L’Europa ha un problema abbastanza strano: le famiglie risparmiano molto, il patrimonio privato è enorme eppure, quando bisogna finanziare nuove imprese, innovazione, tecnologia e grandi investimenti, una parte consistente dei capitali finisce altrove. Non significa che i soldi “spariscano” o che qualcuno li porti via dall’Europa. Il meccanismo è molto più semplice: il risparmio cerca mercati grandi, liquidi, efficienti e pieni di opportunità di investimento. Oggi, molto spesso, questi mercati si trovano negli Stati Uniti.

È un tema che può sembrare lontano dalla vita quotidiana, ma in realtà riguarda anche chi investe semplicemente 200 o 300 euro al mese in un ETF mondiale. Per capire perché bisogna mettere insieme alcuni dati che normalmente vengono analizzati separatamente: il rallentamento competitivo europeo, il rapporto commerciale con la Cina, la frammentazione dei mercati finanziari e il modo in cui noi europei investiamo i nostri risparmi.

Il primo problema: l’Europa deve investire molto di più

Uno dei numeri più importanti arriva dal rapporto sulla competitività europea coordinato da Mario Draghi. Secondo le stime utilizzate nel rapporto, per raggiungere gli obiettivi europei in materia di innovazione, digitalizzazione, energia, difesa e competitività sarebbero necessari tra 750 e 800 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi ogni anno. La cifra equivale a circa il 4,4-4,7% del PIL (Prodotto interno lordo) dell’Unione Europea del 2023. Non si parla quindi di un piano straordinario da realizzare una volta sola, ma di un incremento strutturale degli investimenti.

La dimensione del problema diventa più chiara guardando quello che sta succedendo nel commercio internazionale. Nel 2025 l’Unione Europea ha esportato verso la Cina beni per 199,6 miliardi di euro, mentre ne ha importati per 559,4 miliardi. Il deficit commerciale europeo verso la Cina è stato quindi di 359,8 miliardi di euro in un solo anno. Ma ancora più significativo è osservare la direzione: rispetto al 2024, le esportazioni europee verso la Cina sono diminuite del 6,5%, mentre le importazioni sono aumentate del 6,4%. Se allarghiamo l’orizzonte al 2015, le esportazioni europee verso la Cina sono cresciute del 37,1%, mentre le importazioni sono aumentate dell’89%.

Questo non significa automaticamente che un deficit commerciale sia “male” o che importare dalla Cina sia un problema in sé. Le economie moderne sono costruite su catene globali del valore e molti prodotti cinesi permettono alle imprese europee di acquistare componenti e beni a prezzi competitivi. Il dato interessante è piuttosto il cambiamento nella composizione degli scambi. Nel 2025 la principale categoria di beni esportata dall’UE verso la Cina è stata quella di macchinari, apparecchi meccanici e componenti, per 45,3 miliardi di euro. Allo stesso tempo, oltre metà delle importazioni manifatturiere europee dalla Cina è ormai costituita da macchinari e veicoli. La Cina non è quindi più semplicemente il luogo da cui acquistiamo prodotti a basso valore aggiunto: compete sempre di più negli stessi settori industriali e tecnologici nei quali l’Europa era tradizionalmente forte.

E l’Italia è particolarmente esposta

Per l’Italia il dato merita ancora più attenzione. Nel 2025 le importazioni italiane dalla Cina hanno raggiunto circa 60,6 miliardi di euro, un massimo storico. Secondo il Rapporto sulla competitività dei settori produttivi 2026 dell’ISTAT, il valore complessivo delle importazioni di prodotti cinesi è cresciuto del 17,2% rispetto all’anno precedente, mentre limitandosi alla manifattura l’aumento è stato del 20,1%. Nel confronto del rapporto riferito a gennaio-novembre 2025, la Cina rappresentava il 10,3% delle importazioni complessive italiane, contro il 7,5% della Germania e il 6,6% della Francia. Da questo punto di vista l’Italia risultava la più esposta alla Cina tra le principali economie europee analizzate.

