L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto quarantaduesimo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Qual duro freno o qual ferrigno nodo, qual, s’esser può, catena di diamante farà che l’ira servi ordine e modo, che non trascorra oltre al prescritto inante, 5quando persona che con saldo chiodo t’abbia già fissa Amor nel cor costante, tu vegga o per violenza o per inganno patire o disonore o mortal danno? | Il poeta domanda quale freno possa trattenere l'ira quando si vede una persona amata e profondamente legata al proprio cuore subire una violenza, un'offesa o la morte. In circostanze simili persino la moderazione più salda rischia di cedere. |
| Ottava 2 E s’a crudel, s’ad inumano effetto 10quell’impeto talor l’animo svia, merita escusa, perché allor del petto non ha ragione imperio né balìa. Achille, poi che sotto il falso elmetto vide Patròclo insanguinar la via, 15d’uccider chi l’uccise non fu sazio, se nol traea, se non ne facea strazio. | Se il dolore trascina a una vendetta crudele, Ariosto invita a comprenderne l'origine: la ragione allora non governa l'animo. Ricorda Achille, che, vedendo Patroclo morto, non si accontentò di uccidere Ettore, ma ne trascinò e oltraggiò il corpo. |
| Ottava 3 Invitto Alfonso, simile ira accese la vostra gente il dì che vi percosse la fronte il grave sasso, e sì v’offese, 20ch’ognun pensò che l’alma gita fosse: l’accese in tal furor, che non difese vostri inimici argini o mura o fosse, che non fossino insieme tutti morti, senza lasciar chi la novella porti. | Rivolgendosi al duca Alfonso, il poeta paragona a quell'ira la furia dei suoi soldati, quando una pietra colpì il signore alla fronte facendolo credere morto: nessuna difesa riuscì a proteggere i nemici dall'assalto. |
| Ottava 4 25Il vedervi cader causò il dolore che i vostri a furor mosse e a crudeltade. S’eravate in piè voi, forse minore licenza avriano avute le lor spade. Eravi assai, che la Bastia in manche ore 30v’aveste ritornata in potestade, che tolta in giorni a voi non era stata da gente cordovese e di Granata. | La vista di Alfonso caduto spinse i suoi uomini a una reazione sanguinosa, che egli, se fosse rimasto in piedi, avrebbe forse potuto contenere. Riprendere rapidamente la Bastia sarebbe stato sufficiente senza tanta violenza. |
| Ottava 5 Forse fu da Dio vindice permesso che vi trovaste a quel caso impedito, 35acciò che ’l crudo e scelerato eccesso che dianzi fatto avean, fosse punito: che, poi ch’in lor man vinto si fu messo il miser Vestidel, lasso e ferito, senz’arme fu tra cento spade ucciso 40dal popul la più parte circonciso. | Il poeta ipotizza che la ferita del duca abbia permesso una punizione divina contro chi aveva barbaramente ucciso Vestidel, ormai ferito, sconfitto e inerme, lasciandolo tra molte spade nemiche. |
| Ottava 6 Ma perch’io vo’ concludere, vi dico che nessun’altra quell’ira pareggia, quando signor, parente, o sozio antico dinanzi agli occhi ingiuriar ti veggia. 45Dunque è ben dritto per sì caro amico, che subit’ira il cor d’Orlando feggia; che de l’orribil colpo che gli diede il re Gradasso, morto in terra il vede. | Nessuna ira è forte come quella di chi vede ferire un signore, un parente o un compagno amato. È dunque comprensibile che Orlando sia travolto dalla rabbia quando scorge Brandimarte a terra, ucciso dal tremendo colpo di Gradasso. |
| Ottava 7 Quel nomade pastor che vedut’abbia 50fuggir strisciando l’orrido serpente che il figliuol che giocava ne la sabbia, ucciso gli ha col venenoso dente, stringe il baston con colera e con rabbia; tal la spada d’ogni altra più tagliente 55stringe con ira il cavallier d’Anglante: il primo che trovò, fu ’l re Agramante; | Come un pastore impugna furioso il bastone contro il serpente che ha morso suo figlio, così Orlando stringe la sua spada straordinaria. Il primo avversario che incontra è Agramante. |
| Ottava 8 che sanguinoso e de la spada privo, con mezzo scudo e con l’elmo disciolto, e ferito in più parti ch’io non scrivo, 60s’era di man di Brandimarte tolto, come di piè all’astor sparvier mal vivo, a cui lasciò alla coda invido o stolto. Orlando giunse, e messe il colpo giusto ove il capo si termina col busto. | Il re saraceno è già gravemente ferito e quasi disarmato dopo il combattimento con Brandimarte. Orlando lo raggiunge e lo colpisce con precisione nel punto in cui il collo si unisce al corpo. |
| Ottava 9 65Sciolto era l’elmo e disarmato il collo, sì che lo tagliò netto come un giunco. Cadde, e diè nel sabbion l’ultimo crollo del regnator di Libia il grave trunco. Corse lo spirto all’acque, onde tirollo 70Caron nel legno suo col graffio adunco. Orlando sopra lui non si ritarda, ma trova il Serican con Balisarda. | Poiché l'elmo di Agramante è allentato e il collo scoperto, la spada lo decapita. Il sovrano cade morto sulla sabbia e la sua anima discende nell'aldilà; Orlando, senza fermarsi, cerca subito Gradasso. |
| Ottava 10 Come vide Gradasso d’Agramante cadere il busto dal capo diviso; 75quel ch’accaduto mai non gli era inante, tremò nel core e si smarrì nel viso; e all’arrivar del cavallier d’Anglante, presago del suo mal, parve conquiso. Per schermo suo partito alcun non prese, 80quando il colpo mortal sopra gli scese. | Vedendo Agramante decapitato, Gradasso prova una paura che non aveva mai conosciuto. L'arrivo di Orlando lo paralizza al punto che non tenta neppure una difesa efficace contro il colpo mortale. |
| Ottava 11 Orlando lo ferì nel destro fianco sotto l’ultima costa; e il ferro, immerso nel ventre, un palmo uscì dal lato manco, di sangue sin all’elsa tutto asperso. 85Mostrò ben che di man fu del più franco e del meglior guerrier de l’universo il colpo ch’un signor condusse a morte, di cui non era in Pagania il più forte. | Orlando affonda la spada nel fianco destro di Gradasso, sotto le costole, trapassandolo da una parte all'altra. La potenza del colpo mostra il valore del paladino e pone fine alla vita di uno dei più forti sovrani pagani. |
| Ottava 12 Di tal vittoria non troppo gioioso, 90presto di sella il paladin si getta; e col viso turbato e lacrimoso a Brandimarte suo corre a gran fretta. Gli vede intorno il campo sanguinoso: l’elmo che par ch’aperto abbia una accetta, 95se fosse stato fral più che di scorza, difeso non l’avria con minor forza. | La vittoria non gli procura gioia. Orlando scende immediatamente da cavallo e corre in lacrime verso Brandimarte, sul terreno insanguinato, dove vede l'elmo spaccato dalla terribile arma che lo ha colpito. |
| Ottava 13 Orlando l’elmo gli levò dal viso, e ritrovò che ’l capo sino al naso fra l’uno e l’altro ciglio era diviso: 100ma pur gli è tanto spirto anco rimaso, che de’ suoi falli al Re del paradiso può domandar perdono anzi l’occaso; e confortare il conte, che le gote sparge di pianto, a pazienza puote; | Togliendo l'elmo all'amico, Orlando scopre la gravissima ferita che gli divide la fronte. Brandimarte conserva tuttavia abbastanza vita per chiedere perdono a Dio e invitare l'amico a sopportare con pazienza il dolore. |
