1. Calcolo elementare delle probabilità
1.1 Definizioni fondamentali e assiomatizzazione della probabilità
Popolazione
La popolazione è un insieme di individui o unità statistiche specificato in un determinato contesto, che può includere sia un ambito spaziale (ad esempio, “residenti in Italia”) sia un intervallo temporale (ad esempio, “nel 2021”).
Non necessariamente la popolazione si riferisce solo a individui umani, ma può riguardare qualunque tipo di entità oggetto di studio (es. stati, aziende, animali).
La popolazione può anche essere di numerosità infinita, ad esempio se si considerano eventi su un periodo temporale illimitato o se si includono generazioni future.
Individui (Unità Statistiche)
Gli individui o unità statistiche sono gli elementi che compongono la popolazione.
Ad esempio, se la popolazione è costituita dagli stati occidentali, gli individui saranno i singoli stati.
Ogni individuo può presentare caratteristiche o valori diversi riguardo ai fenomeni di interesse.
Variabile Statistica
La variabile statistica è il fenomeno d’interesse che si manifesta in modo diverso su ciascuna unità statistica.
Esempi di variabili statistiche possono essere il reddito familiare, l’altezza, il livello di istruzione, ecc.
Campione
Il campione è un sottoinsieme limitato di individui estratti dalla popolazione di interesse.
Gli individui nel campione devono essere scelti in modo casuale e senza un ordine prefissato per garantire rappresentatività.
Un campione non garantisce una conoscenza certa al 100% della popolazione, ma le informazioni ottenute dallo studio del campione vengono utilizzate per stimare o inferire proprietà della popolazione.
Campione Casuale Semplice
Un campione casuale semplice è un campione in cui ogni individuo della popolazione ha la stessa probabilità di essere selezionato rispetto a tutti gli altri.
Descrizione
La descrizione è la rappresentazione o la sintesi dei dati osservati, che possono riguardare il campione o l’intera popolazione.
Generalizzazione e Inferenza Statistica
La generalizzazione consiste nel trarre previsioni o prendere decisioni basate sulle informazioni ottenute dal campione.
Da qui nasce l’inferenza statistica, che permette di fare previsioni su fenomeni più ampi, come ad esempio i risultati di un’elezione, partendo dai dati raccolti in un campione.
Generalizzazione e Inferenza Statistica
La generalizzazione consiste nel fare previsioni o prendere decisioni basate sulle informazioni raccolte da un campione.
Da questa attività nasce l’inferenza statistica, ovvero il processo che permette di estendere le conclusioni ottenute dal campione all’intera popolazione.
Un esempio tipico di inferenza statistica è la previsione di un risultato elettorale sulla base di un sondaggio su un campione di elettori.
Variabili Statistiche
Le variabili statistiche si esprimono in forma numerica o categorica e si dividono in due grandi gruppi:
Variabili Qualitative (o Categoriali)
Rappresentano modalità che indicano l’appartenenza a un gruppo o categoria. Possono essere:
Nominali: variabili che non possono essere ordinate
Esempi: genere, gruppo sanguigno, colore degli occhi
Ordinali: variabili che possono essere ordinate
Esempi: gradimento, classi di grandezza aziendali.
Variabili Quantitative (o Numeriche)
Queste si suddividono ulteriormente in:
Continue: assumono valori su un intervallo continuo, permettendo l’uso di numeri decimali.
Esempi: peso, altezza.
Discrete: assumono solo valori interi (numeri naturali), senza valori intermedi.
Esempi: numero di figli per famiglia, numero di casi COVID in un mese.
Nota: la differenza principale è che le variabili continue possono assumere valori decimali, mentre quelle discrete solo valori interi.
Variabili Qualitative Ordinali e Nominali
- Variabili Qualitative Ordinabili (Ordinali)
Le modalità possono essere ordinate secondo una relazione di grandezza.
Esempi: valutazione scolastica (basso, buono, ottimo). - Variabili Qualitative Non Ordinabili (Nominali o Scommesse)
Le modalità non sono ordinabili tra loro.
Esempio: sesso (uomo/donna), colore degli occhi.
Per analizzare variabili qualitative si utilizzano strumenti statistici specifici.
