Dire di avere un patrimonio di 100.000 euro può sembrare equivalente a dire di avere 100.000 euro a disposizione. In realtà le due affermazioni descrivono situazioni molto diverse. Una persona può possedere una casa, un’automobile, investimenti finanziari e altri beni per un valore complessivo elevato, ma avere soltanto poche migliaia di euro immediatamente utilizzabili. Al contrario, un’altra persona può avere un patrimonio complessivo più basso ma una disponibilità finanziaria molto maggiore nel breve periodo. La differenza dipende dalla composizione del patrimonio, dal livello dei debiti e dalla facilità con cui le diverse attività possono essere trasformate in denaro.

Per questo, quando si valuta la propria situazione finanziaria, conoscere soltanto il patrimonio netto non basta. Bisogna capire da cosa è composto e distinguere almeno tre concetti: ricchezza netta, attività finanziarie e liquidità disponibile.

Che cosa significa davvero patrimonio netto

Banca d’Italia definisce la ricchezza netta familiare come la differenza tra il valore complessivo delle attività possedute e quello delle passività. Nelle attività rientrano sia quelle reali, come immobili, aziende e oggetti di valore, sia quelle finanziarie, come depositi, titoli di Stato, obbligazioni, fondi, azioni e altri strumenti. Dall’altra parte devono essere sottratti i debiti, tra cui mutui, finanziamenti e altre passività.

Patrimonio netto = attività − debiti

Supponiamo che una persona possieda una casa del valore di 180.000 euro, 20.000 euro tra conto corrente e investimenti e abbia ancora 100.000 euro di mutuo da rimborsare. La sua ricchezza netta sarebbe:

180.000 + 20.000 − 100.000 = 100.000 euro

Quella persona può quindi correttamente affermare di avere un patrimonio netto di 100.000 euro. Questo però non significa che possa utilizzare domani 100.000 euro per sostenere una spesa. Una parte consistente della sua ricchezza è incorporata nell’abitazione, mentre una parte del valore della casa è finanziata attraverso il mutuo.

È proprio qui che nasce una delle confusioni più comuni nella finanza personale: valore patrimoniale e disponibilità finanziaria non sono la stessa cosa.

La casa può renderti più ricco senza renderti più liquido

Gli immobili hanno storicamente un peso molto importante nei patrimoni delle famiglie italiane. Secondo la pubblicazione congiunta di Banca d’Italia e ISTAT sulla ricchezza dei settori istituzionali, alla fine del 2022 le abitazioni rappresentavano una quota molto rilevante della ricchezza lorda delle famiglie italiane: il loro peso aveva raggiunto il 46,3%.

Questo significa che una parte significativa della ricchezza delle famiglie è conservata sotto forma di immobili. È perfettamente possibile quindi avere una ricchezza netta elevata ma una quantità di denaro immediatamente utilizzabile piuttosto contenuta.

Immaginiamo una persona che abbia acquistato molti anni fa un’abitazione oggi valutata 250.000 euro e che non abbia più alcun mutuo. Possiede inoltre 5.000 euro sul conto corrente e nessun altro investimento. La sua ricchezza netta potrebbe superare i 250.000 euro, ma se improvvisamente avesse bisogno di 30.000 euro non potrebbe semplicemente prelevarli dalla casa.

Per ottenere quella liquidità dovrebbe vendere l’immobile, indebitarsi utilizzandolo eventualmente come garanzia oppure trovare un’altra soluzione finanziaria. Ognuna di queste operazioni richiede tempo, comporta costi e può essere incompatibile con la necessità di continuare a utilizzare l’abitazione.

L’immobile è quindi patrimonio, ma non è liquidità.

Nemmeno gli investimenti sono necessariamente denaro disponibile

La stessa distinzione vale, anche se in misura diversa, per gli investimenti finanziari.