| Ottava 14 105e dirgli: – Orlando, fa che ti raccordi di me ne l’orazion tue grate a Dio; né men ti raccomando la mia Fiordi... – ma dir non poté: – ... ligi –, e qui finio. E voci e suoni d’angeli concordi 110tosto in aria s’udir, che l’alma uscìo; la qual disciolta dal corporeo velo fra dolce melodia salì nel cielo. | Brandimarte chiede a Orlando di ricordarlo nelle preghiere e tenta di affidargli la sua Fiordiligi, ma muore prima di pronunciarne interamente il nome. Un canto di angeli accompagna la sua anima verso il cielo. |
| Ottava 15 Orlando, ancor che far dovea allegrezza di sì devoto fine, e sapea certo 115che Brandimarte alla suprema altezza salito era (che ’l ciel gli vide aperto); pur da la umana volontade, avezza coi fragil sensi, male era sofferto ch’un tal più che fratel gli fosse tolto, 120e non aver di pianto umido il volto. | Orlando sa che l'amico è morto cristianamente e che la sua anima è salva. Questa certezza spirituale, però, non cancella il dolore umano di perdere una persona che considerava più di un fratello. |
| Ottava 16 Sobrin che molto sangue avea perduto, che gli piovea sul fianco e su le gote, riverso già gran pezzo era caduto, e aver ne dovea ormai le vene vote. 125Ancor giacea Olivier, né riavuto il piede avea, né riaver lo puote se non ismosso, e de lo star che tanto gli fece il destrier sopra, mezzo infranto: | Sobrino giace a terra da molto tempo, gravemente ferito e dissanguato. Anche Oliviero è caduto e ha il piede schiacciato sotto il cavallo, senza poterlo liberare da solo. |
| Ottava 17 e se ’l cognato non venìa ad aitarlo 130(sì come lacrimoso era e dolente), per sé medesmo non potea ritrarlo; e tanta doglia e tal martìr ne sente, che ritratto che l’ebbe, né a mutarlo né a fermarvisi sopra era possente; 135e n’ha insieme la gamba sì stordita, che muover non si può, se non si aita. | Orlando soccorre Oliviero, suo cognato, e gli libera il piede. La gamba è tanto dolorante e compromessa che il ferito non riesce a rimettersi in sella né a muoversi senza aiuto. |
| Ottava 18 De la vittoria poco rallegrosse Orlando; e troppo gli era acerbo e duro veder che morto Brandimarte fosse, 140né del cognato molto esser sicuro. Sobrin, che vivea ancora, ritrovosse, ma poco chiaro avea con molto oscuro; che la sua vita per l’uscito sangue era vicina a rimanere esangue. | La morte di Brandimarte, le ferite di Oliviero e le condizioni di Sobrino offuscano completamente la vittoria. Orlando trova il sovrano nemico ancora vivo, ma così indebolito dalla perdita di sangue da essere vicino alla morte. |
| Ottava 19 145Lo fece tor, che tutto era sanguigno, il conte, e medicar discretamente; e confortollo con parlar benigno, come se stato gli fosse parente; che dopo il fatto nulla di maligno 150in sé tenea, ma tutto era clemente. Fece dei morti arme e cavalli torre; del resto a’ servi lor lasciò disporre. | Il paladino ordina che Sobrino sia raccolto e curato e gli parla con gentilezza, come farebbe con un parente. Una volta conclusa la battaglia non conserva odio verso il nemico; fa raccogliere armi e cavalli dei caduti. |
| Ottava 20 Qui de la istoria mia, che non sia vera, Federigo Fulgoso è in dubbio alquanto; 155che con l’armata avendo la riviera di Barberia trascorsa in ogni canto, capitò quivi, e l’isola sì fiera, montuosa e inegual ritrovò tanto, che non è, dice, in tutto il luogo strano, 160ove un sol piè si possa metter piano: | Ariosto interrompe il racconto per rispondere a Federico Fregoso, che, conoscendo l'isola di Lipadusa, dubita che vi si potesse svolgere un combattimento a cavallo, dato il terreno scosceso e roccioso. |
| Ottava 21 né verisimil tien che ne l’alpestre scoglio sei cavallieri, il fior del mondo, potesson far quella battaglia equestre. Alla quale obiezion così rispondo: 165ch’a quel tempo una piazza de le destre, che sieno a questo, avea lo scoglio al fondo; ma poi, ch’un sasso che ’l tremuoto aperse, le cadde sopra, e tutta la coperse. | Il poeta replica con un'invenzione ironica: all'epoca della battaglia l'isola possedeva una grande zona pianeggiante, che in seguito un terremoto avrebbe sepolto sotto una massa di roccia. |
| Ottava 22 Sì che, o chiaro fulgor de la Fulgosa 170stirpe, o serena, o sempre viva luce, se mai mi riprendeste in questa cosa, e forse inanti a quello invitto duce per cui la vostra patria or si riposa, lascia ogni odio, e in amor tutta s’induce; 175vi priego che non siate a dirgli tardo, ch’esser può che né in questo io sia bugiardo. | Rivolgendosi ancora a Fregoso, Ariosto lo invita scherzosamente a non accusarlo di falsità davanti al grande condottiero che protegge la patria: anche la spiegazione del terremoto, sostiene, potrebbe essere vera. |
| Ottava 23 In questo tempo, alzando gli occhi al mare, vide Orlando venire a vela in fretta un navilio leggier, che di calare 180facea sembiante sopra l’isoletta. Di chi si fosse, io non voglio or contare, perc’ho più d’uno altrove che m’aspetta. Veggiamo in Francia, poi che spinto n’hanno i Saracin, se mesti o lieti stanno. | Orlando vede avvicinarsi all'isoletta una nave leggera, ma il narratore rimanda la spiegazione di chi viaggi a bordo. Prima vuole tornare in Francia e sapere come stanno i paladini dopo la sconfitta dei saraceni. |
| Ottava 24 185Veggiàn che fa quella fedele amante che vede il suo contento ir sì lontano; dico la travagliata Bradamante, poi che ritrova il giuramento vano, ch’avea fatto Ruggier pochi dì inante, 190udendo il nostro e l’altro stuol pagano. Poi ch’in questo ancor manca, non le avanza in ch’ella debba più metter speranza. | Il racconto si sposta a Bradamante, fedele a Ruggiero e tormentata dalla sua lontananza. Vedendo che egli non ha mantenuto la promessa di tornare e ascoltando notizie delle due armate, ella perde fiducia nella sua parola. |
| Ottava 25 E ripetendo i pianti e le querele che pur troppo domestiche le furo, 195tornò a sua usanza a nominar crudele Ruggiero, e ’l suo destin spietato e duro. Indi sciogliendo al gran dolor le vele, il ciel, che consentia tanto pergiuro, né fatto n’avea ancor segno evidente, 200ingiusto chiama, debole e impotente. | Bradamante riprende a piangere e a lamentarsi, accusando Ruggiero di crudeltà e il proprio destino di essere spietato. Nel suo dolore arriva a rimproverare il cielo, perché sembra tollerare il tradimento di una promessa. |
| Ottava 26 Ad accusar Melissa si converse, e maledir l’oracol de la grotta; ch’a lor mendace suasion s’immerse nel mar d’amore, ov’è a morir condotta. 205Poi con Marfisa ritornò a dolerse del suo fratel che le ha la fede rotta: con lei grida e si sfoga, e le domanda, piangendo, aiuto, e se le raccomanda. | Ella accusa perfino Melissa e gli oracoli della grotta di averla illusa con predizioni favorevoli, inducendola ad affidarsi a quell'amore. Poi si sfoga con Marfisa, sorella di Ruggiero, e le chiede protezione. |