Scale di Misura delle Variabili Quantitative
- Scala di Rapporto
Ha un’origine e uno zero assoluti e ben definiti, che consentono di fare confronti di rapporto.
Esempio: peso corporeo — un uomo di 100 kg pesa il doppio di uno di 50 kg; cambiando l’unità di misura (kg, libbre) la proporzione resta invariata. - Scala Intervallare
Lo zero non è assoluto, ma arbitrario, quindi i rapporti tra valori non sono sempre significativi.
Esempio: temperatura in gradi Celsius — 20°C non è il doppio di 10°C; convertendo in Fahrenheit i rapporti cambiano, anche se la differenza resta la stessa.
Ruolo della Statistica e della Teoria delle Probabilità
- La statistica serve a limitare gli errori e l’incertezza derivanti dall’analisi di un campione invece dell’intera popolazione.
- La teoria delle probabilità fornisce criteri e metodi per quantificare il grado di certezza o incertezza legato agli eventi aleatori nei campioni.
Concetti Base della Teoria delle Probabilità
- Esperimento Casuale
Un’esperienza il cui esito non è prevedibile con certezza (es. lancio di un dado, estrazione al lotto, lancio di un’impresa). - Esito Aleatorio (Evento Elementare)
Un singolo possibile risultato dell’esperimento casuale. Esempi: il numero uscito nel lancio del dado, il voto ottenuto in un esame. - Evento
Qualsiasi enunciato che può essere vero o falso, basato sugli esiti dell’esperimento. - Evento Casuale
Un evento il cui verificarsi è incerto; cioè non è noto se sia vero o falso prima che l’esperimento si svolga. Esempio: “Passerò l’esame” è un evento casuale.
Esempio di Evento Elementare e Spazio Campionario
Nel lancio di un dado a 6 facce, gli esiti possibili sono:
Questo insieme si chiama spazio campionario (denotato Ω) e contiene tutti gli eventi elementari.
L’evento certo, cioè quello che si verifica sicuramente, è Ω stesso.
- Un evento è un sottoinsieme di Ω.
Esempio di Evento Aleatorio
Definiamo l’evento
L’evento A si verifica se il numero uscito dal dado è pari.
Evento Certo nell’Esempio dell’Esame
Se consideriamo il risultato di un esame con voti da 0 a 30 e lode, l’evento certo è:
Ovvero, il voto ottenuto sarà sicuramente uno di questi.
Probabilità come misura
La probabilità è una funzione che assegna a ogni evento un numero reale tra 0 e 1. Secondo l’approccio assiomatico di Kolmogorov, una misura di probabilità P deve soddisfare tre assiomi fondamentali:
- Non negatività: per ogni evento A
- Normalizzazione: (la probabilità che si verifichi uno qualunque di tutti gli esiti possibili (spazio campionario) è pari a 1, cioè certezza).
Esempio pratico:
Lancio di un dado:
Spazio campionario:
La probabilità che esca un numero compreso tra 1 e 6 è:
Perché qualcosa tra quei sei numeri uscirà sicuramente: l'esperimento ha sempre un risultato.
- Additività numerabile (per eventi disgiunti): Se sono disgiunti (), allora
Traduzione in parole semplici:
Se hai una successione infinita di eventi che non si sovrappongono tra loro (cioè sono mutuamente disgiunti, ovvero: per ogni ), allora la probabilità che si verifichi almeno uno di questi eventi è uguale alla somma delle probabilità dei singoli eventi.
Esempio pratico:
Immagina di avere:
- …
Questi eventi sono mutuamente disgiunti: non possono accadere contemporaneamente. Allora:
Stessa cosa vale anche se ci sono infiniti eventi, purché siano disgiunti tra loro.
| Condizione | Somma delle probabilità |
| mutuamente esclusivi (incompatibili) | |
In più se: (coprono tutto lo spazio) |
Allora: |
Proprietà derivate
- (se un’evento è impossibile la probabilità assegnata è 0).