Il dato più sorprendente riguarda però la farmaceutica. Le importazioni italiane di prodotti farmaceutici dalla Cina sono passate in un solo anno da circa 680 milioni di euro a oltre 7,7 miliardi, con un aumento superiore al 900%. È un numero enorme, ma va interpretato con cautela: secondo ISTAT, oltre il 90% dei flussi del settore è riconducibile a gruppi multinazionali, quindi una parte dell’incremento può riflettere la riorganizzazione internazionale delle catene produttive e dei flussi infragruppo, non semplicemente una sostituzione della produzione italiana con quella cinese.

Il punto, quindi, non è dire che “la Cina ci sta comprando tutto” o che l’Europa non produce più nulla. Sarebbe una conclusione troppo semplice. Il problema europeo riguarda soprattutto la capacità delle imprese di crescere abbastanza velocemente da competere su scala globale.

Le aziende europee nascono, ma fanno più fatica a diventare grandi

L’Europa possiede università di alto livello, capitale umano, brevetti, ricerca e aziende eccellenti. Il problema non è semplicemente l’assenza di imprese innovative. Una delle criticità più discusse è la difficoltà di trasformare un’impresa europea di successo in una società realmente continentale e poi globale.

Formalmente esiste un mercato unico con circa 450 milioni di consumatori. Nella pratica continuano però a esistere differenze nazionali nella fiscalità, nelle procedure amministrative, nel diritto societario, nell’insolvenza, nella regolamentazione dei servizi e in molti altri ambiti. Questo significa che espandersi dalla Germania alla Francia, dalla Francia all’Italia e dall’Italia alla Spagna non è sempre equivalente, per semplicità, a espandersi da uno Stato americano all’altro.

Il Fondo Monetario Internazionale ha provato a quantificare queste frizioni stimando che le barriere residue agli scambi interni europei possano essere equivalenti, in media, a un costo tariffario del 44% sui beni e del 110% sui servizi. Sono numeri molto citati, ma bisogna stare attenti a interpretarli: non significa che esista realmente un dazio europeo del 44% o del 110%. Si tratta di una stima econometrica dei costi impliciti associati al cosiddetto “border effect” (effetto frontiera). Lo stesso lavoro del FMI riconosce che il risultato è sensibile alla base dati, al livello di aggregazione e alle ipotesi utilizzate; con impostazioni differenti il risultato si riduce sensibilmente.

Esiste inoltre una critica ancora più profonda. Un’analisi pubblicata su VoxEU osserva che una parte della minore intensità degli scambi tra Paesi diversi può dipendere non da leggi o burocrazia, ma da lingua, abitudini, preferenze dei consumatori e relazioni sociali. Un italiano tende naturalmente ad avere più contatti con altri italiani e un tedesco con altri tedeschi; queste connessioni influenzano anche i rapporti economici. Introducendo misure di connessione sociale nei modelli, una parte consistente del cosiddetto effetto frontiera si riduce. Per questo sarebbe sbagliato prendere il 44% come misura precisa della “burocrazia europea”.

Il problema della frammentazione, però, rimane. E diventa ancora più importante quando passiamo dalle imprese ai capitali.

Il vero paradosso: i soldi in Europa ci sono

Il rapporto Much More Than a Market, presentato nel 2024 da Enrico Letta, stimava in circa 33.000 miliardi di euro il risparmio privato presente nell’Unione Europea. Allo stesso tempo indicava una fuoriuscita di circa 300 miliardi di euro all’anno di risparmi delle famiglie europee verso mercati esteri, soprattutto quello statunitense, collegandola anche alla frammentazione dei mercati finanziari europei.

