Capitolo 1 – Contabilità nazionale, PIL e inflazione
1. Concetti generali di contabilità nazionale
Funzione: descrivere in modo sintetico i risultati dell’attività economica (produzione, scambi e trasferimenti).
Soggetti economici: famiglie, imprese, pubblica amministrazione, estero.
Inizialmente si considera un’economia chiusa e senza Stato.
Fattori di produzione: lavoro (attività umane) e capitale (beni di produzione).
Tipi di beni:
consumo vs produzione;
durevoli vs immediati;
capitale (strumentali) vs intermedi.
Flusso circolare
- Beni e servizi: famiglie → lavoro/capitale → imprese; imprese → beni di consumo e beni intermedi → famiglie/altre imprese.
- Flussi monetari corrispondenti: redditi (salari, profitti, rendite), spese per consumi e spese per beni intermedi.
Misura della produzione: il PIL
Tre modi equivalenti:
Domanda finale: valore dei beni e servizi finali (es. consumi famiglie).
Valore aggiunto: produzione totale – beni intermedi.
Redditi: somma dei redditi da lavoro e da capitale-impresa.
Esempio numerico: produzione totale 1000, beni intermedi 200 → PIL = 800.
Investimenti e risparmio
- Investimenti: beni capitali acquistati dalle imprese + variazione scorte (qui ignorata).
- In economia chiusa: PIL = C + I = C + S → S = I (risparmio uguale a investimenti).
- PIN (Prodotto Interno Netto): PIL – ammortamenti.
- PIL è valutato a prezzi di mercato (incluso imposte indirette).
2. Pubblica amministrazione
Funzioni PA:
Produzione di servizi non vendibili (istruzione, sanità, giustizia, ecc.).
Trasferimenti di reddito (pensioni, sussidi, imposte).
Trasferimenti: non entrano nel PIL (sono solo redistribuzioni).
Valore aggiunto PA: stipendi dipendenti pubblici + ammortamenti.
Consumi pubblici: valore aggiunto PA + acquisti beni intermedi.
La PA concorre al PIL (consumi pubblici + investimenti pubblici).
3. Economia aperta
PIL e PNL (Prodotto Nazionale Lordo) → differenza spiegata bene dal SEC 2010 (Sistema europeo dei conti).
- PIL: produzione sul territorio nazionale, anche da stranieri.
- PNL: produzione dei residenti nazionali, ovunque avvenga.
Esportazioni e importazioni
- In economia aperta:
PIL = C + I + X – M
(C = consumi, I = investimenti, X = esportazioni, M = importazioni). - Differenza X – M = esportazioni nette / bilancia commerciale.
Trasferimenti internazionali
- Redditi da lavoro/capitale che entrano o escono → RNL (Reddito Nazionale Lordo).
- Aggiungendo i trasferimenti unilaterali (rimesse, contributi UE, doni) → Reddito nazionale lordo disponibile.
- In economia aperta: S non necessariamente = I.
S > I → deflusso di capitali (credito verso estero).
- S < I → afflusso di capitali (debito verso estero).
4. Economia regolare e irregolare
Classificazione attività (Tabella 2):
- Economia emersa/formale: transazioni lecite rilevate → incluse nel PIL.
- Economia informale: autoproduzione, volontariato → escluse.
- Economia sommersa: attività lecite ma nascoste (evasione fiscale) → incluse nel PIL.
- Economia criminale: attività illegali (droga, contrabbando, prostituzione) → dal SEC 2010 parte inclusa nel PIL (problemi di stima e di etica).
Stima sommerso: uso di indagini ISTAT, differenze reddito-spesa, uso del contante.
Nel 2021 sommerso ≈ 9,5% PIL; attività illegali ≈ 1%.
5. Limiti del PIL come misura di benessere
- Non rileva miglioramenti di produttività della PA senza aumenti salariali.
- Non considera produzioni negative (inquinamento, criminalità, congestione).
- Non misura tempo libero.
- Distribuzione diseguale: PIL pro capite non mostra le disuguaglianze.
- Per benessere è meglio guardare a reddito nazionale netto disponibile + consumi + ricchezza.
- Inclusione criminalità distorce ulteriormente.
6. PIL reale vs PIL nominale
- PIL nominale: produzione valutata a prezzi correnti.
- PIL reale: produzione valutata a prezzi costanti (anno base).
- Serve per distinguere crescita “vera” (quantità) da crescita dovuta all’inflazione.
Esempio con pane, carne e latte (2005–2007):
- PIL nominale cresce molto (79.6%) ma PIL reale cresce meno (43.2%).
- Indici permettono confronto tra anni.
- Metodo moderno: indici a catena (usano prezzi medi, non un solo anno base).
7. Inflazione
- Definizione: tasso di crescita dei prezzi nel tempo.
- Misurata con:
Deflatore del PIL: PIL nominale / PIL reale.
→ Inflazione = variazione % del deflatore.
→ Relazione: crescita PIL nominale ≈ crescita PIL reale + inflazione.Indici di prezzi:
Indici elementari: di un singolo bene.
- Indici complessi: paniere di beni, media ponderata (criterio di Laspeyres).
Tipi di indici usati in Italia
- Prezzi alla produzione: prezzi “franco fabbrica”, esclusa IVA.
- Prezzi al consumo (ISTAT):
NIC: intera collettività (≈ 1500 beni).
- FOI: famiglie di operai e impiegati.
- IPCA: indice armonizzato europeo.
- Distinzione tra:
Tasso congiunturale: variazione rispetto al mese precedente.
- Tasso tendenziale: variazione rispetto allo stesso mese anno precedente.
Esempio agosto 2022: NIC +0,8% congiunturale, +8,4% tendenziale.
Schema finale da ricordare
- PIL (C+I+X–M) = misura della produzione interna.
- PNL / RNL / Reddito disponibile = misura dei redditi dei residenti.
- S = I solo in economia chiusa.
- PIL nominale ≠ reale: il primo include variazioni di prezzi.
- Inflazione: si misura con deflatore del PIL o indici dei prezzi.
- Limiti PIL: non misura benessere, distribuzione, inquinamento, tempo libero.
- Economia sommersa/illegale: inclusa solo parzialmente, con problemi di stima ed etici.
CAPITOLO 2 - Contabilità Nazionale, PIL ed Inflazione
1. Introduzione alla contabilità nazionale
La contabilità nazionale è un sistema di misurazione che descrive in termini quantitativi l’attività economica di un Paese o di un’area (es. una regione). Si concentra sulla produzione, sullo scambio e sul trasferimento di risorse.
Questi sistemi si sono diffusi soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, quando si è reso necessario misurare con precisione lo sviluppo economico e confrontare i paesi tra loro.
L’obiettivo principale è misurare la produzione aggregata, cioè il valore complessivo di beni e servizi prodotti. Lo strumento usato è il PIL (Prodotto Interno Lordo), che rappresenta la misura standard della produzione di un Paese.
Gli operatori economici principali sono quattro:
- Famiglie (consumatori, offerta di lavoro)
- Imprese (produzione di beni e servizi)
- Pubblica Amministrazione (PA) (servizi collettivi e redistribuzione)
- Estero (rapporti economici con altri Paesi)
I fattori di produzione sono due:
- Lavoro (attività umane, sia fisiche che intellettuali)
- Capitale (beni utilizzati per produrre altri beni)
I beni si distinguono in:
- Beni di produzione:
ad uso durevole → beni capitali/strumentali (es. macchinari)
- ad uso immediato → beni intermedi (usati nei processi produttivi)
- Beni di consumo:
durevoli (es. auto, elettrodomestici)
- non durevoli o immediati (es. cibo)
Per semplificare lo studio, spesso si ipotizza:
- che vengano scambiati solo beni ad uso immediato,
- che non esista la Pubblica Amministrazione,
- e che si tratti di un’economia chiusa (nessuno scambio con l’estero).
2. Produzione aggregata e definizioni di PIL
a) Definizione dal lato dei beni finali
Il PIL è il valore dei beni e servizi finali prodotti in un Paese in un determinato periodo di tempo.
Un bene finale è destinato al consumo o all’investimento, mentre un bene intermedio serve per produrre altri beni. I beni intermedi non vanno conteggiati due volte.
Esempio semplificato:
- Un’impresa casearia produce formaggio per 100, venduto interamente a un’impresa di panini al formaggio.
- L’impresa di panini vende panini finali a 200.
Il PIL non è 100 + 200 (sarebbe un doppio conteggio), ma solo 200, perché è il valore dei beni finali.
b) Definizione dal lato del valore aggiunto
Ogni impresa contribuisce al PIL attraverso il suo valore aggiunto (VA), ossia produzione meno beni intermedi.
Nell’esempio:
- VA impresa casearia = 100 - 0 = 100
- VA impresa panini = 200 - 100 = 100
Totale PIL = 100 + 100 = 200
c) Definizione dal lato del reddito
Il PIL può essere visto anche come la somma dei redditi percepiti (salari, profitti, rendite, interessi).
Nell’esempio: i ricavi, al netto dei beni intermedi, diventano salari (es. 80 e 70) o profitti (es. 20 e 30), per un totale di 200.
In un’economia chiusa, quindi:
- PIL = valore beni finali = somma valori aggiunti = somma redditi.
3. Componenti del PIL
Il PIL rappresenta la domanda di beni finali. Le principali componenti sono:
- Consumi (C): spesa delle famiglie per beni e servizi finali.
- Investimenti (I):
fissi (beni durevoli che aumentano lo stock di capitale, es. edifici, macchinari),
- variazione delle scorte (beni prodotti ma non ancora venduti).
In un’economia chiusa senza Stato:
4. Risparmio e Investimenti
Il risparmio (S) è la parte del reddito non consumata.
Dal lato reddito: PIL = C + S
Dal lato domanda: PIL = C + I
→ quindi, in economia chiusa: S = I (i risparmi finanziano gli investimenti).
5. PIL Netto e PIL al costo dei fattori
- Ammortamento = perdita di valore del capitale nel tempo (usura o obsolescenza).
- PIN (Prodotto Interno Netto) = PIL - ammortamento.
- PIL a costo dei fattori (PILcf) = PIL - imposte indirette.
6. La Pubblica Amministrazione (PA)
La PA include Stato, enti locali, enti previdenziali.
Le sue attività principali sono:
- Produzione di servizi non destinati alla vendita (istruzione, sanità, giustizia, difesa, sicurezza). Questi entrano nel PIL.
- Trasferimenti di reddito (pensioni, sussidi, contributi): non creano nuova produzione, quindi non entrano nel PIL.
Il valore aggiunto della PA si calcola come:
stipendi dipendenti + ammortamenti
Dal lato della domanda, i consumi e investimenti pubblici vengono riassunti nella voce G, quindi:
7. Economia Aperta
In un’economia aperta si considerano anche gli scambi con l’estero.
- PIL: produzione interna.
- PNL (Prodotto Nazionale Lordo): produzione dei residenti (anche all’estero).
- RNL (Reddito Nazionale Lordo): redditi percepiti dai residenti.
- RNLd (Reddito Nazionale Lordo Disponibile): RNL + trasferimenti netti dall’estero.
Equazione di contabilità nazionale in economia aperta:
dove:
- M = importazioni
- X = esportazioni
8. PIL reale e PIL nominale
- PIL nominale: produzione valutata a prezzi correnti.
- PIL reale: produzione valutata a prezzi costanti (di un anno base).
Serve per distinguere se la crescita dipende da quantità prodotte o solo da prezzi.
Esempio: PIL nominale vs PIL reale
Supponiamo che l’economia produca due beni: pane e vino.
Indichiamo:
- () = quantità prodotta nell’anno (),
- () = prezzo nell’anno ().
1. PIL nominale
Il PIL nominale nell’anno () è la produzione valutata a prezzi correnti:
Esempio (numeri inventati ma tipici del libro):
- Anno 2005:
- Anno 2006:
→ Il PIL nominale cresce da 700 a 894, ma non sappiamo se è perché sono cresciute le quantità o i prezzi.
2. PIL reale
Il PIL reale nell’anno () è la produzione valutata a prezzi costanti (di un anno base).
Scegliamo come anno base il 2005:
- Anno 2005 (ovviamente coincide con il ):
- Anno 2006 (quantità del 2006, prezzi del 2005):
→ Il PIL reale cresce da 700 a 840: la crescita “depurata dall’inflazione” è del +20%.
3. Deflatore del PIL
Il deflatore misura il livello medio dei prezzi rispetto all’anno base:
- 2005: (anno base).
- 2006: .
→ Significa che i prezzi medi sono cresciuti del 6,4% tra 2005 e 2006.
Quindi:
- PIL nominale,
- PIL reale Deflatore
4. Tasso di inflazione
Il tasso di inflazione misura la variazione percentuale del livello dei prezzi da un anno all’altro:
Per il nostro esempio:
Sintesi
- PIL nominale: misura valore a prezzi correnti → cresce da 700 a 894 (+27,4%).
- PIL reale: misura quantità a prezzi costanti → cresce da 700 a 840 (+20%).
- Deflatore del PIL: cattura la crescita dei prezzi (inflazione) → passa da 1 a 1,064 → prezzi medi ↑ 6,4%.
- Tasso di inflazione (2006) = 6,4%.
9. Indici dei prezzi
Per misurare il costo della vita si usano indici dei prezzi al consumo:
- NIC: intera popolazione → riferimento per politiche economiche.
- FOI: famiglie di operai e impiegati → usato per rivalutazioni (es. affitti).
- IPCA: indice armonizzato europeo, comparabile tra paesi.
10. Limiti del PIL
Il PIL non misura:
- distribuzione del reddito,
- produzione dannosa (inquinamento),
- qualità della vita (tempo libero, salute, relazioni sociali).
Per questo sono stati introdotti indicatori alternativi:
- HDI (Human Development Index) → combina reddito, istruzione, aspettativa di vita.
- BLI (Better Life Index) → valuta benessere su più dimensioni (reddito, lavoro, relazioni, ambiente, salute, sicurezza, ecc.).
11. Inflazione
L’inflazione è l’aumento nel tempo del livello medio dei prezzi.
Può essere misurata:
- tramite deflatore del PIL,
- tramite indici dei prezzi al consumo (NIC, FOI, IPCA).
Tipi di inflazione:
- Congiunturale: variazione rispetto al mese precedente,
- Tendenziale: variazione rispetto allo stesso mese dell’anno prima.
Un’inflazione elevata genera perdita di potere d’acquisto e incertezza sugli investimenti a lungo termine.
12. Indice dei Prezzi al Consumo (IPC)
Cos’è l’IPC
- L’IPC (o CPI, Consumer Price Index) è un indice statistico che misura la variazione nel tempo dei prezzi di un paniere di beni e servizi rappresentativo dei consumi delle famiglie.
- Serve a stimare il tasso di inflazione che le famiglie sperimentano, ovvero quanto è aumentato il costo della vita.
- In Italia, l’ISTAT calcola vari IPC:
• Indice NIC (tutta la collettività nazionale)
• Indice FOI (famiglie operai e impiegati)
• Indice armonizzato europeo (IPCA)
Come si costruisce (passaggi)
In linea teorica i passaggi fondamentali sono:
- Definire il paniere fisso
Si sceglie un insieme rappresentativo di beni e servizi (es. alimentari, trasporti, abitazione, salute, vestiti, istruzione…) che riflette i consumi tipici delle famiglie. Le quantità del paniere sono fisse (non cambiano da periodo a periodo). - Rilevare i prezzi
Per ogni bene/servizio nel paniere, si raccolgono i prezzi nei vari periodi (ad esempio ogni mese o ogni anno). - Calcolare il costo del paniere in ciascun anno
Moltiplichi la quantità (fissa) per il prezzo del periodo corrente.
dove () = quantità nel paniere base.
- Scegliere un anno base e costruire l’indice
Si definisce un anno base (es. anno “0”) in cui l’IPC = 100 (o 1). Poi per ogni anno (t):
Questo dà l’indice relativo al costo del paniere rispetto all’anno base.
- Calcolare il tasso di inflazione
L’inflazione tra l’anno (t-1) e l’anno (t) è la variazione percentuale dell’IPC:
È il modo standard per passare da indice a tasso.
Limiti e problemi dell’IPC
L’IPC non è perfetto; ci sono alcuni bias che gli statistici cercano di correggere:
- Bias di sostituzione: le famiglie tendono a sostituire beni che diventano più costosi con altri meno costosi, ma con paniere fisso non lo si riflette.
- Nuovi beni: il paniere può non includere subito beni nuovi, quindi le variazioni di prezzo non sono catturate.
- Cambiamenti di qualità: se un bene migliora nella qualità, parte del suo aumento di prezzo riflette qualità, non solo inflazione.
- Effetti di peso: la ponderazione dei beni nel paniere deve rispecchiare i consumi reali; se i consumi cambiano, il paniere fissa può distorcere.
Esempio:
Facciamo un esempio semplificato con due beni, “Pane” e “Latte”, su 2 anni (anno base = 2005).
Supponiamo:
| Bene | Quantità paniere (anno base 2005) | Prezzo 2005 | Prezzo 2006 |
| Pane | 100 | 2,00 € | 2,20 € |
| Latte | 50 | 1,50 € | 1,65 € |
- Costo del paniere in 2005 (anno base):
- Costo del paniere in 2006 (stesse quantità):
- Calcolo IPC (2005 come base 100):
- Quindi l’indice passa da 100 a 110 → aumento del 10%.
- Tasso di inflazione (2006 rispetto a 2005):
Quindi i prezzi medi dei beni del paniere sono aumentati del 10% da 2005 a 2006 secondo l’IPC.
12. Produzione e crescita economica
- Breve periodo (anni): la produzione dipende dalla domanda aggregata (consumi, spesa pubblica, fiducia).
- Medio periodo (decennio): la produzione dipende dall’offerta (tecnologia, capitale, forza lavoro).
- Lungo periodo (decenni): la crescita dipende da fattori strutturali (istruzione, ricerca, mercati finanziari, innovazione).