- (evento certo)
- (evento complementare)
Leggi di De Morgan
Probabilità che si verifichi soltanto uno dei due eventi
“Solo uno tra A e B è vero” significa:
Poiché i due eventi sono incompatibili:
Equivalentemente:
Tabella dei simboli e significati in probabilità
| Simbolo | Nome | Significato |
| Spazio campionario | Insieme di tutti gli esiti possibili di un esperimento | |
| Evento | Sottoinsieme di ; rappresenta un possibile evento osservabile | |
| Probabilità di A | Valore tra 0 e 1 che indica la possibilità che accada l’evento A | |
| Unione | A B: accade A o B o entrambi | |
| Intersezione | A B: accadono sia A che B insieme | |
| Insieme vuoto | Evento impossibile (nessun esito) | |
| Complementare di A | Evento "non A": tutti gli esiti in che non sono in A | |
| Probabilità dell’unione | : regola della somma | |
| Probabilità dell’intersezione | Probabilità che accadano sia A che B | |
| Probabilità condizionata | ||
| Probabilità condizionata inversa | ||
| Indipendenza tra A e B | A e B sono indipendenti se la probabilità dell’intersezione è il prodotto delle singole | |
| Somma infinita di probabilità | Somma delle probabilità di eventi mutuamente disgiunti | |
| Unione infinita di eventi | Evento che accade se accade almeno uno degli eventi . |
1.2 Probabilità condizionata
Definizione
La probabilità condizionata di un evento A dato che si è verificato B (con ) è:
Proprietà
Moltiplicazione:
Esempio: Probabilità condizionata
Supponiamo di avere un mazzo di 52 carte standard (senza jolly). Vogliamo calcolare la probabilità di pescare una carta fante (J) sapendo che la carta estratta è di cuori.
Passo 1: Definire gli eventi
- A= evento "la carta estratta è un fante"
- B= evento "la carta estratta è di cuori"
Passo 2: Calcolare le probabilità
- Probabilità di pescare una carta di cuori: (perché ci sono 13 carte di cuori su 52 totali)
- Probabilità di pescare una carta che sia sia fante e di cuori (cioè il fante di cuori): (c’è una sola carta che è il fante di cuori)
Passo 3: Calcolare la probabilità condizionata
cioè la probabilità che la carta sia un fante sapendo che è di cuori:
Interpretazione
Se sai che la carta estratta è di cuori, allora la probabilità che sia un fante è , perché tra le 13 carte di cuori c’è esattamente un fante.
1.3 Indipendenza stocastica
Definizione
Due eventi A e B sono indipendenti se e solo se:
In altre parole, la probabilità che si verifichino entrambi gli eventi è il prodotto delle loro probabilità individuali.
Attenzione: indipendenza ≠ disgiunzione!
- Eventi disgiunti (o mutuamente esclusivi) sono quelli che non possono accadere contemporaneamente:
- Se due eventi sono disgiunti e hanno probabilità positive, non possono essere indipendenti, perché:
Esempio pratico di indipendenza
Immagina di lanciare due monete diverse, Moneta 1 e Moneta 2.
- Evento A: "Moneta 1 esce testa"
- Evento B: "Moneta 2 esce testa"
Le probabilità sono:
- (entrambi escono testa)
Verifica:
Quindi A e B sono indipendenti.
Esempio pratico di disgiunzione
Prendi un dado a 6 facce.
- Evento C: "esce un numero pari" = {2, 4, 6}
- Evento D: "esce un numero dispari" = {1, 3, 5}
Questi due eventi non possono verificarsi insieme, quindi sono disgiunti:
Inoltre:
Se fossero indipendenti, dovremmo avere:
Ma invece:
Quindi gli eventi disgiunti non sono indipendenti.
1.4 Teorema di Bayes
Formula
Se gli eventi sono una partizione dello spazio Ω (mutuamente disgiunti [nessuna coppia di insiemi ha elementi in comune] e con [Ogni elemento di appartiene almeno a uno degli insiemi ]), allora:
Interpretazione
- Serve per invertire le probabilità condizionate, molto usato in statistica bayesiana.
- Tipico esempio: test diagnostici (probabilità di essere malato dato che il test è positivo).