| Ottava 27 Marfisa si ristringe ne le spalle, 210e, quel sol che pò far, le dà conforto; né crede che Ruggier mai così falle, ch’a lei non debba ritornar di corto. E se non torna pur, sua fede dalle, ch’ella non patirà sì grave torto; 215o che battaglia piglierà con esso, o gli farà osservar ciò c’ha promesso. | Marfisa tenta di confortarla: non crede che suo fratello mancherà definitivamente alla parola data. Se invece lo facesse, promette di affrontarlo e costringerlo a rispettare l'impegno assunto con Bradamante. |
| Ottava 28 Così fa ch’ella un poco il duol raffrena; ch’avendo ove sfogarlo, è meno acerbo. Or ch’abbiam vista Bradamante in pena, 220chiamar Ruggier pergiuro, empio e superbo; veggiamo ancor, se miglior vita mena il fratel suo che non ha polso o nerbo, osso o medolla che non senta caldo de le fiamme d’amor; dico Rinaldo. | Il colloquio allevia un poco il tormento della giovane. Il narratore lascia Bradamante e torna al fratello Rinaldo, che, pur avendo vinto in guerra, soffre intensamente per l'amore verso Angelica. |
| Ottava 29 225dico Rinaldo, il qual, come sapete, Angelica la bella amava tanto; né l’avea tratto all’amorosa rete sì la beltà di lei, come l’incanto. Aveano gli altri paladin quiete, 230essendo ai Mori ogni vigore affranto: tra i vincitori era rimaso solo egli captivo in amoroso duolo. | Rinaldo continua ad amare Angelica, ma il suo sentimento nasce soprattutto dall'incantesimo delle acque magiche. Gli altri paladini possono finalmente riposare dopo la sconfitta dei Mori; soltanto lui rimane prigioniero della passione. |
| Ottava 30 Cento messi a cercar che di lei fusse avea mandato, e cerconne egli stesso. 235Al fine a Malagigi si ridusse, che nei bisogni suoi l’aiutò spesso. A narrar il suo amor se gli condusse col viso rosso e col ciglio demesso; indi lo priega che gli insegni dove 240la desiata Angelica si trove. | Ha inviato molti messaggeri in cerca della donna e l'ha cercata personalmente. Infine, vergognandosi di confessare il suo tormento, si rivolge al cugino mago Malagigi per sapere dove si trovi Angelica. |
| Ottava 31 Gran maraviglia di sì strano caso va rivolgendo a Malagigi il petto. Sa che sol per Rinaldo era rimaso d’averla cento volte e più nel letto: 245ed egli stesso, acciò che persuaso fosse di questo, avea assai fatto e detto con prieghi e con minacce per piegarlo; né mai avuto avea poter di farlo: | Malagigi è sorpreso: ricorda quando Rinaldo non volle assolutamente ricambiare Angelica, benché avesse mille occasioni per averla con sé. Neppure suppliche e minacce erano riuscite a convincerlo allora. |
| Ottava 32 e tanto più, ch’allor Rinaldo avrebbe 250tratto fuor Malagigi di prigione. Fare or spontaneamente lo vorrebbe, che nulla giova, e n’ha minor cagione. Poi priega lui che ricordar si debbe pur quanto ha offeso in questo oltr’a ragione; 255che per negargli già, vi mancò poco di non farlo morire in scuro loco. | La situazione è ancora più assurda perché Rinaldo aveva rifiutato Angelica perfino quando avrebbe potuto liberare Malagigi dalla prigionia. Il mago gli ricorda quanto fosse stato ostinato e offensivo in quella occasione. |
| Ottava 33 Ma quanto a Malagigi le domande di Rinaldo importune più pareano, tanto, che l’amor suo fosse più grande, 260indizio manifesto gli faceano. I prieghi che con lui vani non spande, fan che subito immerge ne l’oceano ogni memoria de la ingiuria vecchia, e che a dargli soccorso s’apparecchia. | Tuttavia le richieste insistenti di Rinaldo dimostrano al mago quanto la sua passione sia sincera. Malagigi dimentica così le vecchie offese e decide di aiutarlo. |
| Ottava 34 265Termine tolse alla risposta, e spene gli diè, che favorevol gli saria, e che gli saprà dir la via che tiene Angelica, o sia in Francia o dove sia. E quindi Malagigi al luogo viene 270ove i demoni scongiurar solia, ch’era fra monti inaccessibil grotta: apre il libro, e li spirti chiama in frotta. | Promette a Rinaldo che scoprirà dove si trova Angelica. Raggiunge poi una grotta nascosta fra montagne inaccessibili, apre il proprio libro di magia e convoca gli spiriti che è solito interrogare. |
| Ottava 35 Poi ne sceglie un che de’ casi d’amore avea notizia, e da lui saper volle, 275come sia che Rinaldo ch’avea il core dianzi sì duro, or l’abbia tanto molle: e di quelle due fonti ode il tenore, di che l’una dà il fuoco, e l’altra il tolle; e al mal che l’una fa, nulla soccorre, 280se non l’altra acqua che contraria corre. | Interroga uno spirito informato sulle vicende amorose e apprende che la trasformazione dei sentimenti di Rinaldo dipende da due fonti incantate: una fa innamorare, l'altra spegne l'amore. Solo l'acqua contraria può annullare l'effetto della prima. |
| Ottava 36 Ed ode come avendo già di quella che l’amor caccia, beuto Rinaldo, ai lunghi prieghi d’Angelica bella si dimostrò così ostinato e saldo; 285e che poi giunto per sua iniqua stella a ber ne l’altra l’amoroso caldo, tornò ad amar, per forza di quelle acque, lei che pur dianzi oltr’al dover gli spiacque. | In passato Rinaldo aveva bevuto dalla fonte che cancella l'amore e perciò aveva respinto Angelica con durezza. Successivamente, per sfortuna, bevve dall'altra fonte e tornò ad amarla contro la propria volontà. |
| Ottava 37 Da iniqua stella e fier destin fu giunto 290a ber la fiamma in quel ghiacciato rivo; perché Angelica venne quasi a un punto a ber ne l’altro di dolcezza privo, che d’ogni amor le lasciò il cor sì emunto, ch’indi ebbe lui più che le serpi a schivo: 295egli amò lei, e l’amor giunse al segno in ch’era già di lei l’odio e lo sdegno. | Quasi nello stesso momento Angelica bevve dall'acqua che toglie l'amore. I loro sentimenti si rovesciarono: Rinaldo cominciò a desiderarla con la stessa intensità con cui lei ora lo detestava. |
| Ottava 38 Del caso strano di Rinaldo a pieno fu Malagigi dal demonio istrutto, che gli narrò d’Angelica non meno, 300ch’a un giovine african si donò in tutto; e come poi lasciato avea il terreno tutto d’Europa, e per l’instabil flutto verso India sciolto avea dai liti ispani su l’audaci galee de’ Catallani. | Il demone informa anche Malagigi che Angelica si è unita a Medoro, un giovane africano, e che insieme hanno lasciato l'Europa, imbarcandosi dalla Spagna per tornare verso l'Oriente. |
| Ottava 39 305Poi che venne il cugin per la risposta, molto gli disuase Malagigi di più Angelica amar, che s’era posta d’un vilissimo barbaro ai servigi; ed ora sì da Francia si discosta, 310che mal seguir se ne potria i vestigi: ch’era oggimai più là ch’a mezza strada, per andar con Medoro in sua contrada. | Quando Rinaldo torna, Malagigi prova a dissuaderlo dall'amore: Angelica è già legata a Medoro e ha attraversato il mare verso la propria terra, tanto lontana che raggiungerla sarebbe difficilissimo. |