Capitolo 3 – Il mercato dei beni
1. Il breve periodo
Il breve periodo è un arco di tempo ipotetico in cui alcuni aggiustamenti economici non possono ancora avvenire. In particolare:
- i prezzi rimangono fissi,
- la capacità produttiva delle imprese non si modifica,
- le assunzioni di lavoro non possono variare liberamente.
Di conseguenza, le variazioni della produzione (cioè del PIL) dipendono soprattutto dalle variazioni della domanda di beni e servizi, e non dall’offerta.
Questo significa che nel breve periodo ogni aumento o riduzione del PIL può essere visto come effetto diretto di una variazione della domanda finale.
Il PIL può essere calcolato in modi diversi, ma tutti equivalenti:
- dal lato della produzione,
- dal lato del reddito,
- oppure come somma delle componenti della domanda finale (consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette ().
2. La composizione del PIL
Le componenti principali sono:
Consumo (C)
Spese sostenute dai consumatori per beni e servizi (es. cibo, biglietti aerei, automobili).
Investimento (I)
Comprende:
investimenti non residenziali delle imprese (macchinari, impianti, attrezzature),
investimenti residenziali delle famiglie (acquisto di abitazioni).
Spesa pubblica (G)
Spese della pubblica amministrazione per consumi e investimenti.
Include gli stipendi dei dipendenti pubblici (considerati come acquisti di servizi).
Non include trasferimenti (pensioni, sussidi) e interessi sul debito.
Esportazioni (X)
Beni e servizi prodotti in Italia e acquistati dal resto del mondo.
Importazioni (IM)
Beni e servizi prodotti all’estero e acquistati dai residenti.
La differenza X – IM rappresenta le esportazioni nette (NX):
- NX > 0 → avanzo commerciale,
- NX < 0 → disavanzo commerciale.
Sintesi:
- La spesa interna = C + I + G.
- La spesa totale in beni nazionali = C + I + G + X – IM.
Identità generale della domanda di beni:
3. Ipotesi semplificatrici iniziali
Per costruire il modello:
- Le imprese producono un unico bene composito (può essere consumato, investito o usato dallo Stato).
- Le imprese sono disposte a fornire qualunque quantità richiesta (ipotesi valida solo nel breve periodo).
- Economia chiusa → niente scambi con l’estero (X = IM = 0).
Ne segue:
4. Il consumo
La principale variabile che influenza il consumo è il reddito disponibile ():
dove:
- ( Y ) = reddito aggregato (PIL),
- ( T ) = imposte nette (imposte – trasferimenti).
La relazione consumo-reddito è positiva.
- Forma generale:
- Forma lineare:
Parametri:
- = consumo autonomo (anche se il reddito è zero, le famiglie consumano grazie a risparmi o credito).
- = propensione marginale al consumo (0 < < 1): indica di quanto cresce il consumo se il reddito disponibile aumenta di 1 unità.
Esempio: se ( = 0,6 ), un aumento di 1€ nel reddito disponibile aumenta i consumi di 0,6€.
🔹 Grafico: Funzione del consumo (retta con intercetta e pendenza ).
5. Investimenti e spesa pubblica
- Investimenti (I): trattati come variabile esogena (cioè decisa fuori dal modello).
- Spesa pubblica (G) e imposte (T): rappresentano la politica fiscale, anch’esse considerate esogene.
6. La domanda di beni e la condizione di equilibrio
La domanda aggregata è:
L’equilibrio del mercato dei beni si ha quando la produzione totale (Y) è uguale alla domanda (Z):
Poiché Z dipende a sua volta da Y, questa è una condizione di equilibrio che va risolta.
7. Il moltiplicatore della spesa autonoma
Dalla funzione di consumo:
la domanda aggregata diventa:
Ponendo Y = Z e risolvendo otteniamo:
- Il termine è il moltiplicatore keynesiano.
- La parte tra parentesi è la spesa autonoma.
Esempio: se c1=0,6 → moltiplicatore = 2,5.
Un aumento di 1 miliardo della spesa autonoma porta a un aumento di 2,5 miliardi del reddito di equilibrio.
🔹 Grafici:
- Rappresentazione 45°: produzione (Y) = domanda (Z).
- Effetto di un aumento della spesa autonoma (curva ZZ che si sposta verso l’alto).
Il punto di partenza
- La curva ZZ rappresenta la domanda aggregata in funzione della produzione (Y).
- L’equilibrio si trova dove ZZ taglia la bisettrice (45°), cioè quando produzione = domanda.
Ora ipotizziamo un aumento della spesa autonoma (es. più spesa pubblica G o più consumo autonomo ).
→ Questo fa spostare ZZ verso l’alto di un ammontare pari all’aumento iniziale della spesa.
Il processo di aggiustamento (moltiplicatore keynesiano)
- Aumento iniziale della spesa autonoma → la domanda aggregata (Z) cresce subito di quell’importo.
- Le imprese aumentano la produzione per soddisfare la nuova domanda.
- Il reddito (Y) aumenta, perché la produzione è anche reddito per famiglie e imprese.
- Con reddito più alto → aumenta il consumo indotto .
- Qui sta il punto: il consumo dipende dal reddito → quindi parte dell’aumento di reddito si trasforma in ulteriore domanda.
La domanda aggiuntiva induce le imprese ad aumentare di nuovo la produzione.
- Il reddito cresce ancora → nuovo aumento dei consumi → nuova spinta alla domanda…
- Processo iterativo: si continua così finché la produzione aumenta abbastanza da far tornare domanda e offerta in equilibrio sulla bisettrice.
Il punto finale
- L’aumento di (Y) finale è maggiore dell’aumento iniziale della spesa autonoma, grazie al moltiplicatore:
dove () = aumento della spesa autonoma.
→ L’equilibrio si trova sul nuovo punto di intersezione tra la curva ZZ (spostata verso l’alto) e la bisettrice.
8. Il processo di aggiustamento
Nel modello l’aggiustamento è immediato, ma nella realtà:
- le imprese modificano la produzione con ritardo,
- le famiglie adeguano i consumi in modo graduale.
Quindi il nuovo equilibrio viene raggiunto progressivamente.
9. Equilibrio: produzione = risparmio + investimento
Oltre a Y=Z, l’equilibrio si può esprimere come uguaglianza tra investimenti e risparmio (Keynes, 1936):
- Risparmio privato:
- In equilibrio:
Dove:
- ( S ) = risparmio privato,
- ( T - G ) = risparmio pubblico.
In altre parole:
10. Il paradosso del risparmio
Se i consumatori cercano di risparmiare di più (riduzione di ):
- inizialmente S tende ad aumentare,
- ma anche Y si riduce,
- alla fine il risparmio complessivo rimane invariato.
Quindi nel breve periodo un aumento del risparmio non fa crescere gli investimenti, ma riduce la produzione.
È il cosiddetto paradosso del risparmio: ciò che è razionale per il singolo (risparmiare) può avere effetti negativi sull’economia nel complesso.
In sintesi, il capitolo mostra che:
- Nel breve periodo la produzione dipende dalla domanda.
- Il consumo cresce con il reddito disponibile ma include anche una componente autonoma.
- La spesa autonoma ha un effetto moltiplicato sul reddito.
- L’equilibrio del mercato dei beni si può vedere sia come uguaglianza tra domanda e produzione sia come uguaglianza tra risparmio e investimento.
- Il paradosso del risparmio mette in guardia dalle politiche che incentivano il risparmio nel breve periodo.
Capitolo 4 – I mercati finanziari
1. Introduzione
Nei mercati finanziari si determina il costo del finanziamento per famiglie, imprese e governo.
Il costo del finanziamento, cioè il tasso di interesse, influenza direttamente le loro decisioni di spesa (consumi, investimenti, politiche fiscali).
Studieremo soprattutto il ruolo delle Banche Centrali:
- Banca Centrale Europea (BCE) per l’Eurozona,
- Federal Reserve (FED) per gli Stati Uniti.
2. Stock e flusso: definizioni
È importante distinguere tra due tipi di variabili economiche:
- Variabili di stock: misurate in un preciso istante di tempo (quantità accumulate in passato).
Esempio: ricchezza finanziaria posseduta al 1° gennaio. - Variabili di flusso: misurate rispetto a un intervallo di tempo.
Esempio: il reddito annuo, la spesa mensile, il risparmio in un anno.
3. Terminologia chiave
- Reddito (Y): guadagni da lavoro o capitale. È un flusso.
- Risparmio privato (S): parte del reddito disponibile non consumata. È un flusso.
- Risparmio pubblico: saldo primario dello Stato (T – G), cioè entrate nette meno spese pubbliche primarie. È un flusso.
- Ricchezza finanziaria: valore delle attività finanziarie (azioni, titoli, obbligazioni) meno le passività. È uno stock.
- Investimento fisso: acquisto di beni capitali (impianti, macchinari, costruzioni). È un flusso.
- Investimento finanziario: acquisto di attività finanziarie che aumentano lo stock di ricchezza. È un flusso.
4. Attività finanziarie: moneta e titoli
Ipotesi: esistono solo due attività finanziarie dove allocare la ricchezza.
- Moneta
Serve per le transazioni.
- Non paga interessi.
- Include circolante (banconote e monete) e depositi bancari.
- Ha alta liquidità (facile trasformazione in mezzi di pagamento).
- Titoli
Non possono essere usati direttamente per transazioni.
- Pagano un interesse positivo.
- Hanno bassa liquidità.
Liquidità = capacità di un’attività finanziaria di trasformarsi rapidamente in moneta senza perdita di valore.
Ipotesi ulteriore: esiste un solo tipo di titolo, con un unico tasso di interesse.
5. La domanda di moneta
Le famiglie devono decidere come ripartire la ricchezza tra moneta e titoli.
La domanda di moneta dipende da due fattori:
- Livello delle transazioni (più transazioni → più moneta richiesta).
- Tasso di interesse (i): rappresenta il costo opportunità di detenere moneta (se tengo moneta rinuncio agli interessi dei titoli).
Funzione della domanda di moneta:
- ( €Y ) = reddito nominale, misura del livello delle transazioni,
- ( L(i) ) = funzione decrescente del tasso di interesse (componente speculativa).
6. Offerta di moneta e ruolo della banca centrale
Ipotesi iniziale: la moneta è solo circolante, quindi la Banca Centrale controlla perfettamente l’offerta di moneta (Ms = M).
Strumento principale: operazioni di mercato aperto, cioè acquisti e vendite di titoli.
- Acquisto di titoli → aumenta la moneta in circolazione → politica espansiva.
- Vendita di titoli → riduce la moneta in circolazione → politica restrittiva.
7. Prezzo dei titoli e tasso di interesse
Sul mercato dei titoli:
- Il prezzo dei titoli determina il tasso di interesse.
- Esempio: BOT annuale senza cedola
Prezzo = ( ),
- Rimborso a scadenza = 100.
- Tasso di interesse:
Più alto è il prezzo del titolo, più basso è il rendimento (e viceversa).
Formula del valore attuale:
Questa formula permette di capire come varia il tasso di interesse (i) in relazione al prezzo del titolo ( ).
Effetti delle operazioni della banca centrale:
- Se la banca centrale acquista titoli → aumenta la domanda di titoli → il prezzo dei titoli sale → il tasso di interesse diminuisce.
- Se la banca centrale vende titoli → aumenta l’offerta di titoli → il prezzo dei titoli scende → il tasso di interesse aumenta.
8. Equilibrio nel mercato della moneta
Condizione:
- = offerta di moneta (decisa dalla Banca Centrale),
- = domanda di moneta (detenuta da famiglie e imprese),
- = reddito nominale (cioè PIL reale × livello dei prezzi), che rappresenta il volume delle transazioni,
- = funzione decrescente del tasso di interesse, che esprime la componente speculativa della domanda di moneta.
Questo equilibrio definisce il tasso di interesse.
- Un aumento di offerta di moneta → abbassa il tasso di interesse.
- Un aumento di reddito nominale → alza il tasso di interesse.
9. Ruolo del sistema bancario
Finora abbiamo ipotizzato solo moneta circolante. Ora introduciamo le banche.
Le banche raccolgono fondi tramite depositi e li usano per concedere prestiti o acquistare titoli.
Esse devono detenere riserve obbligatorie, definite dal coefficiente ( θ ), per garantire liquidità ai clienti.
Gli individui scelgono come detenere la moneta:
- quota ( c ) come circolante,
- quota ( 1 - c ) come depositi.
Da ciò si ricava la domanda di base monetaria:
L’equilibrio diventa:
10. Moltiplicatore della moneta
Il termine:
è il moltiplicatore della moneta.
- Se ( ), allora il moltiplicatore > 1.
- Significa che un dato livello di base monetaria H può generare una quantità maggiore di offerta aggregata di moneta.
- Questo è il risultato del ruolo delle banche, che “moltiplicano” la moneta tramite prestiti e depositi.
11. Trappola della liquidità
Se il tasso di interesse nominale scende a 0 (zero lower bound):
- Le persone diventano indifferenti tra moneta e titoli.
- La domanda di moneta diventa orizzontale oltre un certo livello.
- Aumentare l’offerta di moneta non riduce più i tassi di interesse.
12. Politica monetaria della BCE
La BCE utilizza i tassi di interesse ufficiali come strumento di politica monetaria.
Principali tassi:
- Tasso di rifinanziamento principale: applicato alla maggior parte delle operazioni BCE con le banche. È il “costo dell’euro”.
- Tasso di rifinanziamento marginale: prestiti “overnight” (di un giorno) che la BCE concede alle banche.
- Tasso sui depositi presso la BCE: remunerazione che la BCE paga alle banche che depositano liquidità presso di essa.
Questi tassi influenzano direttamente i tassi interbancari come:
- Euribor: prestiti tra banche,
- EONIA: prestiti overnight tra banche europee.
Conclusione
- I mercati finanziari determinano il costo del credito nell’economia.
- La Banca Centrale influenza il tasso di interesse tramite l’offerta di moneta e i tassi ufficiali.
- Il sistema bancario amplifica gli effetti grazie al moltiplicatore della moneta.
- In condizioni estreme (tasso = 0) si può verificare la trappola della liquidità, che limita l’efficacia della politica monetaria.
Capitolo 5 – Il modello IS-LM
1. Introduzione
Nei capitoli precedenti abbiamo analizzato separatamente:
- l’equilibrio nel mercato dei beni (Cap. 3),
- l’equilibrio nei mercati finanziari (Cap. 4).
Ora uniamo i due mercati per analizzare la determinazione congiunta di produzione (Y) e tasso di interesse (i) nel breve periodo.
Questo è l’obiettivo del modello IS-LM.
2. Il mercato dei beni e l’investimento
Equilibrio del mercato dei beni
Si ha quando la produzione è uguale alla domanda di beni:
oppure, in forma alternativa (investimento=risparmio):
L’ipotesi precedente
Nel modello base del capitolo 3 avevamo assunto che l’investimento (I) fosse esogeno, cioè indipendente dal tasso di interesse.
Nuova ipotesi
Ora rimuoviamo quell’assunzione: l’investimento dipende da:
- livello delle vendite → più vendite → più investimenti,
- tasso di interesse (i) → più alto è ( i ), minori sono gli investimenti (perché diventa più costoso finanziarsi).
Funzione dell’investimento:
Relazione IS
3. Equilibrio del mercato dei beni (con i endogeno)
Equazione di equilibrio:
- ( ): consumi, dipendono dal reddito disponibile,
- ( ): investimenti, dipendono da Y e da i,
- ( ): spesa pubblica.
Effetto di un aumento del tasso di interesse:
(riduzione di produzione e reddito attraverso il moltiplicatore)
Perché 0<c_1 <1
1. Se c1 =0
Significa che le famiglie non consumano nulla del reddito aggiuntivo: ogni euro guadagnato in più viene risparmiato interamente.
👉 Irreale, perché nella realtà almeno una parte del reddito extra viene spesa.
2. Se c1 =1
Significa che le famiglie consumano tutto il reddito disponibile: non risparmiano nulla.
👉 Anche questo è irrealistico, perché in genere una parte del reddito viene accantonata per risparmio o tasse future.
3. Se 0<c1 <1
È la situazione realistica:
- ogni euro in più di reddito viene parzialmente speso e parzialmente risparmiato.
- Esempio: se = 0,8
=0,8, significa che di ogni euro di reddito disponibile aggiuntivo:80 centesimi vengono spesi,
- 20 centesimi vengono risparmiati
🔹 Grafico: curva ZZ che si abbassa quando i aumenta
4. La curva IS
La curva IS rappresenta le combinazioni di Y e i che assicurano l’equilibrio nel mercato dei beni.
- Inclinazione negativa: più alto è il tasso di interesse, più basso è il livello di produzione di equilibrio.
- Movimenti lungo la curva IS: avvengono quando cambia i.
- Spostamenti della IS: avvengono quando cambiano altri fattori della domanda aggregata (C, G, T, investimenti autonomi).
Esempi:
- aumento di G → IS si sposta a destra,
- aumento di T → IS si sposta a sinistra.
🔹 Grafici: derivazione grafica IS, spostamenti lungo e spostamenti della curva
La derivazione analitica della curva IS – una formulazione esplicita
Derivazione analitica della IS (formulazione esplicita)
Componenti della domanda (economia chiusa):
- Consumi:
- Investimenti:
- Spesa pubblica: = esogena
Equilibrio del mercato dei beni:
Raccogli e isola (Y):
Forma esplicita della IS (prodotto in funzione del tasso):
Con
Equivalente (tasso in funzione del prodotto):
Condizioni sui parametri:
(stabilità/moltiplicatore finito)
Spiegazione rapida:
- Pendenza negativa: ⇒ più alto è (i), più bassa è (Y).
- Moltiplicatore della spesa autonoma:
aumenta se o sono più grandi. - Spostamenti della IS: se aumentano (, , ) o diminuisce (T) ⇒ (A↑) ⇒ IS a destra (per ogni (i), (Y) di equilibrio è più alto).