Esercizio sul Teorema di Bayes
Testo:
Un test diagnostico individua una malattia con:
- probabilità di test positivo dato che il paziente è malato:
- probabilità di test positivo dato che il paziente è sano:
- probabilità di essere malato nella popolazione:
Calcola:
a) la probabilità che una persona con test positivo sia davvero malata:
Svolgimento:
Applichiamo il Teorema di Bayes:
Formula:
Calcolo:
Risultato:
Interpretazione: nonostante il test sia affidabile, la bassa prevalenza della malattia nella popolazione riduce drasticamente la probabilità reale di essere malati in presenza di un test positivo.
Riassunto del capitolo:
La probabilità è una misura definita su uno spazio campionario che rispetta i tre assiomi di Kolmogorov: non negatività, normalizzazione e additività numerabile.
La probabilità condizionata permette di aggiornare le probabilità quando si conosce un evento, mentre l’indipendenza stocastica significa che il verificarsi di un evento non influisce sull’altro.
Il Teorema di Bayes consente di calcolare la probabilità a posteriori di un evento, dato un altro evento osservato, utile soprattutto quando c'è una partizione dello spazio campionario.
ESERCIZI CAPITOLO 1
Esercizio 1 – Probabilità condizionata e indipendenza
Testo:
In una classe, il 60% degli studenti ha superato l’esame di Statistica (evento S), mentre il 40% ha frequentato tutte le lezioni (evento F). Inoltre, il 30% degli studenti ha sia frequentato tutte le lezioni che superato l’esame.
Calcola:
Verifica se gli eventi S e F sono indipendenti.
Svolgimento:
a) Calcolo della probabilità condizionata
Interpretazione: il 75% di chi ha frequentato tutte le lezioni ha superato l’esame.
b) Verifica dell’indipendenza
Due eventi sono indipendenti se:
Verifichiamo:
Conclusione: S e F non sono indipendenti.
Esercizio 2 - Il Test della "Sindrome del Caffeinismo"
In una nota università, si stima che il 4% degli studenti soffra della Sindrome del Caffeinismo Acuto (M), una condizione causata dall'abuso di caffè durante la sessione estiva.
Per identificare gli studenti a rischio, il centro medico universitario ha sviluppato un test salivare rapido. I dati tecnici del test dicono che:
- La probabilità che il test dia esito positivo dato che lo studente è malato è del 90%.
- La probabilità che il test dia esito negativo dato che lo studente è sano è del 85%.
Durante uno screening di massa, uno studente viene estratto a caso e sottoposto al test, che risulta positivo (+).
Le tue domande:
- Qual è la probabilità complessiva che uno studente scelto a caso risulti positivo al test? (Probabilità totale).
- [Domanda Bayesiana] Qual è la probabilità reale che lo studente sia effettivamente malato, sapendo che il suo test è risultato positivo?
Dati:
- La probabilità che uno studente scelto a caso risulti positivo al test è data da:
- La probabilità reale che lo studente sia effettivamente malato, sapendo che il suo test è risultato
positivo:
Anche se il test sembra molto preciso (90% di sensibilità), la probabilità reale di essere malati dopo un test positivo è solo del 20%. Questo succede perché la malattia è molto rara (4%) e il numero assoluto di sani che risultano positivi per errore (14,4%) è molto più grande dei malati veri scoperti dal test (3,6%).
Esercizio 3 - Patologia grave
Si sa che una patologia molto grave colpisce il 4,6% della popolazione. Il Servizio Sanitario Nazionale decide di istituire uno screening, proponendo a ciascun cittadino di sottoporsi gratuitamente ad un test. I dati tecnici del test sono i seguenti:
- La probabilità che il test risulti negativo su un soggetto malato è pari a 0,01.
- La probabilità che il test risulti positivo su un soggetto sano è uguale a 0,04.
Domande:
- Qual è la probabilità che il test risulti positivo su un individuo scelto a caso?
- Qual è la probabilità che un individuo risulti positivo al test e sia effettivamente malato?
- Qual è la probabilità che un individuo risultato positivo al test sia effettivamente malato?
- Supponendo che ciascun individuo risultato positivo al test sia sottoposto ad un trattamento il cui costo ammonta a 9.600 euro, qual è il costo atteso per ciascun individuo che si sottopone allo screening?
Dati:
- : l'individuo è malato (Prevalenza).