| Ottava 40 La partita d’Angelica non molto sarebbe grave all’animoso amante; 315né pur gli avria turbato il sonno, o tolto il pensier di tornarsene in Levante: ma sentendo ch’avea del suo amor colto un Saracino le primizie inante, tal passione e tal cordoglio sente, 320che non fu in vita sua, mai, più dolente. | Rinaldo avrebbe potuto sopportare la distanza e la partenza della donna; ciò che lo distrugge è apprendere che Angelica ha scelto un altro uomo e gli ha concesso ciò che lui desiderava. |
| Ottava 41 Non ha poter d’una risposta sola; triema il cor dentro, e trieman fuor le labbia; non può la lingua disnodar parola; la bocca ha amara, e par che tosco v’abbia. 325Da Malagigi subito s’invola; e come il caccia la gelosa rabbia, dopo gran pianto e gran ramaricarsi, verso Levante fa pensier tornarsi. | Il paladino rimane senza parole, trema di gelosia e prova un'amarezza profonda. Si allontana da Malagigi e, dopo essersi sfogato in pianti, decide di partire verso Oriente. |
| Ottava 42 Chiede licenza al figlio di Pipino: 330e trova scusa che ’l destrier Baiardo, che ne mena Gradasso saracino contra il dover di cavallier gagliardo, lo muove per suo onore a quel camino, acciò che vieti al Serican bugiardo 335di mai vantarsi che con spada o lancia l’abbia levato a un paladin di Francia. | Chiede a Carlo Magno il permesso di partire, nascondendo la gelosia sotto una ragione cavalleresca: vuole recuperare Baiardo, il cavallo che Gradasso gli ha sottratto, e salvaguardare il proprio onore. |
| Ottava 43 Lasciollo andar con sua licenza Carlo, ben che ne fu con tutta Francia mesto; ma finalmente non seppe negarlo, 340tanto gli parve il desiderio onesto. Vuol Dudon, vuol Guidone accompagnarlo; ma lo niega Rinaldo a quello e a questo. Lascia Parigi, e se ne va via solo, pien di sospiri e d’amoroso duolo. | Carlo concede il permesso, anche se la partenza dispiace alla corte. Dudone e Guidone vorrebbero accompagnarlo, ma Rinaldo rifiuta e si mette in viaggio da solo, tormentato dai sospiri e dal dolore. |
| Ottava 44 345Sempre ha in memoria, e mai non se gli tolle, ch’averla mille volte avea potuto, e mille volte avea ostinato e folle di sì rara beltà fatto rifiuto; e di tanto piacer ch’aver non volle, 350sì bello e sì buon tempo era perduto: ed ora eleggerebbe un giorno corto averne solo, e rimaner poi morto. | Rinaldo ripensa con rimorso alle occasioni in cui avrebbe potuto amare Angelica e che allora respinse ostinatamente. Ora darebbe perfino la vita pur di trascorrere con lei un solo giorno. |
| Ottava 45 Ha sempre in mente, e mai non se ne parte, come esser puote ch’un povero fante 355abbia del cor di lei spinto da parte merito e amor d’ogni altro primo amante. Con tal pensier che ’l cor gli straccia e parte, Rinaldo se ne va verso Levante; e dritto al Reno e a Basilea si tiene, 360fin che d’Ardenna alla gran selva viene. | Non riesce a capire come Medoro, che considera un semplice soldato privo di rango, abbia conquistato il cuore di Angelica. In preda alla gelosia attraversa la regione del Reno, passa per Basilea e raggiunge la foresta delle Ardenne. |
| Ottava 46 Poi che fu dentro a molte miglia andato il paladin pel bosco aventuroso, da ville e da castella allontanato, ove aspro era più il luogo e periglioso, 365tutto in un tratto vide il ciel turbato, sparito il sol tra nuvoli nascoso, ed uscir fuor d’una caverna oscura un strano mostro in feminil figura. | Addentratosi in una parte selvaggia e remota del bosco, lontana dalle abitazioni, vede improvvisamente oscurarsi il cielo. Da una caverna esce una mostruosa figura femminile. |
| Ottava 47 Mill’occhi in capo avea senza palpèbre; 370non può serrarli, e non credo che dorma: non men che gli occhi, avea l’orecchie crebre; avea in loco de crin serpi a gran torma. Fuor de le diaboliche tenèbre nel mondo uscì la spaventevol forma. 375Un fiero e maggior serpe ha per la coda, che pel petto si gira e che l’annoda. | La creatura ha mille occhi senza palpebre, moltissime orecchie e serpenti al posto dei capelli; anche la coda è un grande serpente che si avvolge attorno al corpo. È l'immagine terrificante di una passione ossessiva e velenosa. |
| Ottava 48 Quel ch’a Rinaldo in mille e mille imprese più non avvenne mai, quivi gli avviene; che come vede il mostro ch’all’offese 380se gli apparecchia, e ch’a trovar lo viene, tanta paura, quanta mai non scese in altri forse, gli entra ne le vene: ma pur l’usato ardir simula e finge, e con trepida man la spada stringe. | Rinaldo, che non aveva mai ceduto alla paura in tante imprese, trema di fronte alla creatura. Tenta comunque di mostrarsi coraggioso e impugna la spada, sebbene la mano gli tremi. |
| Ottava 49 385S’acconcia il mostro in guisa al fiero assalto, che si può dir che sia mastro di guerra: vibra il serpente venenoso in alto, e poi contra Rinaldo si disserra; di qua di là gli vien sopra a gran salto. 390Rinaldo contra lui vaneggia ed erra: colpi a dritto e a riverso tira assai, ma non ne tira alcun che fera mai. | Il mostro attacca con straordinaria abilità, alzando il serpente velenoso e saltando da ogni parte. Rinaldo vibra molti colpi, ma non riesce mai a raggiungerlo. |
| Ottava 50 Il mostro al petto il serpe ora gli appicca, che sotto l’arme e sin nel cor l’agghiaccia; 395ora per la visiera gliele ficca, e fa ch’erra pel collo e per la faccia. Rinaldo da l’impresa si dispicca, e quanto può con sproni il destrier caccia: ma la Furia infernal già non par zoppa, 400che spicca un salto, e gli è subito in groppa. | La creatura colpisce il paladino con il serpente, infilandolo fin dentro la sua armatura e vicino al volto. Rinaldo tenta di fuggire spronando il cavallo, ma il mostro balza subito in groppa dietro di lui. |
| Ottava 51 Vada al traverso, al dritto, ove si voglia, sempre ha con lui la maledetta peste; né sa modo trovar, che se ne scioglia, ben che ’l destrier di calcitrar non reste. 405Triema a Rinaldo il cor come una foglia: non ch’altrimente il serpe lo moleste; ma tanto orror ne sente e tanto schivo, che stride e geme, e duolsi ch’egli è vivo. | Qualunque direzione scelga, Rinaldo non riesce a liberarsene. Il cavallo si dibatte e il paladino trema: più che ferirlo materialmente, la creatura gli procura un terrore e un tormento insopportabili. |
| Ottava 52 Nel più tristo sentier, nel peggior calle 410scorrendo va, nel più intricato bosco, ove ha più asprezza il balzo, ove la valle è più spinosa, ov’è l’aer più fosco, così sperando torsi da le spalle quel brutto, abominoso, orrido tosco; 415e ne saria mal capitato forse, se tosto non giungea chi lo soccorse. | Rinaldo cerca le vie peggiori del bosco, attraversando rovi e pendii per scrollarsi di dosso il mostro. La fuga probabilmente finirebbe male se non comparisse in tempo qualcuno capace di aiutarlo. |