- Ruolo di (): maggiore () ⇒ investimenti più sensibili a (i) ⇒ più grande ⇒ IS più piatta nella rappresentazione (Y)–(i).
5. La curva LM
Equilibrio nel mercato della moneta
Equilibrio finanziario:
Espresso in termini reali:
dove ( M/P ) è l’offerta reale di moneta e ( ) la domanda reale di moneta.
Interpretazione
- Più alto è Y → più transazioni → più domanda di moneta → tasso i deve salire per mantenere l’equilibrio.
- La LM mostra quindi tutte le combinazioni di Y e i compatibili con l’equilibrio nei mercati finanziari.
🔹 Grafico: curva LM
La Banca Centrale sceglie i e poi fa tutti gli aggiustamenti necessari in termini di offerta di moneta. La LM è piatta.
6. IS-LM insieme
- La curva IS viene dal mercato dei beni, è decrescente.
- La curva LM viene dal mercato della moneta è costante (orizzontale): la banca centrale fissa il tasso d’interesse nominale e adegua l’offerta di moneta per mantenere l’equilibrio nel mercato monetario, indipendentemente dal livello di reddito Y).
Il punto di intersezione IS-LM rappresenta la combinazione di Y e i che garantisce l’equilibrio simultaneo nei mercati reali e finanziari.
Cosa accade quando varia il reddito?
Se il reddito aumenta:
- aumenta la domanda di moneta (a parità di tasso d’interesse),
- di conseguenza, a parità di offerta di moneta, il tasso d’interesse tenderebbe ad aumentare,
- tuttavia, la banca centrale interviene aumentando l’offerta di moneta per mantenere il tasso d’interesse al livello prefissato ({i}).
Quindi, il tasso d’interesse non varia, perché la banca centrale adatta (M) in modo da compensare l’effetto del reddito sulla domanda di moneta.
L’intersezione tra le curve IS e LM rappresenta l’equilibrio simultaneo nei mercati dei beni e nei mercati monetari: è il punto in cui la produzione (Y) e il tasso d’interesse (i) soddisfano contemporaneamente le condizioni di equilibrio sia per la domanda aggregata sia per l’equilibrio monetario.
7. Politiche economiche nel modello IS-LM
Politica fiscale
- Aumento G o riduzione T → IS si sposta a destra → produzione e reddito aumentano.
- Effetto finale: Y cresce, i tende a crescere (a meno che la banca centrale non intervenga).
Esempio: riduzione delle imposte (T ↓)
- Aumenta il reddito disponibile → cresce C → cresce Z → produzione Y aumenta.
- Aumenti di Y → aumentano domanda di moneta → pressione su i.
- Per mantenere i invariato, la banca centrale deve aumentare M.
🔹 Grafico: spostamento IS con politica fiscale espansiva
Politica monetaria
- Aumento M (espansione monetaria) → LM si sposta verso il basso.
- Effetto: tasso i diminuisce, Y aumenta.
- Riduzione M (restrizione monetaria) → LM si sposta verso l’alto → i cresce, Y scende.
🔹 Grafico: spostamento LM con politica monetaria espansiva
Moltiplicatori
- Moltiplicatore fiscale: effetto sul prodotto di una variazione di G o T.
- Moltiplicatore monetario: effetto sul prodotto di una variazione di M e quindi di i.
Sono diversi, perché agiscono su mercati differenti.
8. Politica economica mista (policy mix)
In realtà, spesso si usano insieme politica fiscale e politica monetaria.
- Esempio: USA anni ’90
Situazione: ripresa debole, alto disavanzo pubblico.
- Soluzione: restrizione fiscale (G ↓ e T ↑) accompagnata da politica monetaria espansiva (M ↑, i ↓).
- Risultato: crescita sostenuta, riduzione del disavanzo.
Grafico: policy mix – IS si sposta a sinistra, LM verso il basso, nuovo equilibrio con Y alto e i basso
9. Risparmio, disavanzo e investimenti
Domanda: il risparmio privato finanzia o il disavanzo pubblico o gli investimenti?
Equazione:
In realtà non è un “gioco a somma zero”:
- S non è fisso, ma dipende dal reddito Y.
- E Y a sua volta dipende dalla politica fiscale.
Quindi la relazione tra investimenti e disavanzo dipende dal moltiplicatore.
Sintesi finale
- La curva IS mostra l’equilibrio nel mercato dei beni: relazione negativa tra Y e i.
- La curva LM mostra l’equilibrio nel mercato della moneta: relazione positiva tra Y e i.
- L’intersezione IS-LM determina contemporaneamente produzione e tasso di interesse.
- Politica fiscale: sposta IS.
- Politica monetaria: sposta LM.
- Policy mix: combinazione delle due politiche.
- Importanza del ruolo delle banche centrali e degli effetti moltiplicatori.
Capitolo 6 – I mercati finanziari II: il modello IS-LM esteso
1. Introduzione
Finora abbiamo visto il modello IS-LM con un solo tasso di interesse.
In realtà questa è una semplificazione.
Occorre distinguere:
- tra tasso nominale e tasso reale,
- tra tasso fissato dalla banca centrale e tasso effettivo a cui famiglie e imprese prendono a prestito.
2. Tasso di interesse nominale e reale
Definizione
- Tasso di interesse nominale (iₜ): rendimento in termini monetari.
→ Se prendo a prestito 1 € al tempo t, restituisco (1+iₜ) € al tempo t+1. - Tasso di interesse reale (rₜ): rendimento in termini di beni.
→ Se prendo a prestito 1 bene al tempo t, restituisco (1+rₜ) beni al tempo t+1.
Esempio:
Se compro 1 kg di pane a prezzo Pₜ, chiedo un prestito di Pₜ € al tasso i. L’anno dopo il prezzo atteso sarà .
Il tasso reale si ottiene aggiustando i con l’inflazione attesa (π^e).
Relazione nominale-reale
Il contesto
La relazione
collega:
- : tasso d’interesse nominale (cioè espresso in moneta corrente);
- : tasso d’interesse reale (cioè espresso in termini di potere d’acquisto);
- : livello dei prezzi corrente;
- : livello dei prezzi atteso nel periodo successivo (“expected”);
- : tasso di inflazione atteso + 1, cioè .
Idea di fondo
Un risparmiatore oggi presta 1 € e domani riceve €.
Ma ciò che davvero gli interessa è quanto potere d’acquisto recupera, cioè quante unità di beni reali avrà in futuro rispetto a quelle di oggi.
Passaggio dalla moneta ai beni reali
Sto dividendo per il rapporto tra i prezzi futuri e quelli attuali,
che è lo stesso che moltiplicare per il rapporto tra i prezzi attuali e quelli futuri.
Il valore reale futuro (cioè espresso in beni) del suo guadagno è:
Questo rapporto rappresenta il rendimento reale atteso, cioè quanto cresce il potere d’acquisto del risparmiatore.
Il termine rappresenta quanto aumentano i prezzi (inflazione).
Dividere per questo valore significa togliere l’effetto dell’inflazione, cioè passare dai valori nominali (in euro) ai valori reali (in beni).
Per definizione, questo rendimento è proprio .
Uguaglianza di definizione
Ecco quindi la relazione di equilibrio:
Moltiplicando entrambi i lati per , ottieni:
Approssimazione di Fisher
Se i tassi sono piccoli, possiamo usare l’approssimazione lineare:
dove è l’inflazione attesa.
Quindi:
- il tasso nominale = tasso reale + inflazione attesa.
Implicazioni
- Se ( = 0) → (r = i).
- Se ( > 0) → (r < i).
- Se ( = i) → (r = 0).
- Se ( > i) → (r < 0).
Quindi se il tasso nominale è zero ma l’inflazione attesa è positiva, il tasso reale diventa negativo.
Questo legame è noto come relazione di Fisher.
Interpretazione economica
Il tasso nominale ( ) compensa il risparmiatore per due cose:
- Il rendimento reale ( ) (cioè il vero guadagno in termini di potere d’acquisto);
- La perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione attesa.
Viceversa, se l’inflazione attesa aumenta, i tassi nominali devono salire per mantenere invariato il rendimento reale → è il principio di Fisher.
3. Titoli: caratteristiche
Esistono due tipi principali:
- Titoli di sconto puro → unico pagamento a scadenza (es. BOT).
- Titoli con cedole → pagamenti periodici + valore facciale a scadenza (es. obbligazioni).
Possono essere emessi da:
- Stato (titoli pubblici),
- Imprese (obbligazioni).
Caratteristiche:
- Rischio: probabilità che il debitore non ripaghi,
- Maturità: durata del titolo.
4. Il rischio di insolvenza e il premio al rischio
Gli investitori chiedono un premio al rischio (x) per acquistare titoli rischiosi.
Rating: valutazione del rischio da agenzie come Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch.
AAA = titoli molto sicuri,
C = titoli molto rischiosi.
Il rendimento atteso del titolo rischioso è:
- = tasso di un titolo privo di rischio,
- (i+x) = tasso di un titolo rischioso,
- = probabilità di insolvenza,
Hai due possibili scenari futuri:
- con probabilità (1 - p), l’investimento va bene e ti restituisce
- con probabilità p, l’investimento va male e perdi tutto → ricevi 0
L’investitore è indifferente tra:
- mettere i suoi soldi nel titolo sicuro, oppure
- investirli nel titolo rischioso,
solo se i rendimenti attesi sono uguali.
Cioè:
Il premio al rischio è:
Determinanti del premio al rischio:
- Maggiore probabilità di default → premio più alto.
- Maggiore avversione al rischio degli investitori → premio più alto quindi non basta x.
Esempio: tasso di interesse nominale e reale
Dati (Regno Unito):
- Inflazione attesa ≈ inflazione effettiva →
Obiettivo
Vogliamo capire in quale anno conveniva di più finanziare un prestito, cioè prestare denaro, tenendo conto del potere d’acquisto reale (quanti beni si ottengono in più restituendo il prestito).
Calcolo del tasso reale
Il tasso reale approssimato si ottiene da:
Regno Unito 1980:
Regno Unito 2008:
- Nel 1980, il tasso reale era negativo (–1,7%): l’inflazione era così alta che il potere d’acquisto del denaro prestato diminuiva nel tempo.
- Nel 2008, invece, il tasso reale era positivo (+1,1%): chi prestava denaro otteneva un rendimento reale.
Finanziare un prestito era più conveniente nel 2008,
anche se il tasso nominale era molto più basso.
👉 Ciò che conta non è il tasso nominale, ma il tasso reale, cioè il rendimento in termini di beni.
5. Il ruolo degli intermediari finanziari
In un sistema economico moderno, gli agenti economici (famiglie, imprese, Stato) possono trovarsi in due situazioni opposte:
- alcuni dispongono di risorse finanziarie in eccesso (risparmiatori),
- altri necessitano di fondi per finanziare investimenti o spese (debitori).
Il collegamento tra risparmio e investimento può avvenire in due modi:
- Finanziamento diretto: il debitore si rivolge direttamente al creditore, ad esempio emettendo obbligazioni o azioni acquistate da investitori privati.
→ In questo caso, il trasferimento dei fondi non passa attraverso alcuna istituzione intermedia. - Finanziamento indiretto: avviene tramite un intermediario finanziario (come una banca, un’assicurazione, un fondo comune, una finanziaria, ecc.).
Queste istituzioni raccolgono fondi dagli investitori (sotto forma di depositi, premi assicurativi o quote di fondi) e li reimpiegano in attività produttive o finanziarie (come prestiti o investimenti in titoli).
Il vantaggio del finanziamento indiretto è che l’intermediario:
- riduce i rischi di insolvenza per i risparmiatori, grazie alla diversificazione del portafoglio;
- abbassa i costi di informazione e di transazione;
- può sviluppare prodotti finanziari personalizzati per le esigenze della clientela.
6. Struttura patrimoniale di una banca e definizioni chiave
Il bilancio di una banca è composto da:
- Attività (impieghi): ciò che la banca possiede o i crediti che vanta (prestiti concessi, riserve presso la banca centrale, titoli).
- Passività: ciò che la banca deve (depositi dei clienti, prestiti ricevuti da altre banche o istituzioni).
- Capitale (o patrimonio netto): la differenza tra attività e passività; rappresenta il fondo di garanzia contro le perdite.
Due indicatori fondamentali per valutarne la stabilità sono:
- Quota di capitale sugli impieghi (Capital Ratio):
Misura la percentuale del totale degli impieghi coperta dal capitale proprio.
- Leva finanziaria (Leverage Ratio):
Indica quante volte il capitale è “moltiplicato” dall’indebitamento.
Maggiore è la leva, più alto è il rischio e più potenziale rendimento si può ottenere.
Esempio
| Banca | Attività | Passività | Capitale | Quota capitale | Leva |
| 1 | 100 | 80 | 20 | 20% | 5 (=100/20) |
La scelta della leva finanziaria
Le banche devono scegliere quanta leva utilizzare.
Una leva elevata significa utilizzare più debito e meno capitale proprio. Questo:
- aumenta il rendimento atteso del capitale, perché i profitti si calcolano su una base più piccola;
- ma accresce il rischio di insolvenza, poiché anche piccole perdite sul valore delle attività possono azzerare il capitale.
Esempio numerico
Si ipotizzi che:
- rendimento medio delle attività = 5%;
- costo medio delle passività = 4%.
| Banca | Attività | Passività | Capitale | Profitto atteso | Rendimento su capitale | Leva |
| 1 | 100 | 80 | 20 | 1.8 (=100×0.05 – 80×0.04) | 9% (=1.8/20) | 5 (100/20) |
| 2 | 100 | 95 | 5 | 1.2 (=100×0.05 – 95×0.04) | 24% (=1.2/5) | 20 (100/5) |
→ La banca 2 guadagna molto di più, ma è anche molto più esposta:
se il valore delle attività scende a 80, il capitale di 5 non basta a coprire la perdita → banca insolvente.
Evoluzione della leva nel tempo
Supponiamo che la Banca 1, inizialmente con leva 5, subisca una perdita:
le sue attività scendono da 100 a 90 → il capitale passa da 20 a 10 → la leva aumenta a 9 (=90/10).
La banca resta solvibile, ma ora è più rischiosa: un’ulteriore perdita potrebbe portarla all’insolvenza.
Per ridurre la leva e tornare al livello iniziale (5), può:
- ridurre i prestiti concessi (cioè diminuire le attività),
- e contemporaneamente ridurre le passività (es. rimborsando depositi).
Queste operazioni, però, restringono il credito disponibile nell’economia, generando effetti negativi sulla produzione e sugli investimenti.
Leva finanziaria e liquidità
Il problema si aggrava se gli investitori iniziano a dubitare della solidità di una banca:
- Gli investitori ritirano i loro fondi (depositi o obbligazioni).
- La banca deve vendere attività per ottenere liquidità.
- Ma se tali attività sono illiquide (non facilmente vendibili), deve abbassarne il prezzo.
- Ciò riduce ulteriormente il valore dell’attivo e peggiora la situazione patrimoniale.
- Crescono i timori → altri prelievi → spirale di sfiducia.
Questo fenomeno prende il nome di corsa agli sportelli (bank run).
Più le passività sono liquide (depositi a vista) e le attività sono illiquide (prestiti a lungo termine), più il sistema bancario è vulnerabile.
7. Il modello IS-LM esteso
Il modello IS-LM classico analizza l’equilibrio tra mercato dei beni (IS) e mercato monetario (LM).
Per comprendere gli effetti delle crisi finanziarie, introduciamo due variabili aggiuntive:
- Il tasso di policy fissato dalla banca centrale (r), cioè il tasso d’interesse reale di riferimento.
- Il premio per il rischio (x), che rappresenta l’extra-rendimento richiesto dai creditori per compensare il rischio d’insolvenza dei debitori.
Il tasso effettivo applicato ai prestiti è quindi:
Più alto è x, meno convenienti diventano gli investimenti → la curva IS si sposta verso sinistra.
8. Effetto di uno shock finanziario
Uno shock finanziario si verifica quando, per ragioni di instabilità o sfiducia, aumenta il rischio percepito (x aumenta).
Le cause principali sono:
- aumento della probabilità di insolvenza dei debitori;
- maggiore avversione al rischio da parte dei creditori;
- riduzione dei prestiti concessi dagli intermediari (ad esempio, a causa di perdite o di aumento della leva bancaria).
Conseguenze:
- A parità di tasso di policy (r), il tasso effettivo sui prestiti cresce (r+x);
- gli investimenti diminuiscono (I↓);
- cala la domanda aggregata → la produzione Y si riduce.
Nel grafico IS-LM, la IS si sposta verso sinistra, portando a un equilibrio con produzione inferiore.
→ È così che un problema nel settore finanziario si trasmette all’economia reale.
Politiche di risposta allo shock finanziario
Politica fiscale
Il governo può reagire con una politica espansiva:
- aumentando la spesa pubblica (G↑);
- o riducendo le imposte (T↓).
Ciò stimola la domanda aggregata e sposta la IS verso destra.
Tuttavia, peggiora il saldo di bilancio pubblico (T–G).
Politica monetaria
La banca centrale può abbassare il tasso di policy (r↓) per compensare l’aumento di x.
In teoria, questo riduce il costo dei prestiti e riporta la produzione al livello iniziale.
In pratica, però, se il tasso nominale (i) è già vicino a 0, non può più essere ridotto.
Si entra così nella trappola della liquidità (zero lower bound): la politica monetaria perde efficacia.
Grafico: LM e IS con shock finanziario e risposta di policy
9. L’inizio della crisi del 2007-2008
La crisi nasce negli Stati Uniti nell’estate del 2007, nel mercato dei mutui subprime.
Questi mutui erano concessi a debitori con scarsa affidabilità creditizia, spesso privi di reddito o garanzie (mutui NINJA – No Income, No Job, No Assets).
Tra il 2000 e il 2007 i tassi di interesse erano bassi → i mutui convenienti alimentarono:
- un aumento della domanda di case,
- un forte incremento dei prezzi immobiliari.