- : l'individuo è sano .
- +/-: l'esito del test (Positivo o Negativo).
Dalle specifiche del test ricaviamo:
- (Falsi negativi) (Sensibilità).
- (Falsi positivi) (Specificità).
1. Utilizziamo la Formula delle Probabilità Totali per sommare i "veri positivi" e i "falsi positivi":
2. Questa è la probabilità che si verifichino entrambi gli eventi contemporaneamente:
Dato che:
Allora:
3. Usiamo il Teorema di Bayes per sapere quanto è affidabile un esito positivo:
Intuizione: Nonostante la sensibilità del 99%, se risulti positivo hai solo il 54,36% di probabilità di essere davvero malato a causa della rarità della malattia (Prevalenza bassa) e del numero di falsi positivi generati dalla massa di persone sane.
4. Sia X la variabile casuale "Costo del trattamento". L'individuo genera un costo solo se risulta positivo al test.
- Se il test è positivo: X = 9.600 con probabilità P(+) = 0,0837.
- Se il test è negativo: X = 0 con probabilità P(-) = 0,9163.
Il valore atteso (media teorica della spesa per individuo) è:
Questo significa che, mediamente, lo Stato deve accantonare circa 803,50 euro per ogni cittadino che decide di aderire alla campagna di screening.
Esercizio 4 - Trasferimento tra urne e Teorema di Bayes
L'urna A contiene 3 palline bianche e 2 nere; l’urna B contiene 3 bianche e 6 nere. Si pesca una pallina dall’urna A e, senza guardarla, la si mette nell’urna B; si pesca poi una pallina dall’urna B.
- Definire gli eventi coinvolti.
- Calcolare la probabilità che la pallina pescata dall’urna B sia nera.
- Motivare il calcolo della probabilità che la pallina trasferita da A fosse nera, sapendo che la pallina estratta da B è risultata nera.
1. Siano gli eventi "trasferimento di una pallina bianca" e "nera" da A a B.
Sia l'evento "estrazione di una pallina nera da B".
Probabilità a priori (da A): .
Probabilità condizionate (in B):
Se viene trasferita una bianca, l'urna B passa a 4B e 6N (totale 10): .
Se viene trasferita una nera, l'urna B passa a 3B e 7N (totale 10): .
2. Probabilità Totale:
3. Bayes : Per trovare usiamo la formula di Bayes:
Esercizio 5 - Doppia estrazione senza reinserimento e Urne Multiple
In questo caso la motivazione è più complessa perché bisogna considerare la dipendenza tra la prima e la seconda estrazione nell'urna di destinazione.
Testo: L'urna I contiene 9 palline bianche e 6 nere. L'urna II contiene 9 palline bianche e 7 nere. Si pesca una pallina dall'urna I e la si inserisce nell'urna II. Si estraggono quindi, senza reinserimento, due palline dall'urna II.
- Qual è la probabilità che la seconda pallina estratta dall'urna II sia nera?
- Giustificare il procedimento per trovare la probabilità che la pallina trasferita dall'urna I fosse bianca, sapendo che sono state estratte due nere dall'urna II.
1. Per prima cosa, dobbiamo definire gli eventi legati al trasferimento dall'urna I (la "causa"):
- : viene trasferita una pallina bianca da I a II.
- : viene trasferita una pallina nera da I a II.
Calcoliamo le probabilità basandoci sulla composizione dell'urna I (9B, 6N; totale 15):
In un'estrazione senza reinserimento da una popolazione finita, se l'esito della prima estrazione è ignoto, la probabilità che la seconda pallina sia di un certo colore è uguale alla probabilità che lo sia la prima . Applichiamo quindi la Formula delle Probabilità Totali:
- Se è stata trasferita una Bianca (), l'urna II passa da (9B, 7N) a (10B, 7N; totale 17):
- Se è stata trasferita una Nera (), l'urna II passa da (9B, 7N) a (9B, 8N; totale 17):
2. Dobbiamo calcolare la probabilità di una "causa" () dato un "effetto" osservato (l'evento : "estrazione di due nere"). Utilizziamo il Teorema di Bayes:
Passaggio 1: Calcolo delle verosimiglianze (Likelihood) Usiamo il calcolo combinatorio per l'estrazione in blocco (senza reinserimento):
Passaggio 2: Calcolo della probabilità totale dell'evento osservato
Passaggio 3: Applicazione di Bayes
2. VARIABILI ALEATORIE
2.1 Variabili aleatorie semplici
Una variabile aleatoria (v.a.) è una funzione che associa a ogni esito di un esperimento casuale un numero reale.
