Quando si costruisce un portafoglio, il punto di partenza non dovrebbe essere chiedersi quale strumento “rende di più”, ma capire quale funzione deve svolgere ogni componente. Azioni, obbligazioni e liquidità non sono tre versioni più o meno redditizie dello stesso investimento: rispondono a esigenze diverse. Le azioni sono generalmente utilizzate per cercare crescita del capitale nel lungo periodo, le obbligazioni per introdurre maggiore stabilità e flussi più prevedibili, mentre la liquidità serve soprattutto a garantire disponibilità immediata e ridurre il rischio di dover vendere investimenti in momenti sfavorevoli.

La scelta degli strumenti deve essere coerente con obiettivi, orizzonte temporale e capacità di sopportare il rischio. Non esiste quindi una combinazione valida per tutti, perché la funzione corretta dipende dalla situazione dell’investitore.

Le azioni: crescita e partecipazione all’impresa

Acquistare un’azione significa diventare proprietari di una piccola quota di una società. Il rendimento può derivare sia dall’aumento del prezzo dell’azione sia da eventuali dividendi distribuiti. In cambio della possibilità di ottenere rendimenti potenzialmente elevati nel lungo periodo, l’investitore accetta una maggiore volatilità e il rischio che il valore dell’impresa diminuisca anche in modo significativo.

CONSOB ricorda che le azioni possono offrire rendimenti elevati, ma espongono anche a rischi maggiori rispetto a strumenti più prudenti. La perdita può essere consistente e, in caso di fallimento della società, l’azionista è tra gli ultimi soggetti a essere soddisfatti dopo i creditori.

La funzione principale della componente azionaria è quindi la crescita del capitale nel lungo periodo. Non significa che le azioni salgano sempre né che siano adatte a qualsiasi obiettivo. Se il denaro deve essere utilizzato tra pochi mesi o pochi anni, una forte esposizione azionaria può essere poco coerente perché una fase negativa dei mercati potrebbe coincidere con il momento in cui il capitale deve essere prelevato.

Il tempo rende più gestibile il rischio, non lo elimina

Le azioni vengono spesso associate agli investimenti di lungo periodo perché un orizzonte più ampio permette di sopportare meglio le oscillazioni temporanee. Se un mercato perde il 20% e il capitale non serve immediatamente, l’investitore può avere il tempo di attendere un eventuale recupero.

Questo non significa che il tempo trasformi le azioni in investimenti sicuri. Una singola società può fallire e un intero mercato può attraversare lunghi periodi di debolezza. La diversificazione rimane quindi fondamentale.

Banca d’Italia sottolinea che, all’aumentare dell’orizzonte temporale, può essere possibile accettare una quota maggiore di strumenti più volatili, ma sempre in relazione alla situazione personale. (economiapertutti.bancaditalia.it)

Le azioni sono quindi una componente orientata alla crescita, non una garanzia di crescita.

Le obbligazioni: prestare denaro invece di diventare proprietari

Acquistare un’obbligazione significa invece prestare denaro a un emittente, che può essere uno Stato, una banca o un’impresa. In cambio, l’emittente si impegna generalmente a restituire il capitale alla scadenza e, nei casi previsti, a pagare interessi periodici.

Le obbligazioni sono titoli di debito: chi le acquista diventa creditore dell’emittente e non proprietario, come avviene invece con le azioni.

La loro funzione nel portafoglio può essere diversa da quella delle azioni. Le obbligazioni possono introdurre maggiore prevedibilità nei flussi, ridurre la volatilità complessiva e consentire di programmare scadenze future, soprattutto se detenute fino al rimborso e se l’emittente è in grado di rispettare i propri obblighi.

Ma anche le obbligazioni comportano rischi.

Obbligazionario non significa privo di rischio

Uno degli errori più comuni consiste nel considerare qualunque obbligazione come un investimento sicuro. In realtà esistono almeno tre rischi fondamentali: rischio di credito, rischio di tasso e rischio di liquidità.

