietra, e Superbia offre l'esca. La metafora mostra come il racconto del nano trasformi subito la gelosia di Rodomonte in un incendio di rabbia incontrollabile. |
| Ottava 35 Come la tigre, poi ch’invan discende nel voto albergo, e per tutto s’aggira, 275e i cari figli all’ultimo comprende essergli tolti, avampa di tant’ira, a tanta rabbia, a tal furor s’estende, che né a monte né a rio né a notte mira; né lunga via, né grandine raffrena 280l’odio che dietro al predator la mena: | La furia del guerriero è paragonata a quella di una tigre che torna nella tana e scopre che le sono stati rubati i piccoli. L'animale si lancia all'inseguimento senza lasciarsi fermare da ostacoli, distanza, buio o maltempo. |
| Ottava 36 così furendo il Saracin bizzarro si volge al nano, e dice: – Or là t’invia; – e non aspetta né destrier né carro, e non fa motto alla sua compagnia. 285Va con più fretta che non va il ramarro, quando il ciel arde, a traversar la via. Destrier non ha, ma il primo tor disegna, sia di chi vuol, ch’ad incontrar lo vegna. | Rodomonte ordina al nano di guidarlo e si mette in cammino senza aspettare il cavallo, il carro o i propri compagni. Corre velocissimo, deciso a impadronirsi della prima cavalcatura che incontrerà, qualunque sia il proprietario. |
| Ottava 37 La Discordia ch’udì questo pensiero, 290guardò, ridendo, la Superbia, e disse che volea gire a trovare un destriero che gli apportasse altre contese e risse; e far volea sgombrar tutto il sentiero, ch’altro che quello in man non gli venisse: 295e già pensato avea dove trovarlo. Ma costei lascio, e torno a dir di Carlo. | Discordia, divertita dal proposito, dice a Superbia che procurerà a Rodomonte proprio un cavallo capace di generare ulteriori scontri. Ariosto lascia anche questa vicenda sospesa e ritorna alla situazione di Carlo Magno. |
| Ottava 38 Poi ch’al partir del Saracin si estinse Carlo d’intorno il periglioso fuoco, tutte le genti all’ordine ristrinse. 300Lascionne parte in qualche debol loco: adosso il resto ai Saracini spinse, per dar lor scacco, e guadagnarsi il giuoco; e gli mandò per ogni porta fuore, da San Germano infin a San Vittore. | Dopo la fuga di Rodomonte, l'imperatore fa spegnere gli incendi e riordina le forze. Lascia presidi nelle parti più vulnerabili della città, poi manda il grosso dell'esercito all'attacco dei saraceni, facendolo uscire da varie porte di Parigi. |
| Ottava 39 305E commandò ch’a porta San Marcello, dov’era gran spianata di campagna, aspettasse l’un l’altro, e in un drappello si ragunasse tutta la compagna. Quindi animando ognuno a far macello 310tal, che sempre ricordo ne rimagna, ai lor ordini andar fe’ le bandiere, e di battaglia dar segno alle schiere. | Carlo stabilisce che le truppe si riuniscano presso porta San Marcello, in una pianura adatta alla battaglia. Esorta tutti a combattere in modo memorabile, dispone le insegne nei reparti assegnati e fa dare il segnale dell'attacco. |
| Ottava 40 Il re Agramante in questo mezzo in sella, mal grado dei cristian, rimesso s’era; 315e con l’inamorato d’Isabella facea battaglia perigliosa e fiera: col re Sobrin Lurcanio si martella: Rinaldo incontra avea tutta una schiera; e con virtude e con fortuna molta 320l’urta, l’apre, ruina e mette in volta. | Nel frattempo Agramante è riuscito a rimontare a cavallo e affronta Zerbino, innamorato di Isabella. Sobrino combatte contro Lurcanio, mentre Rinaldo sfonda e mette in fuga intere file di saraceni grazie al proprio valore e alla fortuna favorevole. |
| Ottava 41 Essendo la battaglia in questo stato, l’imperatore assalse il retroguardo dal canto ove Marsilio avea fermato il fior di Spagna intorno al suo stendardo. 325Con fanti in mezzo e cavallieri allato, re Carlo spinse il suo popul gagliardo con tal rumor di timpani e di trombe, che tutto ’l mondo par che ne rimbombe. | Carlo attacca alle spalle le truppe saracene dal lato in cui Marsilio ha radunato i migliori combattenti spagnoli. L'esercito cristiano avanza con la fanteria al centro e i cavalieri sui fianchi, accompagnato dal fragore di tamburi e trombe. |
| Ottava 42 Cominciavan le schiere a ritirarse 330de’ Saracini, e si sarebbon volte tutte a fuggir, spezzate, rotte e sparse, per mai più non potere esser raccolte; ma ’l re Grandonio e Falsiron comparse, che stati in maggior briga eran più volte, 335e Balugante e Serpentin feroce, e Ferraù che lor dicea a gran voce: | I saraceni cominciano a retrocedere e sembrano sul punto di disperdersi definitivamente. Arrivano però alcuni loro forti comandanti, fra cui Grandonio, Falsirone, Balugante, Serpentino e Ferraù, che cercano di fermare la fuga. |
| Ottava 43 – Ah (dicea) valentuomini, ah compagni, ah fratelli, tenete il luogo vostro. I nimici faranno opra di ragni, 340se non manchiamo noi del dover nostro. Guardate l’alto onor, gli ampli guadagni che Fortuna, vincendo, oggi ci ha mostro: guardate la vergogna e il danno estremo, ch’essendo vinti, a patir sempre avremo. – | Ferraù richiama i compagni al coraggio e li invita a mantenere le posizioni. Ricorda loro le ricchezze e la gloria che una vittoria potrebbe procurare, ma anche il disonore e le perdite che li attenderebbero se fossero sconfitti. |
| Ottava 44 345Tolto in quel tempo una gran lancia avea, e contra Berlingier venne di botto, che sopra Largaliffa combattea, e l’elmo ne la fronte gli avea rotto: gittollo in terra, e con la spada rea 350appresso a lui ne fe’ cader forse otto. Per ogni botta almanco, che disserra, cader fa sempre un cavalliero in terra. | Ferraù prende una pesante lancia e abbatte Berlingiero, che stava combattendo contro Largaliffa e gli aveva già danneggiato l'elmo. Poi passa alla spada e manda al suolo numerosi altri cavalieri, colpendone quasi uno per ogni fendente. |
| Ottava 45 In altra parte ucciso avea Rinaldo tanti pagan, ch’io non potrei contarli. 355Dinanzi a lui non stava ordine saldo: vedreste piazza in tutto ’l campo darli. Non men Zerbin, non men Lurcanio è caldo: per modo fan, ch’ognun sempre ne parli: questo di punta avea Balastro ucciso, 360e quello a Finadur l’elmo diviso. | Altrove Rinaldo ha ucciso un numero incalcolabile di nemici e nessuna formazione osa resistergli. Anche Zerbino e Lurcanio si distinguono per valore: uno uccide Balastro e l'altro abbatte Finaduro con un colpo all'elmo. |
| Ottava 46 L’esercito d’Alzerbe avea il primiero, che poco inanzi aver solea Tardocco; l’altro tenea sopra le squadre impero di Zamor e di Saffi e di Marocco. 365– Non è tra gli Africani un cavalliero che di lancia ferir sappia o di stocco? – mi si potrebbe dir: ma passo passo nessun di gloria degno a dietro lasso. | Ariosto identifica i comandanti appena uccisi e le truppe che guidavano, provenienti da regioni africane diverse. Immaginando che qualcuno lo rimproveri di non celebrare guerrieri musulmani degni di rispetto, promette di non dimenticare le loro imprese. |
| Ottava 47 Del re de la Zumara non si scorda 370il nobil Dardinel figlio d’Almonte, che con la lancia Uberto da Mirforda, Claudio dal Bosco, Elio e Dulfin dal Monte, e con la spada Anselmo da Stanforda, e da Londra Raimondo e Pinamonte 375getta per terra (ed erano pur forti), dui storditi, un piagato, e quattro morti. | Tra i saraceni si distingue Dardinello, giovane figlio di Almonte e re della Zumara. Con lancia e spada abbatte diversi valorosi cavalieri cristiani: alcuni restano storditi, uno è ferito gravemente e altri muoiono. |
| Ottava 48 Ma con tutto ’l valor che di sé mostra, non può tener sì ferma la sua gente, sì ferma, ch’aspettar voglia la nostra 380di numero minor, ma più valente. Ha più ragion di spada e più di giostra e d’ogni cosa a guerra appertinente. Fugge la gente maura, di Zumara, di Setta, di Marocco e di Canara. | Nonostante le sue capacità, Dardinello non riesce a trattenere i propri uomini. I cristiani sono meno numerosi ma più esperti e abili nell'uso delle armi, e le truppe africane di varie regioni iniziano a ritirarsi precipitosamente. |
| Ottava 49 385Ma più degli altri fuggon quei d’Alzerbe, a cui s’oppose il nobil giovinetto; ed or con prieghi, or con parole acerbe ripor lor cerca l’animo nel petto. – S’Almonte meritò ch’in voi si serbe 390di lui memoria, or ne vedrò l’effetto: io vedrò (dicea lor) se me, suo figlio, lasciar vorrete in così gran periglio. | Vedendo fuggire soprattutto i propri soldati dell'Alzerbe, Dardinello cerca di trattenerli con preghiere e rimproveri. Ricorda loro la memoria di suo padre Almonte e domanda se siano davvero disposti ad abbandonare il figlio in un momento così pericoloso. |
| Ottava 50 State, vi priego per mia verde etade, in cui solete aver sì larga speme: 395deh non vogliate andar per fil di spade, ch’in Africa non torni di noi seme. Per tutto ne saran chiuse le strade, se non andiam raccolti e stretti insieme: troppo alto muro e troppo larga fossa 400è il monte e il mar, pria che tornar si possa. | Il giovane li supplica di restare compatti per non vedere distrutto il loro esercito e impedito il ritorno in Africa. Spiega che le vie di fuga sono difficili, perché fra loro e la patria si trovano grandi ostacoli, e soltanto combattendo insieme possono salvarsi. |
| Ottava 51 Molto è meglio morir qui, ch’ai supplici darsi e alla discrezion di questi cani. State saldi, per Dio, fedeli amici; che tutti son gli altri rimedi vani. 405Non han di noi più vita gli nimici; più d’un’alma non han, più di due mani. – Così dicendo, il giovinetto forte al conte d’Otonlei diede la morte. | Dardinello sostiene che è meglio morire onorevolmente che cadere prigionieri dei nemici. Ricorda ai suoi uomini che gli avversari sono mortali come loro, con un solo corpo e due mani. Mentre parla, uccide il conte di Otonlea, dimostrando concretamente il proprio coraggio. |
| Ottava 52 Il rimembrare Almonte così accese 410l’esercito african che fuggia prima, che le braccia e le mani in sue difese meglio, che rivoltar le spalle, estima. Guglielmo da Burnich era uno Inglese maggior di tutti, e Dardinello il cima, 415e lo pareggia agli altri; e apresso taglia il capo ad Aramon di Cornovaglia. | Il ricordo di Almonte riaccende negli africani la volontà di combattere. Dardinello affronta Guglielmo di Burnich, un inglese di corporatura gigantesca, e lo abbatte; poi uccide anche Aramone di Cornovaglia, aumentando il coraggio dei suoi. |
| Ottava 53 Morto cadea questo Aramone a valle; e v’accorse il fratel per dargli aiuto: ma Dardinel l’aperse per le spalle 420fin giù dove lo stomaco è forcuto. Poi forò il ventre a Bogio da Vergalle, e lo mandò del debito assoluto: avea promesso alla moglier fra sei mesi, vivendo, di tornare a lei. | Quando il fratello di Aramone accorre per soccorrerlo, Dardinello lo colpisce mortalmente alla schiena. Uccide poi Bogio di Vergalle, che aveva promesso alla moglie di tornare entro sei mesi: il poeta sottolinea tragicamente come la guerra abbia annullato quella promessa. |