Es:
- Lanciando un dado: la variabile aleatoria può essere il numero uscito:
Variabili aleatorie discrete e continue
La variabile aleatoria discreta assume un numero finito o numerabile di valori.
Esempio: numero di figli in una famiglia, numero di chiamate al call center.
- Si descrive con una funzione di probabilità (p.m.f.):
La variabile aleatoria continua assume un numero infinito non numerabile di valori (in un intervallo).
Esempio: altezza, peso, tempo.
- Si descrive con una funzione di densità (p.d.f.) f(x) tale che:
Funzione di ripartizione F(x)
Definizione:
Per una variabile aleatoria X, la funzione di ripartizione è:
Cioè: la probabilità che la variabile assuma un valore minore o uguale a x.
Proprietà fondamentali (devono esserti chiare all'esame)
- F(x) è crescente (mai decresce).
- Limiti:
- È continue per v.a. continue, a gradini per v.a. discrete.
- Ti permette di calcolare qualunque probabilità.
Come si leggono le probabilità da F(x)
Se X è discreta:
cioè salto nel grafico.
Se X è continua:
Funzione di densità f(x)
Definizione (solo per variabili continue)
È una funzione non negativa tale che:
Significato intuitivo
La densità non è una probabilità, ma è “quanto la variabile si concentra” intorno a x.
Probabilità su un punto singolo vale sempre 0, ma su un intervallo:
Proprietà fondamentali
- Sempre .
- L’area totale sotto la curva è 1:
- Puoi ricavare F(x) integrando f(x).
- Puoi ricavare f(x) derivando F(x): se F è derivabile.
Quando serve all’esame?
- Calcolo probabilità tramite integrali.
- Calcolo quantili ().
- Costruzione di densità da condizioni (continuità, normalizzazione).
- Riconoscere outlier, IQR, boxplot…
Differenze rapide tra i tre concetti
| Concetto | Che cos’è? | A cosa serve? | Grafico |
| Variabile aleatoria X | Regola che trasforma esiti in numeri | Studiare fenomeni casuali | Nessun grafico standard |
| Ripartizione F(x) | Probabilità cumulata: | Calcolare qualunque probabilità | Crescente da 0 a 1 |
| Densità f(x) | Derivata di F (solo per continue) | Calcolare probabilità tramite integrale | Campana / triangolo / trapezio ecc. |
Mini “formula sheet” come piace ai prof
Variabile discreta
→
Variabile continua
→ →
Quantile (importantissimo all’esame)
Valore atteso e momenti
Valore atteso
- Discreta:
- Continua:
Interpretazione: media teorica dei valori di X.
Varianza
Momenti
- n-esimo momento:
- Momenti centrati:
2° momento centrato = varianza
- 3° → asimmetria; 4° → curtosi
Quantili
Un quantile è un valore che divide la distribuzione in frazioni.
- Quantile :
Il quantile è il valore più piccolo di x per cui la funzione di ripartizione F(x) raggiunge almeno α.
Cioè cerchi il primo punto in cui F(x) “tocca” o “supera” α.
Perché si usa “inf”?
Perché la definizione deve funzionare anche in casi in cui F(x):
- non è continua
- ha salti
- ha tratti piatti
L’inf significa “il minimo valore che soddisfa la condizione”.
È come dire: “dammi il primo x in cui F(x) arriva ad α”.
Se esistesse proprio il minimo, sarebbe un “min”; ma in matematica generale la forma corretta è “inf”.
Cosa significa il simbolo “F(x) ≥ α”?
Stiamo cercando i punti in cui la ripartizione raggiunge almeno α.
Poiché F(x) è crescente:
- prima di quel punto F(x) < α
- da quel punto in poi F(x) ≥ α.
E il quantile è esattamente quel punto di svolta.