Documenti successivi dell’Unione Europea confermano l’ordine di grandezza del fenomeno, ma utilizzano un perimetro più ampio delle sole famiglie. Un’analisi della Commissione trasmessa al Consiglio indica che dal 2015 sono usciti dall’UE mediamente più di 300 miliardi di euro netti all’anno verso attività finanziarie estere e che nel solo 2024 il flusso ha raggiunto 437 miliardi. Il dato riguarda il risparmio dell’intera economia europea al netto degli ammortamenti, cioè del consumo del capitale esistente. Dal 2020 gli Stati Uniti sono stati la principale destinazione netta di questi capitali.

Qui bisogna evitare un altro equivoco: quei soldi non vengono necessariamente “persi” dall’Europa. Se un investitore italiano compra azioni Microsoft, un fondo americano o un ETF globale, possiede comunque un’attività finanziaria che fa parte del suo patrimonio. Dal punto di vista del singolo investitore può essere una scelta perfettamente razionale. Dal punto di vista macroeconomico, però, una parte del risparmio europeo viene investita in attività estere. Serve una precisazione: quando acquistiamo un’azione già quotata, il denaro va normalmente al venditore, non direttamente all’impresa. Il finanziamento diretto avviene con le nuove emissioni; un mercato ampio e liquido può comunque facilitarlo, rendendo più semplice raccogliere nuovo capitale.

Ed è qui che emerge il paradosso: da una parte il rapporto Draghi stima un bisogno di 750-800 miliardi di investimenti aggiuntivi all’anno; dall’altra l’Europa genera moltissimo risparmio e una parte rilevante di questo capitale viene investita fuori dall’Unione. Le due grandezze non sono direttamente sovrapponibili e sarebbe scorretto dire che basterebbe “trattenere i 300 miliardi” per risolvere automaticamente il problema degli investimenti europei. Mostrano però che il problema non è semplicemente una mancanza assoluta di denaro: riguarda anche come il capitale viene intermediato e dove trova le opportunità migliori.

Gli europei risparmiano molto più degli americani?

Anche qui i numeri sono interessanti, ma bisogna confrontarli correttamente. Nel primo trimestre del 2026 il tasso di risparmio delle famiglie dell’area euro era pari al 14,3%. Negli Stati Uniti il personal saving rate rilevato dal Bureau of Economic Analysis era invece pari al 3,0% nel luglio 2026.

La differenza è enorme, ma non significa che possiamo semplicemente concludere che “gli europei risparmiano quasi cinque volte più degli americani”. Le due statistiche derivano da sistemi contabili e definizioni non perfettamente coincidenti e vengono rilevate con metodologie differenti. Sono però sufficienti per mostrare una caratteristica strutturale importante: le famiglie europee mantengono una propensione al risparmio molto elevata.

Anche l’Italia conferma questa disponibilità di patrimonio. A fine 2024 la ricchezza netta delle famiglie italiane ammontava a 11.732 miliardi di euro, circa 199.000 euro per abitante. È importante ricordare che si tratta di una media: non significa affatto che ogni italiano possieda 199.000 euro, perché la distribuzione della ricchezza è molto diseguale e nel totale sono compresi immobili e altre attività. Inoltre, pur avendo raggiunto un massimo nominale, in termini reali la ricchezza delle famiglie era ancora oltre il 5% inferiore al livello del 2021 a causa dell’inflazione degli anni successivi.

La ricchezza finanziaria italiana rimane inoltre molto liquida. Secondo i dati richiamati dalla Consob, a giugno 2025 le famiglie italiane possedevano 6.148 miliardi di euro di attività finanziarie, delle quali circa il 26% era costituito da contante e depositi. Parliamo quindi di circa 1.600 miliardi di euro mantenuti in strumenti estremamente liquidi.

Tenere liquidità non è un errore: serve per le spese correnti, gli imprevisti e gli obiettivi a breve termine. Il problema nasce quando la liquidità supera stabilmente ciò che serve e rimane per anni su strumenti praticamente non remunerati.

Cosa c’entra un normale ETF mondiale?

Qui secondo me la questione diventa particolarmente interessante per un piccolo investitore.