| Ottava 54 425Vide non lungi Dardinel gagliardo venir Lurcanio, ch’avea in terra messo Dorchin, passato ne la gola, e Gardo per mezzo il capo e insin ai denti fesso; e ch’Alteo fuggir volse, ma fu tardo, 430Alteo ch’amò quanto il suo core istesso; che dietro alla collottola gli mise il fier Lurcanio un colpo che l’uccise. | Dardinello vede Lurcanio compiere a sua volta una strage, uccidendo Dorchino, Gardo e Alteo, che cerca inutilmente di scappare. La morte dei propri uomini spinge il giovane saraceno a desiderare uno scontro diretto con il paladino. |
| Ottava 55 Piglia una lancia, e va per far vendetta, dicendo al suo Macon (s’udir lo puote), 435che se morto Lurcanio in terra getta, ne la moschea ne porrà l’arme vote. Poi traversando la campagna in fretta, con tanta forza il fianco gli percuote, che tutto il passa sin all’altra banda; 440ed ai suoi, che lo spoglino, commanda. | Dardinello prende una lancia e promette al suo dio Maometto di dedicargli le armi di Lurcanio se riuscirà a ucciderlo. Carica quindi l'avversario con forza e lo trafigge da parte a parte, ordinando ai soldati di spogliarne il corpo. |
| Ottava 56 Non è da domandarmi, se dolere se ne dovesse Ariodante il frate; se desiasse di sua man potere por Dardinel fra l’anime dannate: 445ma nol lascian le genti adito avere, non men de le ’nfedel le battezzate. Vorria pur vendicarsi, e con la spada di qua di là spianando va la strada. | Ariodante soffre profondamente per la morte del fratello Lurcanio e vorrebbe vendicarlo subito. La folla di combattenti, cristiani e saraceni, però, gli impedisce di raggiungere Dardinello. Per aprirsi un varco, Ariodante colpisce chiunque gli sbarri la strada. |
| Ottava 57 Urta, apre, caccia, atterra, taglia e fende 450qualunque lo ’mpedisce o gli contrasta. E Dardinel che quel disire intende, a volerlo saziar già non sovrasta: ma la gran moltitudine contende con questa ancora, e i suoi disegni guasta. 455Se’ Mori uccide l’un, l’altro non manco gli Scotti uccide e il campo inglese e ’l franco. | Ariodante avanza fra i nemici, mentre Dardinello, consapevole del desiderio di vendetta, non si sottrae al possibile duello. Entrambi uccidono molti uomini dello schieramento opposto, ma il gran numero dei combattenti continua a dividerli. |
| Ottava 58 Fortuna sempremai la via lor tolse, che per tutto quel dì non s’accozzaro. A più famosa man serbar l’un volse; 460che l’uomo il suo destin fugge di raro. Ecco Rinaldo a questa strada volse, perch’alla vita d’un non sia riparo: ecco Rinaldo vien: Fortuna il guida per dargli onor che Dardinello uccida. | Per tutta la giornata la sorte impedisce ai due guerrieri di incontrarsi. Ariosto osserva che Dardinello è destinato a morire per mano di un avversario più celebre: la fortuna sta infatti conducendo verso di lui Rinaldo. |
| Ottava 59 465Ma sia per questa volta detto assai dei gloriosi fatti di Ponente. Tempo è ch’io torni ove Grifon lasciai, che tutto d’ira e di disdegno ardente facea, con più timor ch’avesse mai, 470tumultuar la sbigottita gente. Re Norandino a quel rumor corso era con più di mille armati in una schiera. | Il poeta interrompe ancora una volta la battaglia occidentale e torna a Damasco. Qui Grifone, ancora infuriato per l'umiliazione subita, ha gettato nel terrore gli abitanti, e il re Norandino accorre con oltre mille uomini armati. |
| Ottava 60 Re Norandin con la sua corte armata, vedendo tutto ’l populo fuggire, 475venne alla porta in battaglia ordinata, e quella fece alla sua giunta aprire. Grifone intanto avendo già cacciata da sé la turba sciocca e senza ardire, la sprezzata armatura in sua difesa 480(qual la si fosse) avea di nuovo presa; | Norandino giunge alla porta cittadina con il proprio seguito e la fa aprire per affrontare Grifone. Il paladino intanto ha disperso la folla disarmata e ha ripreso, per difendersi, l'armatura disprezzata che gli era stata imposta durante l'umiliazione. |
| Ottava 61 e presso a un tempio ben murato e forte, che circondato era d’un’alta fossa, in capo un ponticel si fece forte, perché chiuderlo in mezzo alcun non possa. 485Ecco, gridando e minacciando forte, fuor de la porta esce una squadra grossa. L’animoso Grifon non muta loco, e fa sembiante che ne tema poco. | Grifone sceglie una posizione vantaggiosa vicino a un tempio fortificato, protetto da un fossato: si dispone presso un ponte stretto, così da non essere circondato. Una schiera di soldati esce minacciosa dalla città, ma egli rimane fermo senza mostrarsi spaventato. |
| Ottava 62 E poi ch’avicinar questo drappello 490si vide, andò a trovarlo in su la strada; e molta strage fattane e macello (che menava a due man sempre la spada), ricorso avea allo stretto ponticello, e quindi li tenea non troppo a bada: 495di nuovo usciva e di nuovo tornava; e sempre orribil segno vi lasciava. | Quando i nemici si avvicinano, Grifone li affronta in campo aperto con la spada impugnata a due mani, provocando molte perdite. Poi torna al ponte stretto, dove è più semplice respingerli, e continua ad alternare sortite e ritirate. |
| Ottava 63 Quando di dritto e quando di riverso getta or pedoni or cavallieri in terra. Il popul contra lui tutto converso 500più e più sempre inaspera la guerra. Teme Grifone al fin restar sommerso: sì cresce il mar che d’ogn’intorno il serra; e ne la spalla e ne la coscia manca è già ferito, e pur la lena manca. | Grifone abbatte fanti e cavalieri con colpi sferrati in ogni direzione. I suoi avversari, però, aumentano continuamente, fino a sommergerlo quasi con il loro numero. Ferito alla spalla e alla coscia, comincia anche a perdere il fiato. |
| Ottava 64 505Ma la virtù, ch’ai suoi spesso soccorre, gli fa appo Norandin trovar perdono. Il re, mentre al tumulto in dubbio corre, vede che morti già tanti ne sono: vede le piaghe che di man d’Ettorre 510pareano uscite: un testimonio buono, che dianzi esso avea fatto indegnamente vergogna a un cavallier molto eccellente. | Il valore dimostrato dal paladino induce Norandino a riconoscere il proprio errore. Il re osserva i numerosi caduti e comprende che un guerriero capace di simili imprese non può essere il vile impostore che credeva di aver punito. |
| Ottava 65 Poi, come gli è più presso, e vede in fronte quel che la gente a morte gli ha condutta, 515e fattosene avanti orribil monte, e di quel sangue il fosso e l’acqua brutta; gli è aviso di veder proprio sul ponte Orazio sol contra Toscana tutta: e per suo onore, e perché gli ne ’ncrebbe, 520ritrasse i suoi, né gran fatica v’ebbe. | Avvicinandosi, Norandino vede il terribile mucchio di morti davanti al ponte e l'acqua del fossato insanguinata. Grifone gli ricorda Orazio Coclite che difese da solo un ponte contro i nemici di Roma. Il sovrano, colpito e addolorato, fa ritirare i suoi uomini. |
| Ottava 66 Ed alzando la man nuda e senz’arme, antico segno di tregua o di pace, disse a Grifon: – Non so, se non chiamarme d’avere il torto, e dir che mi dispiace: 525ma il mio poco giudicio, e lo istigarme altrui, cadere in tanto error mi face. Quel che di fare io mi credea al più vile guerrier del mondo, ho fatto al più gentile. | Mostrando la mano disarmata come segno di pace, Norandino riconosce pubblicamente la propria responsabilità. Ammette di aver giudicato Grifone senza sufficiente prudenza, lasciandosi condizionare dalle parole altrui, e si pente di aver offeso un cavaliere così nobile. |
| Ottava 67 E se bene alla ingiuria ed a quell’onta 530ch’oggi fatta ti fu per ignoranza, l’onor che ti fai qui s’adegua e sconta, o (per più vero dir) supera e avanza; la satisfazion ci serà pronta a tutto mio sapere e mia possanza, 535quando io conosca di poter far quella per oro o per cittadi o per castella. | Il re dice che il valore dimostrato da Grifone supera l'oltraggio ricevuto e promette una riparazione degna dell'ingiustizia. Si dichiara disposto a offrirgli denaro, città o castelli, qualunque compenso possa essere in suo potere. |
| Ottava 68 Chiedimi la metà di questo regno, ch’io son per fartene oggi possessore; che l’alta tua virtù non ti fa degno 540di questo sol, ma ch’io ti doni il core: e la tua mano in questo mezzo, pegno di fé mi dona e di perpetuo amore. – Così dicendo, da cavallo scese, e vêr Grifon la destra mano stese. | Norandino si spinge a proporre perfino metà del proprio regno, sostenendo che il paladino meriti più di qualsiasi ricompensa materiale. Scende da cavallo e gli tende la mano per suggellare amicizia e pace durature. |
| Ottava 69 545Grifon, vedendo il re fatto benigno venirgli per gittar le braccia al collo, lasciò la spada e l’animo maligno, e sotto l’anche ed umile abbracciollo. Lo vide il re di due piaghe sanguigno, 550e tosto fe’ venir chi medicollo; indi portar ne la cittade adagio, e riposar nel suo real palagio. | Grifone, comprendendo che il pentimento del re è sincero, depone la spada e rinuncia alla vendetta. Si china rispettosamente per abbracciare Norandino, che fa subito curare le ferite del cavaliere e lo conduce al palazzo reale. |
| Ottava 70 Dove, ferito, alquanti giorni, inante che si potesse armar, fece soggiorno. 555Ma lascio lui, ch’al suo frate Aquilante ed ad Astolfo in Palestina torno, che di Grifon, poi che lasciò le sante mura, cercare han fatto più d’un giorno in tutti i lochi in Solima devoti, 560e in molti ancor da la città remoti. | Grifone rimane ospite del sovrano per diversi giorni, finché le ferite non gli consentono di tornare a combattere. Ariosto passa allora ad Aquilante e Astolfo, che in Palestina stanno cercando il paladino scomparso, senza averne trovato notizie nei luoghi di Gerusalemme e nei dintorni. |
| Ottava 71 Or né l’uno né l’altro è sì indovino, che di Grifon possa saper che sia: ma venne lor quel Greco peregrino, nel ragionare, a caso a darne spia, 565dicendo ch’Orrigille avea il camino verso Antiochia preso di Soria, d’un nuovo drudo, ch’era di quel loco, di subito arsa e d’improviso fuoco. | Durante una conversazione, un viaggiatore greco racconta casualmente che Orrigille è partita per Antiochia con un nuovo amante. La notizia mette Aquilante sulle tracce del fratello, perché la donna è proprio la causa delle sue preoccupazioni. |
| Ottava 72 Dimandògli Aquilante, se di questo 570così notizia avea data a Grifone: e come l’affermò, s’avisò il resto, perché fosse partito, e la cagione. Ch’Orrigille ha seguito è manifesto in Antiochia con intenzione 575di levarla di man del suo rivale con gran vendetta e memorabil male. | Aquilante domanda se Grifone fosse stato informato della partenza di Orrigille. Ottenuta conferma, deduce che il fratello l'abbia seguita ad Antiochia per strapparla al rivale e vendicarsi del tradimento. |
| Ottava 73 Non tolerò Aquilante che ’l fratello solo e senz’esso a quell’impresa andasse; e prese l’arme, e venne dietro a quello: 580ma prima pregò il duca che tardasse l’andata in Francia ed al paterno ostello, fin ch’esso d’Antiochia ritornasse. Scende al Zaffo e s’imbarca, che gli pare e più breve e miglior la via del mare. | Non volendo che Grifone affronti l'impresa da solo, Aquilante si arma e parte a cercarlo. Chiede ad Astolfo di rinviare il ritorno in Francia fino al suo rientro, quindi raggiunge Giaffa e si imbarca, considerando la via marittima più rapida. |