| Ottava 53 Ma lo soccorse a tempo un cavalliero di bello armato e lucido metallo, che porta un giogo rotto per cimiero, 420di rosse fiamme ha pien lo scudo giallo; così trapunto il suo vestire altiero, così la sopravesta del cavallo: la lancia ha in pugno, e la spada al suo loco, e la mazza all’arcion, che getta foco. | Arriva un cavaliere dall'armatura splendente, con un giogo spezzato sull'elmo e fiamme rosse sullo scudo giallo. Porta una mazza che arde di fuoco, oltre alle normali armi cavalleresche. |
| Ottava 54 425Piena d’un foco eterno è quella mazza, che senza consumarsi ognora avampa: né per buon scudo o tempra di corazza o per grossezza d’elmo se ne scampa. Dunque si debbe il cavallier far piazza, 430giri ove vuol l’inestinguibil lampa: né manco bisognava al guerrier nostro, per levarlo di man del crudel mostro. | La mazza del nuovo cavaliere brucia senza consumarsi e nessuna armatura può resisterle. È dunque un'arma perfetta per liberare Rinaldo dalla creatura che lo tiene prigioniero. |
| Ottava 55 E come cavallier d’animo saldo, ove ha udito il rumor, corre e galoppa, 435tanto che vede il mostro che Rinaldo col brutto serpe in mille nodi agroppa, e sentir fagli a un tempo freddo e caldo; che non ha via di torlosi di groppa. Va il cavalliero, e fere il mostro al fianco, 440e lo fa trabboccar dal lato manco. | Il cavaliere accorre al rumore della lotta e vede il mostro avvolgere Rinaldo con il serpente. Si lancia contro la creatura e la colpisce al fianco, facendola cadere da cavallo. |
| Ottava 56 Ma quello è a pena in terra che si rizza, e il lungo serpe intorno aggira e vibra. Quest’altro più con l’asta non l’attizza; ma di farla col fuoco si delibra. 445La mazza impugna, e dove il serpe guizza, spessi come tempesta i colpi libra; né lascia tempo a quel brutto animale, che possa farne un solo o bene o male: | Il mostro si rialza subito, ma il soccorritore passa dalla lancia alla mazza infuocata e lo assale con colpi continui, impedendogli di reagire. |
| Ottava 57 e mentre a dietro il caccia o tiene a bada, 450e lo percuote, e vendica mille onte, consiglia il paladin che se ne vada per quella via che s’alza verso il monte. Quel s’appiglia al consiglio ed alla strada; e senza dietro mai volger la fronte, 455non cessa, che di vista se gli tolle, ben che molto aspro era a salir quel colle. | Mentre tiene a distanza la bestia e la costringe a retrocedere, il cavaliere ordina a Rinaldo di salire lungo la strada montana. Il paladino obbedisce e non si volta fino a essere ormai lontano. |
| Ottava 58 Il cavallier, poi ch’alla scura buca fece tornare il mostro da l’inferno, ove rode se stesso e si manuca, 460e da mille occhi versa il pianto eterno; per esser di Rinaldo guida e duca gli salì dietro, e sul giogo superno gli fu alle spalle, e si mise con lui per trarlo fuor de’ luoghi oscuri e bui. | Il soccorritore ricaccia il mostro nella sua grotta infernale, dove esso continua a tormentarsi e a piangere con i suoi mille occhi. Poi raggiunge Rinaldo sulla sommità del monte e si offre di guidarlo fuori dal bosco. |
| Ottava 59 465Come Rinaldo il vide ritornato, gli disse che gli avea grazia infinita, e ch’era debitore in ogni lato di porre a beneficio suo la vita. Poi lo domanda come sia nomato, 470acciò dir sappia chi gli ha dato aita, e tra guerrieri possa e inanzi a Carlo de l’alta sua bontà sempre esaltarlo. | Rinaldo ringrazia il cavaliere, si dichiara pronto a ricambiare il favore anche con la vita e gli chiede il nome, per poterlo celebrare davanti a Carlo e agli altri guerrieri. |
| Ottava 60 Rispose il cavallier: – Non ti rincresca se ’l nome mio scoprir non ti vogli’ora: 475ben tel dirò prima ch’un passo cresca l’ombra; che ci sarà poca dimora. – Trovaro, andando insieme, un’acqua fresca che col suo mormorio facea talora pastori e viandanti al chiaro rio 480venire, e berne l’amoroso oblio. | Lo sconosciuto promette di rivelare presto la propria identità. Proseguendo insieme, i due raggiungono un ruscello limpido, il cui mormorio invita i passanti a bere e a dimenticare le pene amorose. |
| Ottava 61 Signor, queste eran quelle gelide acque, quelle che spengon l’amoroso caldo; di cui bevendo, ad Angelica nacque l’odio ch’ebbe di poi sempre a Rinaldo. 485E s’ella un tempo a lui prima dispiacque, e se ne l’odio il ritrovò sì saldo, non derivò, Signor, la causa altronde, se non d’aver beuto di queste onde. | Il narratore spiega che quella è proprio la fonte capace di spegnere l'amore: la stessa che aveva fatto nascere in Angelica l'avversione per Rinaldo e che in precedenza aveva reso Rinaldo insensibile al fascino di lei. |
| Ottava 62 Il cavallier che con Rinaldo viene, 490come si vede inanzi al chiaro rivo, caldo per la fatica il destrier tiene, e dice: – Il posar qui non fia nocivo. – – Non fia (disse Rinaldo) se non bene; ch’oltre che prema il mezzogiorno estivo, 495m’ha così il brutto mostro travagliato, che ’l riposar mi fia commodo e grato. – | Il cavaliere propone di fermarsi accanto al ruscello per riposare i cavalli. Rinaldo accetta volentieri, perché è mezzogiorno, fa caldo e il combattimento con il mostro lo ha stremato. |
| Ottava 63 L’un e l’altro smontò del suo cavallo, e pascer lo lasciò per la foresta; e nel fiorito verde a rosso e a giallo 500ambi si trasson l’elmo de la testa. Corse Rinaldo al liquido cristallo, spinto da caldo e da sete molesta, e cacciò, a un sorso del freddo liquore, dal petto ardente e la sete e l’amore. | I due smontano e lasciano pascolare i cavalli tra i fiori. Assetato, Rinaldo corre all'acqua fresca e ne beve: in un solo sorso scompaiono contemporaneamente la sete e l'amore per Angelica. |
| Ottava 64 505Quando lo vide l’altro cavalliero la bocca sollevar de l’acqua molle, e ritrarne pentito ogni pensiero di quel desir ch’ebbe d’amor sì folle; si levò ritto, e con sembiante altiero 510gli disse quel che dianzi dir non volle: – Sappi, Rinaldo, il nome mio è lo Sdegno, venuto sol per sciorti il giogo indegno. – | Quando il soccorritore vede che Rinaldo si è liberato della passione, rivela finalmente il suo nome: è lo Sdegno, personificazione della forza che spezza un legame amoroso degradante. |
| Ottava 65 Così dicendo, subito gli sparve, e sparve insieme il suo destrier con lui. 515Questo a Rinaldo un gran miracol parve; s’aggirò intorno, e disse: – Ove è costui? – Stimar non sa se sian magiche larve, che Malagigi un de’ ministri sui gli abbia mandato a romper la catena 520che lungamente l’ha tenuto in pena: | Subito dopo lo Sdegno e il suo cavallo svaniscono. Rinaldo resta stupefatto e si domanda se abbia incontrato uno spirito mandato da Malagigi per liberarlo dall'incantesimo. |