Prendiamo il classico MSCI World, uno degli indici più utilizzati per costruire ETF azionari globali sui Paesi sviluppati. Al 31 agosto 2026 gli Stati Uniti rappresentavano circa il 72,1% dell’indice. Il Giappone pesava circa il 5,8%, il Regno Unito il 3,5%, il Canada il 3,5% e la Francia il 2,4%.

Non c’è qualcuno seduto in un ufficio che ha deciso di assegnare il 72% agli Stati Uniti. L’MSCI World è ponderato sulla capitalizzazione di mercato corretta per il flottante (le azioni effettivamente disponibili agli investitori): più grande è il valore complessivo delle società quotate di un Paese, maggiore sarà il loro peso nell’indice. La forte presenza americana è quindi soprattutto la conseguenza delle dimensioni raggiunte dalle aziende statunitensi sui mercati finanziari globali.

Questo produce un effetto curioso. Un investitore italiano che decide di non scegliere singole azioni, non inseguire mode e investire semplicemente ogni mese in un ETF mondiale diversificato sta adottando una strategia perfettamente razionale. Eppure, indirettamente, una larga parte di ogni suo investimento viene destinata ad aziende americane.

È uno dei motivi per cui sarebbe sbagliato trasformare il problema europeo in una battaglia contro gli ETF mondiali o contro gli investimenti negli Stati Uniti. Dal punto di vista individuale, diversificare geograficamente rimane una caratteristica importante di una corretta gestione del rischio. Concentrare il proprio patrimonio in Italia o in Europa semplicemente per patriottismo finanziario significherebbe introdurre volontariamente un forte home bias, cioè una preferenza eccessiva per gli investimenti del proprio Paese o della propria area geografica.

Quindi dovremmo comprare più Europa?

Non necessariamente. Il fatto che l’Europa abbia bisogno di capitali non significa che il singolo risparmiatore debba sacrificare la diversificazione del proprio portafoglio per risolvere un problema macroeconomico.

Aumentare deliberatamente la quota europea può essere una scelta di investimento, ma dovrebbe avere una motivazione finanziaria. Per esempio, un investitore potrebbe ritenere che determinate valutazioni europee siano più interessanti rispetto a quelle americane oppure voler modificare l’esposizione geografica del portafoglio. Sono valutazioni che possono essere discusse con numeri alla mano.

C’è però un punto sul quale farei una precisazione rispetto a molti discorsi che si sentono sul tema: peso delle aziende americane e rischio dollaro non sono esattamente la stessa cosa. Comprare un ETF quotato in euro non elimina automaticamente l’esposizione valutaria dei titoli sottostanti, ma allo stesso tempo non è corretto equiparare semplicemente “72% di società statunitensi” a “72% del patrimonio esposto economicamente al dollaro”. Molte grandi multinazionali americane producono ricavi e sostengono costi in decine di valute diverse. Per valutare davvero il rischio valutario bisogna quindi guardare alla struttura dell’investimento e, quando rilevante, all’eventuale copertura valutaria.

Il problema più semplice da controllare rimane la liquidità

Per il singolo risparmiatore c’è però una questione molto più concreta di quella relativa alla competitività europea: capire quanti soldi è sensato lasciare completamente liquidi.

Dal 16 settembre 2026 il tasso sui depositi della BCE è pari al 2,50%, dopo l’aumento di 25 punti base (0,25 punti percentuali) deciso il 10 settembre. Le nuove proiezioni della BCE stimano inoltre un’inflazione media dell’area euro del 3,0% nel 2026, del 2,5% nel 2027 e del 2,1% nel 2028.

Attenzione però a non fare un altro passaggio troppo veloce: il 2,50% della BCE non è il rendimento del conto corrente di un risparmiatore. È il tasso riconosciuto alle banche sulla deposit facility dell’Eurosistema. Un conto corrente può remunerare molto meno, nulla oppure, in alcuni casi, offrire condizioni promozionali differenti.