Molti creditori e investitori credevano che i prezzi sarebbero continuati a salire, riducendo il rischio apparente.
Ma nel 2007 i prezzi iniziarono a crollare, innescando una catena di insolvenze.
Il crollo della bolla immobiliare
Quando il prezzo delle abitazioni scese:
- Molti proprietari si trovarono con mutui superiori al valore della casa (“negative equity”).
- Vedendo che i prezzi non risalivano, smisero di pagare le rate.
- Le banche confiscarono le abitazioni, ma non riuscirono a rivenderle al prezzo del mutuo.
Nel 2008 le perdite sui mutui subprime ammontavano a circa 300 miliardi di dollari (solo il 2% del PIL USA), ma bastarono a scatenare una crisi mondiale.
Il ruolo della leva finanziaria e dei VIS
Le banche avevano adottato leve finanziarie altissime, confidando nella stabilità dei prezzi delle case.
In più, per aggirare i requisiti patrimoniali, crearono i VIS (Veicoli di Investimento Strutturato), società parallele che:
- prendevano a prestito fondi a breve termine;
- acquistavano titoli complessi (spesso cartolarizzazioni di mutui);
- avevano pochissimo capitale proprio;
- erano garantite dalla banca madre.
Esempio: il Rhineland Funding (della banca tedesca IKB) aveva solo 500 $ di capitale ma gestiva 13 miliardi di euro di crediti cartolarizzati.
Quando i prezzi delle case crollarono, i VIS non poterono rimborsare i debiti → le perdite ricaddero sulle banche.
La cartolarizzazione e i titoli tossici
La cartolarizzazione consiste nel trasformare un insieme di prestiti o mutui in titoli finanziari negoziabili, detti MBS (Mortgage-Backed Securities).
Ogni titolo dà diritto a ricevere i pagamenti (interessi e capitale) derivanti da centinaia o migliaia di mutui.
Vantaggi teorici:
- diversificazione dei rischi,
- possibilità di vendere mutui e liberare capitale.
Problemi reali:
- le banche che vendevano i mutui non avevano più incentivo a controllare la solvibilità dei clienti;
- le agenzie di rating sopravvalutarono la sicurezza di questi titoli;
- gli investitori non riuscivano più a valutarne il rischio effettivo.
Quando il mercato perse fiducia, questi titoli divennero “titoli tossici”, invendibili, con conseguenze disastrose.
La crisi del sistema finanziario
La combinazione di elevata leva finanziaria, passività liquide e attività illiquide rese le banche estremamente vulnerabili.
Quando i prezzi delle abitazioni iniziarono a scendere e i mutui subprime divennero inesigibili, gli investitori iniziarono a diffidare della solidità delle banche e dei VIS (veicoli di investimento strutturato).
Il meccanismo della crisi
- Gli investitori ritirano i propri fondi (depositi o obbligazioni).
- Le banche e i VIS devono rimborsare questi capitali, ma non dispongono di liquidità immediata.
- Per ottenere liquidità, vendono le proprie attività finanziarie.
- Tuttavia, molte di queste attività sono illiquide o difficilmente valutabili → per venderle, devono ridurne il prezzo.
- I prezzi crollano, riducendo ulteriormente il valore del capitale bancario → gli investitori si allarmano ancora di più.
Questa spirale porta a una crisi di fiducia generalizzata: anche le banche più solide iniziano a essere percepite come rischiose.
Inoltre, la complessità dei prodotti finanziari (MBS, CDO, ABS) rendeva impossibile capire quali banche fossero effettivamente esposte ai titoli tossici.
Per precauzione, le banche smettono di prestarsi soldi a vicenda → si blocca il mercato interbancario → il sistema finanziario entra in paralisi.
La leva finanziaria e il “credit crunch”
Per comprendere come reagirono le banche, consideriamo un esempio numerico:
| Attività | Passività | Capitale | Leva | |
| Prima della crisi | 100 | 80 | 20 | 5 |
| Dopo perdite (–2) | 98 | 80 | 18 | 5,4 |
→ La leva aumenta da 5 a 5,4.
Per tornare alla leva desiderata (5), la banca ha due possibilità:
Aumentare il capitale (ad esempio emettendo nuove azioni).
→ Difficile in tempi di crisi, perché gli investitori non vogliono sottoscrivere titoli bancari rischiosi.
Ridurre le attività (cioè ridurre i prestiti o vendere titoli).
→ È la via più comune, ma provoca effetti negativi sull’economia reale.
Quando tutte le banche adottano contemporaneamente la seconda strategia, si verifica una restrizione del credito generalizzata, nota come credit crunch.
Le imprese non riescono più a ottenere prestiti per investire o finanziare il capitale circolante, e le famiglie faticano ad accedere a mutui o finanziamenti.
La conseguenza è una riduzione complessiva di consumi e investimenti, che amplifica la recessione.
10. Sintesi con il modello IS-LM
Il modello IS-LM consente di riassumere in termini macroeconomici gli effetti di una crisi finanziaria.
- Il crollo del valore delle attività bancarie e la riduzione del capitale provocano una perdita di solidità del sistema finanziario.
- Gli investitori diventano più prudenti, e lo spread sul rischio (x) aumenta.
- Dato il tasso di policy fissato dalla banca centrale (r), il tasso effettivo sui prestiti (r + x) cresce.
- Gli investimenti e la domanda aggregata si riducono.
- La produzione (Y) diminuisce, portando l’economia in recessione.
In termini grafici, la curva IS si sposta verso sinistra, mentre la LM può restare ferma o spostarsi verso destra solo in parte (in base alla politica monetaria).
→ Il risultato è un nuovo equilibrio con reddito e produzione inferiori.
11. Dalla crisi finanziaria alla crisi reale
Nel settembre 2008, la crisi raggiunse il culmine con il fallimento della Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’investimento statunitensi.
Questo evento segnò la completa perdita di fiducia nei mercati finanziari internazionali.
Le conseguenze furono immediate:
Aumento dei tassi d’interesse sui prestiti → famiglie e imprese pagano di più per finanziarsi.
Crollo delle aspettative economiche → diminuiscono consumi e investimenti.
Riduzione del PIL reale → l’economia entra in recessione.
Aumento della disoccupazione → le imprese tagliano la produzione e licenziano.
Tra il 2008 e il 2009 gli Stati Uniti registrarono la più profonda contrazione economica dalla Grande Depressione degli anni ’30.
Grafici come quello del tasso di disoccupazione e della crescita del PIL reale mostrano chiaramente questa dinamica:
- il PIL reale non diventa negativo in valore assoluto, ma il suo tasso di crescita sì,
- la disoccupazione cresce di diversi punti percentuali in pochi mesi.
Il contagio internazionale
La crisi americana non rimase confinata ai confini nazionali.
A causa della globalizzazione finanziaria, le banche di molti paesi europei avevano acquistato titoli derivanti da mutui subprime statunitensi.
Quando questi titoli persero valore:
- molte banche europee subirono perdite pesanti;
- la sfiducia si estese a livello globale;
- il commercio internazionale si contrasse bruscamente;
- anche le imprese europee si trovarono in difficoltà per il crollo del credito e l’aumento dei tassi d’interesse.
Di conseguenza, l’Europa conobbe nel 2009 una recessione sincronizzata con quella americana:
crollo della produzione industriale, aumento della disoccupazione, riduzione del PIL in tutti i principali paesi dell’area euro.
Le risposte di politica economica negli Stati Uniti
Per fronteggiare la crisi, il governo e la Federal Reserve (FED) misero in campo una serie di interventi straordinari di natura finanziaria, monetaria e fiscale.
a) Politiche finanziarie
- Aumento della garanzia sui depositi bancari da 100.000 a 250.000 dollari, per evitare corse agli sportelli.
- Programmi di garanzia sui debiti bancari e interventi diretti per fornire liquidità alle banche, in modo da impedire vendite forzate di attività illiquide.
- Ampliamento dei collaterali accettati per i prestiti della FED (ossia le attività che una banca può dare in garanzia per ottenere credito).
- Ricapitalizzazione pubblica delle banche, attraverso l’acquisto di azioni da parte del governo → ciò aumenta la quota di capitale sugli impieghi e riduce la leva finanziaria.
L’obiettivo era ristabilire la fiducia nel sistema bancario e prevenire il collasso dell’intermediazione finanziaria.
b) Politiche monetarie
La Federal Reserve ridusse progressivamente il tasso di policy nominale fino a 0% (dicembre 2008), raggiungendo lo zero lower bound.
A quel punto non era più possibile abbassare ulteriormente i tassi nominali.
Per continuare a stimolare l’economia, la FED adottò politiche monetarie non convenzionali, dette anche Quantitative Easing (QE), che consistevano nell’acquisto diretto di titoli finanziari (anche a lungo termine) per:
- aumentare la liquidità nel sistema;
- ridurre i tassi d’interesse di mercato;
- incoraggiare banche, imprese e famiglie a prendere in prestito e investire.
c) Politiche fiscali
Parallelamente, il governo federale adottò una politica fiscale espansiva:
- ridusse le imposte, per aumentare il reddito disponibile delle famiglie;
- aumentò la spesa pubblica, specialmente in infrastrutture e sostegni all’occupazione.
Graficamente, queste misure fecero:
- limitare lo spostamento verso sinistra della curva IS (che rappresenta la domanda di beni),
- spostare la curva LM verso il basso grazie alla politica monetaria espansiva, riportando l’equilibrio a livelli di produzione più elevati.
Pur non eliminando del tutto gli effetti della crisi, tali politiche riuscirono ad evitare una depressione prolungata come quella del 1929.
12. Le risposte di politica economica in Europa
Anche i paesi europei e la Banca Centrale Europea (BCE) misero in atto misure simili, ma con differenze significative rispetto agli Stati Uniti.
- Politiche finanziarie: salvataggi bancari e garanzie pubbliche su depositi e obbligazioni.
- Politica monetaria: riduzione dei tassi di riferimento della BCE e, in seguito, programmi di acquisto di titoli simili al QE americano.
- Politiche fiscali: aumento della spesa pubblica e riduzioni fiscali, ma con forti vincoli di bilancio imposti dal Patto di Stabilità europeo.
La risposta europea fu più lenta e frammentata, anche perché:
- i paesi dell’area euro non hanno una politica fiscale comune;
- molti stati (come Italia e Grecia) avevano già un alto debito pubblico, che limitava la possibilità di aumentare la spesa.
Queste divergenze portarono, negli anni successivi, alla crisi del debito sovrano (2010-2011), in cui alcuni paesi europei (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia) incontrarono forti difficoltà nel rifinanziarsi sui mercati.
13. Conclusione: lezioni della crisi del 2007-2008
La Grande Recessione del 2007-2008 ha dimostrato che:
- Il sistema finanziario e quello reale sono strettamente collegati.
– I problemi delle banche possono rapidamente tradursi in recessione, disoccupazione e calo del PIL. - L’eccessiva leva finanziaria amplifica i rischi: aumenta i profitti nei periodi positivi, ma moltiplica le perdite nei periodi negativi.
- La liquidità e la fiducia sono essenziali per la stabilità finanziaria: una perdita di fiducia può generare panico anche in istituzioni solide.
- La regolamentazione dei mercati finanziari è cruciale per prevenire e gestire le crisi.
- Le politiche economiche coordinate (monetarie, fiscali e finanziarie) sono necessarie per ristabilire l’equilibrio macroeconomico.
Sintesi finale
- Bisogna distinguere tra tasso nominale e tasso reale (relazione di Fisher).
- I titoli differiscono per rischio e maturità; gli investitori richiedono un premio al rischio.
- Nel modello IS-LM esteso, gli investimenti dipendono dal tasso sui prestiti = r + x.
- Uno shock finanziario (x ↑) riduce la domanda e può portare a recessione.
- Le politiche di risposta:
fiscale espansiva (ma aumenta il deficit),
- monetaria espansiva, limitata dallo zero lower bound.
Capitolo 7 – Il mercato del lavoro
1. Introduzione: dal breve al medio periodo
Nel breve periodo, l’analisi macroeconomica si concentra prevalentemente sulla domanda aggregata: si ipotizza che le imprese siano disposte a offrire qualsiasi quantità di prodotto al prezzo corrente, ignorando quindi i vincoli dell’offerta. L’obiettivo è comprendere come la produzione si adegui alle variazioni della domanda.
Nel medio periodo, invece, tale ipotesi non è più sostenibile. Le imprese non possono produrre indefinitamente senza che entrino in gioco fattori reali come il costo del lavoro, la produttività e la struttura del mercato.
In questa prospettiva, diventa essenziale analizzare come i prezzi e i salari si determinano e si adeguano nel tempo, poiché proprio queste due variabili influenzano la produzione e l’occupazione.
Due relazioni fondamentali governano questa analisi:
- La relazione tra prezzi e salari, cioè come variazioni dei prezzi influenzino le richieste salariali dei lavoratori e viceversa;
- Il processo di aggiustamento nel mercato del lavoro, attraverso cui l’economia tende verso un livello “naturale” di disoccupazione e di produzione.
L’idea di fondo è che i salari nominali e i prezzi si adattino nel medio periodo fino a raggiungere un equilibrio coerente con la produttività e le condizioni del mercato del lavoro.
2. Le definizioni di base del mercato del lavoro
Il mercato del lavoro è descritto attraverso alcuni aggregati principali rilevati periodicamente dall’ISTAT tramite la Rilevazione sulle Forze di Lavoro, un’indagine campionaria rappresentativa della popolazione residente in Italia.
Essa fornisce le stime ufficiali di occupati, disoccupati e inattivi.
2.1 Gli occupati
Sono considerate occupate le persone tra i 15 e gli 89 anni che, nella settimana di riferimento:
- hanno lavorato almeno un’ora in cambio di una remunerazione (monetaria o in natura);
- hanno un lavoro, anche se temporaneamente assenti, purché l’assenza non superi tre mesi (oppure più di tre mesi in casi specifici come malattia, congedo parentale o stagionalità).
Rientrano tra gli occupati:
- i lavoratori con forme di impiego atipiche o irregolari, purché vi sia una remunerazione;
- i beneficiari di politiche attive (come i Lavoratori Socialmente Utili) e i lavoratori in Cassa Integrazione Guadagni (CIG), se l’assenza non supera i tre mesi;
- i sottoccupati, ossia coloro che lavorano meno ore del normale per motivi economici o perché non hanno trovato un lavoro a tempo pieno.
2.2 La forza lavoro
La forza lavoro è data dalla somma tra:
- le persone occupate;
- le persone in cerca di occupazione.
Rappresenta, quindi, l’insieme di chi partecipa attivamente al mercato del lavoro, sia lavorando sia cercando lavoro.
2.3 Le persone in cerca di occupazione
Sono considerate tali le persone non occupate tra 15 e 74 anni che:
- hanno cercato attivamente lavoro nelle ultime 4 settimane e sono disponibili a iniziare entro 2 settimane;
- oppure inizieranno un lavoro entro 3 mesi e sarebbero disponibili a cominciare subito, se possibile.
Si distinguono due categorie:
- chi ha già avuto un’occupazione;
- chi cerca la prima occupazione.
2.4 Le non forze di lavoro
Rientrano qui tutte le persone che non fanno parte della forza lavoro, e si distinguono in:
- inabili o persone in età non lavorativa (0-14 e oltre 65 anni);
- inattivi in età lavorativa (15-64 anni), suddivisi in:
chi cerca lavoro non attivamente ma è disponibile a lavorare;
- chi cerca lavoro ma non è immediatamente disponibile;
- chi non cerca lavoro ma lo accetterebbe se offerto (inclusi i lavoratori scoraggiati);
- chi non cerca e non è disponibile.
2.5 Dati aggregati (Italia, 2023)
- Popolazione totale (15+): 51,175,000 (+ 7,446,000 minori di 15 anni)
- Forza lavoro: 25,527,000
Occupati: 23,580,000
- In cerca di occupazione: 1,947,000
- Non forza lavoro: 26,658,000 (+ 7,446,000 minori di 15 anni)
Grafico: schema della popolazione e delle sotto-categorie ISTAT
3. Indicatori principali del mercato del lavoro
3.1 Definizioni
| Indicatore | Formula / Rapporto | Descrizione |
| Tasso di attività | Forze di lavoro / Popolazione (15 anni e più) | Misura la quota della popolazione attiva nel mercato del lavoro. |
| Tasso di attività in età lavorativa | Forze di lavoro (15-64 anni) / Popolazione (15-64 anni) | Indica la partecipazione al lavoro della popolazione in età produttiva. |
| Tasso di occupazione | Occupati / Popolazione (15 anni e più) | Percentuale della popolazione totale che ha un impiego. |
| Tasso di occupazione in età lavorativa | Occupati (15-64 anni) / Popolazione (15-64 anni) | Mostra quante persone in età lavorativa risultano occupate. |
| Tasso di disoccupazione | Persone in cerca di occupazione / Forze di lavoro | Indica la quota della forza lavoro che è disoccupata. |
| Tasso di disoccupazione giovanile | Disoccupati (15-24 anni) / Forze di lavoro (15-24 anni) | Misura la disoccupazione tra i giovani. |
| Tasso di disoccupazione di lunga durata | Disoccupati da ≥12 mesi / Forze di lavoro | Mostra la quota di disoccupati che cercano lavoro da almeno un anno. |
3.2 Dati per l’Italia (2023)
- Tasso di attività (15-64): 66,7%
- Maschi: 75,7% | Femmine: 57,7%
Tasso di occupazione (15-64): 61,5%
- Maschi: 70,4% | Femmine: 52,5%
Tasso di disoccupazione totale: 7,7%
- Nord: 4,6% | Centro: 6,2% | Sud: 14%
Tasso di disoccupazione giovanile (15-24): 22,7%
4. L’andamento della disoccupazione
4.1 Tendenze storiche
Negli Stati Uniti, il tasso di disoccupazione è diminuito costantemente dagli anni ’80 (intorno al 4% nel 2000).