| Ottava 66 o pur che Dio da l’alta ierarchia gli abbia per ineffabil sua bontade mandato, come già mandò a Tobia, un angelo a levar di cecitade. 525Ma buono o rio demonio, o quel che sia, che gli ha renduta la sua libertade, ringrazia e loda; e da lui sol conosce che sano ha il cor da l’amorose angosce. | Il paladino considera anche la possibilità che Dio gli abbia inviato un angelo soccorritore. In ogni caso ringrazia chiunque lo abbia liberato dalla sofferenza e riconosce di essere finalmente tornato padrone di sé. |
| Ottava 67 Gli fu nel primier odio ritornata 530Angelica; e gli parve troppo indegna d’esser, non che sì lungi seguitata, ma che per lei pur mezza lega vegna. Per Baiardo riaver tutta fiata verso India in Sericana andar disegna, 535sì perché l’onor suo lo stringe a farlo, sì per averne già parlato a Carlo. | Angelica torna a sembrargli indegna di qualsiasi ricerca. Rinaldo decide tuttavia di proseguire per recuperare Baiardo, sia per onore personale sia perché aveva già dichiarato a Carlo questa intenzione. |
| Ottava 68 Giunse il giorno seguente a Basilea, ove la nuova era venuta inante, che ’l conte Orlando aver pugna dovea 540contra Gradasso e contro il re Agramante. Né questo per aviso si sapea, ch’avesse dato il cavallier d’Anglante; ma di Sicilia in fretta venut’era chi la novella v’apportò per vera. | Il giorno successivo arriva a Basilea e apprende che Orlando deve affrontare Agramante e Gradasso presso la Sicilia. La notizia è giunta direttamente da messaggeri dell'isola. |
| Ottava 69 545Rinaldo vuol trovarsi con Orlando alla battaglia, e se ne vede lunge. Di dieci in dieci miglia va mutando cavalli e guide, e corre e sferza e punge. Passa il Reno a Costanza, e in su volando, 550traversa l’Alpe, ed in Italia giunge. Verona a dietro, a dietro Mantua lassa; sul Po si trova, e con gran fretta il passa. | Desiderando partecipare alla sfida accanto a Orlando, Rinaldo accelera il viaggio: cambia spesso cavallo, attraversa il Reno, supera le Alpi e passa rapidamente per Verona, Mantova e il Po. |
| Ottava 70 Già s’inchinava il sol molto alla sera, e già apparia nel ciel la prima stella, 555quando Rinaldo in ripa alla riviera stando in pensier s’avea da mutar sella, o tanto soggiornar, che l’aria nera fuggisse inanzi all’altra aurora bella, venir si vede un cavalliero inanti 560cortese ne l’aspetto e nei sembianti. | Sul far della sera Rinaldo si trova lungo il fiume e pensa se proseguire o fermarsi fino al mattino. Gli si avvicina un cavaliere dall'aspetto cortese. |
| Ottava 71 Costui, dopo il saluto, con bel modo gli domandò s’aggiunto a moglie fosse. Disse Rinaldo: – Io son nel giugal nodo: – ma di tal domandar maravigliosse. 565Soggiunse quel: – Che sia così, ne godo. – Poi, per chiarir perché tal detto mosse, disse: – Io ti priego che tu sia contento ch’io ti dia questa sera alloggiamento; | Dopo averlo salutato, lo sconosciuto gli domanda se sia sposato. Rinaldo risponde di sì, sorpreso dalla domanda. Il cavaliere allora gli offre ospitalità per quella notte, promettendogli una curiosa esperienza. |
| Ottava 72 che ti farò veder cosa che debbe 570ben volentieri veder chi ha moglie a lato. – Rinaldo, sì perché posar vorrebbe, ormai di correr tanto affaticato; sì perché di vedere e d’udire ebbe sempre aventure un desiderio innato; 575accettò l’offerir del cavalliero, e dietro gli pigliò nuovo sentiero. | Lo sconosciuto afferma che gli mostrerà qualcosa di particolarmente interessante per gli uomini sposati. Rinaldo, stanco per il viaggio e sempre attratto dalle avventure, accetta l'invito e lo segue. |
| Ottava 73 Un tratto d’arco fuor di strada usciro, e inanzi un gran palazzo si trovaro, onde scudieri in gran frotta veniro 580con torchi accesi, e fero intorno chiaro. Entrò Rinaldo, e voltò gli occhi in giro, e vide loco il qual si vede raro, di gran fabrica e bella e bene intesa; né a privato uom convenia tanta spesa. | I due deviano poco dalla strada e raggiungono un magnifico palazzo illuminato da numerosi servi con torce. Rinaldo resta colpito dalla raffinatezza dell'architettura e dalla spesa enorme che deve aver richiesto. |
| Ottava 74 585Di serpentin, di porfido le dure pietre fan de la porta il ricco volto. Quel che chiude è di bronzo, con figure che sembrano spirar, muovere il volto. Sotto un arco poi s’entra, ove misture 590di bel musaico ingannan l’occhio molto. Quindi si va in un quadro ch’ogni faccia de le sue logge ha lunga cento braccia. | La porta è incorniciata da pietre preziose e rivestimenti di bronzo finemente lavorati. Attraverso un arco decorato da mosaici si accede a un grande cortile quadrato circondato da logge lunghissime. |
| Ottava 75 La sua porta ha per sé ciascuna loggia, e tra la porta e sé ciascuna ha un arco: 595d’ampiezza pari son, ma varia foggia fe’ d’ornamenti il mastro lor non parco. Da ciascuno arco s’entra, ove si poggia sì facil, ch’un somier vi può gir carco. Un altro arco di su trova ogni scala; 600e s’entra per ogni arco in una sala. | Ogni loggia possiede un ingresso e una scala concepiti con la stessa ampiezza, ma ornati in modi differenti. L'accesso è così agevole che perfino un animale da soma carico potrebbe percorrere le scale. |
| Ottava 76 Gli archi di sopra escono fuor del segno tanto, che fan coperchio alle gran porte; e ciascun due colonne ha per sostegno, altre di bronzo, altre di pietra forte. 605Lungo sarà, se tutti vi disegno gli ornati alloggiamenti de la corte; e oltr’a quel ch’appar, quanti agi sotto la cava terra il mastro avea ridotto. | Gli archi superiori si sporgono sopra quelli inferiori e poggiano su colonne di materiali diversi. La ricchezza degli alloggi e delle sistemazioni, anche sotterranee, è tale che il narratore rinuncia a descriverla integralmente. |
| Ottava 77 L’alte colonne e i capitelli d’oro, 610da che i gemmati palchi eran suffulti, i peregrini marmi che vi foro da dotta mano in varie forme sculti, pitture e getti, e tant’altro lavoro (ben che la notte agli occhi il più ne occulti), 615mostran che non bastaro a tanta mole di duo re insieme le ricchezze sole. | Colonne maestose, capitelli dorati, soffitti decorati di gemme, sculture e dipinti mostrano una ricchezza superiore perfino a quella di due re messi insieme, sebbene la notte nasconda parte dello splendore. |
| Ottava 78 Sopra gli altri ornamenti ricchi e belli, ch’erano assai ne la gioconda stanza, v’era una fonte che per più ruscelli 620spargea freschissime acque in abondanza. Poste le mense avean quivi i donzelli; ch’era nel mezzo per ugual distanza: vedeva, e parimente veduta era da quattro porte de la casa altiera. | Al centro della sala si trova una fontana di grande bellezza, dalla quale scorrono molte acque fresche. Intorno ad essa i servitori hanno apparecchiato i tavoli; la fontana è visibile da quattro porte del palazzo. |