Supponiamo che una persona disponga di 100.000 euro così suddivisi:

Il patrimonio finanziario complessivo è effettivamente di 100.000 euro, ma soltanto i 10.000 euro sul conto sono immediatamente utilizzabili senza dover liquidare altri strumenti. Le obbligazioni e gli ETF possono normalmente essere venduti, ma il loro valore può cambiare nel tempo e non esiste la garanzia che il momento in cui serve il denaro coincida con un momento favorevole per venderli.

Se i 70.000 euro investiti in azioni subissero, per esempio, un ribasso del 25%, il loro valore scenderebbe temporaneamente a circa 52.500 euro. Essere costretti a vendere proprio in quella fase significherebbe cristallizzare la perdita.

Un investimento può quindi essere liquidabile senza essere equivalente alla liquidità. La possibilità tecnica di vendere un’attività rapidamente non significa infatti che sia economicamente indifferente farlo in qualsiasi momento.

Liquidità, liquidabilità e patrimonio sono tre cose diverse

Questi concetti possono essere separati con maggiore precisione.

La liquidità è il denaro immediatamente disponibile e utilizzabile, come quello presente sul conto corrente o in altre forme sostanzialmente equivalenti. La liquidabilità indica invece la facilità con cui un bene o uno strumento può essere trasformato in denaro senza subire perdite rilevanti o attendere troppo tempo. Il patrimonio comprende infine l’insieme delle attività possedute, al netto dei debiti.

Una casa ha normalmente un’elevata rilevanza patrimoniale ma una bassa liquidabilità rispetto a un deposito bancario. Un ETF quotato su un mercato molto liquido può invece essere venduto rapidamente, ma il prezzo di vendita dipende dal mercato. Il denaro sul conto corrente ha infine elevata liquidità e nessun rischio di oscillazione nominale, anche se può perdere potere d’acquisto per effetto dell’inflazione.

Capire queste differenze è fondamentale perché permette di leggere il patrimonio non soltanto come una cifra complessiva, ma come una struttura.

Due persone entrambe con 100.000 euro possono trovarsi in situazioni opposte

Immaginiamo due individui con la stessa ricchezza netta.

La prima persona possiede una casa del valore di 200.000 euro, ha ancora 105.000 euro di mutuo e dispone di 5.000 euro sul conto corrente. Il suo patrimonio netto è:

200.000 + 5.000 − 105.000 = 100.000 euro

La seconda persona non possiede immobili, non ha debiti e dispone di 30.000 euro sul conto corrente e 70.000 euro investiti. Anche la seconda persona ha un patrimonio netto di 100.000 euro.

Dal punto di vista puramente patrimoniale i due valori coincidono. Dal punto di vista della flessibilità finanziaria, però, le situazioni sono molto diverse. La seconda persona dispone di attività finanziarie facilmente utilizzabili o liquidabili per un valore molto superiore. La prima possiede invece gran parte della propria ricchezza all’interno dell’abitazione e contemporaneamente deve continuare a sostenere il debito residuo del mutuo.

Non significa che una situazione sia necessariamente migliore dell’altra. Significa semplicemente che la cifra del patrimonio netto, presa da sola, non descrive adeguatamente la solidità finanziaria nel breve periodo.

Il ruolo dei debiti viene spesso dimenticato

Un altro errore frequente consiste nel considerare soltanto ciò che si possiede senza sottrarre ciò che si deve.

Una persona può affermare di avere una casa da 300.000 euro, un’automobile da 30.000 euro e investimenti per 20.000 euro, arrivando apparentemente a un patrimonio di 350.000 euro. Se però deve ancora rimborsare 220.000 euro di mutuo e 15.000 euro di finanziamento per l’auto, la situazione cambia radicalmente.

350.000 − 235.000 = 115.000 euro

Il principio utilizzato da Banca d’Italia è esattamente questo: dalla somma delle attività finanziarie e non finanziarie vengono sottratte le passività.

Il debito non è necessariamente negativo. Un mutuo può consentire l’acquisto di un’abitazione e un finanziamento può essere utilizzato per sostenere investimenti produttivi. Ma quando si misura la ricchezza effettivamente posseduta non può essere ignorato.