Il rischio di credito riguarda la possibilità che l’emittente non sia in grado di pagare interessi o restituire il capitale. Un’obbligazione emessa da un’impresa fortemente indebitata presenta un rischio molto diverso rispetto a un titolo di Stato di un emittente con elevata affidabilità creditizia.

Il rischio di tasso riguarda invece il prezzo dell’obbligazione sul mercato. Quando i tassi di interesse aumentano, le obbligazioni già esistenti con cedole più basse tendono a perdere valore, perché i nuovi titoli offrono rendimenti più elevati (relazione inversa tra tassi e prezzo delle obbligazioni). 

Infine c’è il rischio che un titolo sia difficile da vendere rapidamente a un prezzo equo.

La componente obbligazionaria tende quindi a essere meno volatile di quella azionaria in molte situazioni, ma non va interpretata come una semplice “zona sicura” del portafoglio.

La durata delle obbligazioni cambia molto il rischio

Due obbligazioni emesse dallo stesso soggetto possono avere livelli di rischio molto diversi se una scade tra un anno e l’altra tra vent’anni.

Le obbligazioni più lunghe tendono generalmente a essere più sensibili alle variazioni dei tassi. Questo significa che, se i tassi aumentano rapidamente, un titolo a lunga scadenza può perdere molto più valore rispetto a un titolo con scadenza ravvicinata.

Per questo, quando si utilizza l’obbligazionario per stabilizzare un portafoglio o finanziare un obiettivo futuro, bisogna considerare non soltanto la qualità dell’emittente ma anche la durata finanziaria.

Un portafoglio obbligazionario estremamente lungo può essere molto più volatile di quanto suggerisca la semplice etichetta “obbligazioni”.

La liquidità: il rendimento non è la sua funzione principale

La liquidità viene spesso trattata come capitale “inutile” perché produce rendimenti bassi. Ma giudicarla soltanto dal rendimento significa ignorarne la funzione.

La liquidità serve soprattutto a garantire disponibilità immediata, coprire spese correnti, affrontare emergenze e finanziare obiettivi di brevissimo periodo senza dover vendere altri investimenti.

Banca d’Italia sottolinea l’importanza di mantenere risorse facilmente accessibili per le esigenze impreviste e di separare il denaro destinato alle spese di breve periodo da quello investito su orizzonti più lunghi.

Il costo della liquidità è il basso rendimento e la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione. Il beneficio è la certezza di poter utilizzare immediatamente il capitale.

Perché avere liquidità può proteggere anche gli investimenti

Immaginiamo una persona con 100.000 euro interamente investiti in azioni e nessun fondo di emergenza. Se improvvisamente avesse bisogno di 10.000 euro mentre il mercato è sceso del 30%, potrebbe essere costretta a vendere in perdita.

Una seconda persona con 90.000 euro investiti e 10.000 euro liquidi potrebbe invece utilizzare la riserva senza modificare il portafoglio durante la fase negativa.

In questo caso la liquidità non ha prodotto un rendimento finanziario elevato, ma ha svolto una funzione importante: ha protetto il resto del portafoglio dal rischio di una vendita forzata.

Il suo valore non si misura quindi soltanto negli interessi generati.

Le tre componenti rispondono a tre domande diverse

In modo molto semplificato, si può associare a ogni componente una domanda.

Le azioni rispondono a: “Come posso cercare di far crescere il capitale nel lungo periodo?”

Le obbligazioni rispondono a: “Come posso introdurre maggiore stabilità e programmare flussi o scadenze?”

La liquidità risponde a: “Quanto denaro devo poter utilizzare immediatamente senza dipendere dai mercati?”

Un portafoglio può essere visto come una combinazione di queste tre esigenze.

Non significa che ogni portafoglio debba necessariamente contenerle tutte. Una persona con esigenze particolari potrebbe avere una struttura diversa. Ma questa distinzione aiuta a evitare l’errore di trattare tutte le attività come sostituibili semplicemente in base al rendimento.

Asset allocation: decidere quanto destinare a ciascuna funzione

La scelta della percentuale da destinare ad azioni, obbligazioni e liquidità prende il nome di asset allocation.