| Ottava 74 585Ebbe un ostro-silocco allor possente tanto nel mare, e sì per lui disposto, che la terra del Surro il dì seguente vide e Saffetto, un dopo l’altro tosto. Passa Barutti e il Zibeletto, e sente 590che da man manca gli è Cipro discosto. A Tortosa da Tripoli, e alla Lizza e al golfo di Laiazzo il camin drizza. | Un vento favorevole sospinge la nave lungo le coste del Levante. Aquilante passa davanti a varie città e porti, lasciando Cipro a sinistra, finché raggiunge la zona di Tripoli e prosegue verso il golfo di Laiazzo. |
| Ottava 75 Quindi a levante fe’ il nocchier la fronte del navilio voltar snello e veloce; 595ed a sorger n’andò sopra l’Oronte, e colse il tempo, e ne pigliò la foce. Gittar fece Aquilante in terra il ponte, e n’uscì armato sul destrier feroce; e contra il fiume il camin dritto tenne, 600tanto ch’in Antiochia se ne venne. | La nave piega verso oriente, raggiunge la foce del fiume Oronte e vi si ferma. Aquilante sbarca armato e a cavallo e risale il corso del fiume fino a raggiungere Antiochia. |
| Ottava 76 Di quel Martano ivi ebbe ad informarse; ed udì ch’a Damasco se n’era ito con Orrigille, ove una giostra farse dovea solenne per reale invito. 605Tanto d’andargli dietro il desir l’arse, certo che ’l suo german l’abbia seguito, che d’Antiochia anco quel dì si tolle; ma già per mar più ritornar non volle. | Ad Antiochia scopre che Martano è partito con Orrigille per partecipare a una giostra a Damasco. Convinto che Grifone abbia seguito gli stessi due, Aquilante riparte immediatamente, questa volta scegliendo la strada di terra. |
| Ottava 77 Verso Lidia e Larissa il camin piega: 610resta più sopra Aleppe ricca e piena. Dio, per mostrar ch’ancor di qua non niega mercede al bene, ed al contrario pena, Martano appresso a Mamuga una lega ad incontrarsi in Aquilante mena. 615Martano si facea con bella mostra portare inanzi il pregio de la giostra. | Aquilante attraversa la regione e si dirige verso Damasco. La Provvidenza, osserva Ariosto, finisce per premiare i buoni e punire i colpevoli: infatti, vicino a Mamuga, gli fa incontrare Martano, che ostenta pubblicamente il premio sottratto a Grifone con l'inganno. |
| Ottava 78 Pensò Aquilante al primo comparire, che ’l vil Martano il suo fratello fosse; che l’ingannaron l’arme, e quel vestire 620candido più che nievi ancor non mosse: e con quell’oh! che d’allegrezza dire si suole, incominciò; ma poi cangiosse tosto di faccia e di parlar, ch’appresso s’avide meglio, che non era desso. | A prima vista Aquilante scambia Martano per suo fratello, perché l'impostore indossa l'armatura bianca e monta il cavallo di Grifone. Lo saluta con gioia, ma avvicinandosi ne riconosce il volto e cambia subito espressione. |
| Ottava 79 625Dubitò che per fraude di colei ch’era con lui, Grifon gli avesse ucciso; e: – Dimmi (gli gridò) tu ch’esser déi un ladro e un traditor, come n’hai viso, onde hai quest’arme avute? onde ti sei 630sul buon destrier del mio fratello assiso? Dimmi se ’l mio fratello è morto o vivo; come de l’arme e del destrier l’hai privo. – | Aquilante teme che Martano abbia ucciso Grifone grazie alla complicità di Orrigille. Lo chiama ladro e traditore e pretende di sapere dove abbia preso le armi e il cavallo del fratello, e soprattutto se quest'ultimo sia ancora vivo. |
| Ottava 80 Quando Orrigille udì l’irata voce, a dietro il palafren per fuggir volse; 635ma di lei fu Aquilante più veloce, e fecela fermar, volse o non volse. Martano al minacciar tanto feroce del cavallier, che sì improviso il colse, pallido triema, come al vento fronda, 640né sa quel che si faccia o che risponda. | Orrigille cerca di fuggire appena sente le minacce, ma Aquilante la raggiunge e la costringe a fermarsi. Martano, colto di sorpresa dal cavaliere infuriato, trema dalla paura e non sa come difendersi. |
| Ottava 81 Grida Aquilante, e fulminar non resta, e la spada gli pon dritto alla strozza; e giurando minaccia che la testa ad Orrigille e a lui rimarrà mozza, 645se tutto il fatto non gli manifesta. Il mal giunto Martano alquanto ingozza, e tra sé volve se può sminuire sua grave colpa, e poi comincia a dire: | Aquilante continua a minacciare i due con la spada, promettendo di ucciderli se non racconteranno tutto. Martano cerca di trovare una spiegazione che riduca la propria colpa e comincia a inventare una nuova versione dei fatti. |
| Ottava 82 – Sappi, signor, che mia sorella è questa, 650nata di buona e virtuosa gente, ben che tenuta in vita disonesta l’abbia Grifone obbrobriosamente: e tale infamia essendomi molesta, né per forza sentendomi possente 655di torla a sì grande uom, feci disegno d’averla per astuzia e per ingegno. | Martano sostiene falsamente che Orrigille sia sua sorella, appartenente a una famiglia onesta, e che Grifone l'abbia mantenuta in una condizione disonorevole. Non potendo liberarla con la forza da un avversario tanto temibile, avrebbe escogitato un piano basato sull'astuzia. |
| Ottava 83 Tenni modo con lei, ch’avea desire di ritornare a più lodata vita, ch’essendosi Grifon messo a dormire, 660chetamente da lui fêsse partita. Così fece ella; e perché egli a seguire non n’abbia, ed a turbar la tela ordita, noi lo lasciammo disarmato e a piedi; e qua venuti siàn, come tu vedi. – | Secondo la menzogna di Martano, Orrigille voleva ritrovare una vita rispettabile. Quando Grifone si era addormentato, i due sarebbero fuggiti portandogli via cavallo e armi per impedirgli di inseguirli e ostacolare la loro fuga. |
| Ottava 84 665Poteasi dar di somma astuzia vanto, che colui facilmente gli credea; e, fuor che ’n torgli arme e destrier e quanto tenesse di Grifon, non gli nocea; se non volea pulir sua scusa tanto, 670che la facesse di menzogna rea: buona era ogn’altra parte, se non quella che la femina a lui fosse sorella. | Ariosto osserva che la spiegazione avrebbe potuto ingannare Aquilante: forse avrebbe punito Martano soltanto per aver rubato cavallo e armi. Il punto debole è la falsa parentela, perché Aquilante sa già che Orrigille non è la sorella del cavaliere. |
| Ottava 85 Avea Aquilante in Antiochia inteso essergli concubina, da più genti; 675onde gridando, di furore acceso: – Falsissimo ladron, tu te ne menti! – un pugno gli tirò di tanto peso, che ne la gola gli cacciò duo denti: e senza più contesa, ambe le braccia 680gli volge dietro, e d’una fune allaccia; | Avendo appreso ad Antiochia che Martano e Orrigille sono amanti, Aquilante lo accusa di mentire e gli sferra un pugno così violento da fargli perdere due denti. Poi gli lega le braccia dietro la schiena senza lasciargli possibilità di reagire. |
| Ottava 86 e parimente fece ad Orrigille, ben che in sua scusa ella dicesse assai. Quindi li trasse per casali e ville, né li lasciò fin a Damasco mai; 685e de le miglia mille volte mille tratti gli avrebbe con pene e con guai, fin ch’avesse trovato il suo fratello, per farne poi come piacesse a quello. | Aquilante lega anche Orrigille, nonostante le sue proteste, e conduce entrambi prigionieri attraverso città e villaggi. È disposto a trascinarli lontanissimo pur di ritrovare Grifone e lasciargli decidere quale punizione infliggere ai due traditori. |
| Ottava 87 Fece Aquilante lor scudieri e some 690seco tornare, ed in Damasco venne, e trovò di Grifon celebre il nome per tutta la città batter le penne: piccoli e grandi, ognun sapea già come egli era, che sì ben corse l’antenne, 695ed a cui tolto fu con falsa mostra dal compagno la gloria de la giostra. | Quando arriva a Damasco, Aquilante scopre che il nome di Grifone è ormai noto a tutti. Gli abitanti hanno appreso sia le sue imprese nella giostra sia l'inganno con cui Martano aveva usurpato la vittoria e l'onore del vero cavaliere. |
| Ottava 88 Il popul tutto al vil Martano infesto, l’uno all’altro additandolo, lo scuopre. – Non è (dicean), non è il ribaldo questo, 700che si fa laude con l’altrui buone opre? e la virtù di chi non è ben desto, con la sua infamia e col suo obbrobrio copre? Non è l’ingrata femina costei, la qual tradisce i buoni e aiuta i rei? – | La folla riconosce Martano e Orrigille e li indica apertamente come responsabili della truffa. Gli abitanti accusano lui di appropriarsi delle glorie altrui e lei di tradire i galantuomini per favorire i disonesti. |
| Ottava 89 705Altri dicean: – Come stan bene insieme segnati ambi d’un marchio e d’una razza! – Chi li bestemmia, chi lor dietro freme, chi grida: – Impicca, abrucia, squarta, amazza! – La turba per veder s’urta, si preme, 710e corre inanzi alle strade, alla piazza. Venne la nuova al re, che mostrò segno d’averla cara più ch’un altro regno. | La gente si accalca per vedere i prigionieri e li insulta, chiedendo punizioni violentissime. La notizia giunge al re Norandino, che è lieto di sapere finalmente come si è svolto l'inganno ai danni del suo ospite. |
| Ottava 90 Senza molti scudier dietro o davante, come si ritrovò, si mosse in fretta, 715e venne ad incontrarsi in Aquilante, ch’avea del suo Grifon fatto vendetta; e quello onora con gentil sembiante, seco lo ’nvita, e seco lo ricetta; di suo consenso avendo fatto porre 720i duo prigioni in fondo d’una torre. | Norandino si muove subito per incontrare Aquilante e lo accoglie con onore, grato per aver portato i due colpevoli. Li fa rinchiudere in una torre e conduce il nuovo arrivato al palazzo. |
| Ottava 91 Andaro insieme ove del letto mosso Grifon non s’era, poi che fu ferito, che vedendo il fratel, divenne rosso; che ben stimò ch’avea il suo caso udito. 725E poi che motteggiando un poco adosso gli andò Aquilante, messero a partito di dare a quelli duo iusto martoro, venuti in man degli avversari loro. | Aquilante ritrova Grifone, ancora costretto a letto dalle ferite. Quest'ultimo arrossisce intuendo che il fratello conosca tutta la sua disavventura; dopo alcuni scherzi e rimproveri, insieme al re discutono il destino di Martano e Orrigille. |
| Ottava 92 Vuole Aquilante, vuole il re che mille 730strazi ne sieno fatti; ma Grifone (perché non osa dir sol d’Orrigille) all’uno e all’altro vuol che si perdone. Disse assai cose, e molto ben ordille; fugli risposto; or per conclusione 735Martano è disegnato in mano al boia, ch’abbia a scoparlo, e non però che moia. | Aquilante e Norandino vorrebbero infliggere ai colpevoli torture crudeli. Grifone però interviene per ottenere la clemenza, soprattutto verso Orrigille, che non osa nominare apertamente. Alla fine decidono che Martano sarà pubblicamente frustato, ma non ucciso. |
| Ottava 93 Legar lo fanno, e non tra’ fiori e l’erba, e per tutto scopar l’altra matina. Orrigille captiva si riserba 740fin che ritorni la bella Lucina, al cui saggio parere, o lieve o acerba, rimetton quei signor la disciplina. Quivi stette Aquilante a ricrearsi fin che ’l fratel fu sano e poté armarsi. | La mattina seguente Martano viene sottoposto alla punizione stabilita. Orrigille resta prigioniera in attesa del ritorno di Lucina, alla quale sarà affidata la decisione sulla sua sorte. Aquilante rimane a Damasco finché Grifone non si ristabilisce. |
| Ottava 94 745Re Norandin, che temperato e saggio divenuto era dopo un tanto errore, non potea non aver sempre il coraggio di penitenza pieno e di dolore, d’aver fatto a colui danno ed oltraggio, 750che degno di mercede era e d’onore: sì che dì e notte avea il pensiero intento par farlo rimaner di sé contento. | Norandino, ormai reso più saggio dall'errore commesso, continua a pentirsi di aver oltraggiato un cavaliere tanto valoroso. Il suo desiderio principale diventa riparare l'ingiustizia e fare in modo che Grifone sia soddisfatto del trattamento ricevuto. |
