Quando si parla di rischio negli investimenti si pensa quasi sempre alla possibilità di perdere denaro. È corretto, ma incompleto. Un investimento può essere rischioso anche perché oscilla molto, perché è difficile da vendere rapidamente, perché il capitale potrebbe servire prima del previsto oppure perché la scadenza dell’investimento non è coerente con l’obiettivo per cui quel denaro era stato accantonato. In altre parole, il rischio non dipende soltanto da quanto un investimento può perdere, ma anche da quando quella perdita può verificarsi e da quanto siamo liberi di aspettare.

Banca d’Italia definisce il rischio come la possibilità di perdere denaro con un investimento e indica la volatilità come una delle misure più diffuse, ma ricorda anche che il rischio assume forme diverse: oscillazioni dei prezzi, insolvenza dell’emittente, inflazione inattesa e incompatibilità tra investimento e orizzonte temporale possono tutti incidere sul risultato.

Volatilità: quanto può oscillare il valore

La volatilità misura quanto il rendimento o il prezzo di un investimento tende a oscillare nel tempo. Un investimento che passa frequentemente da +5% a -4% è più volatile di uno che si muove tra +1% e -1%. Banca d’Italia utilizza proprio la volatilità come una delle misure più comuni del rischio finanziario, perché un investimento che oscilla di più rende meno prevedibile il valore che avrà in un determinato momento.

È però importante non confondere volatilità e perdita definitiva. Se un ETF azionario perde il 20% e successivamente recupera, la perdita è rimasta temporanea per chi non ha venduto. Se invece l’investitore aveva bisogno del capitale proprio durante la fase negativa ed è stato costretto a liquidare, quella stessa volatilità si è trasformata in una perdita effettiva.

Quindi la volatilità diventa particolarmente pericolosa quando il tempo a disposizione è breve.

Una perdita temporanea può diventare permanente

Immaginiamo di avere 30.000 euro investiti in azioni e di sapere che serviranno tra dieci anni. Una discesa temporanea del 25% porta il valore del portafoglio a 22.500 euro. Se non dobbiamo utilizzare quei soldi e il portafoglio è coerente con il nostro piano, possiamo teoricamente aspettare.

Ora immaginiamo la stessa identica perdita, ma con un anticipo per l’acquisto di una casa da versare tra tre mesi.

La situazione cambia completamente. Il rischio finanziario dello strumento è lo stesso, ma il rischio personale dell’investitore è molto maggiore perché non esiste il tempo necessario per attendere un eventuale recupero.

Questo mostra perché il rischio non è una caratteristica assoluta dello strumento. Dipende anche dalla relazione tra strumento e obiettivo.

L’orizzonte temporale è parte del rischio

Banca d’Italia definisce l’orizzonte temporale come il periodo durante il quale un investitore prevede di poter lasciare il capitale investito prima di utilizzarlo. La durata dipende da esigenze personali e familiari, obiettivi ed età, e condiziona direttamente la composizione appropriata del portafoglio.

In termini generali, quando l’orizzonte è breve è più importante limitare le oscillazioni, perché potrebbe non esserci tempo per recuperare eventuali perdite. Con un orizzonte lungo, invece, può essere possibile accettare maggiore volatilità per cercare rendimenti più elevati. Banca d’Italia indica normalmente il breve termine come un periodo inferiore a uno o due anni, il medio termine come alcuni anni e il lungo termine come un periodo più esteso, pur precisando che non esiste una classificazione rigida universalmente valida.

Il principio conta più delle soglie: più è vicina la data in cui servirà il denaro, meno margine abbiamo per assorbire forti oscillazioni.

Il rischio di liquidità

Esiste poi un rischio diverso dalla volatilità: il rischio di liquidità. Un’attività può valere molto sulla carta ma essere difficile da vendere rapidamente al prezzo desiderato.

Il caso più intuitivo è un immobile. Una casa può avere un valore di mercato di 250.000 euro, ma non può normalmente essere trasformata in 250.000 euro sul conto nell’arco di pochi minuti. Occorre trovare un acquirente, negoziare, completare le verifiche e concludere l’atto.

Anche alcuni strumenti finanziari possono essere poco liquidi. Se esistono pochi compratori o venditori, chi deve liquidare rapidamente potrebbe essere costretto ad accettare un prezzo meno favorevole.

La liquidità è quindi una caratteristica fondamentale del rischio: non basta sapere quanto vale un’attività, bisogna capire quanto velocemente può essere trasformata in denaro e a quale prezzo.

Essere liquidabile non significa essere privo di rischio

Un ETF azionario molto liquido può essere venduto in pochi secondi durante gli orari di mercato. Dal punto di vista operativo, quindi, è altamente liquidabile. Ma se il mercato ha appena perso il 30%, venderlo rapidamente significa incassare quel valore inferiore.

Questo mostra la differenza tra due concetti: liquidabilità e stabilità del valore.