In Europa, invece, si è osservato un aumento tra gli anni ’60 e ’80, con successiva stabilizzazione.
Paesi come Germania mostrano tradizionalmente tassi più bassi, mentre Italia e Spagna presentano valori più elevati.
Tuttavia, un identico tasso di disoccupazione può nascondere realtà diverse:
- mercati del lavoro dinamici, con elevata mobilità (molti licenziamenti ma anche molte assunzioni);
- mercati rigidi, con lunga durata della disoccupazione.
4.2 Effetti delle recessioni
Durante le fasi di recessione, le imprese riducono la produzione e di conseguenza l’occupazione. Le modalità principali sono:
- Blocco o riduzione delle assunzioni, che riduce la probabilità per i disoccupati di trovare lavoro;
- Licenziamenti, che aumentano la probabilità di perdita del lavoro per gli occupati.
Di conseguenza:
- aumenta la durata media della disoccupazione;
- cresce il tasso di disoccupazione complessivo.
Grafico: tasso di disoccupazione USA 1948–2014 con recessioni in grigio
5. La determinazione dei salari
5.1 Forme di contrattazione
I salari possono essere determinati in modi diversi:
- tramite contratti collettivi, a livello aziendale, settoriale o nazionale;
- da accordi individuali tra lavoratore e datore di lavoro.
In ogni caso, vi sono elementi comuni:
- Ogni lavoratore ha un salario di riserva, ossia il livello minimo che rende indifferente lavorare o no.
- Nella pratica, i salari effettivi sono superiori al salario di riserva, poiché le imprese devono motivare e trattenere i dipendenti.
- I salari dipendono dalle condizioni del mercato del lavoro: al diminuire della disoccupazione, i salari tendono ad aumentare.
5.2 Il potere contrattuale dei lavoratori
Il potere contrattuale di un lavoratore dipende da:
- quanto costoso sarebbe per l’impresa sostituirlo;
- quanto difficile sarebbe per lui trovare un nuovo impiego.
Se la disoccupazione è bassa, i lavoratori hanno maggiore potere, poiché le imprese temono di non trovare facilmente sostituti. In tal caso, i salari salgono.
Al contrario, con alta disoccupazione, il potere contrattuale si riduce e i salari tendono a rallentare o diminuire.
5.3 I salari di efficienza
Secondo la teoria dei salari di efficienza, le imprese pagano volontariamente un salario superiore a quello di equilibrio di mercato per:
- aumentare la produttività dei lavoratori;
- ridurre il turnover (cambi frequenti di personale);
- evitare comportamenti opportunistici (assenteismo, scarso impegno).
L’idea, proposta già da Henry Ford e confermata in diversi contesti moderni, è che un salario più alto incentivi impegno e lealtà, migliorando l’efficienza complessiva.
5.4 L’equazione dei salari (WS)
In forma aggregata, il salario nominale dipende da tre fattori:
dove:
- (P^e): livello dei prezzi atteso;
- (u): tasso di disoccupazione;
- (z): altri fattori che influenzano i salari (sussidi, salario minimo, protezioni, ecc.).
Le relazioni fondamentali sono:
- ( ↑ ⇒ W ↑ ): i lavoratori chiedono salari più alti se si aspettano prezzi più elevati (per mantenere il potere d’acquisto);
- ( u ↑ ⇒ W ↓ ): più disoccupazione riduce la forza contrattuale;
- ( z ↑ ⇒ W ↑ ): maggiore tutela o sussidio aumenta il salario richiesto.
Grafico: curva WS, relazione negativa tra W/P e u
6. La determinazione dei prezzi (PS)
6.1 La funzione di produzione
Si ipotizza che il lavoro sia l’unico fattore produttivo:
dove:
- Y: output totale,
- A: produttività del lavoro,
- N: numero di lavoratori impiegati.
Se (A = 1), allora (Y = N), e il costo marginale (costo per produrre una unità aggiuntiva di output) è pari al salario (W).
6.2 Il prezzo e il mark-up
In concorrenza perfetta, le imprese vendono al prezzo uguale al costo marginale:
Ma se le imprese hanno potere di mercato, possono applicare un mark-up sul costo:
dove (m ≥ 0) rappresenta il ricarico percentuale.
Maggiore è il mark-up, minore è il salario reale pagato ai lavoratori.
7. Il tasso naturale di disoccupazione
L’equilibrio nel mercato del lavoro si ottiene quando:
Questo definisce il tasso naturale di disoccupazione (uₙ), anche detto tasso strutturale, ovvero il livello di disoccupazione compatibile con la stabilità dei prezzi (quando (P = P^e)).
- Se (z) aumenta (es. più sussidi), la WS si sposta verso l’alto → (u_n) aumenta.
- Se (m) aumenta (più potere delle imprese), la PS si sposta verso il basso → (u_n) aumenta.
Grafico: intersezione WS e PS con uₙ
8. Politiche e variazioni dei parametri
8.1 Aumento del sussidio di disoccupazione
- Aumenta il potere contrattuale dei lavoratori → (z ↑);
- La curva WS si sposta verso l’alto;
- Per mantenere l’equilibrio con la PS, serve un tasso di disoccupazione più alto → (u_n ↑).
Grafico: WS → WS’ e uₙ → uₙ’
8.2 Legislazione antitrust meno restrittiva
- Aumenta il potere di mercato delle imprese → (m ↑);
- La PS si sposta verso il basso;
- Diminuisce il salario reale, e il tasso naturale di disoccupazione cresce.
Esempio: la multa da 4,3 miliardi a Google (2018) per abuso di posizione dominante sul sistema Android mostra l’importanza della regolamentazione per preservare la concorrenza e contenere i mark-up.
8.3 Produttività del lavoro
Quando la produttività (A) cresce:
- a parità di salario nominale, diminuiscono i costi di produzione;
- le imprese possono abbassare i prezzi → aumenta il salario reale.
L’equazione dei prezzi diventa:
Se anche i salari nominali si adeguano alla produttività attesa:
All’equilibrio (quando e , il tasso naturale di disoccupazione non varia, ma il salario reale e la produzione naturale aumentano.
9. Conclusioni
- Nel medio periodo, la produzione è determinata dal lato dell’offerta, e dipende dall’equilibrio tra salari e prezzi.
- Il tasso naturale di disoccupazione è quello compatibile con l’equilibrio del mercato del lavoro e con aspettative corrette sui prezzi.
- Fattori come sussidi, protezione del lavoro, potere di mercato e produttività influenzano la posizione delle curve WS e PS.
- La produttività crescente, se accompagnata da una contrattazione adeguata, consente di aumentare il salario reale senza generare inflazione.
Nel lungo periodo, questo equilibrio definisce il livello naturale di produzione (Yₙ), che corrisponde al livello di occupazione in cui la disoccupazione è al suo valore strutturale.
Capitolo 8 – La curva di Phillips, il tasso naturale di disoccupazione e l’inflazione
1. Origini della curva di Phillips
- A.W. Phillips (1958): osserva nel Regno Unito (1861–1957) una relazione inversa tra tasso di disoccupazione e crescita dei salari nominali.
- Samuelson e Solow (1960): trovano una relazione simile negli USA (1900–1960), tra disoccupazione e inflazione dei prezzi.
👉 Interpretazione: esiste un trade-off.
- Bassa disoccupazione → inflazione elevata.
- Bassa inflazione → alta disoccupazione.
Grafico: Inflazione e disoccupazione USA 1948–1969
2. La prima formulazione
In forma semplice:
- = inflazione effettiva,
- = valore costante (inflazione di fondo),
- = m+z = fattori che spingono salari e prezzi in alto,
- > 0 = sensibilità della disoccupazione sull’inflazione.
👉 Meccanismo: bassa disoccupazione → salari ↑ → prezzi ↑ → aspettative ↑ → nuovi aumenti di salari → nuova inflazione.
È la cosiddetta spirale prezzi–salari.
3. La scomparsa del trade-off
Negli anni ’70 la relazione tra inflazione e disoccupazione sembra rompersi: compare la stagflazione (bassa crescita + inflazione alta).
Due cause principali:
- Shock petroliferi → aumento mark-up (m) → curva di Phillips si sposta verso l’alto → più inflazione a parità di disoccupazione.
- Nuovo processo di formazione delle aspettative:
fino agli anni ’60 inflazione variabile attorno a zero → si poteva assumere inflazione attesa ≈ costante,
- dagli anni ’70 inflazione positiva e persistente → gli agenti si aspettano inflazione simile a quella osservata in passato.
Grafico: inflazione e disoccupazione USA 1970–2000
4. La curva di Phillips corretta per le aspettative
Punto di partenza: sistema WS–PS
- :
- :
Con , si ottiene:
Passando ai tassi di inflazione:
Caratteristiche della Phillips corretta:
- (mark-up più alti),
- (sussidi disoccupazione, protezioni, ecc.),
👉 Inflazione dipende sia dalle aspettative che da shock strutturali.
5. Le aspettative: adattive
Gli operatori prevedono un futuro simile al passato:
- Se : aspettative indipendenti dal passato → torna la prima formulazione (anni ’50–’60).
- Se : aspettative = inflazione dell’anno precedente → curva di Phillips accelerata:
👉 Con disoccupazione bassa, l’inflazione non solo aumenta ma accelera.
Grafico: variazione inflazione e disoccupazione USA 1970–2003
6. Il tasso naturale di disoccupazione
Definizioni
- Statico: tasso di disoccupazione per cui .
- Dinamico: tasso per cui
In equilibrio:
👉 = tasso naturale di disoccupazione (o NAIRU: Non Accelerating Inflation Rate of Unemployment).
Caratteristiche:
- Se → inflazione decresce.
- Se → inflazione accelera.
7. Effetti di variazioni di m, z e α
- Aumento mark-up (m ↑) → sposta verso l’alto la curva di Phillips e aumenta uₙ.
- Aumento fattori istituzionali (z ↑) → ↑.
- Maggiore sensibilità dei salari (α ↑) → ↓.
👉 NAIRU non è costante: cambia nel tempo e tra paesi.
8. Il parametro α e la contrattazione
- misura la reattività dei salari alla disoccupazione.
- Con contrattazione collettiva centralizzata (come in Italia), i salari reagiscono meno alla disoccupazione → α basso.
- Ciò rende più difficile ridurre i salari durante le recessioni → rigidità al ribasso → aumento disoccupazione.
9. Inflazione alta e variabilità
- Quando l’inflazione è elevata tende anche a diventare più variabile → più incertezza.
- Effetti:
contratti salariali più frequenti,
- diffusione di meccanismi di indicizzazione salariale (collegamento automatico dei salari all’inflazione).
10. Indicizzazione salariale
Hp: due tipi di contratti:
- quota λ indicizzata → ,
- quota 1–λ non indicizzata → .
Quindi:
Sostituendo nella Phillips corretta:
Effetti:
- NAIRU non cambia,
- intercetta e pendenza della curva aumentano,
- inflazione diventa più reattiva a scostamenti di u da .
Grafico: inflazione con e senza indicizzazione
✅ Sintesi finale
- La prima Phillips suggeriva un trade-off stabile tra inflazione e disoccupazione.
- Negli anni ’70 la stagflazione dimostrò che il trade-off scompariva.
- La nuova Phillips corretta per le aspettative mostra che l’inflazione dipende da disoccupazione, aspettative e shock (m, z).
- Esiste un tasso naturale di disoccupazione (NAIRU) che mantiene l’inflazione stabile.
- Fattori istituzionali (contrattazione, rigidità salariali) e indicizzazione influenzano la posizione e la pendenza della curva.
- Inflazione elevata → più variabilità → istituzioni e salari si adattano (indicizzazione).
Capitolo 9 – Dal breve al medio periodo: il modello IS-LM-PC
1. Introduzione
Nei capitoli precedenti:
- Breve periodo (cap. 3–6): la produzione era determinata dalla domanda, dato che le imprese offrivano qualsiasi quantità a prezzi fissi.
- Medio periodo (cap. 7–8): abbiamo visto come si determinano salari e prezzi, e come variazioni di disoccupazione influenzano inflazione.
Ora mettiamo tutto insieme: studiamo produzione, tasso di interesse e inflazione nel passaggio da equilibrio di breve periodo a equilibrio di medio periodo.
Lo strumento è il modello IS-LM-PC:
IS: equilibrio mercato beni (Y–i).
LM: equilibrio mercati finanziari, tasso fissato dalla banca centrale.
PC (Phillips Curve): relazione tra inflazione e deviazione della disoccupazione dal tasso naturale.
2. L’IS-LM esteso (ripasso)
Dal capitolo 6:
- La Banca Centrale fissa il tasso di policy reale r.
- Il tasso sui prestiti effettivi è r+x, dove x è il premio al rischio.
- La IS mostra l’equilibrio nel mercato dei beni, la LM l’equilibrio finanziario.
3. La curva di Phillips
Da WS–PS
Abbiamo ricavato:
Passando ai tassi di crescita → curva di Phillips corretta per le aspettative:
Con disoccupazione naturale:
Se assumiamo aspettative adattive :
👉 Interpretazione:
- Se → inflazione diminuisce.
- Se → inflazione aumenta.
Grafico: curva di Phillips accelerata
4. Dal tasso di disoccupazione alla produzione
Con produzione Y e occupazione N: Y = N
Se → si ottiene la produzione naturale (anche detta produzione potenziale).
La differenza è l’output gap.
Sostituendo nella Phillips:
Implicazioni:
- Se → inflazione aumenta.
- Se → inflazione diminuisce.
- Se → inflazione stabile.
5. L’equilibrio di medio periodo
Supponiamo che la banca centrale fissi r.
- Se → inflazione cresce → la BC aumenta r → IS-LM si sposta e Y scende verso .
- L’aggiustamento continua finché l’output gap scompare.
- In equilibrio di medio periodo: inflazione è costante, produzione = .
Il tasso di interesse reale che assicura è detto tasso naturale di interesse.
Grafico: IS-LM-PC con aggiustamento verso
6. Perché l’aggiustamento non è immediato?
- È difficile stimare il livello esatto di .
- Il segnale (variazione dell’inflazione) indica solo se > o < .
- Le variazioni di r incidono sugli investimenti con ritardo → l’economia si muove gradualmente.
- Se l’inflazione cresce troppo, la BC può dover alzare r oltre → spingendo temporaneamente Y sotto per riportare l’inflazione all’obiettivo.
L’aggiustamento è lento e complesso.
7. Il ruolo delle aspettative
Finora abbiamo assunto aspettative adattive : .
Ma se fossero ancorate , cioè ?
- In questo caso, con output gap positivo → inflazione > π (ma stabile).
- Output gap negativo → inflazione < π.
- Output gap nullo → inflazione = π.
L’aggiustamento è più semplice: la BC non deve compensare un boom con una recessione.
Grafico: confronto aspettative adattive vs ancorate
8. Zero lower bound e spirale deflazionistica
Scenario: recessione forte → .
- La BC dovrebbe ridurre r in modo consistente (anche negativo).
- Ma il tasso nominale i non può scendere sotto 0 → zero lower bound.
- Se l’inflazione scende, anche scende → aumenta → la recessione peggiora.
Nasce la spirale deflazionistica: deflazione e recessione si autoalimentano.
Grafico da inserire: ZLB e spirale deflazionistica
9. Effetti di politiche fiscali
Caso: consolidamento fiscale (T ↑, G ↓)
- Breve periodo: Y scende sotto Yₙ, inflazione cala.
- Aggiustamento: la BC riduce r → LM scende → Y risale.
- Medio periodo: Y = Yₙ, inflazione stabile, r < r_n.
Risultato: meno consumi (C ↓), ma più investimenti (I ↑) grazie a r più basso.
Grafico da inserire: IS si sposta a sinistra → nuovo equilibrio MP
10. Shock sul prezzo del petrolio
Anni ’70: creazione OPEC → aumento prezzo petrolio.
Effetti:
- Aumento mark-up (m ↑) → PS si abbassa → salario reale ↓ → uₙ ↑ → Yₙ ↓.
- Nel breve periodo: Y iniziale > nuovo Yₙ → inflazione cresce.
- La BC aumenta r → LM si alza → Y scende verso Yₙ.
👉 Nuovo equilibrio: produzione potenziale più bassa, inflazione stabile a un livello più alto, r più alto.
✅ Sintesi finale
- Il modello IS-LM-PC unisce breve e medio periodo: produzione, tasso di interesse e inflazione.
- L’inflazione dipende dall’output gap (curva di Phillips).
- In medio periodo l’economia converge a (Y = Y_n) con inflazione costante.
- Il tasso (r_n) assicura produzione potenziale e inflazione stabile.
- Aspettative:
se adattive → inflazione accelera o decelera,
- se ancorate → inflazione si stabilizza.
- Zero lower bound può innescare spirale deflazionistica.
- Politiche fiscali e shock petroliferi mostrano come l’economia si aggiusta nel medio periodo.
CAPITOLO 14 -Mercati finanziari e aspettative
1. Introduzione: perché le aspettative contano nei mercati finanziari
Il capitolo si concentra sul modo in cui le aspettative influenzano i prezzi delle attività finanziarie. Ogni volta che un investitore decide se acquistare un titolo, un’obbligazione o un’azione, sta confrontando soldi oggi con soldi futuri. E poiché i flussi di denaro futuri sono incerti, servono modelli che tengano conto delle aspettative su tassi di interesse, pagamenti futuri e rischi.
Per questo studiamo:
- il valore presente scontato atteso
- il modo in cui si formano prezzi e rendimenti dei titoli
- la curva dei rendimenti e cosa ci dice sull’economia
- il prezzo delle azioni e il ruolo dei dividendi attesi
2. Il valore presente scontato atteso: l’idea centrale
Il concetto chiave è che un euro in futuro vale meno di un euro oggi, perché nel frattempo potrei prestarlo e guadagnarci un interesse.