| Ottava 95 E statuì nel publico cospetto de la città, di tanta ingiuria rea, 755con quella maggior gloria ch’a perfetto cavallier per un re dar si potea, di rendergli quel premio ch’intercetto con tanto inganno il traditor gli avea: e perciò fe’ bandir per quel paese, 760che faria un’altra giostra indi ad un mese. | Il re decide di restituire a Grifone pubblicamente il premio e l'onore che Martano gli aveva rubato. Annuncia perciò una nuova giostra da disputarsi un mese più tardi, in modo che la riparazione sia visibile a tutta la città. |
| Ottava 96 Di ch’apparecchio fa tanto solenne, quanto a pompa real possibil sia: onde la Fama con veloci penne portò la nuova per tutta Soria; 765ed in Fenicia e in Palestina venne, e tanto, ch’ad Astolfo ne diè spia, il qual col viceré deliberosse che quella giostra senza lor non fosse. | Norandino organizza celebrazioni magnifiche, degne della sua corte. La fama dell'evento si diffonde in Siria, Fenicia e Palestina, finché raggiunge Astolfo, che decide insieme al viceré Sansonetto di parteciparvi. |
| Ottava 97 Per guerrier valoroso e di gran nome 770la vera istoria Sansonetto vanta. Gli diè battesmo Orlando, e Carlo (come v’ho detto) a governar la Terra Santa. Astolfo con costui levò le some, per ritrovarsi ove la Fama canta, 775sì che d’intorno n’ha piena ogni orecchia, ch’in Damasco la giostra s’apparecchia. | Sansonetto, guerriero famoso per il valore, era stato battezzato da Orlando e incaricato da Carlo Magno di governare Gerusalemme. Astolfo si mette in viaggio con lui verso Damasco, desideroso di assistere e partecipare alla giostra annunciata in tutto il paese. |
| Ottava 98 Or cavalcando per quelle contrade con non lunghi viaggi, agiati e lenti, per ritrovarsi freschi alla cittade 780poi di Damasco il dì de’ torniamenti, scontraro in una croce di due strade persona ch’al vestire e a’ movimenti avea sembianza d’uomo, e femin’ era, ne le battaglie a maraviglia fiera. | I due procedono con calma, per arrivare riposati il giorno della gara. A un incrocio incontrano una figura che, per abbigliamento e atteggiamento, sembra un uomo, ma è in realtà una donna guerriera di eccezionale forza. |
| Ottava 99 785La vergine Marfisa si nomava, di tal valor, che con la spada in mano fece più volte al gran signor di Brava sudar la fronte e a quel di Montalbano; e ’l dì e la notte armata sempre andava 790di qua di là cercando in monte e in piano con cavallieri erranti riscontrarsi, ed immortale e gloriosa farsi. | Si tratta di Marfisa, così abile con le armi da avere messo in difficoltà persino Orlando e Rinaldo. Viaggia sempre armata, giorno e notte, cercando avversari valorosi contro cui misurarsi per ottenere una gloria immortale. |
| Ottava 100 Com’ella vide Astolfo e Sansonetto, ch’appresso le venian con l’arme indosso, 795prodi guerrier le parvero all’aspetto; ch’erano ambeduo grandi e di buono osso: e perché di provarsi avria diletto, per isfidarli avea il destrier già mosso; quando, affissando l’occhio più vicino, 800conosciuto ebbe il duca paladino. | Vedendo Astolfo e Sansonetto ben armati e di corporatura imponente, Marfisa pensa subito a sfidarli. Quando però si avvicina abbastanza da riconoscere Astolfo, rinuncia alla provocazione perché ricorda di averlo già conosciuto. |
| Ottava 101 De la piacevolezza le sovenne del cavallier, quando al Catai seco era: e lo chiamò per nome, e non si tenne la man nel guanto, e alzossi la visiera; 805e con gran festa ad abbracciarlo venne, come che sopra ogn’altra fosse altiera. Non men da l’altra parte riverente fu il paladino alla donna eccellente. | Marfisa rammenta la cortesia dimostrata da Astolfo quando erano nel Catai. Lo chiama per nome, solleva la visiera e lo abbraccia con gioia, malgrado il suo carattere solitamente fiero; il paladino ricambia con grande rispetto. |
| Ottava 102 Tra lor si domandaron di lor via: 810e poi ch’Astolfo, che prima rispose, narrò come a Damasco se ne gìa, dove le genti in arme valorose avea invitato il re de la Soria a dimostrar lor opre virtuose; 815Marfisa, sempre a far gran pruove accesa, – Voglio esser con voi (disse) a questa impresa. – | Dopo essersi raccontati le rispettive avventure, Astolfo spiega che si sta recando alla giostra organizzata dal re di Siria. Marfisa, entusiasta di ogni prova d'armi, dichiara immediatamente di voler partecipare con loro. |
| Ottava 103 Sommamente ebbe Astolfo grata questa compagna d’arme, e così Sansonetto. Furo a Damasco il dì inanzi la festa, 820e di fuora nel borgo ebbon ricetto: e sin all’ora che dal sonno desta l’ Aurora il vecchiarel già suo diletto, quivi si riposar con maggior agio, che se smontati fossero al palagio. | Astolfo e Sansonetto accolgono volentieri la formidabile compagna. Il gruppo arriva nei pressi di Damasco il giorno precedente la festa e prende alloggio in un borgo fuori città, dove può riposarsi tranquillamente fino all'alba. |
| Ottava 104 825E poi che ’l nuovo sol lucido e chiaro per tutto sparsi ebbe i fulgenti raggi, la bella donna e i duo guerrier s’armaro, mandato avendo alla città messaggi; che, come tempo fu, lor rapportaro 830che per veder spezzar frassini e faggi re Norandino era venuto al loco ch’avea costituito al fiero gioco. | Al mattino tutti e tre indossano le armi e mandano un messaggero a controllare quando inizierà la competizione. Appreso che Norandino ha raggiunto la piazza destinata alla giostra, si preparano a entrare in città. |
| Ottava 105 Senza più indugio alla città ne vanno, e per la via maestra alla gran piazza, 835dove aspettando il real segno stanno quinci e quindi i guerrier di buona razza. I premi che quel giorno si daranno a chi vince, è uno stocco ed una mazza guerniti riccamente, e un destrier, quale 840sia convenevol dono a un signor tale. | I tre arrivano nella grande piazza, dove molti cavalieri attendono il segnale del re. I premi previsti per il vincitore sono una ricca spada, una mazza preziosa e un cavallo degno di un sovrano. |
| Ottava 106 Avendo Norandin fermo nel core che, come il primo pregio, il secondo anco, e d’ambedue le giostre il sommo onore si debba guadagnar Grifone il bianco; 845per dargli tutto quel ch’uom di valore dovrebbe aver, né debbe far con manco, posto con l’arme in questo ultimo pregio ha stocco e mazza e destrier molto egregio. | Norandino vuole che Grifone vinca sia l'onore della prima giostra, di cui era stato privato, sia quello della nuova. Per questo ha unito alle armi spettanti al paladino anche gli splendidi premi della seconda gara. |
| Ottava 107 L’arme che ne la giostra fatta dianzi 850si doveano a Grifon che ’l tutto vinse, e che usurpate avea con tristi avanzi Martano che Grifone esser si finse, quivi si fece il re pendere inanzi, e il ben guernito stocco a quelle cinse, 855e la mazza all’arcion del destrier messe, perché Grifon l’un pregio e l’altro avesse. | Il sovrano espone davanti a tutti l'armatura che Martano aveva ingannevolmente ricevuto al posto di Grifone. Vi aggiunge la spada e lega la mazza alla sella del cavallo, sperando che il suo ospite ottenga tutte le ricompense. |
| Ottava 108 Ma che sua intenzione avesse effetto vietò quella magnanima guerriera, che con Astolfo e col buon Sansonetto 860in piazza nuovamente venuta era. Costei, vedendo l’arme ch’io v’ho detto, subito n’ebbe conoscenza vera: però che già sue furo, e l’ebbe care quanto si suol le cose ottime e rare; | Questo progetto viene però sconvolto da Marfisa, appena arrivata con i compagni. Riconosce immediatamente nell'armatura esposta un oggetto che le era appartenuto e che considerava preziosissimo. |
| Ottava 109 865ben che l’avea lasciate in su la strada a quella volta che le fur d’impaccio, quando per riaver sua buona spada correa dietro a Brunel degno di laccio. Questa istoria non credo che m’accada 870altrimenti narrar; però la taccio. Da me vi basti intendere a che guisa quivi trovasse l’arme sue Marfisa. | Marfisa aveva lasciato quelle armi lungo la strada quando, costretta a muoversi a piedi, aveva inseguito il ladro Brunello per recuperare la propria spada. Il poeta non ripete l'episodio già narrato e si limita a spiegare perché la guerriera riconosce l'armatura. |
| Ottava 110 Intenderete ancor, che come l’ebbe riconosciute a manifeste note, 875per altro che sia al mondo, non le avrebbe lasciate un dì di sua persona vote. Se più tenere un modo o un altro debbe per racquistarle, ella pensar non puote: ma se gli accosta a un tratto, e la man stende, 880e senz’altro rispetto se le prende; | Decisa a riavere subito ciò che le appartiene, Marfisa non perde tempo a chiedere il permesso al re o a valutare il modo più opportuno di agire. Si avvicina alle armi esposte e comincia semplicemente a portarle via. |
| Ottava 111 e per la fretta ch’ella n’ebbe, avenne ch’altre ne prese, altre mandonne in terra. Il re, che troppo offeso se ne tenne, con uno sguardo sol le mosse guerra; 885che ’l popul, che l’ingiuria non sostenne, per vendicarlo e lance e spade afferra, non rammentando ciò ch’i giorni inanti nocque il dar noia ai cavallieri erranti. | Nella fretta raccoglie alcuni pezzi dell'armatura e ne fa cadere altri. Norandino considera il gesto un grave insulto e lo manifesta con lo sguardo. La folla, indignata, si arma per difendere l'onore del sovrano, dimenticando quanto fosse costato in passato provocare un cavaliere errante. |
| Ottava 112 Né fra vermigli fiori, azzurri e gialli 890vago fanciullo alla stagion novella, né mai si ritrovò fra suoni e balli più volentieri ornata donna e bella; che fra strepito d’arme e di cavalli, e fra punte di lance e di quadrella, 895dove si sparga sangue e si dia morte, costei si truovi, oltre ogni creder forte. | Ariosto osserva che Marfisa prova nelle battaglie, fra lance, spade e sangue, un piacere maggiore di quello che un bambino prova tra i fiori o una donna elegante durante una festa. Il conflitto le offre proprio ciò che ama di più. |
| Ottava 113 Spinge il cavallo, e ne la turba sciocca con l’asta bassa impetuosa fere; e chi nel collo e chi nel petto imbrocca, 900e fa con l’urto or questo or quel cadere: poi con la spada uno ed un altro tocca, e fa qual senza capo rimanere, e qual rotto, e qual passato al fianco, e qual del braccio privo o destro o manco. | La guerriera sprona il cavallo contro la folla, colpisce con la lancia uomini al collo e al petto e li fa cadere. Passa poi alla spada, ferendo e uccidendo chiunque le venga addosso, fino a trasformare la piazza in un campo di battaglia. |
| Ottava 114 905L’ardito Astolfo e il forte Sansonetto, ch’avean con lei vestita e piastra e maglia, ben che non venner già per tal effetto, pur, vedendo attaccata la battaglia, abbassan la visiera de l’elmetto, 910e poi la lancia per quella canaglia; ed indi van con la tagliente spada di qua di là facendosi far strada. | Astolfo e Sansonetto non erano venuti per provocare disordini, ma vedendo attaccare la compagna si schierano con lei. Abbassano le visiere e le lance, poi combattono con le spade per aprirsi un passaggio fra gli aggressori. |