| Ottava 79 625Fatta da mastro diligente e dotto la fonte era con molta e suttil opra, di loggia a guisa, o padiglion ch’in otto facce distinto, intorno adombri e cuopra. Un ciel d’oro, che tutto era di sotto 630colorito di smalto, le sta sopra; ed otto statue son di marmo bianco, che sostengon quel ciel col braccio manco. | La fontana ha una struttura a otto lati, simile a un padiglione coperto da una volta dorata e smaltata. Otto statue di marmo bianco sostengono la copertura con il braccio sinistro. |
| Ottava 80 Ne la man destra il corno d’Amaltea sculto aveva lor l’ingenioso mastro, 635onde con grato murmure cadea l’acqua di fuore in vaso d’alabastro; ed a sembianza di gran donna avea ridutto con grande arte ogni pilastro. Son d’abito e di faccia differente, 640ma grazia hanno e beltà tutte ugualmente. | Nella mano destra ogni statua regge una cornucopia, dalla quale l'acqua cade in una vasca d'alabastro. Le figure rappresentano altrettante donne illustri, ciascuna con abiti e lineamenti propri, ma tutte dotate di grazia e bellezza. |
| Ottava 81 Fermava il piè ciascuno di questi segni sopra due belle imagini più basse, che con la bocca aperta facean segni che ’l canto e l’armonia lor dilettasse; 645e quell’atto in che son, par che disegni che l’opra e studio lor tutto lodasse le belle donne che sugli omeri hanno, se fosser quei di cu’ in sembianza stanno. | Sotto ciascuna delle donne sono scolpite due figure più piccole, con le bocche aperte come se cantassero. Sembrano celebrare con la poesia e la musica la gloria della donna che sostengono. |
| Ottava 82 I simulacri inferiori in mano 650avean lunghe ed amplissime scritture, ove facean con molta laude piano i nomi de le più degne figure; e mostravano ancor poco lontano i propri loro in note non oscure. 655Mirò Rinaldo a lume di doppieri le donne ad una ad una e i cavallieri. | Le figure inferiori reggono iscrizioni che lodano le donne raffigurate e identificano anche gli autori delle lodi. Rinaldo osserva attentamente, alla luce delle torce, statue e nomi. |
| Ottava 83 La prima iscrizion ch’agli occhi occorre, con lungo onor Lucrezia Borgia noma, la cui bellezza ed onestà preporre 660debbe all’antiqua la sua patria Roma. I duo che voluto han sopra sé torre tanto eccellente ed onorata soma, noma lo scritto, Antonio Tebaldeo, Ercole Strozza: un Lino ed uno Orfeo. | La prima donna è Lucrezia Borgia, celebrata per bellezza e virtù, al punto da essere paragonata favorevolmente alla Lucrezia dell'antica Roma. La sostengono i poeti Antonio Tebaldeo ed Ercole Strozzi, accostati a grandi cantori mitici. |
| Ottava 84 665Non men gioconda statua né men bella si vede appresso, e la scrittura dice: – Ecco la figlia d’Ercole, Issabella, per cui Ferrara si terrà felice via più, perché in lei nata sarà quella, 670che d’altro ben che prospera e fautrice e benigna Fortuna dar le deve, volgendo gli anni nel suo corso lieve. – | La statua seguente rappresenta Isabella d'Este, figlia di Ercole, onore di Ferrara e fonte di prestigio più preziosa dei vantaggi materiali che la fortuna potrebbe offrire alla città. |
| Ottava 85 I duo che mostran disiosi affetti che la gloria di lei sempre risuone, 675Gian Iacobi ugualmente erano detti, l’uno Calandra, e l’altro Bardelone. Nel terzo e quarto loco ove per stretti rivi l’acqua esce fuor del padiglione, due donne son, che patria, stirpe, onore 680hanno di par, di par beltà e valore. | I due cantori di Isabella sono Gian Giacomo Calandra e Gian Giacomo Bardelone. Nelle due posizioni successive appaiono donne ugualmente nobili, celebri per il valore e la bellezza. |
| Ottava 86 Elissabetta l’una e Leonora nominata era l’altra: e fia, per quanto narrava il marmo sculto, d’esse ancora sì gloriosa la terra di Manto, 685che di Vergilio, che tanto l’onora, più che di queste, non si darà vanto. Avea la prima a piè del sacro lembo Iacobo Sadoletto e Pietro Bembo. | Sono Elisabetta Gonzaga ed Eleonora Gonzaga: le iscrizioni prevedono per Mantova una fama derivante da loro paragonabile a quella assicurata da Virgilio. Elisabetta è sostenuta dai letterati Jacopo Sadoleto e Pietro Bembo. |
| Ottava 87 Uno elegante Castiglione, e un culto 690Muzio Arelio de l’altra eran sostegni. Di questi nomi era il bel marmo sculto, ignoti allora, or sì famosi e degni. Veggon poi quella a cui dal cielo indulto tanta virtù sarà, quanta ne regni, 695o mai regnata in alcun tempo sia, versata da Fortuna or buona or ria. | A celebrare Eleonora sono Baldassarre Castiglione e Muzio Aurelio. Il paladino passa poi a osservare un'altra donna che le iscrizioni descrivono come straordinariamente virtuosa malgrado l'alternarsi della buona e della cattiva fortuna. |
| Ottava 88 Lo scritto d’oro esser costei dichiara Lucrezia Bentivoglia; e fra le lode pone di lei, che ’l duca di Ferrara 700d’esserle padre si rallegra e gode. Di costei canta con soave e chiara voce un Camil che ’l Reno e Felsina ode con tanta attenzion, tanto stupore, con quanta Anfriso udì già il suo pastore; | È Lucrezia Bentivoglio, lodata anche per la gioia che procura al padre, duca di Ferrara. Tra coloro che ne cantano la gloria viene ricordato un poeta di nome Camillo, ascoltato con meraviglia nelle terre bolognesi. |
| Ottava 89 705ed un per cui la terra, ove l’Isauro le sue dolci acque insala in maggior vase, nominata sarà da l’Indo al Mauro, e da l’austrine all’iperboree case, via più che per pesare il romano auro, 710di che perpetuo nome le rimase; Guido Postumo, a cui doppia corona Pallade quinci, e quindi Febo dona. | Un altro poeta è Guido Postumo, la cui fama raggiunge paesi lontanissimi. Ariosto lo descrive come destinatario di una duplice corona simbolica, quella della sapienza e quella della poesia. |
| Ottava 90 L’altra che segue in ordine, è Diana. – Non guardar (dice il marmo scritto) ch’ella 715sia altiera in vista; che nel core umana non sarà però men ch’in viso bella. – Il dotto Celio Calcagnin lontana farà la gloria e ’l bel nome di quella nel regno di Monese, in quel di Iuba, 720in India e Spagna udir con chiara tuba: | La statua seguente raffigura Diana. Benché l'aspetto sembri altero, l'iscrizione assicura che è generosa e bella anche interiormente. Celio Calcagnini diffonderà il suo nome in paesi lontani. |
| Ottava 91 ed un Marco Cavallo, che tal fonte farà di poesia nascer d’Ancona, qual fe’ il cavallo alato uscir del monte, non so se di Parnasso o d’Elicona. 725Beatrice appresso a questo alza la fronte, di cui lo scritto suo così ragiona: – Beatrice bea, vivendo, il suo consorte, e lo lascia infelice alla sua morte; | Il poeta Marco Cavallo è ricordato come un'altra voce capace di celebrarla. Poco oltre compare Beatrice, che rende felice il marito durante la vita e la cui morte lo lascia profondamente afflitto. |