Avere patrimonio non significa riuscire a pagare le spese

Questa distinzione diventa particolarmente importante quando si verifica un problema di liquidità. Un individuo può essere patrimonialmente solido ma non disporre del denaro necessario per sostenere i pagamenti immediati.

È un fenomeno che non riguarda soltanto le famiglie. Anche nelle imprese esiste una distinzione fondamentale tra patrimonio, redditività e disponibilità liquide. Un’impresa può possedere immobili, macchinari e crediti per valori molto elevati e contemporaneamente trovarsi in difficoltà nel pagare fornitori e stipendi se non dispone di flussi di cassa sufficienti.

Lo stesso principio vale nella finanza personale. Se una persona possiede una casa da 400.000 euro ma ha soltanto 500 euro disponibili sul conto e perde improvvisamente il proprio reddito, il valore della casa non paga automaticamente le bollette del mese successivo.

Per questo la solidità finanziaria dovrebbe essere osservata su più dimensioni.

Una fotografia più utile del proprio patrimonio

Limitarsi a calcolare il patrimonio netto è un primo passo, ma per capire realmente la propria situazione può essere utile suddividere le attività in categorie. Immaginiamo questa situazione:

ComponenteValore
Conto corrente12.000 €
Depositi facilmente disponibili8.000 €
Investimenti finanziari50.000 €
Automobile20.000 €
Abitazione250.000 €
Totale attività340.000 €
Mutuo residuo−130.000 €
Altri finanziamenti−10.000 €
Patrimonio netto200.000 €

La persona possiede quindi una ricchezza netta di 200.000 euro. Ma la sua liquidità immediatamente disponibile è soltanto di 20.000 euro, considerando conto corrente e depositi facilmente accessibili. Gli altri 180.000 euro netti sono distribuiti tra investimenti, automobile e patrimonio immobiliare.

Dire soltanto «ho 200.000 euro» nasconde quindi moltissime informazioni. Una descrizione più utile sarebbe: patrimonio netto 200.000 euro; liquidità facilmente disponibile 20.000 euro; investimenti 50.000 euro; patrimonio reale 270.000 euro; debiti 140.000 euro.

La ricchezza italiana mostra bene questa differenza

I dati di Banca d’Italia e ISTAT permettono di osservare il fenomeno a livello aggregato. Alla fine del 2022 la ricchezza netta complessiva delle famiglie italiane era pari a circa 10.421 miliardi di euro, equivalenti a circa 177.000 euro pro capite. Ma questa ricchezza comprendeva attività non finanziarie, soprattutto immobili, attività finanziarie e passività.

Non sarebbe quindi corretto concludere che ciascun italiano avesse mediamente 177.000 euro a disposizione. Innanzitutto si tratta di un valore medio aggregato e la ricchezza è distribuita in modo molto diseguale; inoltre una parte consistente è rappresentata da abitazioni e altre attività non immediatamente spendibili.

I dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie mostrano inoltre che nelle attività finanziarie vengono comprese categorie molto diverse tra loro: depositi bancari e postali, fondi comuni ed ETF, obbligazioni, titoli di Stato, attività detenute all’estero e altri strumenti finanziari. Anche parlare genericamente di «attività finanziarie» non equivale quindi a parlare di denaro sul conto.

Patrimonio elevato e fondo di emergenza basso possono coesistere

Torniamo al tema della gestione personale. Immaginiamo una persona con patrimonio netto di 150.000 euro composto quasi interamente dalla propria abitazione. Se possiede soltanto 2.000 euro liquidi e sostiene spese essenziali per 2.000 euro al mese, il suo fondo di emergenza equivale appena a un mese di spese.

Una seconda persona potrebbe avere soltanto 70.000 euro di patrimonio netto, ma 15.000 euro di liquidità disponibile e nessun debito significativo.

La prima è patrimonialmente più ricca. La seconda potrebbe però essere più preparata ad affrontare una perdita temporanea del reddito. È uno dei motivi per cui indicatori come patrimonio netto, liquidità disponibile e mesi di autonomia finanziaria dovrebbero essere analizzati insieme e non confusi tra loro.