Se il tasso nominale a un anno è (i_t), prestare 1 euro oggi porta ad avere ((1+i_t)) euro domani.
Quindi, 1 euro domani vale oggi:
Più alto è il tasso di interesse, più basso è il valore attuale di un pagamento futuro.
Pagamenti a due anni
Se vogliamo il valore attuale di 1 euro che arriverà tra due anni, dobbiamo scontarlo due volte:
- con il tasso del primo anno
• con il tasso atteso per il secondo anno
Risultato:
Serie di pagamenti nel tempo
Se ho una sequenza di pagamenti futuri , …, il loro valore attuale è la somma dei singoli pagamenti scontati ai tassi appropriati.
Il valore presente scontato atteso è:
Più lontano è il pagamento, più il suo contributo a (V_t) è piccolo.
Valori nominali e reali
Possiamo calcolare il valore presente:
• in termini nominali (euro)
• in termini reali, dividendo per il livello dei prezzi :
Questo è utile quando analizziamo pagamenti reali come consumi o investimenti.
3. Titoli finanziari: cosa sono e come funzionano
Esistono diversi tipi di titoli:
Titoli di sconto puro
Pagano soltanto alla scadenza (zero–coupon).
Titoli con cedole
Pagano cedole periodiche più un valore finale.
Ogni titolo è definito da tre elementi:
Valore facciale
Flussi di pagamento
Maturità (la sua scadenza)
Esistono due tipi principali di rischio:
- di insolvenza, cioè la possibilità che l’emittente non rimborsi il titolo
- di prezzo, importante se si vuole vendere prima della scadenza
4. Prezzi e rendimenti dei titoli
Per capire la curva dei rendimenti, partiamo dal caso semplice dei titoli di sconto puro.
Prezzo di un titolo annuale
Con valore facciale 100 euro e tasso a un anno :
Prezzo di un titolo biennale
Se il tasso a un anno per il prossimo anno è atteso essere :
Questa formula deriva da un ragionamento di arbitraggio: il titolo biennale deve essere “competitivo” con l’alternativa di comprare due titoli annuali consecutivi.
5. Rendimento a scadenza di un titolo (yield)
Il rendimento alla scadenza di un titolo di maturità (n) è il tasso costante (i_{nt}) che rende equivalente pagare oggi e ricevere 100 tra n anni.
Per un biennale:
Quindi:
6. Relazione tra tassi a 1 anno e tassi a 2 anni
Il legame fondamentale è:
(1+i_{2t})^2 = (1+i_{1t})(1+i^{e}_{1,t+1}).
Interpretazione:
- il tasso a 2 anni incorpora sia il tasso corrente a 1 anno, sia il tasso atteso dell’anno prossimo.
Approssimazione utile
Quando i tassi sono piccoli, vale:
E in generale:
Questa è l’idea alla base della curva dei rendimenti.
7. Il ruolo del rischio
Finora abbiamo ignorato il fatto che un titolo biennale è più rischioso di un titolo annuale se lo voglio rivendere dopo un anno (non so il suo prezzo futuro).
Per indurre gli investitori a tenerlo, è necessario aggiungere un premio al rischio (x).
La condizione di arbitraggio diventa:
Questo spiega perché:
• anche in assenza di aspettative di aumento dei tassi,
• la curva dei rendimenti tende ad essere crescente:
il premio al rischio (x) aumenta con la maturità.
8. Curva dei rendimenti: lettura e significato
La curva dei rendimenti rappresenta, nello stesso giorno, i rendimenti a scadenza dei titoli con maturità diverse.
Senza rischio:
- se gli agenti si aspettano tassi futuri più alti → curva crescente
• se si aspettano tassi futuri più bassi → curva decrescente
Con rischio:
- la curva tende naturalmente a salire con la maturità
• casi di curva invertita si verificano solo quando il mercato si aspetta tagli forti dei tassi in futuro (es: recessione in arrivo)
9. Prezzo delle azioni
Il prezzo (ex–cedola) di un’azione si ottiene confrontando:
- rendimento dei titoli → (1+i_{1t})
• rendimento atteso delle azioni → dividendo + prezzo futuro
Condizione senza rischio:
Con rischio (equity premium):
Iterando nel tempo, il prezzo di un’azione è il valore attuale dei dividendi attesi futuri:
Interpretazione chiave:
- se i dividendi attesi aumentano → il prezzo sale
• se i tassi di interesse aumentano → il prezzo scende
• se aumenta il premio al rischio → il prezzo scende
10. Prezzi delle azioni, aspettative e IS–LM
Il prezzo delle azioni dipende anche dalla politica economica.
Caso 1: politica monetaria espansiva inattesa
- LM scende
• tassi di interesse ↓
• produzione ↑
• profitti e dividendi attesi ↑
→ il prezzo delle azioni aumenta.
Caso 2: aumento inatteso dei consumi (shock IS)
- IS si sposta a destra
• Y aumenta → dividendi attesi ↑ → Q aumenta
• ma se la banca centrale reagisce con una stretta → r aumenta → Q può diminuire
Conclusione:
i movimenti dei prezzi azionari dipendono fortemente da come gli operatori si aspettano che reagisca la banca centrale.
Capitolo 16 – Aspettative, produzione e politica economica
1. Perché le aspettative contano nella macroeconomia?
Il capitolo spiega che la produzione corrente è influenzata non solo dalle condizioni presenti, ma anche da ciò che gli agenti economici si aspettano per il futuro.
Le aspettative su:
- produzione futura
- imposte future
- tassi di interesse futuri
possono modificare consumi, investimenti e quindi la domanda aggregata già oggi.
Di conseguenza, gli effetti di politica economica (sia fiscale che monetaria) dipendono da come gli agenti interpretano e anticipano tali politiche.
2. La curva IS con aspettative
Nella versione base del modello IS, la spesa privata aggregata dipende da:
- reddito corrente Y
- tasse correnti T
- tasso di interesse corrente (r)
Ma in presenza di aspettative, la curva IS deve includere anche le variabili attese per il futuro.
2.1. Versione base della IS (senza aspettative)
Con:
- C aumenta se aumenta il reddito, diminuisce se aumentano le tasse.
- I diminuisce se aumenta r o se aumenta il premio per il rischio x.
- G è esogena.
2.2. Versione estesa della IS con le aspettative
Il punto centrale del capitolo è che consumo e investimento dipendono anche dai valori futuri attesi.
La IS diventa:
dove indica valori futuri attesi:
- = produzione futura attesa
- = imposte future attese
- = tasso di interesse futuro atteso
2.3. Effetti qualitativi delle aspettative
Se aumentano le aspettative di reddito futuro
→ le famiglie consumano di più già oggi
→ le imprese investono di più già oggi
→ la IS si sposta verso destra
Se ci si aspettano tasse future più alte
→ i consumatori risparmiano oggi
→ consumo e investimento calano
→ IS verso sinistra
Se ci si aspettano tassi futuri più alti
→ investimenti futuri meno redditizi
→ investimenti di oggi diminuiscono
→ IS verso sinistra
2.4. La nuova IS è più ripida
Il prof lo spiega così:
- Se r diminuisce oggi, ma rimanendo costanti le aspettative future, l’effetto sugli investimenti è più debole, perché le imprese guardano anche a .
- Anche il moltiplicatore è più basso, perché variazioni del reddito corrente non si traducono in forti variazioni del consumo, dato che contano molto le aspettative di reddito futuro.
Conclusione:
→ La IS resta inclinata negativamente, ma è più ripida della versione base.
3. Politica monetaria, aspettative e produzione
La politica monetaria entra attraverso la curva LM.
Nelle slide, come in tutto il libro di Blanchard, la LM è una retta orizzontale al livello del tasso di policy reale fissato dalla banca centrale.
3.1. Caso 1: politica monetaria espansiva con aspettative “ferme”
Se la banca centrale riduce il tasso di policy reale (r), e gli agenti non cambiano le aspettative su:
- produzione futura
- tasso di policy futuro
allora l’equilibrio passa da A a B:
→ diminuisce r
→ aumenta Y
È il meccanismo standard IS–LM:
LM si abbassa e l’economia si espande.
3.2. Caso 2: politica monetaria espansiva che influenza le aspettative
L’ipotesi precedente è irrealistica, dice il prof.
In realtà:
- se la banca centrale taglia il tasso oggi
- gli agenti si aspettano tassi più bassi anche domani
- e si aspettano che la produzione aumenterà in futuro
Risultato:
- aumenta
- diminuisce
Quindi la IS si sposta verso destra.
L’equilibrio si sposta non da A a B, ma da A a C, con:
- un aumento molto più grande della produzione
- un effetto amplificato dalle aspettative
4. Il ruolo cruciale delle aspettative nella politica monetaria
4.1. Le aspettative amplificano o attenuano gli effetti delle politiche
Il potere della politica monetaria non dipende solo dalla variazione del tasso di policy, ma anche dal modo in cui:
- consumatori
- imprese
- mercati finanziari
interpretano quella variazione.
4.2. Le aspettative non sono arbitrarie
Gli individui non inventano numeri a caso, ma formano aspettative razionali, cioè basate su:
- tutte le informazioni disponibili
- valutazioni realistiche delle probabilità future
- non solo su ciò che è accaduto nel passato
(che invece è il caso delle aspettative adattive)
4.3. La banca centrale deve “gestire” le aspettative
Una politica monetaria efficace non può limitarsi a decidere un tasso di interesse:
deve anche comunicare in modo credibile cosa farà in futuro.
Le banche centrali moderne (come la BCE e la FED) dedicano moltissimo lavoro a:
- comunicazione
- forward guidance
- gestione della credibilità
perché sanno che le aspettative sono parte integrante della trasmissione della politica monetaria.
CONCLUSIONE FINALE
Il capitolo 16 ti porta a capire che:
- la produzione di oggi dipende dal futuro tanto quanto dal presente
- la IS cambia forma quando includiamo le aspettative
- la politica monetaria può essere molto più efficace se modifica le aspettative
- le aspettative razionali sono fondamentali per comprendere la macro moderna
Questo è un capitolo breve ma super importante perché spiega il collegamento tra il modello IS–LM e il ruolo delle aspettative, che sarà essenziale per interpretare i comportamenti delle banche centrali e dei mercati.
Capitolo 17 – Apertura del mercato dei beni e dei mercati finanziari
1. Dall’economia chiusa all’economia aperta
Finora molti modelli macroeconomici possono essere studiati assumendo, per semplicità, che il paese non scambi beni, attività finanziarie o fattori produttivi con il resto del mondo. Un’economia reale, però, è aperta: famiglie, imprese, Stato e investitori prendono decisioni che coinvolgono anche soggetti residenti all’estero.
L’apertura può essere osservata su tre mercati distinti.
Mercato dei beni. I consumatori possono scegliere tra beni nazionali e beni esteri. La libertà di scambio può essere limitata attraverso dazi, cioè imposte applicate alle importazioni, oppure attraverso quote, che limitano direttamente la quantità di beni importabili.
Mercati finanziari. Gli investitori possono scegliere tra attività finanziarie nazionali e attività estere. In alcuni casi gli Stati introducono controlli sui movimenti di capitale, limitando le attività estere detenibili dai residenti oppure gli investimenti degli stranieri nel paese.
Mercato dei fattori produttivi. Le imprese possono localizzare la produzione in paesi diversi e i lavoratori possono decidere dove offrire il proprio lavoro. Anche questa forma di apertura può essere limitata, per esempio da restrizioni alla mobilità dei lavoratori.
L’apertura internazionale introduce quindi una nuova domanda fondamentale: non basta più decidere quanto consumare o risparmiare, ma bisogna anche decidere se acquistare beni e attività nazionali o esteri.
2. Come si misura il grado di apertura commerciale
Un primo indicatore è il peso degli scambi internazionali rispetto alla produzione interna. Si possono utilizzare:
oppure una misura media del peso di esportazioni e importazioni sul PIL.
Dove:
- = esportazioni;
- = importazioni;
- = prodotto interno lordo.
Il volume degli scambi dipende anche dalla dimensione del paese e dalla distanza dai partner commerciali. Un piccolo paese fortemente integrato con economie vicine tende ad avere rapporti export/PIL e import/PIL più elevati di un grande paese con un ampio mercato interno.
È possibile perfino che superi il 100%. Non è una contraddizione: il PIL misura il valore aggiunto prodotto all’interno del paese, mentre le esportazioni sono contabilizzate al loro valore lordo. Un’economia che importa grandi quantità di beni intermedi, li trasforma aggiungendo poco valore e poi li riesporta può avere esportazioni molto superiori al proprio PIL.
Un’altra misura dell’apertura è la quota di beni commerciabili, cioè beni che sono esposti alla concorrenza estera anche quando non vengono materialmente importati o esportati. Un’automobile è tipicamente un bene commerciabile; una casa o un taglio di capelli sono molto meno commerciabili.
3. La scelta tra beni nazionali e beni esteri
Quando un agente decide di acquistare un bene deve ora considerare due dimensioni:
- quanto spendere e quanto risparmiare;
- quanto della spesa destinare a beni nazionali e quanto a beni esteri.
La variabile centrale per questa seconda scelta è il tasso di cambio reale, cioè il prezzo dei beni nazionali espresso in termini di beni esteri.
Prima di introdurlo è necessario definire il tasso di cambio nominale.
4. Tasso di cambio nominale
Adottiamo la convenzione utilizzata nel materiale del corso:
Per esempio:
Con questa convenzione misura il prezzo della valuta nazionale in termini di valuta estera.
Cambi flessibili
In un regime di cambi flessibili il tasso di cambio è determinato dall’interazione tra domanda e offerta di valute.
- Apprezzamento: . La valuta nazionale vale di più: servono più unità di valuta estera per acquistarne una unità.
- Deprezzamento: . La valuta nazionale vale di meno.
Cambi fissi
Quando la parità è amministrata dalle autorità si usano normalmente i termini:
- rivalutazione: aumento di ;
- svalutazione: diminuzione di .
Attenzione alla convenzione. Altri testi possono definire il cambio come unità di valuta nazionale per una unità di valuta estera. In quel caso tutti i segni relativi ad apprezzamento e deprezzamento si invertono. In questo manuale si mantiene sempre la convenzione “valuta estera per una unità di valuta nazionale”.
5. Il tasso di cambio reale
Il tasso di cambio nominale confronta valute; il tasso di cambio reale confronta invece il prezzo dei beni nazionali con quello dei beni esteri.
La definizione è:
con:
- = tasso di cambio nominale;
- = livello dei prezzi interni;
- = livello dei prezzi esteri;
- = prezzo dei beni nazionali espresso in termini di beni esteri.
Il ragionamento è semplice. Un paniere nazionale costa in valuta nazionale; convertito in valuta estera costa . Un paniere estero costa in valuta estera. Il rapporto dice quindi quante unità del paniere estero servono per acquistare una unità del paniere nazionale.
Esempio
Supponiamo:
Allora:
Una unità di paniere nazionale vale quindi 1,5 unità del paniere estero.
Apprezzamento e deprezzamento reale
Se:
si verifica un apprezzamento reale: i beni nazionali diventano relativamente più costosi e quindi meno competitivi.
Se invece:
si verifica un deprezzamento reale: i beni nazionali diventano relativamente meno costosi e quindi più competitivi.
Poiché:
il cambio reale può variare sia per una variazione del cambio nominale , sia perché l’inflazione interna è diversa da quella estera.
6. Tasso di cambio reale effettivo
Il confronto bilaterale con un solo paese è spesso insufficiente. Il tasso di cambio reale effettivo confronta il prezzo dei beni nazionali con il prezzo medio dei beni dei principali partner commerciali, assegnando a ciascun paese un peso legato alla quota di commercio.
L’indicatore è utile perché misura in modo sintetico la competitività di un paese rispetto all’insieme dei mercati con cui commercia.
7. La bilancia dei pagamenti
La bilancia dei pagamenti riassume le transazioni di un paese con il resto del mondo.
Nel materiale viene presentata in forma semplificata attraverso due grandi sezioni.
Conto corrente
Comprende, tra l’altro:
- saldo della bilancia commerciale;
- reddito netto da investimento;
- trasferimenti internazionali.
Un saldo di conto corrente positivo rappresenta un avanzo: il paese, nel complesso, presta risorse al resto del mondo ed è creditore netto. Un saldo negativo rappresenta un disavanzo: il paese riceve finanziamenti dall’estero e diventa debitore netto.
Conto capitale
Il conto capitale, nella rappresentazione semplificata del corso, mostra come i flussi finanziari compensano il conto corrente. Il suo saldo può essere espresso come:
Idealmente, un avanzo di conto corrente è associato a un disavanzo di conto capitale di uguale valore assoluto e viceversa. Nella realtà compaiono discrepanze statistiche dovute a errori e omissioni.
8. PIL, PNL e redditi dall’estero
Il PIL misura il valore della produzione finale realizzata all’interno del territorio nazionale, indipendentemente dalla residenza di chi produce.
Il PNL misura invece la produzione attribuibile ai residenti del paese, indipendentemente dal territorio in cui viene realizzata.
La relazione è:
in cui è il reddito netto ricevuto dal resto del mondo, cioè la differenza tra redditi ricevuti dall’estero e redditi pagati all’estero.
9. Apertura dei mercati finanziari
Con mercati finanziari aperti, un investitore può scegliere tra attività nazionali e attività estere. La scelta non dipende soltanto dai tassi di interesse, perché il rendimento finale di un investimento estero dipende anche dal tasso di cambio con cui il capitale verrà riconvertito nella valuta nazionale.
Assumiamo:
- titoli annuali;
- nessun costo di transazione;
- attività prive di rischio di insolvenza;
- investitori che cercano il rendimento atteso più elevato.
Investendo 1 euro in un titolo nazionale, al tempo si ottiene:
Investendo 1 euro all’estero, si converte prima l’euro al cambio , si ottiene il rendimento estero e si riconverte al cambio futuro atteso :
10. Parità scoperta dei tassi di interesse
In equilibrio, se le ipotesi precedenti sono valide, i due rendimenti attesi devono essere uguali:
Questa è la parità scoperta dei tassi di interesse (uncovered interest parity, UIP).