Un bene può essere facile da vendere ma molto volatile. Un altro può avere un valore relativamente stabile ma richiedere settimane per essere liquidato. Entrambi presentano rischi, semplicemente diversi.

La disponibilità immediata del capitale dovrebbe quindi essere valutata insieme alla probabilità di doverlo vendere in condizioni sfavorevoli.

Il rischio di dover vendere nel momento peggiore

Uno dei rischi più sottovalutati non dipende direttamente dal mercato, ma dalla propria situazione finanziaria. Se non esiste un fondo di emergenza sufficiente, una spesa improvvisa può costringere a vendere investimenti proprio durante una fase negativa.

Immaginiamo una persona con 50.000 euro interamente investiti e soltanto 500 euro sul conto. Se l’auto si rompe e servono urgentemente 4.000 euro, potrebbe essere necessario liquidare una parte del portafoglio indipendentemente dal momento di mercato.

Una seconda persona con 45.000 euro investiti e 5.000 euro di riserva può affrontare la stessa spesa senza toccare gli investimenti.

La differenza non è nel rischio degli strumenti. È nella struttura finanziaria complessiva.

La liquidità di emergenza riduce quindi anche il rischio di trasformare una perdita temporanea in una perdita definitiva.

Il rischio di credito

Non tutti i rischi dipendono dal prezzo. Nel caso delle obbligazioni esiste anche il rischio che l’emittente non riesca a pagare interessi o capitale.

Dividendi, interessi e rimborso del capitale non sono garantiti se chi deve effettuare il pagamento entra in difficoltà o fallisce.

Un’obbligazione può quindi avere un prezzo molto stabile fino a quando non emergono problemi significativi sull’affidabilità dell’emittente. In quel momento il rischio può manifestarsi improvvisamente.

Questo è uno dei motivi per cui “obbligazionario” non è sinonimo di “senza rischio”.

Il rischio di inflazione

Anche un investimento che non perde mai valore nominale può essere rischioso in termini reali.

Supponiamo di mantenere 20.000 euro per dieci anni in uno strumento che restituisce esattamente il capitale e non produce rendimento. Nominalmente non abbiamo perso nulla. Ma se nel frattempo i prezzi sono aumentati, quei 20.000 euro acquistano meno beni rispetto a dieci anni prima.

Questo introduce una distinzione importante: sicurezza nominale e sicurezza reale non coincidono.

Il contante è stabile in euro ma non necessariamente stabile in potere d’acquisto.

Il rischio di concentrazione

Un’altra forma di rischio nasce quando troppo patrimonio dipende da un’unica società, settore, area geografica o classe di attività.

La diversificazione può ridurre la vulnerabilità del portafoglio distribuendo il capitale tra strumenti che reagiscono diversamente agli eventi economici, pur senza eliminare completamente il rischio.

Un portafoglio composto da dieci azioni tecnologiche rimane fortemente esposto al settore tecnologico. Un portafoglio formato da cinque ETF che contengono quasi le stesse grandi società può presentare la stessa concentrazione in modo meno evidente.

La perdita potenziale non dipende quindi soltanto dal numero degli strumenti, ma da quanto sono simili i rischi sottostanti.

Il rischio cambia con l’obiettivo

Consideriamo tre somme da 20.000 euro.

La prima servirà tra sei mesi per pagare una ristrutturazione. La seconda servirà probabilmente tra cinque anni per acquistare casa. La terza è destinata alla pensione tra trent’anni.

Il capitale è identico, ma il rischio appropriato è completamente diverso.

Per i 20.000 euro necessari tra sei mesi, una perdita temporanea importante potrebbe compromettere direttamente l’obiettivo. Per quelli destinati a trent’anni, invece, una certa volatilità iniziale può essere più tollerabile perché esiste molto più tempo prima del prelievo.

Banca d’Italia sottolinea che, su orizzonti brevi, strumenti rischiosi possono produrre perdite senza lasciare sufficiente tempo per recuperare, mentre orizzonti più lunghi consentono generalmente di sopportare maggiore rischio.

La domanda quindi non è soltanto: “Quanto è rischioso questo investimento?” ma: “Quanto è rischioso questo investimento per questo specifico obiettivo?”

Il tempo non rende automaticamente sicure le azioni

Qui serve una precisazione importante. Dire che il lungo periodo rende più gestibili le oscillazioni non significa affermare che le azioni diventino prive di rischio dopo dieci, venti o trent’anni.

Banca d’Italia osserva che un orizzonte lungo riduce il rischio di essere costretti a comprare ai massimi e vendere ai minimi all’interno di un singolo ciclo finanziario, ma il rischio rimane presente.

Una società può fallire. Un mercato può attraversare periodi molto lunghi di rendimento deludente. Un portafoglio poco diversificato può non recuperare affatto.

Il tempo è quindi un ammortizzatore del rischio, non una garanzia.