| Ottava 115 I cavallieri di nazion diverse, ch’erano per giostrar quivi ridutti, 915vedendo l’arme in tal furor converse, e gli aspettati giuochi in gravi lutti (che la cagion ch’avesse di dolerse la plebe irata non sapeano tutti, né ch’al re tanta ingiuria fosse fatta), 920stavan con dubbia mente e stupefatta. | Gli altri cavalieri riuniti per la giostra restano sorpresi: non comprendono perché una festa sia degenerata in combattimento, né conoscono tutti le ragioni dell'ira del popolo e del re. Molti esitano, senza sapere quale parte sostenere. |
| Ottava 116 Di ch’altri a favorir la turba venne, che tardi poi non se ne fu a pentire; altri, a cui la città più non attenne che gli stranieri, accorse a dipartire; 925altri, più saggio, in man la briglia tenne, mirando dove questo avesse a uscire. Di quelli fu Grifone ed Aquilante, che per vendicar l’arme andaro inante. | Alcuni combattenti aiutano la folla e presto se ne pentono; altri tentano di separare gli avversari, mentre i più prudenti osservano. Grifone e Aquilante, ritenendo che l'offesa al re debba essere vendicata, decidono invece di entrare in combattimento. |
| Ottava 117 Essi vedendo il re che di veneno 930avea le luci inebriate e rosse, ed essendo da molti istrutti a pieno de la cagion che la discordia mosse, e parendo a Grifon che sua, non meno che del re Norandin, l’ingiuria fosse; 935s’avean le lance fatte dar con fretta, e venian fulminando alla vendetta. | I due fratelli vedono Norandino indignato e apprendono perché Marfisa abbia preso le armi. Grifone considera il gesto un oltraggio anche a se stesso, poiché quelle armi gli erano state destinate, e con Aquilante si lancia alla carica. |
| Ottava 118 Astolfo d’altra parte Rabicano venìa spronando a tutti gli altri inante, con l’incantata lancia d’oro in mano, 940ch’al fiero scontro abbatte ogni giostrante. Ferì con essa e lasciò steso al piano prima Grifone, e poi trovò Aquilante; e de lo scudo toccò l’orlo a pena, che lo gittò riverso in su l’arena. | Astolfo, montando Rabicano, parte per primo con la lancia d'oro incantata che fa cadere ogni avversario toccato. Disarciona Grifone e poi Aquilante con sorprendente facilità, pur sfiorando appena lo scudo del secondo. |
| Ottava 119 945I cavallier di pregio e di gran pruova votan le selle inanzi a Sansonetto. L’uscita de la piazza il popul truova: il re n’arrabbia d’ira e di dispetto. Con la prima corazza e con la nuova 950Marfisa intanto, e l’uno e l’altro elmetto, poi che si vide a tutti dare il tergo, vincitrice venìa verso l’albergo. | Anche Sansonetto abbatte diversi guerrieri. La popolazione si disperde mentre Norandino si consuma d'ira; Marfisa, che ha recuperato i pezzi dell'armatura, si ritira vittoriosa verso l'alloggio. |
| Ottava 120 Astolfo e Sansonetto non fur lenti a seguitarla, e seco a ritornarsi 955verso la porta (che tutte le genti gli davan loco), ed al rastrel fermarsi. Aquilante e Grifon, troppo dolenti di vedersi a uno incontro riversarsi, tenean per gran vergogna il capo chino, 960né ardian venire inanzi a Norandino. | Astolfo e Sansonetto seguono Marfisa e raggiungono la porta della città senza trovare opposizione. Grifone e Aquilante, umiliati dall'essere stati disarcionati da un solo cavaliere, provano vergogna e non osano tornare subito davanti al re. |
| Ottava 121 Presi e montati c’hanno i lor cavalli, spronano dietro agli nimici in fretta. Li segue il re con molti suoi vasalli, tutti pronti o alla morte o alla vendetta. 965La sciocca turba grida: – Dàlli dàlli –; e sta lontana, e le novelle aspetta. Grifone arriva ove volgean la fronte i tre compagni, ed avean preso il ponte. | I fratelli recuperano i cavalli e inseguono i tre avversari; Norandino li segue con molti uomini. La folla si limita a incitarli da lontano. Grifone raggiunge il gruppo quando i tre compagni stanno attraversando il ponte presso l'uscita. |
| Ottava 122 A prima giunta Astolfo raffigura, 970ch’avea quelle medesime divise, avea il cavallo, avea quella armatura ch’ebbe dal dì ch’Orril fatale uccise. Né miratol, né posto gli avea cura, quando in piazza a giostrar seco si mise: 975quivi il conobbe e salutollo; e poi gli domandò de li compagni suoi; | A distanza ravvicinata Grifone riconosce Astolfo dalle insegne, dal cavallo e dall'armatura che aveva già visto in passato, ma che nella mischia non aveva osservato con attenzione. Lo saluta allora cordialmente e gli chiede chi siano i suoi compagni. |
| Ottava 123 e perché tratto avean quell’arme a terra, portando al re sì poca riverenza. Di suoi compagni il duca d’Inghilterra 980diede a Grifon non falsa conoscenza: de l’arme ch’attaccate avean la guerra, disse che non n’avea troppa scienza; ma perché con Marfisa era venuto, dar le volea con Sansonetto aiuto. | Grifone domanda anche perché abbiano disonorato il sovrano prendendo i premi esposti nella piazza. Astolfo gli presenta sinceramente Sansonetto e Marfisa e spiega di non sapere tutti i motivi della contesa: ha combattuto soprattutto per difendere la compagna di viaggio. |
| Ottava 124 985Quivi con Grifon stando il paladino, viene Aquilante, e lo conosce tosto che parlar col fratel l’ode vicino, e il voler cangia, ch’era mal disposto. Giungean molti di quei di Norandino, 990ma troppo non ardian venire accosto; e tanto più, vedendo i parlamenti, stavano cheti, e per udire intenti. | Sopraggiunge Aquilante che riconosce Astolfo dalla voce mentre parla con il fratello. L'ostilità svanisce; anche i soldati di Norandino, vedendo i cavalieri conversare amichevolmente, si fermano per capire cosa stia accadendo. |
| Ottava 125 Alcun ch’intende quivi esser Marfisa, che tiene al mondo il vanto in esser forte, 995volta il cavallo, e Norandino avisa che s’oggi non vuol perder la sua corte, proveggia, prima che sia tutta uccisa, di man trarla a Tesifone e alla Morte; perché Marfisa veramente è stata, 1000che l’armatura in piazza gli ha levata. | Qualcuno scopre che la donna è Marfisa, famosa per la sua straordinaria forza, e corre ad avvisare Norandino. Lo esorta a rinunciare all'attacco, se non vuole perdere tutta la corte tentando di combattere una guerriera così temibile. |
| Ottava 126 Come re Norandino ode quel nome così temuto per tutto Levante, che facea a molti anco arricciar le chiome, ben che spesso da lor fosse distante, 1005è certo che ne debbia venir come dice quel suo, se non provede inante; però gli suoi, che già mutata l’ira hanno in timore, a sé richiama e tira. | Sentendo il nome di Marfisa, Norandino comprende il pericolo. La sua ira lascia il posto alla paura, e richiama indietro gli uomini prima che lo scontro produca altre vittime. |
| Ottava 127 Da l’altra parte i figli d’Oliviero 1010con Sansonetto e col figliuol d’Otone, supplicando a Marfisa, tanto fero, che si diè fine alla crudel tenzone. Marfisa, giunta al re, con viso altiero disse: – Io non so, signor, con che ragione 1015vogli quest’arme dar, che tue non sono, al vincitor de le tue giostre in dono. | Astolfo, Sansonetto e i figli di Oliviero convincono Marfisa a rinunciare alla battaglia. Davanti a Norandino, la guerriera domanda con orgoglio quale diritto abbia il re di mettere in premio armi che non gli appartengono. |
| Ottava 128 Mie sono l’arme, e ’n mezzo de la via che vien d’Armenia, un giorno le lasciai, perché seguire a piè mi convenia 1020un rubator che m’avea offesa assai: e la mia insegna testimon ne fia, che qui si vede, se notizia n’hai. – E la mostrò ne la corazza impressa, ch’era in tre parti una corona fessa. | Marfisa racconta di aver abbandonato temporaneamente l'armatura lungo una strada proveniente dall'Armenia per inseguire un ladro. Come prova indica il proprio stemma inciso sulla corazza: una corona divisa in tre parti. |
| Ottava 129 1025– Gli è ver (rispose il re) che mi fur date, son pochi dì, da un mercatante armeno; e se voi me l’avesse domandate, l’avreste avute, o vostre o no che sièno; ch’avenga ch’a Grifon già l’ho donate, 1030ho tanta fede in lui, che nondimeno, acciò a voi darle avessi anche potuto, volentieri il mio don m’avria renduto. | Norandino risponde che aveva comprato o ricevuto le armi da un mercante armeno e che le avrebbe restituite anche senza prove. Benché destinate a Grifone, è sicuro che il cavaliere sarebbe stato disponibile a restituirle per permettergli di agire con giustizia. |
| Ottava 130 Non bisogna allegar, per farmi fede che vostre sien, che tengan vostra insegna: 1035basti il dirmelo voi; che vi si crede più ch’a qual altro testimonio vegna. Che vostre sian vostr’arme si concede alla virtù di maggior premio degna. Or ve l’abbiate, e più non si contenda; 1040e Grifon maggior premio da me prenda. – | Il re aggiunge che la parola di Marfisa vale più di qualsiasi testimonianza e che il suo valore merita riconoscimenti ancora maggiori. La invita a tenere le armi, dichiarando che darà a Grifone un altro premio. |
| Ottava 131 Grifon che poco a cor avea quell’arme, ma gran disio che ’l re si satisfaccia, gli disse: – Assai potete compensarme, se mi fate saper ch’io vi compiaccia. – 1045Tra sé disse Marfisa: – Esser qui parme l’onor mio in tutto: – e con benigna faccia volle a Grifon de l’arme esser cortese; e finalmente in don da lui le prese. | Grifone non è particolarmente legato all'armatura e desidera soprattutto che Norandino sia soddisfatto. Marfisa, per salvaguardare l'onore proprio e quello del cavaliere, accetta che le armi le siano offerte formalmente in dono da Grifone, chiudendo così la controversia. |
| Ottava 132 Ne la città con pace e con amore 1050tornaro, ove le feste raddoppiarsi. Poi la giostra si fe’, di che l’onore e ’l pregio Sansonetto fece darsi; ch’Astolfo e i duo fratelli e la migliore di lor, Marfisa, non volson provarsi, 1055cercando, com’amici e buon compagni, che Sansonetto il pregio ne guadagni. | Tutti tornano pacificamente in città e le celebrazioni riprendono. Nella nuova giostra vince Sansonetto, perché Astolfo, Marfisa, Grifone e Aquilante rinunciano a gareggiare contro di lui per favorire il successo dell'amico. |
| Ottava 133 Stati che sono in gran piacere e in festa con Norandino otto giornate o diece, perché l’amor di Francia gli molesta, 1060che lasciar senza lor tanto non lece, tolgon licenza; e Marfisa, che questa via disiava, compagnia lor fece. Marfisa avuto avea lungo disire al paragon dei paladin venire; | Dopo otto o dieci giorni di feste alla corte di Norandino, i cavalieri decidono di ripartire: la situazione in Francia richiede la loro presenza. Marfisa li accompagna, desiderosa da tempo di conoscere personalmente i paladini più famosi. |
| Ottava 134 1065e far esperienza se l’effetto si pareggiava a tanta nominanza. Lascia un altro in suo loco Sansonetto, che di Ierusalem regga la stanza. Or questi cinque in un drappello eletto, 1070che pochi pari al mondo han di possanza, licenziati dal re Norandino, vanno a Tripoli e al mar che v’è vicino. | Marfisa vuole verificare se la forza dei paladini corrisponda alla loro reputazione. Sansonetto affida il governo di Gerusalemme a un sostituto e i cinque guerrieri, salutato Norandino, raggiungono Tripoli per imbarcarsi. |