Si dice “scoperta” perché l’investitore non elimina il rischio di cambio con un contratto forward: utilizza il tasso di cambio futuro atteso.
Per tassi piccoli, una forma approssimata utile è:
Il termine a destra rappresenta il tasso di apprezzamento atteso della valuta nazionale secondo la convenzione adottata.
Questa relazione mostra che un differenziale di rendimento può essere compensato da una variazione attesa del cambio. Un titolo estero con tasso più alto non è necessariamente più conveniente se la valuta nazionale è attesa apprezzarsi abbastanza.
In sintesi
- Un’economia aperta scambia beni, capitali e fattori produttivi con il resto del mondo.
- Il tasso di cambio nominale confronta valute; quello reale confronta prezzi di beni nazionali ed esteri.
- Con la convenzione adottata, indica apprezzamento della valuta nazionale.
- Il cambio reale è .
- Un aumento di riduce la competitività; una diminuzione la aumenta.
- La bilancia dei pagamenti collega scambi reali e flussi finanziari.
- PIL e PNL differiscono per i redditi netti ricevuti dall’estero.
- La parità scoperta dei tassi collega tassi di interesse e cambio atteso.
Capitolo 18 – Il mercato dei beni in economia aperta
1. La domanda di beni nazionali
In economia chiusa la domanda aggregata è costituita da consumo, investimento e spesa pubblica. In economia aperta bisogna distinguere la domanda nazionale di beni dalla domanda di beni nazionali.
La domanda nazionale di beni è:
Tuttavia una parte di questa domanda può rivolgersi a beni prodotti all’estero. Per ottenere la domanda di beni nazionali bisogna quindi sottrarre le importazioni e aggiungere le esportazioni:
oppure, definendo le esportazioni nette:
si ottiene:
Le importazioni vengono divise per perché la quantità importata deve essere espressa in termini di beni nazionali. Poiché rappresenta quante unità di beni esteri equivalgono a una unità di beni nazionali, converte i beni esteri in unità di beni nazionali.
2. Determinanti di consumo, investimento e spesa pubblica
Le determinanti di , e non cambiano rispetto al modello di economia chiusa:
mentre viene trattata come variabile esogena.
Il consumo aumenta con il reddito disponibile; l’investimento aumenta con il livello delle vendite e diminuisce quando cresce il tasso di interesse reale.
3. Importazioni ed esportazioni
Le importazioni dipendono positivamente dal reddito interno e dal tasso di cambio reale:
con:
Se il reddito interno aumenta, famiglie e imprese acquistano più beni, compresi quelli esteri. Se aumenta, i beni nazionali diventano relativamente più costosi e aumenta la convenienza ad acquistare beni esteri.
Le esportazioni dipendono positivamente dal reddito estero e negativamente dal tasso di cambio reale:
con:
Un aumento del reddito estero aumenta la domanda estera di beni nazionali; un apprezzamento reale rende invece i beni nazionali meno competitivi.
4. DD, AA e ZZ
È utile distinguere tre curve concettuali.
DD rappresenta la domanda nazionale complessiva:
AA sottrae le importazioni:
Poiché le importazioni aumentano con , la distanza tra DD e AA cresce al crescere del reddito.
ZZ aggiunge le esportazioni:
ZZ rappresenta quindi la vera domanda di beni nazionali.
5. Equilibrio del mercato dei beni e bilancia commerciale
Il mercato dei beni è in equilibrio quando:
Il pareggio della bilancia commerciale richiede invece:
cioè:
Il livello di produzione che garantisce l’equilibrio del mercato dei beni non coincide necessariamente con quello che pareggia la bilancia commerciale.
Se, a un dato cambio reale, è molto elevato, le importazioni tendono ad aumentare e può comparire un disavanzo commerciale. A livelli di reddito più bassi, le importazioni diminuiscono e può emergere un avanzo.
6. Una formulazione lineare della curva IS in economia aperta
Consideriamo:
Sostituendo nell’equilibrio :
Raccogliendo :
Questa è una formulazione esplicita della curva IS in economia aperta.
7. Il moltiplicatore in economia aperta
La componente autonoma della spesa è:
Il moltiplicatore è:
per cui:
Il moltiplicatore è inferiore a quello dell’economia chiusa perché una parte della nuova domanda si dirige verso beni importati. Le importazioni rappresentano quindi una fuga dal circuito del reddito nazionale.
8. Aumento della domanda interna
Supponiamo che aumenti una componente autonoma interna, per esempio .
La sequenza è:
La politica fiscale espansiva aumenta la produzione, ma peggiora la bilancia commerciale perché le maggiori importazioni non sono compensate da un aumento automatico delle esportazioni.
In forma lineare:
Pertanto:
L’aumento della domanda interna ha quindi un effetto positivo su e negativo su .
9. Aumento della domanda estera
Supponiamo ora che aumenti .
Il maggiore reddito interno genera anche più importazioni, ma nel modello l’aumento diretto delle esportazioni domina questo effetto indiretto.
L’effetto sulla produzione è:
mentre:
Sostituendo , il saldo commerciale migliora.
10. Interdipendenza internazionale e coordinamento
Gli shock in un paese si trasmettono agli altri paesi attraverso importazioni ed esportazioni.
Se molti paesi strettamente integrati sono contemporaneamente in recessione, ciascun governo può essere riluttante ad adottare da solo una politica fiscale espansiva: una parte dello stimolo si disperderebbe in maggiori importazioni e peggiorerebbe il saldo commerciale nazionale.
Se però tutti i paesi espandessero la domanda contemporaneamente, le maggiori importazioni di ciascuno diventerebbero maggiori esportazioni per gli altri. Questo crea un possibile beneficio dal coordinamento internazionale.
Il problema è strategico: ogni paese può avere l’incentivo a lasciare che siano gli altri a sostenere la domanda, beneficiando dell’aumento delle proprie esportazioni senza sostenere il costo fiscale interno. È una forma di free-riding.
11. Deprezzamento reale e bilancia commerciale
Consideriamo:
Un deprezzamento reale, cioè:
produce tre effetti:
- i beni nazionali diventano più competitivi e le esportazioni aumentano;
- le importazioni in quantità diminuiscono;
- ogni unità importata diventa però più costosa in termini di beni nazionali, perché aumenta.
I primi due effetti migliorano ; il terzo lo peggiora. Non è quindi automatico che una svalutazione o un deprezzamento migliori il saldo commerciale.
12. Condizione di Marshall-Lerner
Supponiamo inizialmente e chiediamoci quando un deprezzamento reale migliora la bilancia commerciale.
La condizione è:
La somma tra:
- elasticità in valore assoluto delle esportazioni rispetto al cambio reale;
- elasticità delle importazioni rispetto al cambio reale;
deve essere superiore a 1.
Se la condizione vale:
13. Deprezzamento reale e produzione
Poiché le esportazioni nette fanno parte della domanda aggregata:
un miglioramento di aumenta la produzione:
L’aumento di genera però più importazioni:
Questo secondo effetto attenua quello iniziale. Nelle ipotesi del modello, quando Marshall-Lerner è soddisfatta, l’effetto diretto prevale: il deprezzamento aumenta la produzione e migliora il saldo commerciale.
Esiste però un costo: i beni importati diventano più cari. Può quindi emergere inflazione importata, con riduzione del potere d’acquisto reale di famiglie e imprese.
14. La curva J
Le quantità importate ed esportate non reagiscono immediatamente a una variazione del cambio. Contratti già firmati, abitudini di consumo e tempi di sostituzione dei fornitori producono ritardi.
Subito dopo un deprezzamento:
- il prezzo delle importazioni aumenta immediatamente;
- le quantità cambiano poco;
- può peggiorare.
Con il passare del tempo, le quantità reagiscono e, se vale Marshall-Lerner, migliora. Il profilo temporale del saldo commerciale assume quindi una forma simile alla lettera J.
Indicazione grafica per il sito: ricreare la curva J come SVG: asse orizzontale “tempo”, asse verticale “NX”, livello iniziale pari a zero; subito dopo il deprezzamento la curva scende sotto zero e successivamente risale oltre il livello iniziale.
15. Risparmio, investimento e saldo commerciale
Partiamo da:
Il risparmio privato è:
Sostituendo e riordinando:
Il termine è il risparmio pubblico.
La relazione implica che:
- un paese che investe più del proprio risparmio nazionale deve avere un disavanzo commerciale e finanziarsi all’estero;
- un aumento dell’investimento deve essere accompagnato da più risparmio privato, più risparmio pubblico oppure da un peggioramento di ;
- un peggioramento del saldo pubblico può riflettersi in minori investimenti, maggior risparmio privato o peggior saldo commerciale;
- un paese con un elevato risparmio nazionale deve avere elevati investimenti oppure un avanzo commerciale.
In sintesi
- In economia aperta la domanda di beni nazionali è .
- Le importazioni crescono con e ; le esportazioni crescono con e diminuiscono con .
- Il moltiplicatore è più piccolo che in economia chiusa a causa delle importazioni.
- Un aumento della domanda interna aumenta ma tende a peggiorare .
- Un aumento della domanda estera aumenta sia sia .
- Un deprezzamento migliora il saldo commerciale solo se le quantità reagiscono abbastanza: condizione di Marshall-Lerner.
- Nel breve periodo può comparire la curva J.
- L’identità collega saldo commerciale, risparmio e investimento.
Capitolo 19 – Produzione, tasso di interesse e tasso di cambio
1. L’equilibrio macroeconomico in economia aperta
Ora colleghiamo tre mercati:
- mercato dei beni;
- mercati finanziari;
- mercato valutario.
Nel mercato dei beni:
Per semplificare assumiamo prezzi interni ed esteri costanti e poniamo:
Assumiamo inoltre inflazione nulla e inflazione attesa nulla, in modo che:
Infine supponiamo valida la condizione di Marshall-Lerner, così che un apprezzamento del cambio peggiori e un deprezzamento lo migliori.
2. Mercati finanziari e parità dei tassi
La parità scoperta dei tassi di interesse è:
Risolvendo rispetto al cambio corrente:
A parità di ed :
Con la convenzione usata nel manuale, questo significa apprezzamento della valuta nazionale.
Il meccanismo è finanziario: un rendimento interno più alto rende i titoli nazionali più attraenti, aumenta la domanda della valuta nazionale e ne fa salire il prezzo.
3. Perché la IS è decrescente anche in economia aperta
Se aumenta il tasso di interesse interno accadono due cose.
Primo canale:
Secondo canale:
Entrambi riducono la domanda di beni nazionali e quindi la produzione:
La curva IS resta quindi inclinata negativamente, ma ora incorpora anche il canale del tasso di cambio.
4. Il modello di Mundell-Fleming
L’estensione del modello IS-LM a un’economia aperta viene chiamata modello di Mundell-Fleming.
Nel materiale del corso la banca centrale fissa un tasso di interesse obiettivo e regola l’offerta di moneta per mantenere l’equilibrio finanziario. La LM può quindi essere rappresentata come una linea orizzontale al tasso di policy.
L’equilibrio complessivo deve rispettare contemporaneamente:
- la IS;
- la regola monetaria/LM;
- la parità scoperta dei tassi, che determina il cambio coerente con , ed .
5. Limiti della parità scoperta dei tassi
La UIP richiede ipotesi molto forti:
- nessun costo di transazione;
- attività finanziarie senza rischio di insolvenza;
- aspettative coerenti;
- elevata mobilità dei capitali.
Nella realtà esistono rischio di credito, rischio paese, rischio di cambio, vincoli istituzionali e costi di transazione. Per questo i tassi di cambio possono variare anche senza una variazione osservabile dei tassi di interesse.
6. Politica fiscale espansiva con tasso di interesse invariato
Supponiamo inizialmente un bilancio pubblico in pareggio e una produzione inferiore al potenziale. Il governo aumenta e la banca centrale lascia il tasso di interesse invariato.
Poiché cresce, aumenta la domanda di moneta. Per impedire al tasso di salire, la banca centrale aumenta l’offerta di moneta: la politica monetaria è accomodante.
La composizione del PIL cambia:
- aumenta direttamente;
- aumenta perché cresce ;
- aumenta perché cresce mentre non cambia;
- le importazioni aumentano;
- peggiora.
Poiché peggiora sia il saldo pubblico sia il saldo commerciale, può comparire il fenomeno dei disavanzi gemelli.
7. Politica fiscale con reazione restrittiva della banca centrale
Supponiamo che l’espansione fiscale porti la produzione oltre il livello potenziale. La banca centrale teme un aumento dell’inflazione e alza il tasso di interesse.
La sequenza è:
L’aumento di riduce inoltre l’investimento. L’effetto complessivo dell’espansione fiscale su rimane positivo nel caso analizzato, ma è attenuato dalla reazione monetaria.
Per l’investimento l’effetto diventa ambiguo:
- tende ad aumentare ;
- tende a ridurlo.
La bilancia commerciale peggiora per due motivi:
- maggiore reddito interno → più importazioni;
- apprezzamento → minore competitività.
8. Politica monetaria restrittiva con cambi flessibili
Supponiamo:
Gli effetti principali sono:
L’apprezzamento peggiora le esportazioni nette:
Ma la riduzione del reddito interno riduce le importazioni:
L’effetto complessivo sulla bilancia commerciale è quindi ambiguo: dipende dalla forza relativa del canale del cambio e del canale del reddito.
Per le componenti del PIL:
- non cambia;
- diminuisce per il calo di ;
- diminuisce sia per il calo di sia per l’aumento di .
9. Regimi di cambio
Con cambi flessibili, è determinato dal mercato valutario.
Con cambi fissi, la banca centrale si impegna a mantenere una parità prestabilita:
Esistono anche regimi intermedi, per esempio parità mobili o bande di oscillazione attorno a una parità centrale.
10. Politica monetaria con cambi fissi
Se il cambio fisso è credibile:
Dalla parità scoperta dei tassi:
quindi:
La banca centrale non può scegliere liberamente il tasso di interesse interno.
Se aumenta:
Il tasso non può aumentare oltre senza generare pressioni di apprezzamento. La banca centrale deve quindi aumentare l’offerta di moneta:
In un regime di cambi fissi la politica monetaria perde la propria autonomia come strumento indipendente di stabilizzazione.
11. Politica fiscale con cambi fissi
Supponiamo una politica fiscale espansiva:
La produzione aumenta e con essa la domanda di moneta:
Poiché:
la banca centrale deve accomodare l’espansione aumentando .
La politica fiscale risulta quindi più potente nel modello con cambi fissi, perché l’espansione fiscale è accompagnata necessariamente da una politica monetaria accomodante.
12. Confronto tra cambi flessibili e fissi
| Aspetto | Cambi flessibili | Cambi fissi |
|---|---|---|
| Tasso di cambio | Determinato dal mercato | Mantenuto attorno a una parità |
| Politica monetaria | Autonoma | Vincolata da se il cambio è credibile |
| Politica fiscale | Può essere attenuata da apprezzamento/reazione monetaria | Più potente nel modello perché richiede accomodamento monetario |
| Aumento di | Apprezzamento della valuta | Non sostenibile autonomamente se deve essere mantenuta la parità |
| Rischio principale | Volatilità del cambio | Perdita di autonomia e possibili crisi della parità |
In sintesi
- In economia aperta il tasso di interesse influenza sia sia .
- Un aumento di tende ad apprezzare la valuta e a ridurre .
- Il modello IS-LM aperto è il modello di Mundell-Fleming.
- Con cambi flessibili la politica monetaria agisce anche attraverso il cambio.
- Con cambi fissi e parità credibile vale .
- Con cambi fissi la politica monetaria non è autonoma, mentre la politica fiscale è più forte nel modello considerato.
Capitolo 20 – Regimi di cambio
1. Perché esistono diversi regimi di cambio
La scelta del regime di cambio determina quanta autonomia monetaria possiede un paese, quanto il cambio può reagire agli shock e quanto rapidamente l’economia può correggere squilibri reali o finanziari.
I due casi estremi sono:
- cambi flessibili: il cambio è determinato dal mercato;
- cambi fissi: l’autorità monetaria difende una parità prestabilita.
Tra i due estremi esistono sistemi intermedi, come bande di oscillazione o parità mobili.
2. Bretton Woods
Nel 1944 gli accordi di Bretton Woods nacquero con l’obiettivo di ridurre l’instabilità monetaria e le svalutazioni competitive che avevano caratterizzato il periodo precedente la Seconda guerra mondiale.
Il sistema prevedeva:
- convertibilità del dollaro in oro a 35 dollari per oncia;
- tassi di cambio stabilizzati rispetto al dollaro;
- bande di oscillazione attorno alle parità centrali;
- modifiche delle parità da negoziare con il Fondo Monetario Internazionale;
- creazione del FMI e della Banca Mondiale.
Nel 1971 gli Stati Uniti sospesero la convertibilità del dollaro in oro e il sistema entrò in crisi.
3. Dal Sistema Monetario Europeo all’euro
Nel 1978 venne creato il Sistema Monetario Europeo (SME), con valute ancorate in pratica al marco tedesco e bande di oscillazione attorno alle parità centrali.
Nel 1992 lo SME entrò in crisi. Gli attacchi speculativi colpirono diverse valute; sterlina e lira abbandonarono il sistema nel settembre 1992.
Parallelamente procedeva il progetto di unione monetaria europea:
- 1992: firma del Trattato di Maastricht;
- 1999: entrano in vigore le parità irrevocabili tra le valute dei paesi partecipanti;
- 2002: entra in circolazione fisica l’euro.
4. Cambi fissi e flessibili nel breve periodo
Supponiamo che un paese sia in recessione e presenti un disavanzo commerciale. Un deprezzamento reale sarebbe utile.
Con cambi flessibili la banca centrale può ridurre il tasso di interesse:
Inoltre:
Con cambi fissi, invece, la banca centrale non può utilizzare liberamente perché deve rispettare la parità con il tasso estero.