Capacità di rischio e tolleranza al rischio sono diverse

Una persona può essere psicologicamente molto tranquilla davanti alle perdite ma non avere economicamente la possibilità di sopportarle.

Immaginiamo un investitore che dichiari: “Non mi preoccupa vedere il portafoglio scendere del 40%”. Se però quei soldi servono tra un anno per pagare una casa, la sua tranquillità psicologica non modifica il problema finanziario.

Al contrario, una persona con orizzonte trentennale, reddito stabile e fondo di emergenza potrebbe avere un’elevata capacità economica di sopportare rischio ma sentirsi molto a disagio davanti a perdite del 10%.

Sono due aspetti differenti:

Un portafoglio sostenibile deve rispettare entrambe.

Il rischio di comportamento

Questo porta a un’altra categoria: il rischio che sia l’investitore stesso a compromettere il risultato.

Un portafoglio può essere perfettamente razionale sulla carta ma troppo volatile per la persona che lo possiede. Se durante una crisi l’investitore vende in preda alla paura e ricompra soltanto dopo il recupero, la struttura teorica del portafoglio perde importanza.

CONSOB ricorda che la diversificazione e la scelta degli strumenti devono essere coerenti anche con il profilo di rischio e con la capacità dell’investitore di sopportare oscillazioni.

La migliore strategia non è quindi semplicemente quella con il rendimento atteso più elevato, ma quella che può essere mantenuta anche nei periodi difficili.

Un rendimento più alto è spesso il compenso per un rischio maggiore

In finanza non esistono normalmente rendimenti elevati garantiti senza rischio. Banca d’Italia ricorda che rendimento e rischio sono collegati: per cercare un rendimento più elevato bisogna generalmente accettare maggiore incertezza.

Questo non significa che ogni investimento rischioso produrrà necessariamente un rendimento elevato. Significa il contrario: se un’attività offre un rendimento potenzialmente superiore, bisogna capire quale rischio stiamo accettando in cambio.

Un’obbligazione con rendimento molto più alto rispetto a titoli simili può nascondere un maggiore rischio di credito. Un’azione con grande potenziale di crescita può avere valutazioni elevate e forte volatilità. Un investimento illiquido può offrire un premio proprio perché il capitale non è facilmente disponibile.

Il rendimento non è quindi un premio gratuito.

Un esempio completo

Immaginiamo due persone con 40.000 euro.

La prima deve utilizzare il capitale tra due anni per acquistare casa. Investe tutto in un portafoglio azionario globale. La seconda ha lo stesso portafoglio ma non prevede di utilizzare il capitale per almeno venticinque anni.

Dal punto di vista tecnico possiedono esattamente gli stessi strumenti.

Supponiamo che il mercato perda il 30%. Entrambe vedono il portafoglio scendere a 28.000 euro.

La seconda persona può teoricamente attendere, purché il portafoglio rimanga coerente con i suoi obiettivi e con la sua tolleranza al rischio. La prima potrebbe invece essere costretta a rinviare l’acquisto della casa o vendere con una perdita di 12.000 euro.

Lo strumento è identico. Il rischio vissuto dalle due persone è completamente diverso.

È uno degli esempi più chiari del motivo per cui il rischio non può essere valutato senza considerare l’orizzonte temporale.

La vera domanda da porsi prima di investire

Prima di scegliere uno strumento finanziario può essere utile rispondere a quattro domande:

  1. Quando mi serviranno questi soldi? 
  2. Quanto può oscillare il loro valore senza compromettere il mio obiettivo? 
  3. Quanto velocemente devo poterli recuperare? 
  4. Cosa succederebbe se il mercato scendesse proprio quando ne ho bisogno?

Queste domande permettono di collegare volatilità, liquidità e tempo in un’unica valutazione.

Un investimento può avere un eccellente rendimento atteso ma essere completamente sbagliato se non è compatibile con la data in cui servirà il capitale.

Conclusione

Il rischio finanziario non è soltanto la possibilità di vedere un numero rosso sul proprio portafoglio.

È anche non poter recuperare il capitale quando serve, essere costretti a vendere durante una crisi, perdere potere d’acquisto, dipendere troppo da un singolo rischio o utilizzare strumenti troppo volatili rispetto al proprio orizzonte temporale.

Per questo la valutazione corretta non parte esclusivamente dal prodotto.

Parte dall’obiettivo.

Lo stesso investimento può essere ragionevole per una persona e completamente inadatto per un’altra. Può essere coerente con un obiettivo a trent’anni e pericoloso per una spesa programmata tra dodici mesi.

La domanda più importante non è quindi: “Quanto posso perdere con questo investimento?” ma: “Che cosa succederebbe se questa perdita arrivasse proprio nel momento in cui ho bisogno del mio denaro?”

È lì che volatilità, liquidità e orizzonte temporale smettono di essere concetti teorici e diventano il vero significato del rischio.