Quanto del proprio patrimonio dovrebbe essere liquido?

Non esiste una percentuale universale.

Dire che il 10%, il 20% o il 30% del patrimonio dovrebbe essere sempre mantenuto liquido sarebbe poco sensato. Una persona con patrimonio di 50.000 euro potrebbe avere bisogno di 10.000 euro di fondo di emergenza, cioè il 20%. Una persona con un patrimonio di due milioni di euro difficilmente avrebbe bisogno di mantenere 400.000 euro in liquidità soltanto perché rappresentano la stessa percentuale.

È molto più razionale partire dalle esigenze: spese correnti, fondo di emergenza, impegni finanziari previsti e obiettivi di breve periodo. La liquidità dovrebbe essere dimensionata rispetto a questi elementi, non come percentuale automatica della ricchezza complessiva.

Una volta coperti tali fabbisogni, il resto del patrimonio può essere organizzato secondo gli obiettivi, l’orizzonte temporale e il rischio che si è disposti a sostenere.

Anche la disponibilità degli investimenti va interpretata correttamente

Un patrimonio finanziario molto elevato può offrire maggiore flessibilità rispetto a un patrimonio immobiliare, ma anche in questo caso bisogna evitare semplificazioni. Un’obbligazione con una scadenza futura, un ETF azionario, un fondo pensione e un deposito bancario non hanno la stessa disponibilità economica.

Alcune attività possono essere vendute immediatamente ma a un prezzo incerto. Altre possono prevedere vincoli, costi di uscita o condizioni particolari. Altre ancora, come alcune forme previdenziali, hanno finalità e regole che rendono il capitale difficilmente utilizzabile per esigenze ordinarie.

Per questo è utile chiedersi non soltanto «quanto vale?», ma anche «quanto velocemente posso trasformarlo in denaro, a quale costo e con quale rischio?».

Queste tre domande permettono di comprendere molto meglio la qualità finanziaria del patrimonio.

Un patrimonio equilibrato non è semplicemente un patrimonio grande

Possedere molti beni non garantisce automaticamente sicurezza finanziaria. Un patrimonio può essere elevato ma estremamente concentrato in un singolo immobile, gravato da debiti e accompagnato da pochissima liquidità. Può essere numericamente importante, ma offrire poca flessibilità.

Allo stesso modo, mantenere tutto il patrimonio liquido per evitare qualunque vincolo può essere inefficiente nel lungo periodo a causa dell’inflazione e del rendimento a cui si rinuncia.

Il problema è quindi trovare un equilibrio tra disponibilità, sicurezza, rendimento e diversificazione.

Un patrimonio ben organizzato dovrebbe permettere di sostenere le necessità immediate senza dover vendere attività di lungo periodo, mantenere una riserva adeguata per gli imprevisti e contemporaneamente destinare il capitale non necessario nel breve termine agli obiettivi futuri.

Conclusione

Avere 100.000 euro di patrimonio non significa avere 100.000 euro disponibili. Quella cifra potrebbe essere incorporata in una casa, investita nei mercati finanziari, ridotta dalla presenza di debiti oppure distribuita tra attività con livelli di liquidità molto differenti.

Il patrimonio netto rimane un indicatore fondamentale perché permette di capire quanto si possiede effettivamente dopo aver sottratto ciò che si deve. Ma non basta per misurare la capacità di affrontare una spesa improvvisa o una perdita temporanea del reddito.

Per avere una fotografia realmente utile della propria situazione è quindi meglio porsi almeno tre domande:

  1. Quanto vale complessivamente ciò che possiedo al netto dei debiti?
  2. Quanto denaro posso utilizzare immediatamente?
  3. Quanto del mio patrimonio può essere trasformato rapidamente in liquidità senza subire perdite rilevanti?

Solo mettendo insieme queste informazioni è possibile capire quanto si è realmente solidi dal punto di vista finanziario.

Il patrimonio misura quanto possiedi. La liquidità misura quanto margine hai oggi.

Sono entrambe importanti, ma non sono la stessa cosa.