| Ottava 135 E quivi una caracca ritrovaro, che per Ponente mercanzie raguna. 1075Per loro e pei cavalli s’accordaro con un vecchio patron ch’era da Luna. Mostrava d’ogn’intorno il tempo chiaro, ch’avrian per molti dì buona fortuna. Sciolser dal lito, avendo aria serena, 1080e di buon vento ogni lor vela piena. | A Tripoli trovano una grande nave mercantile diretta verso occidente. Si accordano con il capitano, un vecchio originario di Luni, perché trasporti loro e i cavalli. Il tempo appare favorevole e la nave parte con tutte le vele spiegate. |
| Ottava 136 L’isola sacra all’amorosa dea diede lor sotto un’aria il primo porto, che non ch’a offender gli uomini sia rea, ma stempra il ferro, e quivi è ’l viver corto. 1085Cagion n’è un stagno: e certo non dovea Natura a Famagosta far quel torto d’appressarvi Costanza acre e maligna, quando al resto di Cipro è sì benigna. | La nave fa il primo scalo a Cipro, isola consacrata a Venere. Ariosto osserva che nella zona di Famagosta l'aria è malsana a causa delle esalazioni di una palude, nonostante la bellezza e la fertilità del resto dell'isola. |
| Ottava 137 Il grave odor che la palude esala 1090non lascia al legno far troppo soggiorno. Quindi a un greco-levante spiegò ogni ala, volando da man destra a Cipro intorno, e surse a Pafo, e pose in terra scala; e i naviganti uscir nel lito adorno, 1095chi per merce levar, chi per vedere la terra d’amor piena e di piacere. | Per evitare la cattiva aria, il comandante riparte presto, naviga intorno a Cipro e si ferma a Pafo. I passeggeri sbarcano, alcuni per acquistare merci e altri per vedere una terra associata all'amore e ai piaceri. |
| Ottava 138 Dal mar sei miglia o sette, a poco a poco si va salendo inverso il colle ameno. Mirti e cedri e naranci e lauri il loco, 1100e mille altri soavi arbori han pieno. Serpillo e persa e rose e gigli e croco spargon da l’odorifero terreno tanta suavità, ch’in mar sentire la fa ogni vento che da terra spire. | La zona collinare vicino a Pafo è descritta come un giardino profumato: crescono mirti, cedri, aranci, allori, rose e molte piante aromatiche. I profumi sono così intensi che il vento li trasporta fino al mare. |
| Ottava 139 1105Da limpida fontana tutta quella piaggia rigando va un ruscel fecondo. Ben si può dir che sia di Vener bella il luogo dilettevole e giocondo; che v’è ogni donna affatto, ogni donzella 1110piacevol più ch’altrove sia nel mondo: e fa la dea che tutte ardon d’amore, giovani e vecchie, infino all’ultime ore. | Un ruscello limpido attraversa quella campagna rigogliosa. Il luogo appare degno della dea Venere: Ariosto racconta che qui le donne sono particolarmente belle e affabili e che la dea diffonde il desiderio d'amore fra giovani e anziani. |
| Ottava 140 Quivi odono il medesimo ch’udito di Lucina e de l’Orco hanno in Soria, 1115e come di tornare ella a marito facea nuovo apparecchio in Nicosia. Quindi il padrone (essendosi espedito, e spirando buon vento alla sua via) l’ancore sarpa, e fa girar la proda 1120verso ponente, ed ogni vela snoda. | I viaggiatori apprendono anche a Cipro la storia di Lucina e dell'orco e sentono che la regina si prepara a tornare dal marito a Nicosia. Terminati gli affari e trovato un vento favorevole, il capitano riparte verso occidente. |
| Ottava 141 Al vento di maestro alzò la nave le vele all’orza, ed allargossi in alto. Un ponente-libecchio, che soave parve a principio e fin che ’l sol stette alto, 1125e poi si fe’ verso la sera grave, le leva incontra il mar con fiero assalto, con tanti tuoni e tanto ardor di lampi, che par che ’l ciel si spezzi e tutto avampi. | La nave inizialmente procede con una brezza leggera. Verso sera però il vento cambia e diventa una tempesta violenta, con onde enormi, tuoni e lampi che sembrano incendiare il cielo. |
| Ottava 142 Stendon le nubi un tenebroso velo 1130che né sole apparir lascia né stella. Di sotto il mar, di sopra mugge il cielo, il vento d’ogn’intorno, e la procella che di pioggia oscurissima e di gelo i naviganti miseri flagella: 1135e la notte più sempre si diffonde sopra l’irate e formidabil onde. | Nubi fitte oscurano completamente il cielo, nascondendo stelle e sole. Il mare ruggisce sotto la nave, mentre vento, pioggia e grandine assalgono i marinai; il buio e le onde minacciose rendono ancora più terribile la situazione. |
| Ottava 143 I naviganti a dimostrare effetto vanno de l’arte in che lodati sono: chi discorre fischiando col fraschetto, 1140e quanto han gli altri a far, mostra col suono; chi l’ancore apparechia da rispetto, e chi al mainare e chi alla scotta è buono; chi ’l timone, chi l’arbore assicura, chi la coperta di sgombrare ha cura. | I marinai mettono in pratica tutta la loro esperienza. Alcuni comunicano ordini tramite segnali, altri preparano le ancore, regolano le vele, sorvegliano il timone e l'alberatura o liberano il ponte dagli oggetti che possono ostacolare le manovre. |
| Ottava 144 1145Crebbe il tempo crudel tutta la notte, caliginosa e più scura ch’inferno. Tien per l’alto il padrone, ove men rotte crede l’onde trovar, dritto il governo; e volta ad or ad or contra le botte 1150del mar la proda, e de l’orribil verno, non senza speme mai che, come aggiorni, cessi fortuna, o più placabil torni. | Il maltempo peggiora per tutta la notte, scura come l'inferno. Il capitano cerca di mantenersi in mare aperto, dove spera di affrontare meglio le onde, orientando continuamente la prua e confidando che il giorno seguente porti condizioni più favorevoli. |
| Ottava 145 Non cessa e non si placa, e più furore mostra nel giorno, se pur giorno è questo, 1155che si conosce al numerar de l’ore, non che per lume già sia manifesto. Or con minor speranza e più timore si dà in poter del vento il padron mesto: volta la poppa all’onde, e il mar crudele 1160scorrendo se ne va con umil vele. | Il maltempo non si placa con l'alba; anzi, peggiora tanto che il nuovo giorno si può distinguere soltanto dal passare delle ore e non dalla luce. Il capitano, sempre più preoccupato, smette di opporsi frontalmente alla tempesta e lascia correre la nave con il vento, riducendo le vele. |
| Ottava 146 Mentre Fortuna in mar questi travaglia, non lascia anco posar quegli altri in terra, che sono in Francia, ove s’uccide e taglia coi Saracini il popul d’Inghilterra. 1165Quivi Rinaldo assale, apre e sbaraglia le schiere avverse, e le bandiere atterra. Dissi di lui, che ’l suo destrier Baiardo mosso avea contra a Dardinel gagliardo. | Mentre la tempesta mette alla prova i viaggiatori sul mare, la battaglia continua in Francia. Rinaldo travolge le schiere saracene, abbatte le loro insegne e, montando Baiardo, si dirige contro Dardinello, figlio di Almonte. |
| Ottava 147 Vide Rinaldo il segno del quartiero, 1170di che superbo era il figliuol d’Almonte; e lo stimò gagliardo e buon guerriero, che concorrer d’insegna ardia col conte. Venne più appresso, e gli parea più vero; ch’avea d’intorno uomini uccisi a monte. 1175– Meglio è (gridò) che prima io svella e spenga questo mal germe, che maggior divenga. – | Rinaldo riconosce sullo scudo del giovane il simbolo bianco e rosso della sua famiglia e comprende che ha davanti un guerriero coraggioso. Vedendo i molti caduti che lo circondano, decide di eliminarlo prima che diventi un nemico ancora più pericoloso. |
| Ottava 148 Dovunque il viso drizza il paladino, levasi ognuno, e gli dà larga strada; né men sgombra il fedel, che ’l Saracino, 1180si reverita è la famosa spada. Rinaldo, fuor che Dardinel meschino, non vede alcuno, e lui seguir non bada. Grida: – Fanciullo, gran briga ti diede chi ti lasciò di questo scudo erede. | Tutti, cristiani e saraceni, si scansano al passaggio di Rinaldo per il timore suscitato dalla sua celebre spada. Il paladino punta soltanto Dardinello e lo provoca, dicendogli che chi gli ha lasciato quello scudo gli ha affidato un'eredità difficile da difendere. |
| Ottava 149 1185Vengo a te per provar, se tu m’attendi, come ben guardi il quartier rosso e bianco; che s’ora contra me non lo difendi, difender contra Orlando il potrai manco. – Rispose Dardinello: – Or chiaro apprendi 1190che s’io lo porto, il so difender anco; e guadagnar più onor, che briga, posso del paterno quartier candido e rosso. | Rinaldo dichiara di voler verificare se il giovane sia capace di proteggere l'insegna bianca e rossa: se non sa difenderla contro di lui, tanto meno potrebbe farlo contro Orlando. Dardinello risponde fieramente che è in grado di conservarla e di accrescere l'onore del padre. |
| Ottava 150 Perché fanciullo io sia, non creder farme però fuggire, o che ’l quartier ti dia: 1195la vita mi torrai, se mi toi l’arme; ma spero in Dio ch’anzi il contrario fia. Sia quel che vuol, non potrà alcun biasmarme che mai traligni alla progenie mia. – Così dicendo, con la spada in mano 1200assalse il cavallier da Montalbano. | Pur essendo giovane, Dardinello non intende fuggire né consegnare lo scudo. Preferisce perdere la vita piuttosto che rinunciare alle armi paterne e confida di poter vincere. Aggiunge che, qualunque sia l'esito, nessuno potrà accusarlo di essere indegno della propria stirpe, poi attacca Rinaldo. |
| Ottava 151 Un timor freddo tutto ’l sangue oppresse, che gli Africani aveano intorno al core, come vider Rinaldo che si messe con tanta rabbia incontra a quel signore, 1205con quanta andria un leon ch’al prato avesse visto un torel ch’ancor non senta amore. Il primo che ferì, fu ’l Saracino; ma picchiò invan su l’elmo di Mambrino. | I saraceni che assistono al duello sono presi dal terrore: Rinaldo si lancia su Dardinello come un leone contro un giovane toro. Il ragazzo colpisce per primo, ma la sua spada non riesce a danneggiare l'elmo incantato di Mambrino indossato dal paladino. |
| Ottava 152 Rise Rinaldo, e disse: – Io vo’ tu senta, 1210s’io so meglio di te trovar la vena. – Sprona, e a un tempo al destrier la briglia allenta, e d’una punta con tal forza mena, d’una punta ch’al petto gli appresenta, che gli la fa apparir dietro alla schena. 1215Quella trasse, al tornar, l’alma col sangue: di sella il corpo uscì freddo ed esangue. | Rinaldo ride del colpo inefficace e dichiara di voler mostrare come si colpisce davvero un avversario. Sprona Baiardo e trafigge Dardinello al petto con una punta tanto potente da uscire dalla schiena, uccidendolo sul colpo. |
| Ottava 153 Come purpureo fior languendo muore, che ’l vomere al passar tagliato lassa; o come carco di superchio umore 1220il papaver ne l’orto il capo abbassa: così, giù de la faccia ogni colore cadendo, Dardinel di vita passa; passa di vita, e fa passar con lui l’ardire e la virtù de tutti i sui. | Dardinello perde la vita e il colore del volto come un fiore tagliato dall'aratro o un papavero appesantito dalla pioggia. Con la morte del giovane svaniscono anche la fiducia e il coraggio che aveva trasmesso ai suoi soldati. |