5. Aggiustamento di medio periodo con cambio fisso
Supponiamo che il cambio reale sia troppo apprezzato e che:
In cambi fissi la banca centrale non può ottenere immediatamente un deprezzamento nominale riducendo il tasso di interesse.
L’aggiustamento può avvenire attraverso i prezzi relativi. Con aspettative di inflazione ancorate, la curva di Phillips può essere rappresentata come:
Se:
allora l’inflazione interna è inferiore all’inflazione attesa/esterna. Se i prezzi esteri crescono più rapidamente di quelli interni e è fisso:
diminuisce:
La competitività migliora:
Anche con cambio nominale fisso, quindi, il cambio reale può modificarsi attraverso differenziali di inflazione.
6. Svalutazione come alternativa
Se l’aggiustamento attraverso prezzi e salari è troppo lento, un paese può introdurre una svalutazione una tantum oppure abbandonare il regime di cambi fissi.
Vantaggi:
- il deprezzamento reale è più rapido;
- aumenta la competitività;
- se vale Marshall-Lerner, migliora e la produzione aumenta.
Svantaggi:
- è difficile scegliere la misura corretta della svalutazione;
- nel breve periodo può comparire la curva J;
- le importazioni diventano più care;
- può aumentare l’inflazione importata;
- maggiori costi possono trasferirsi su prezzi e salari.
7. Crisi del tasso di cambio
Una crisi valutaria in un regime di cambi fissi si verifica quando i mercati cominciano a credere che la parità verrà modificata attraverso una svalutazione o l’abbandono del regime.
Le cause possono essere:
- cambio reale troppo apprezzato;
- inflazione interna persistentemente superiore a quella del paese di ancoraggio;
- recessione che renderebbe desiderabile un tasso di interesse più basso;
- perdita di credibilità delle autorità.
Quando è attesa una svalutazione, non vale più la semplice relazione .
Dalla UIP, in forma approssimata:
Se è atteso un deprezzamento della valuta nazionale, con la nostra convenzione ; il secondo termine diventa positivo e il tasso interno deve salire per compensare il rischio di cambio.
8. Come difendere una parità
La banca centrale può:
- convincere i mercati che non svaluterà;
- usare riserve di valuta estera per acquistare la propria valuta;
- aumentare il tasso di interesse;
- svalutare o abbandonare il cambio fisso.
Un forte aumento del tasso può difendere la parità ma ha costi reali: riduce investimenti, domanda e produzione.
Inoltre le riserve valutarie non sono infinite. Se gli investitori vendono continuamente la valuta nazionale, la banca centrale può esaurire le riserve necessarie a sostenerne il prezzo.
Una crisi può diventare in parte autoavverante: l’aspettativa di svalutazione induce vendite della valuta, aumenta il costo della difesa e può rendere effettivamente necessaria la svalutazione.
9. La crisi dello SME del 1992
La crisi del Sistema Monetario Europeo mostra il conflitto tra esigenze nazionali e vincoli di cambio.
Dopo la riunificazione, la Germania manteneva tassi relativamente elevati per contenere pressioni inflazionistiche. Altri paesi avevano invece alta disoccupazione e avrebbero preferito tassi più bassi. Per restare nello SME, però, dovevano seguire tassi elevati.
I mercati iniziarono a scommettere sulla svalutazione di alcune valute. Si produssero forti uscite di capitali e pressioni sulle riserve. Nel settembre 1992 Italia e Regno Unito uscirono dallo SME; altre valute vennero svalutate.
10. Il cambio in regime flessibile dipende dalle aspettative
La UIP mostra che il cambio corrente dipende da:
- tasso interno corrente;
- tasso estero corrente;
- cambio atteso per il futuro.
Ma il cambio atteso dipende a sua volta dalle aspettative su tassi futuri, politica economica e condizioni reali.
Per questo la relazione tra ed non è meccanica. Una riduzione del tasso corrente può produrre un piccolo deprezzamento se i mercati credono che la manovra sia temporanea, oppure un deprezzamento molto maggiore se modifica anche i tassi attesi per gli anni successivi.
Anche notizie sulla bilancia commerciale possono modificare il cambio corrente. Se un disavanzo viene percepito come cronico, gli operatori possono aspettarsi un futuro deprezzamento e vendere la valuta già oggi.
11. Cambi fissi o flessibili?
Vantaggi dei cambi flessibili
- autonomia della politica monetaria;
- possibilità di usare il cambio come meccanismo di aggiustamento;
- maggiore capacità di rispondere a shock specifici del paese.
Svantaggi dei cambi flessibili
- volatilità del cambio;
- forte sensibilità alle aspettative;
- possibili movimenti difficili da controllare.
Vantaggi dei cambi fissi
- riduzione dell’incertezza sul cambio;
- possibile disciplina monetaria;
- minori rischi nelle transazioni internazionali.
Svantaggi dei cambi fissi
- perdita dell’autonomia monetaria;
- impossibilità di usare il cambio per stabilizzare l’economia;
- rischio di crisi speculative;
- in caso di aspettative di svalutazione possono essere necessari tassi molto elevati.
Il giudizio del materiale è che i cambi flessibili sono generalmente preferibili, salvo due casi importanti: quando il cambio fisso serve a dare credibilità a una banca centrale incapace di controllare l’inflazione, oppure quando i paesi sono così integrati da rendere conveniente una valuta comune.
12. Currency board e dollarizzazione
Un currency board è un regime più rigido del normale cambio fisso. L’autorità monetaria:
- garantisce la convertibilità della valuta a un tasso fissato per legge;
- deve detenere riserve almeno pari alla moneta emessa;
- può creare nuova liquidità soltanto se dispone delle riserve corrispondenti.
Il vantaggio è la forte credibilità del vincolo. Il costo è la quasi totale perdita di autonomia monetaria e la limitazione del ruolo di prestatore di ultima istanza nei confronti del sistema bancario.
Una soluzione ancora più estrema è la dollarizzazione, cioè la sostituzione della valuta nazionale con una valuta estera.
13. Il caso argentino
L’Argentina introdusse nel 1991 un currency board con parità 1:1 tra peso e dollaro. La misura contribuì inizialmente a ridurre drasticamente l’inflazione e favorì un afflusso di capitali.
Nel tempo, però, il peso si apprezzò in termini reali. La competitività peggiorò, il disavanzo estero aumentò e l’economia non poteva utilizzare né una riduzione autonoma dei tassi né un deprezzamento del cambio.
Nel 2001 il paese entrò in una grave crisi, accompagnata da default. Nel 2002 il currency board venne abolito e il peso si deprezzò fortemente. I debiti denominati in dollari divennero molto più pesanti in valuta nazionale, aggravando la crisi finanziaria.
14. Aree valutarie comuni
Una area valutaria comune utilizza la stessa moneta in più territori.
Vantaggi:
- eliminazione del rischio di cambio interno;
- minori costi di transazione;
- maggiore trasparenza dei prezzi;
- eliminazione delle svalutazioni competitive interne;
- possibile aumento del commercio tra i membri;
- maggiore stabilità delle aspettative.
Svantaggi:
- impossibilità per il singolo paese di usare politica monetaria e cambio;
- necessità di altri meccanismi di aggiustamento;
- problemi di coordinamento fiscale;
- perdita del signoraggio nazionale, almeno in parte sostituito dalla quota di signoraggio della moneta comune.
15. Area valutaria ottimale
Secondo Mundell, un’area è tanto più adatta a condividere una valuta quanto più è economicamente integrata e dispone di meccanismi alternativi al cambio per assorbire shock.
Le caratteristiche principali sono:
- elevata integrazione commerciale;
- shock relativamente simmetrici;
- elevata mobilità del lavoro;
- flessibilità di salari e prezzi.
Se un paese dell’area è colpito da una crisi specifica, la mobilità del lavoro può ridurre la disoccupazione senza ricorrere a una svalutazione.
Gli Stati Uniti vengono spesso considerati più vicini al modello di area valutaria ottimale grazie all’elevata mobilità interna. Per l’Eurozona, il materiale evidenzia una minore mobilità del lavoro e la possibilità di shock asimmetrici, rendendo importanti strumenti fiscali e istituzionali di stabilizzazione.
In sintesi
- I cambi fissi sacrificano l’autonomia monetaria in cambio di stabilità nominale.
- I cambi flessibili consentono più autonomia ma espongono a volatilità e aspettative.
- Con cambio fisso, l’aggiustamento reale può avvenire attraverso prezzi e salari oppure tramite svalutazione.
- Le aspettative di svalutazione possono generare crisi valutarie.
- Currency board e dollarizzazione aumentano la credibilità ma riducono drasticamente la flessibilità monetaria.
- Una moneta comune è più conveniente quando l’area è integrata e dispone di meccanismi per gestire shock asimmetrici.
Capitolo 22 – La politica fiscale
1. Disavanzo, avanzo e debito pubblico
La politica fiscale riguarda le decisioni del governo su spesa pubblica, imposte e finanziamento del debito.
In ogni periodo il disavanzo di bilancio può essere scomposto in due parti.
Saldo primario
Il disavanzo primario è:
L’avanzo primario è invece:
Nel modello indica la spesa pubblica per beni e servizi, mentre rappresenta le imposte al netto dei trasferimenti.
Interessi sul debito
Se è il debito ereditato dal periodo precedente e il tasso di interesse reale, gli interessi reali sono:
Il disavanzo corretto è quindi:
con, in approssimazione:
2. Disavanzo corretto per l’inflazione
Le statistiche ufficiali utilizzano spesso gli interessi nominali . Per misurare correttamente l’onere reale del debito bisogna sottrarre la perdita di valore reale causata dall’inflazione.
Poiché:
segue:
L’inflazione riduce quindi il valore reale del debito nominale ereditato.
3. Il vincolo di bilancio del governo
La variazione del debito è uguale al disavanzo:
Sostituendo:
Riordinando:
Il debito corrente deriva quindi da:
- debito accumulato in passato;
- interessi sul debito;
- saldo primario corrente.
Se esiste un disavanzo primario, il debito cresce sia per il nuovo disavanzo sia per gli interessi. Anche se il saldo primario torna a zero, il debito continua a crescere per gli interessi finché non viene generato un avanzo primario sufficiente.
4. Un taglio delle imposte finanziato a debito
Supponiamo che inizialmente il debito sia nullo e che nell’anno 1 il governo riduca le imposte di 1 miliardo mantenendo invariata .
Allora:
Se il governo rimborsa tutto l’anno successivo:
Quindi:
Una riduzione delle imposte oggi richiede quindi un avanzo futuro sufficiente a ripagare capitale e interessi.
Se il rimborso viene rinviato di cinque periodi:
Più lungo è il rinvio e maggiore è , più grande deve essere l’avanzo futuro.
5. Stabilizzare il livello assoluto del debito
Stabilizzare il debito significa imporre:
Dal vincolo di bilancio:
Pertanto:
Per mantenere costante il debito nominale reale, il governo deve quindi generare un avanzo primario pari agli interessi reali sul debito.
6. Perché conta il rapporto debito/PIL
Un debito di 1.000 miliardi ha significati molto diversi in un’economia con PIL di 500 miliardi o di 5.000 miliardi. Per questo si usa:
Indicando con il tasso di crescita reale del PIL, il vincolo può essere approssimato come:
La dinamica del rapporto debito/PIL dipende quindi soprattutto da:
- differenza tra tasso di interesse reale e crescita reale ;
- saldo primario in rapporto al PIL.
Se il saldo primario è zero e , il rapporto debito/PIL tende a diminuire anche se il debito in valore assoluto cresce.
7. Dinamica di lungo periodo
Poniamo:
e:
La dinamica diventa:
In equilibrio di lungo periodo:
Quindi:
Caso
Se:
allora e l’equilibrio è stabile nelle ipotesi del modello. La crescita aiuta a contenere il rapporto debito/PIL.
Caso
Se:
allora e la dinamica è potenzialmente instabile. In presenza di debito e disavanzi primari il rapporto può crescere progressivamente.
8. L’avanzo primario necessario a stabilizzare il debito/PIL
Per stabilizzare il rapporto debito/PIL imponiamo:
Dalla dinamica:
Riordinando:
Questa formula mostra immediatamente perché un aumento dello spread o un rallentamento della crescita rendano più difficile la stabilizzazione del debito.
Esempio 1
Supponiamo:
L’avanzo primario necessario è:
Quindi:
Esempio 2
Se invece:
allora:
quindi serve un avanzo primario pari al:
9. Il rischio di una spirale del debito
Un debito elevato può aumentare la percezione di rischio del paese:
Ma un aumento di fa aumentare l’avanzo necessario per stabilizzare il debito.
Se il governo reagisce con una forte stretta fiscale, può ridurre . A quel punto aumenta ulteriormente la differenza e la stabilizzazione può diventare ancora più difficile:
Questo meccanismo può generare una spirale del debito.
10. Equivalenza ricardiana
Supponiamo che il governo riduca le imposte oggi di 1, finanziando il taglio con debito, e annunci che l’anno successivo aumenterà le imposte di per rimborsare integralmente il debito.
Il valore attuale del taglio corrente è 1.
Il valore attuale dell’aumento futuro è:
Se le famiglie sono perfettamente razionali e tengono conto del vincolo di bilancio del governo, la loro ricchezza intertemporale non cambia. Il consumo non aumenta:
Il maggiore risparmio privato compensa esattamente il minore risparmio pubblico.
Questa è l’equivalenza ricardiana.
Nella realtà le ipotesi sono molto forti. Le famiglie possono:
- non sapere quando arriveranno le imposte future;
- non vivere abbastanza a lungo da pagarle direttamente;
- avere vincoli di liquidità;
- aspettarsi che l’onere fiscale venga distribuito in modo diverso;
- non formare aspettative perfettamente razionali.
Per questo un taglio delle imposte finanziato a debito può effettivamente aumentare il consumo.
11. Politica fiscale e ciclo economico
La politica fiscale può essere usata per stabilizzare la produzione.
In recessione il bilancio tende a peggiorare automaticamente:
- diminuiscono le entrate fiscali;
- aumentano alcuni trasferimenti;
- il saldo pubblico diventa più negativo.
In espansione avviene il contrario.
Per distinguere la componente temporanea legata al ciclo dalla posizione di fondo della politica fiscale si usa il saldo strutturale.
In forma schematica:
Il saldo strutturale cerca di stimare quale sarebbe il saldo se la produzione fosse al suo livello potenziale.
La componente ciclica dipende dall’output gap:
Se l’output gap è negativo, una parte del disavanzo osservato può essere dovuta semplicemente alla recessione e non a una scelta strutturalmente espansiva.
La stima del saldo strutturale non è però esatta: dipende dalla stima, difficile, del PIL potenziale.
12. Problemi associati a un debito molto elevato
Un debito elevato può:
- aumentare l’incertezza su imposte future;
- scoraggiare investimenti;
- aumentare il rischio percepito;
- spingere verso l’alto lo spread;
- ridurre lo spazio per politiche fiscali anticicliche;
- rendere il sistema più vulnerabile a shock su crescita e tassi.
Il punto centrale non è una soglia meccanica unica, ma l’interazione tra debito, crescita, tassi, credibilità e saldo primario.
13. Come ridurre un rapporto debito/PIL elevato
Le principali strade sono:
1. Generare avanzi primari
Può richiedere aumento delle imposte e/o riduzione della spesa. È politicamente difficile e, se troppo restrittiva, può ridurre la crescita nel breve periodo.
2. Aumentare la crescita
Un aumento di riduce la differenza e facilita la stabilizzazione del rapporto debito/PIL.
3. Finanziamento monetario
Se istituzionalmente consentito, il governo può finanziare il disavanzo attraverso creazione di moneta. Questo genera però inflazione e riduce il valore reale delle attività nominali non indicizzate.
Nel sistema europeo il finanziamento monetario diretto dei governi da parte della BCE e delle banche centrali nazionali è vietato dal quadro istituzionale richiamato nel materiale.
4. Ristrutturazione o default
Una ristrutturazione modifica consensualmente condizioni quali capitale o tassi. Un default implica il mancato rispetto degli impegni originari. Entrambi riducono l’onere del debitore ma producono perdite per i creditori e possono compromettere l’accesso futuro ai mercati.
14. Signoraggio
Il signoraggio è il reddito reale derivante dall’emissione di moneta.
Se il disavanzo monetizzato è pari all’aumento della base monetaria :
Possiamo riscrivere:
Rapportando al reddito:
Esempio
Supponiamo che il governo debba finanziare un disavanzo pari al 10% del reddito:
Le persone detengono saldi monetari reali pari a due mensilità di reddito:
Quindi:
La base monetaria deve crescere del 5% nel periodo considerato.
15. Signoraggio e iperinflazione
L’aumento della crescita monetaria non genera signoraggio in modo illimitato. Se l’inflazione aumenta, le persone cercano di detenere meno moneta reale:
Di conseguenza, per ottenere lo stesso gettito reale da signoraggio può essere necessario aumentare ancora più rapidamente la moneta.
Può instaurarsi un circolo vizioso:
In casi estremi questa dinamica può sfociare in iperinflazione.
In sintesi
- Il disavanzo è dato da interessi reali sul debito più disavanzo primario.
- Il vincolo del governo è .
- Per valutare la sostenibilità è essenziale il rapporto debito/PIL.
- La dinamica dipende soprattutto da e dal saldo primario.
- Per stabilizzare il rapporto, l’avanzo primario richiesto è .
- Un aumento dello spread e una riduzione della crescita possono generare una spirale del debito.
- L’equivalenza ricardiana mostra il legame tra debito corrente e imposte future sotto ipotesi molto forti.
- Il saldo strutturale separa, per quanto possibile, il ciclo dalla posizione fiscale di fondo.
- Il signoraggio può finanziare il disavanzo, ma un uso eccessivo può generare inflazione e, nei casi estremi, iperinflazione.