È una delle decisioni più importanti nella gestione del portafoglio perché determina in larga misura il livello di rischio complessivo.

Immaginiamo tre portafogli semplificati:

PortafoglioAzioniObbligazioniLiquidità
A20%60%20%
B60%30%10%
C90%10%0%

Il portafoglio A tende a essere più prudente e liquido. Il portafoglio C è fortemente orientato alla crescita e accetta maggiore volatilità. Il portafoglio B si colloca in una posizione intermedia.

Non esiste un portafoglio migliore in assoluto. Tutto dipende da chi deve utilizzarlo e per quale obiettivo.

Un giovane non deve automaticamente avere il 100% in azioni

Una delle regole più diffuse afferma che una persona giovane dovrebbe essere quasi totalmente investita in azioni perché ha molti anni davanti a sé.

Il ragionamento contiene una logica, ma è incompleto.

L’età non determina da sola l’orizzonte temporale. Una persona di 25 anni potrebbe voler comprare casa tra due anni e quindi avere bisogno di una parte importante del capitale in strumenti poco volatili. Una persona di 65 anni potrebbe invece possedere capitale che intende lasciare agli eredi e avere quindi un orizzonte molto lungo per una parte del patrimonio.

Banca d’Italia sottolinea infatti che la scelta deve dipendere da obiettivi, orizzonte temporale e tolleranza al rischio, non semplicemente dall’età anagrafica.

Anche le obbligazioni possono essere utilizzate per obiettivi precisi

Supponiamo che una persona sappia di dover pagare 20.000 euro tra cinque anni. Invece di investire quella somma in azioni, potrebbe utilizzare strumenti obbligazionari coerenti con la scadenza dell’obiettivo.

La logica consiste nel far coincidere, per quanto possibile, la scadenza dell’investimento con quella della spesa futura.

Se invece il denaro serve tra trent’anni, può essere sensato accettare maggiore volatilità per cercare una crescita più elevata.

Questo dimostra che il portafoglio dovrebbe essere costruito partendo dagli obiettivi temporali e non dall’idea astratta di massimizzare il rendimento.

Il rischio di avere troppa liquidità

Se una quota di liquidità è necessaria, una quantità eccessiva può diventare inefficiente.

Supponiamo che una persona abbia già un fondo di emergenza adeguato, nessuna spesa rilevante prevista nei prossimi anni e mantenga comunque l’80% del proprio patrimonio in contanti o depositi quasi non remunerati.

In questo caso il portafoglio potrebbe essere troppo prudente rispetto agli obiettivi di lungo periodo e subire una perdita progressiva di potere d’acquisto.

La liquidità deve quindi avere una funzione precisa. Una volta coperti gli imprevisti e le esigenze di breve termine, l’eventuale eccedenza dovrebbe almeno essere valutata rispetto agli altri obiettivi.

Il rischio di avere troppe azioni

L’errore opposto consiste nel concentrare quasi tutto il patrimonio in azioni perché storicamente hanno offerto rendimenti elevati nel lungo periodo.

Se il portafoglio perde il 40% e l’investitore non riesce psicologicamente a sopportare quella perdita, potrebbe vendere proprio durante la crisi.

Un’asset allocation teoricamente efficiente ma impossibile da mantenere nella realtà è poco utile.

La componente azionaria deve quindi essere compatibile non soltanto con l’orizzonte temporale, ma anche con la capacità economica e psicologica di accettare oscillazioni.

Il rischio di avere troppe obbligazioni

Anche un portafoglio molto obbligazionario può essere inadatto.

Se l’orizzonte è molto lungo, una concentrazione eccessiva in strumenti a basso rendimento può ridurre la capacità del patrimonio di crescere in termini reali. Inoltre, se le obbligazioni hanno durate molto lunghe, il portafoglio può essere più sensibile ai tassi di quanto si immagini.

Per questo la distinzione azioni = rischiose e obbligazioni = sicure è troppo semplice.

Ogni classe di attività contiene al proprio interno livelli di rischio molto differenti.

Il rendimento va valutato insieme alla funzione

Supponiamo che in un determinato anno le azioni rendano il 15%, le obbligazioni il 3% e la liquidità l’1%.