La domanda utile diventa quindi molto semplice: quanto denaro mi serve realmente disponibile e quanto invece sto lasciando fermo senza una ragione precisa?

Non esiste una percentuale valida per tutti. Il fondo di emergenza dipende dalla stabilità del reddito, dalle spese mensili, dalla presenza di altre persone economicamente dipendenti, dai debiti e dagli imprevisti che si possono realisticamente affrontare. Parlare automaticamente di “sei o dodici mesi” può essere un buon punto di partenza, ma non una legge universale. La liquidità necessaria a uno studente che vive con la propria famiglia può essere completamente diversa da quella di una famiglia con mutuo, figli e un unico reddito.

Cosa sta facendo l’Europa

Il problema è ormai riconosciuto anche dalle istituzioni europee. Nel marzo 2025 la Commissione ha lanciato la Savings and Investments Union, cioè l’Unione del risparmio e degli investimenti, con l’obiettivo di collegare meglio il risparmio delle famiglie con gli investimenti produttivi delle imprese europee. La Commissione richiamava circa 10.000 miliardi di euro di risparmi delle famiglie detenuti sotto forma di depositi bancari. Questi depositi contribuiscono già al finanziamento dell’economia attraverso il sistema bancario; l’obiettivo è ampliare anche le opportunità di investimento nei mercati dei capitali.

Nel settembre 2025 è arrivata anche una raccomandazione agli Stati membri per sviluppare Savings and Investment Accounts, conti pensati per rendere più semplice l’accesso ad azioni, obbligazioni e fondi, con procedure fiscali semplificate e possibili incentivi. Non si tratta però di un conto europeo unico già disponibile a tutti: la Commissione ha definito un modello e raccomandato agli Stati di introdurlo o migliorare gli strumenti già esistenti.

In Italia abbiamo già strumenti che cercano, con logiche diverse, di orientare il risparmio verso le imprese, come i PIR, Piani Individuali di Risparmio, introdotti nel 2017. Offrono vantaggi fiscali quando vengono rispettati determinati requisiti e periodi di detenzione, ma proprio i vincoli di composizione del portafoglio significano che non possono essere valutati soltanto guardando al beneficio fiscale. Un vantaggio fiscale non trasforma automaticamente un investimento concentrato in un investimento migliore.

Il vero punto della questione

Dopo aver guardato tutti questi numeri, secondo me il punto interessante non è concludere che dobbiamo smettere di investire negli Stati Uniti o iniziare a comprare azioni europee per aiutare l’economia.

La conclusione è quasi opposta. L’Europa non è un continente senza risparmi. È un continente che dispone di decine di migliaia di miliardi di euro di patrimonio privato, ma possiede mercati dei capitali ancora frammentati e meno profondi rispetto a quelli americani. Nello stesso momento ha bisogno di centinaia di miliardi di investimenti aggiuntivi ogni anno e una parte importante dei risparmi europei viene investita all’estero.

Dal punto di vista dell’Europa è un problema strutturale. Dal punto di vista del singolo investitore, invece, non deve diventare un senso di colpa.

Quando investiamo dobbiamo prima di tutto costruire un portafoglio coerente con i nostri obiettivi, il nostro orizzonte temporale e il rischio che possiamo sostenere. Se un ETF mondiale investe oltre il 70% negli Stati Uniti, non significa automaticamente che sia sbagliato: significa che oggi quella è, grosso modo, la distribuzione del mercato azionario dei Paesi sviluppati.

La parte sulla quale possiamo intervenire immediatamente è molto più vicina a noi: capire quanti soldi abbiamo, dove sono investiti, quanta liquidità ci serve veramente, quanto siamo diversificati e soprattutto perché abbiamo scelto ogni investimento.

Perché avere molti risparmi non significa necessariamente utilizzarli bene. E questa regola, a quanto pare, vale sia per una singola persona sia per un intero continente.

Dati verificati al 26 settembre 2026. I periodi di riferimento sono indicati nel testo e le statistiche possono essere successivamente riviste.