| Ottava 154 1225Qual soglion l’acque per umano ingegno stare ingorgate alcuna volta e chiuse, che quando lor vien poi rotto il sostegno, cascano, e van con gran rumor difuse; tal gli African, ch’avean qualche ritegno 1230mentre virtù lor Dardinello infuse, ne vanno or sparti in questa parte e in quella, che l’han veduto uscir morto di sella. | I guerrieri africani, che Dardinello era riuscito a tenere uniti, si disperdono come un'enorme massa d'acqua quando cede la diga che la tratteneva. La morte del comandante li lascia senza guida e ciascuno fugge in una direzione diversa. |
| Ottava 155 Chi vuol fuggir, Rinaldo fuggir lassa, ed attende a cacciar chi vuol star saldo. 1235Si cade ovunque Ariodante passa, che molto va quel dì presso a Rinaldo. Altri Lionetto, altri Zerbin fracassa, a gara ognuno a far gran prove caldo. Carlo fa il suo dover, lo fa Oliviero, 1240Turpino e Guido e Salamone e Ugiero. | Rinaldo lascia scappare chi abbandona il combattimento e continua ad affrontare chi oppone resistenza. Al suo fianco Ariodante, Lionetto, Zerbino e numerosi altri paladini abbattono i nemici, mentre Carlo Magno partecipa personalmente alla vittoria. |
| Ottava 156 I Mori fur quel giorno in gran periglio che ’n Pagania non ne tornasse testa; ma ’l saggio re di Spagna dà di piglio, e se ne va con quel che in man gli resta. 1245Restar in danno tien miglior consiglio, che tutti i denar perdere e la vesta: meglio è ritrarsi e salvar qualche schiera, che, stando, esser cagion che ’l tutto pèra. | L'esercito saraceno corre il rischio di essere completamente annientato. Marsilio, re di Spagna, comprende però che è meglio salvare le truppe rimaste piuttosto che rischiare di perderle tutte: ordina quindi una ritirata organizzata. |
| Ottava 157 Verso gli alloggiamenti i segni invia, 1250ch’eron serrati d’argine e di fossa, con Stordilan, col re d’Andologia, col Portughese in una squadra grossa. Manda a pregar il re di Barbaria, che si cerchi ritrar meglio che possa; 1255e se quel giorno la persona e ’l loco potrà salvar, non avrà fatto poco. | Marsilio manda verso gli accampamenti fortificati un contingente guidato da diversi comandanti, tra i quali Stordilano. Fa avvisare Agramante di cercare a sua volta di ritirarsi: dopo quella sconfitta, salvare uomini e posizioni sarebbe già un risultato importante. |
| Ottava 158 Quel re che si tenea spacciato al tutto, né mai credea più riveder Biserta, che con viso sì orribile e sì brutto 1260unquanco non avea Fortuna esperta, s’allegrò che Marsilio avea ridutto parte del campo in sicurezza certa: ed a ritrarsi cominciò, e a dar volta alle bandiere, e fe’ sonar raccolta. | Agramante, che teme di non rivedere mai più Biserta e considera disperata la battaglia, prova sollievo sapendo che Marsilio ha messo in sicurezza parte dell'esercito. Fa voltare gli stendardi e suonare i segnali per radunare e ritirare le truppe. |
| Ottava 159 1265Ma la più parte de la gente rotta né tromba né tambur né segno ascolta: tanta fu la viltà, tanta la dotta, ch’in Senna se ne vide affogar molta. Il re Agramante vuol ridur la frotta: 1270seco ha Sobrino, e van scorrendo in volta; e con lor s’affatica ogni buon duca, che nei ripari il campo si riduca. | La maggioranza dei soldati in fuga, però, è così terrorizzata da non ascoltare trombe, tamburi e ordini; molti finiscono annegati nella Senna. Agramante e Sobrino percorrono il campo insieme agli altri capi, tentando inutilmente di ristabilire la disciplina. |
| Ottava 160 Ma né il re, né Sobrin, né duca alcuno con prieghi, con minacce, con affanno 1275ritrar può il terzo, non ch’io dica ognuno, dove l’insegne mal seguite vanno. Morti o fuggiti ne son dua, per uno che ne rimane, e quel non senza danno: ferito è chi di dietro e chi davanti; 1280ma travagliati e lassi tutti quanti. | Né le suppliche né le minacce riescono a recuperare una parte significativa dell'esercito. Per ogni uomo rimasto ve ne sono almeno due morti o fuggiti; quasi tutti i superstiti sono feriti, sfiniti e demoralizzati. |
| Ottava 161 E con gran tema fin dentro alle porte dei forti alloggiamenti ebbon la caccia: ed era lor quel luogo anco mal forte, con ogni proveder che vi si faccia 1285(che ben pigliar nel crin la buona sorte Carlo sapea, quando volgea la faccia), se non venia la notte tenebrosa, che staccò il fatto, ed acquetò ogni cosa; | I cristiani inseguono i saraceni fino all'ingresso delle fortificazioni del loro campo, che non sembrano sufficienti a proteggerli. Carlo sa sfruttare il vantaggio e potrebbe forse conquistare tutto, se l'arrivo della notte non interrompesse lo scontro. |
| Ottava 162 dal Creator accelerata forse, 1290che de la sua fattura ebbe pietade. Ondeggiò il sangue per campagna, e corse come un gran fiume, e dilagò le strade. Ottantamila corpi numerorse, che fur quel dì messi per fil di spade. 1295Villani e lupi uscir poi de le grotte a dispogliargli e a devorar la notte. | Il poeta immagina che Dio abbia anticipato la notte per pietà delle proprie creature. Il sangue dei caduti scorre attraverso la pianura come un fiume; Ariosto parla di ottantamila morti. Nelle ore buie lupi e predoni escono per divorare o saccheggiare i cadaveri. |
| Ottava 163 Carlo non torna più dentro alla terra, ma contra gli nimici fuor s’accampa, ed in assedio le lor tende serra, 1300ed alti e spessi fuochi intorno avampa. Il pagan si provede, e cava terra, fossi e ripari e bastioni stampa; va rivedendo, e tien le guardie deste, né tutta notte mai l’arme si sveste. | Carlo rimane fuori dalle mura di Parigi e dispone il proprio esercito intorno agli accampamenti saraceni, circondandoli di fuochi. I nemici scavano fossati, costruiscono nuove difese e sorvegliano continuamente i posti di guardia, senza togliersi le armi. |
| Ottava 164 1305Tutta la notte per gli alloggiamenti dei malsicuri Saracini oppressi si versan pianti, gemiti e lamenti, ma quanto più si può, cheti e soppressi. Altri, perché gli amici hanno e i parenti 1310lasciati morti, ed altri per se stessi, che son feriti, e con disagio stanno: ma più è la tema del futuro danno. | Negli alloggiamenti dei saraceni la notte è piena di pianti e gemiti, che gli uomini cercano di soffocare. Alcuni lamentano la morte di parenti e compagni, altri soffrono per le ferite; ma tutti temono soprattutto quello che potrebbe accadere il giorno successivo. |
| Ottava 165 Duo Mori ivi fra gli altri si trovaro, d’oscura stirpe nati in Tolomitta; 1315de’ quai l’istoria, per esempio raro di vero amore, è degna esser descritta. Cloridano e Medor si nominaro, ch’alla fortuna prospera e alla afflitta aveano sempre amato Dardinello, 1320ed or passato in Francia il mar con quello. | Fra i soldati si trovano Cloridano e Medoro, due giovani mori di modeste origini provenienti da Tolomitta. Ariosto introduce la loro storia come esempio raro di amore e fedeltà: entrambi hanno seguito Dardinello in Francia e gli sono sempre rimasti devoti. |
| Ottava 166 Cloridan, cacciator tutta sua vita, di robusta persona era ed isnella: Medoro avea la guancia colorita e bianca e grata ne la età novella; 1325e fra la gente a quella impresa uscita non era faccia più gioconda e bella: occhi avea neri, e chioma crespa d’oro: angel parea di quei del sommo coro. | Cloridano è un uomo agile e robusto, abituato a fare il cacciatore. Medoro è invece giovanissimo, di carnagione chiara, occhi neri e capelli biondi e ricci; il suo volto è tanto bello che il poeta lo paragona a quello di un angelo. |
| Ottava 167 Erano questi duo sopra i ripari 1330con molti altri a guardar gli alloggiamenti, quando la Notte fra distanze pari mirava il ciel con gli occhi sonnolenti. Medoro quivi in tutti i suoi parlari non può far che ’l signor suo non rammenti, 1335Dardinello d’Almonte, e che non piagna che resti senza onor ne la campagna. | I due sorvegliano le difese del campo durante la notte. Medoro non riesce a parlare d'altro che di Dardinello, morto nella battaglia e rimasto senza sepoltura nella pianura; il pensiero del signore abbandonato lo fa continuamente piangere. |
| Ottava 168 Volto al cornpagno, disse: – O Cloridano, io non ti posso dir quanto m’incresca del mio signor, che sia rimaso al piano, 1340per lupi e corbi, ohimé! troppo degna esca. Pensando come sempre mi fu umano, mi par che quando ancor questa anima esca in onor di sua fama, io non compensi né sciolga verso lui gli oblighi immensi. | Medoro confida a Cloridano di essere inconsolabile perché il corpo di Dardinello è esposto ai lupi e ai corvi. Ricorda quanto il signore fosse stato generoso con lui e afferma che anche il sacrificio della propria vita non basterebbe a ripagarlo. |
| Ottava 169 1345Io voglio andar, perché non stia insepulto in mezzo alla campagna, a ritrovarlo: e forse Dio vorrà ch’io vada occulto là dove tace il campo del re Carlo. Tu rimarrai; che quando in ciel sia sculto 1350ch’io vi debba morir, potrai narrarlo: che se Fortuna vieta sì bell’opra, per fama almeno il mio buon cor si scuopra. – | Il giovane decide quindi di entrare nel territorio occupato dai cristiani per cercare il cadavere e dargli sepoltura. Invita Cloridano a restare al sicuro: se dovesse morire, almeno l'amico potrà raccontare il gesto e custodirne la memoria. |
| Ottava 170 Stupisce Cloridan, che tanto core, tanto amor, tanta fede abbia un fanciullo: 1355e cerca assai, perché gli porta amore, di fargli quel pensiero irrito e nullo; ma non gli val, perch’un sì gran dolore non riceve conforto né trastullo. Medoro era disposto o di morire, 1360o ne la tomba il suo signor coprire. | Cloridano è meravigliato da tanta devozione in un ragazzo. Cerca di dissuaderlo perché gli vuole bene, ma nessun argomento riesce a cambiare la sua decisione. Medoro preferisce morire piuttosto che abbandonare Dardinello senza una tomba. |
| Ottava 171 Veduto che nol piega e che nol muove, Cloridan gli risponde: – E verrò anch’io, anch’io vuo’ pormi a sì lodevol pruove, anch’io famosa morte amo e disio. 1365Qual cosa sarà mai che più mi giove, s’io resto senza te, Medoro mio? Morir teco con l’arme è meglio molto, che poi di duol, s’avvien che mi sii tolto. – | Vedendo che l'amico non cede, Cloridano decide di accompagnarlo. Non vuole restare vivo se Medoro deve correre da solo quel rischio e considera più onorevole morire accanto a lui in battaglia che sopravvivere piangendone la perdita. |
| Ottava 172 Così disposti, messero in quel loco 1370le successive guardie, e se ne vanno. Lascian fosse e steccati, e dopo poco tra’ nostri son, che senza cura stanno. Il campo dorme, e tutto è spento il fuoco, perché dei Saracin poca tema hanno. 1375Tra l’arme e’ carriaggi stan roversi, nel vin, nel sonno insino agli occhi immersi. | I due affidano il proprio posto alle sentinelle del turno successivo e lasciano le difese saracene. Entrano nel campo cristiano, dove quasi tutti dormono profondamente e i fuochi sono spenti perché i vincitori non temono un attacco notturno. |
| Ottava 173 Fermossi alquanto Cloridano, e disse: – Non son mai da lasciar l’occasioni. Di questo stuol che ’l mio signor trafisse, 1380non debbo far, Medoro, occisioni? Tu, perché sopra alcun non ci venisse, gli occhi e l’orecchi in ogni parte poni; ch’io m’offerisco farti con la spada tra gli nimici spaziosa strada. – | Cloridano osserva i nemici addormentati e pensa che sia un'occasione per vendicare Dardinello. Chiede a Medoro di vigilare affinché nessuno li sorprenda e decide di aprirsi un passaggio fra le tende uccidendo alcuni avversari. |