Potrebbe sembrare evidente che la liquidità sia stata la componente peggiore.

Ma se quei soldi servivano per pagare una spesa prevista dopo sei mesi, la liquidità ha svolto perfettamente la propria funzione. Investirli in azioni per cercare il 15% avrebbe significato assumere un rischio non necessario.

Allo stesso modo, se un capitale destinato a un obiettivo trentennale rimane per decenni completamente liquido, potrebbe non svolgere in modo efficace la funzione di crescita.

Il rendimento di una componente dovrebbe quindi essere giudicato rispetto alla funzione che deve svolgere.

Ribilanciare significa riportare il portafoglio alla funzione originaria

Con il passare del tempo le percentuali cambiano. Se le azioni crescono molto più delle obbligazioni, la componente azionaria diventa progressivamente più importante e il portafoglio assume più rischio rispetto alla struttura iniziale.

Il ribilanciamento consiste nel riportare periodicamente le percentuali verso i livelli stabiliti.

Supponiamo che il portafoglio iniziale sia composto per il 60% da azioni e 40% da obbligazioni. Dopo un forte rialzo azionario potrebbe diventare 75%-25%. Se quella distribuzione non è più coerente con il profilo dell’investitore, ribilanciare significa ridurre parte della componente cresciuta e aumentare quella diminuita.

Il ribilanciamento non serve a prevedere quale mercato salirà. Serve a mantenere costante la struttura di rischio scelta.

Tre “cassette” per tre orizzonti temporali

Un modo semplice per interpretare il portafoglio consiste nel suddividerlo concettualmente in tre aree.

La prima contiene il denaro che può servire presto: liquidità e strumenti molto prudenti.

La seconda contiene capitale destinato a obiettivi di medio termine: qui possono trovare spazio strumenti obbligazionari o portafogli misti, a seconda della durata e del rischio accettabile.

La terza contiene il capitale che può rimanere investito per molti anni: questa parte può sostenere una maggiore esposizione azionaria.

Non è una regola universale, ma aiuta a collegare ciascun investimento a una funzione precisa.

Un esempio completo

Immaginiamo una persona con 100.000 euro e tre obiettivi differenti: 15.000 euro devono rimanere disponibili per emergenze, 25.000 euro serviranno tra cinque anni per un progetto già programmato e i restanti 60.000 euro sono destinati a un obiettivo di lungo periodo superiore ai vent’anni.

Trattare tutti i 100.000 euro allo stesso modo sarebbe poco razionale.

I 15.000 euro destinati alle emergenze richiedono soprattutto disponibilità. I 25.000 euro con orizzonte di cinque anni richiedono maggiore attenzione alla conservazione del capitale e alla scadenza. I 60.000 euro di lungo periodo possono invece sostenere una componente di crescita più significativa.

In questo modo azioni, obbligazioni e liquidità non vengono scelte in base a quale sembra più interessante in quel momento, ma in base alla funzione che devono svolgere.

Conclusione

Azioni, obbligazioni e liquidità non competono per stabilire quale sia lo strumento migliore.

Svolgono funzioni differenti.

Le azioni cercano soprattutto crescita del capitale accettando maggiore volatilità. Le obbligazioni possono introdurre stabilità, flussi più prevedibili e una migliore programmazione temporale, pur mantenendo rischi di credito, tasso e liquidità. La liquidità garantisce disponibilità immediata e protegge dalla necessità di vendere investimenti in momenti sfavorevoli, ma nel lungo periodo può perdere potere d’acquisto.

Per questo la domanda corretta non è: “Quanto dovrei avere in azioni, obbligazioni e liquidità?” ma: “Quali obiettivi devo finanziare, quando mi servirà il denaro e quale livello di rischio posso realmente sostenere?”

Solo dopo aver risposto a queste domande ha senso stabilire le percentuali.

Un buon portafoglio non è quello che assegna a ogni euro il rendimento più alto possibile. È quello che assegna a ogni euro una funzione coerente con il momento in cui servirà e con il rischio che si può permettere di assumere.