| Ottava 92 anzi tutta l’Italia, che con lei 730fia triunfante, e senza lei, captiva. – Un signor di Coreggio di costei con alto stil par che cantando scriva, e Timoteo, l’onor de’ Bendedei: ambi faran tra l’una e l’altra riva 735fermare al suon de’ lor soavi plettri il fiume ove sudar gli antiqui elettri. | L'iscrizione estende il lutto per Beatrice a tutta l'Italia. Ne cantano le lodi un signore dei Correggio e Timoteo Bendedei, immaginati capaci di fermare il corso del Po con la dolcezza dei loro versi. |
| Ottava 93 Tra questo loco e quel de la colonna che fu sculpita in Borgia, com’è detto, formata in alabastro una gran donna 740era di tanto e sì sublime aspetto, che sotto puro velo, in nera gonna, senza oro e gemme, in un vestire schietto, tra le più adorne non parea men bella, che sia tra l’altre la ciprigna stella. | Tra la statua di Beatrice e quella di Lucrezia Borgia si trova una figura femminile di alabastro, vestita semplicemente di nero e coperta da un velo. Pur senza gioielli, appare splendida quanto le donne più riccamente adornate. |
| Ottava 94 745Non si potea, ben contemplando fiso, conoscer se più grazia o più beltade, o maggior maestà fosse nel viso, o più indizio d’ingegno o d’onestade. – Chi vorrà di costei (dicea l’inciso 750marmo) parlar, quanto parlar n’accade, ben torrà impresa più d’ogn’altra degna; ma non però ch’a fin mai se ne vegna. – | Il volto della figura sembra unire grazia, bellezza, autorevolezza, intelligenza e onestà in misura eccezionale. L'iscrizione afferma che nessuna descrizione potrà esaurire degnamente le sue qualità. |
| Ottava 95 Dolce quantunque e pien di grazia tanto fosse il suo bello e ben formato segno, 755parea sdegnarsi che con umil canto ardisse lei lodar sì rozzo ingegno, com’era quel che sol, senz’altri a canto (non so perché), le fu fatto sostegno. Di tutto ’l resto erano i nomi sculti; 760sol questi due l’artefice avea occulti. | La statua pare quasi rifiutare le lodi di un poeta troppo umile per celebrarla adeguatamente. A differenza delle altre figure, i nomi di questa donna e del suo unico cantore restano volutamente nascosti. |
| Ottava 96 Fanno le statue in mezzo un luogo tondo, che ’l pavimento asciutto ha di corallo, di freddo soavissimo giocondo, che rendea il puro e liquido cristallo, 765che di fuor cade in un canal fecondo, che ’l prato verde, azzurro, bianco e giallo rigando, scorre per vari ruscelli, grato alle morbide erbe e agli arbuscelli. | Le statue delimitano uno spazio circolare pavimentato di corallo, rinfrescato dall'acqua della fontana. I ruscelli escono poi verso il giardino, irrigando prati fioriti, erbe e piccoli alberi. |
| Ottava 97 Col cortese oste ragionando stava 770il paladino a mensa; e spesso spesso, senza più differir, gli ricordava che gli attenesse quanto avea promesso: e ad or ad or mirandolo, osservava ch’avea di grande affanno il core oppresso; 775che non può star momento che non abbia un cocente sospiro in su le labbia. | Durante la cena Rinaldo conversa con il padrone di casa e torna spesso sulla promessa di mostrargli qualcosa di speciale. Osserva però che il suo ospite è profondamente turbato e sospira di continuo. |
| Ottava 98 Spesso la voce dal disio cacciata viene a Rinaldo sin presso alla bocca per domandarlo; e quivi, raffrenata 780di cortese modestia, fuor non scocca. Ora essendo la cena terminata, ecco un donzello a chi l’ufficio tocca, pon su la mensa un bel nappo d’or fino, di fuor di gemme, e dentro pien di vino. | Rinaldo vorrebbe domandare spiegazioni, ma la cortesia lo trattiene. Finita la cena, un servitore posa sul tavolo una splendida coppa d'oro, tempestata di gemme e piena di vino. |
| Ottava 99 785Il signor de la casa allora alquanto sorridendo, a Rinaldo levò il viso; ma chi ben lo notava, più di pianto parea ch’avesse voglia che di riso. Disse: – Ora a quel che mi ricordi tanto, 790che tempo sia di sodisfar m’è aviso; mostrarti un paragon ch’esser de’ grato di vedere a ciascun c’ha moglie allato. | Il padrone di casa si rivolge a Rinaldo con un sorriso che nasconde il pianto. Annuncia che è giunto il momento di soddisfare la sua curiosità e di mostrargli la prova destinata agli uomini sposati. |
| Ottava 100 Ciascun marito, a mio giudizio, deve sempre spiar se la sua donna l’ama; 795saper s’onore o biasmo ne riceve, se per lei bestia, o se pur uom si chiama. L’incarco de le corna è lo più lieve ch’al mondo sia, se ben l’uom tanto infama: lo vede quasi tutta l’altra gente; 800e chi l’ha in capo, mai non se lo sente. | Secondo l'ospite, ciascun marito dovrebbe sapere se la moglie gli è fedele. L'infedeltà, osserva con amarezza, è una vergogna che tutti possono riconoscere tranne chi la subisce e la ignora. |
| Ottava 101 Se tu sai che fedel la moglie sia, hai di più amarla e d’onorar ragione, che non ha quel che la conosce ria, o quel che ne sta in dubbio e in passione. 805Di molte n’hanno a torto gelosia i lor mariti, che son caste e buone: molti di molte anco sicuri stanno, che con le corna in capo se ne vanno. | L'uomo aggiunge che sapere di avere una moglie fedele dà ragioni per amarla e onorarla ancora di più. Alcuni uomini sospettano ingiustamente donne oneste; altri, al contrario, si credono sicuri pur essendo traditi. |
| Ottava 102 Se vuoi saper se la tua sia pudica 810(come io credo che credi, e creder déi; ch’altrimente far credere è fatica, se chiaro già per prova non ne sei), tu per te stesso, senza ch’altri il dica, te n’avvedrai, s’in questo vaso bei; 815che per altra cagion non è qui messo, che per mostrarti quanto io t’ho promesso. | La coppa, spiega il padrone, permette di verificare personalmente la fedeltà della moglie. È stata portata proprio perché Rinaldo possa metterla alla prova, senza doversi affidare alle parole altrui. |
| Ottava 103 Se béi con questo, vedrai grande effetto; che se porti il cimier di Cornovaglia, il vin ti spargerai tutto sul petto, 820né gocciola sarà ch’in bocca saglia: ma s’hai moglie fedel, tu berai netto. Or di veder tua sorte ti travaglia. – Così dicendo, per mirar tien gli occhi, ch’in seno il vin Rinaldo si trabbocchi. | Se chi beve è tradito dalla moglie, il vino si rovescia sul petto invece di entrare in bocca; se la moglie è fedele, si beve normalmente. L'ospite invita Rinaldo a sperimentare l'incantesimo e osserva con attenzione la sua reazione. |
| Ottava 104 825Quasi Rinaldo di cercar suaso quel che poi ritrovar non vorria forse, messa la mano inanzi, e preso il vaso, fu presso di volere in prova porse: poi, quanto fosse periglioso il caso 830a porvi i labri, col pensier discorse. Ma lasciate, Signor, ch’io mi ripose; poi dirò quel che ’l paladin rispose. | Rinaldo prende la coppa, tentato di conoscere la verità, ma esita pensando al rischio di scoprire qualcosa che preferirebbe ignorare. Ariosto interrompe qui il canto, rimandando al seguito la decisione del paladino. |