| Ottava 174 1385Così disse egli, e tosto il parlar tenne, ed entrò dove il dotto Alfeo dormia, che l’anno inanzi in corte a Carlo venne, medico e mago e pien d’astrologia: ma poco a questa volta gli sovenne; 1390anzi gli disse in tutto la bugia. Predetto egli s’avea, che d’anni pieno dovea morire alla sua moglie in seno: | Il primo bersaglio è Alfeo, un medico e astrologo arrivato alla corte di Carlo l'anno precedente. Nonostante le sue arti, non ha previsto il pericolo: si era addirittura annunciato una lunga vita e una morte serena fra le braccia della moglie. |
| Ottava 175 ed or gli ha messo il cauto Saracino la punta de la spada ne la gola. 1395Quattro altri uccide appresso all’indovino, che non han tempo a dire una parola: menzion dei nomi lor non fa Turpino, e ’l lungo andar le lor notizie invola: dopo essi Palidon da Moncalieri, 1400che sicuro dormia fra duo destrieri. | Cloridano gli trafigge la gola mentre dorme, smentendo brutalmente la sua previsione. Uccide quindi altri quattro uomini di cui il cronista non conserva i nomi e poi Palidone di Moncalieri, addormentato fra due cavalli. |
| Ottava 176 Poi se ne vien dove col capo giace appoggiato al barile il miser Grillo: avealo voto, e avea creduto in pace godersi un sonno placido e tranquillo. 1405Troncògli il capo il Saracino audace: esce col sangue il vin per uno spillo, di che n’ha in corpo più d’una bigoncia; e di ber sogna, e Cloridan lo sconcia. | Il saraceno trova Grillo profondamente addormentato, con la testa appoggiata a un barile di vino che aveva appena svuotato. Lo decapita: Ariosto scherza amaramente sul fatto che il vino mescolato al sangue esce dal corpo dell'uomo, ancora immerso nei suoi sogni di bevute. |
| Ottava 177 E presso a Grillo, un Greco ed un Tedesco 1410spenge in dui colpi, Andropono e Conrado. che de la notte avean goduto al fresco gran parte, or con la tazza, ora col dado: felici, se vegghiar sapeano a desco fin che de l’Indo il sol passassi il guado. 1415Ma non potria negli uomini il destino, se del futuro ognun fosse indovino. | Cloridano uccide anche Andropono, un greco, e Conrado, un tedesco, che avevano passato parte della notte bevendo e giocando ai dadi. Sarebbero rimasti vivi se avessero continuato a vegliare; il narratore commenta che il destino umano sarebbe diverso se tutti conoscessero il futuro. |
| Ottava 178 Come impasto leone in stalla piena, che lunga fame abbia smacrato e asciutto, uccide, scanna, mangia, a strazio mena 1420l’infermo gregge in sua balìa condutto; così il crudel pagan nel sonno svena la nostra gente, e fa macel per tutto. La spada di Medoro anco non ebe; ma si sdegna ferir l’ignobil plebe. | Il poeta paragona Cloridano a un leone affamato introdottosi in una stalla piena di animali indifesi. Egli continua a uccidere soldati nel sonno, mentre Medoro non partecipa alla strage: prova vergogna a colpire persone incapaci di difendersi. |
| Ottava 179 1425Venuto era ove il duca di Labretto con una dama sua dormia abbracciato; e l’un con l’altro si tenea sì stretto, che non saria tra lor l’aere entrato. Medoro ad ambi taglia il capo netto. 1430Oh felice morire! oh dolce fato! che come erano i corpi, ho così fede ch’andar l’alme abbracciate alla lor sede. | Medoro raggiunge il duca di Labretto che dorme strettamente abbracciato a una donna, e decapita entrambi. Ariosto immagina con tono tragicamente dolce che, essendo morti insieme come erano uniti nella vita, anche le loro anime possano restare abbracciate nell'aldilà. |
| Ottava 180 Malindo uccise e Ardalico il fratello, che del conte di Fiandra erano figli; 1435e l’uno e l’altro cavallier novello fatto avea Carlo, e aggiunto all’arme i gigli, perché il giorno amendui d’ostil macello con gli stocchi tornar vide vermigli: e terre in Frisa avea promesso loro, 1440e date avria; ma lo vietò Medoro. | Medoro uccide poi Malindo e suo fratello Ardalico, giovani figli del conte di Fiandra. Carlo li aveva fatti cavalieri dopo le loro imprese e aveva promesso di ricompensarli con terre in Frisia, ma la morte impedisce che ricevano il premio. |
| Ottava 181 Gl’insidiosi ferri eran vicini ai padiglioni che tiraro in volta al padiglion di Carlo i paladini, facendo ognun la guardia la sua volta; 1445quando da l’empia strage i Saracini trasson le spade, e diero a tempo volta; ch’impossibil lor par, tra sì gran torma, che non s’abbia a trovar un che non dorma. | I due saraceni arrivano vicino alle tende presidiate dai paladini intorno al padiglione di Carlo. Capiscono che sarebbe troppo rischioso continuare a uccidere: in mezzo a tanti soldati qualcuno potrebbe essere sveglio. Si allontanano quindi in silenzio. |
| Ottava 182 E ben che possan gir di preda carchi, 1450salvin pur sé, che fanno assai guadagno. Ove più creda aver sicuri i varchi va Cloridano, e dietro ha il suo compagno. Vengon nel campo, ove fra spade ed archi e scudi e lance in un vermiglio stagno 1455giaccion poveri e ricchi, e re e vassalli, e sozzopra con gli uomini i cavalli. | Cloridano e Medoro rinunciano al bottino, considerando già una fortuna uscire vivi dal campo nemico. Raggiungono la pianura della battaglia, disseminata di uomini e cavalli morti, armi spezzate e scudi abbandonati nel sangue. |
| Ottava 183 Quivi dei corpi l’orrida mistura, che piena avea la gran campagna intorno, potea far vaneggiar la fedel cura 1460dei duo compagni insino al far del giorno, se non traea fuor d’una nube oscura, a’ prieghi di Medor, la Luna il corno. Medoro in ciel divotamente fisse verso la Luna gli occhi, e così disse: | L'immenso numero di cadaveri rende quasi impossibile riconoscere Dardinello nel buio. Medoro si rivolge allora alla Luna chiedendo luce per la ricerca; proprio in quel momento l'astro comincia a emergere dalle nuvole. |
| Ottava 184 1465– O santa dea, che dagli antiqui nostri debitamente sei detta triforme; ch’in cielo, in terra e ne l’inferno mostri l’alta bellezza tua sotto più forme, e ne le selve, di fere e di mostri 1470vai cacciatrice seguitando l’orme; mostrami ove ’l mio re giaccia fra tanti, che vivendo imitò tuoi studi santi. – | Medoro invoca la divinità lunare, venerata dagli antichi con tre forme, legata al cielo, alla terra e al mondo sotterraneo, e immaginata anche come cacciatrice dei boschi. La supplica di mostrargli dove si trovi il corpo del suo signore, che in vita ne aveva condiviso la passione per la caccia. |
| Ottava 185 La luna a quel pregar la nube aperse (o fosse caso o pur la tanta fede), 1475bella come fu allor ch’ella s’offerse, e nuda in braccio a Endimion si diede. Con Parigi a quel lume si scoperse l’un campo e l’altro; e ’l monte e ’l pian si vede: si videro i duo colli di lontano, 1480Martire a destra, e Lerì all’altra mano, | La Luna fa uscire la propria luce dalle nuvole, forse per caso o forse mossa dalla fede del giovane. Il chiarore illumina i due campi e le alture circostanti, rendendo visibili la pianura e le colline vicine a Parigi. |
| Ottava 186 Rifulse lo splendor molto più chiaro ove d’Almonte giacea morto il figlio. Medoro andò, piangendo, al signor caro; che conobbe il quartier bianco e vermiglio: 1485e tutto ’l viso gli bagnò d’amaro pianto, che n’avea un rio sotto ogni ciglio, in sì dolci atti, in sì dolci lamenti, che potea ad ascoltar fermare i venti. | La luce sembra concentrarsi proprio nel punto in cui giace Dardinello. Medoro riconosce l'insegna bianca e rossa del suo scudo, corre al corpo e lo bagna di lacrime, piangendo con una dolcezza tanto intensa da commuovere idealmente anche la natura. |
| Ottava 187 Ma con sommessa voce e a pena udita; 1490non che riguardi a non si far sentire, perch’abbia alcun pensier de la sua vita, più tosto l’odia, e ne vorrebbe uscire: ma per timor che non gli sia impedita l’opera pia che quivi il fe’ venire. 1495Fu il morto re sugli omeri sospeso di tramendui, tra lor partendo il peso. | Medoro trattiene la voce non per paura di essere udito, ma perché teme che un'interruzione gli impedisca di compiere il dovere della sepoltura. Insieme a Cloridano solleva il corpo di Dardinello e ne divide il peso per trasportarlo via. |
| Ottava 188 Vanno affrettando i passi quanto ponno, sotto l’amata soma che gl’ingombra. E già venìa chi de la luce è donno 1500le stelle a tor del ciel, di terra l’ombra; quando Zerbino, a cui del petto il sonno l’alta virtude, ove è bisogno, sgombra, cacciato avendo tutta notte i Mori, al campo si traea nei primi albori. | I due avanzano più in fretta che possono sotto il peso del cadavere. Sta sorgendo l'alba quando Zerbino, dopo aver inseguito i saraceni per tutta la notte, ritorna al campo con alcuni cavalieri cristiani. |
| Ottava 189 1505E seco alquanti cavallieri avea, che videro da lunge i dui compagni. Ciascuno a quella parte si traea, sperandovi trovar prede e guadagni. – Frate, bisogna (Cloridan dicea) 1510gittar la soma, e dare opra ai calcagni; che sarebbe pensier non troppo accorto, perder duo vivi per salvar un morto. – | I cavalieri scorgono i due uomini da lontano e si avvicinano pensando di poter catturare nemici o ottenere bottino. Cloridano comprende il pericolo e suggerisce a Medoro di abbandonare il corpo: sarebbe insensato perdere due vite per salvarne uno già morto. |
| Ottava 190 E gittò il carco, perché si pensava che ’l suo Medoro il simil far dovesse: 1515ma quel meschin, che ’l suo signor più amava, sopra le spalle sue tutto lo resse. L’altro con molta fretta se n’andava, come l’amico a paro o dietro avesse: se sapea di lasciarlo a quella sorte, 1520mille aspettate avria, non ch’una morte. | Cloridano lascia cadere il cadavere e corre, convinto che Medoro lo segua. Il giovane invece non vuole abbandonare il proprio signore e cerca di reggerne da solo il peso. Cloridano fugge senza accorgersene; se avesse saputo della scelta dell'amico, avrebbe preferito affrontare la morte con lui. |
| Ottava 191 Quei cavallier, con animo disposto che questi a render s’abbino o a morire, chi qua chi là si spargono, ed han tosto preso ogni passo onde si possa uscire. 1525Da loro il capitan poco discosto, più degli altri è sollicito a seguire; ch’in tal guisa vedendoli temere, certo è che sian de le nimiche schiere. | I cavalieri cristiani presumono che i due fuggiaschi siano soldati nemici e si dividono per bloccare ogni via di fuga. Zerbino, che li comanda, si lancia più rapidamente degli altri all'inseguimento, convinto dal loro comportamento che appartengano all'esercito saraceno. |
| Ottava 192 Era a quel tempo ivi una selva antica, 1530d’ombrose piante spessa e di virgulti, che, come labirinto, entro s’intrica di stretti calli e sol da bestie culti. Speran d’averla i duo pagan sì amica, ch’abbi a tenerli entro a’ suoi rami occulti. 1535Ma chi del canto mio piglia diletto, un’altra volta ad ascoltarlo aspetto. | Vicino si estende un bosco antico, fitto di alberi e arbusti, con sentieri intricati come un labirinto. Cloridano e Medoro sperano di trovare riparo fra le piante, ma Ariosto interrompe il canto e rinvia al successivo la conclusione della loro avventura. |