Esempio intuitivo
Supponi di voler trovare (l’80° percentile).
Disegni F(x) e immagini una linea orizzontale a livelli 0.8.
Poi guardi: qual è il primo punto x in cui F(x) arriva a 0.8? Quello è il quantile.
Esempio concreto (distribuzione con salti)
Supponi:
Troviamo :
- Per x<0: F=0 < 0.5
- Per 0 ≤ x<1: F=0.3 < 0.5
- Per 1 ≤ x<2: F=0.6 ≥ 0.5 (qui per la prima volta superiamo α)
Dunque:
.
Infatti 1 è il più piccolo x che soddisfa .
Perché non si usa semplicemente “F() = α"?
Per variabili continue, sì: .
Ma per variabili discrete o miste, può succedere che:
- F salta direttamente sopra α
- F sia piatta per un po'
- F non sia mai esattamente = α
Ecco un esempio:
Chiedi :
F non è mai esattamente = 0.5, però:
- a x=0: F=0.7 ≥ 0.5 → quindi .
Con la definizione non potresti risolvere.
Con la definizione con “inf”, invece sì.
Esempi comuni:
- Mediana =
- Primo quartile
- Terzo quartile
- Scarto interquartile:
Trasformazioni di variabili aleatorie
Data Y = g(X), dove X è una v.a.:
- Se X è discreta:
Calcola Y = g(X)
- Trova i possibili valori di Y
- Usa la legge di probabilità di X per ottenere quella di Y
- Se X è continua:
Se g è monotona e derivabile, usa la formula del cambio di variabile:
Cosa sono le distribuzioni di probabilità?
Quando studiamo una variabile aleatoria (cioè qualcosa che può assumere diversi valori in modo casuale, come il numero che esce lanciando un dado), vogliamo sapere quanto è probabile ogni possibile valore.
A seconda del tipo di variabile (discreta o continua) useremo modelli diversi, detti distribuzioni.
Distribuzioni discrete
(→ usate per conteggi, cioè quando i valori possibili sono interi e numerabili: 0, 1, 2, 3, ...)
1. Distribuzione di Bernoulli –
Quando si usa:
Se hai un solo esperimento che può avere solo due risultati:
- Successo (es. testa)
- Insuccesso (es. croce)
Esempi:
- Lancio di una moneta (testa = 1, croce = 0)
- Riuscita o fallimento di una prova
Definizione:
La variabile può assumere solo due valori:
Media (valore atteso):
Varianza (dispersione):
2. Distribuzione Binomiale –
Quando si usa:
Quando fai n prove indipendenti di tipo Bernoulli (cioè con due esiti) e vuoi sapere quanti successi ottieni.
Esempio:
10 lanci di una moneta → quanti testa?
20 clienti → quanti comprano il prodotto?
Definizione:
dove:
- n = numero di prove
- p = probabilità di successo
- k = numero di successi
Media:
Varianza:
3. Distribuzione geometrica -
Quando si usa:
Si utilizza quando si ripetono prove indipendenti con probabilità di successo costante p e si vuole individuare il numero del tentativo nel quale si verifica il primo successo.
Formula
Probabilità cumulate utili
Media e varianza
Esempio
Se ogni chiave ha probabilità p di essere quella corretta, la probabilità di trovare la chiave giusta esattamente al quarto tentativo è:
4. Distribuzione di Poisson –
Quando si usa:
Per contare eventi rari in un certo intervallo di tempo o spazio.
Esempi:
- Quanti clienti entrano in un negozio in un’ora
- Quanti incidenti stradali accadono in un giorno
Definizione:
- λ = media attesa di eventi in un intervallo
Media e varianza:
Esercizio ricorrente: Poisson seguita da binomiale
Supponiamo che il numero giornaliero di clienti sia:
La probabilità che in un singolo giorno non arrivi alcun cliente è:
Se osserviamo n giornate e definiamo Y come il numero di giorni senza clienti, allora:
Per calcolare la probabilità che non arrivino clienti in più di due giornate:
Distribuzioni continue
(→ usate per variabili che assumono infiniti valori in un intervallo, come altezza, peso, tempo)
1. Distribuzione Uniforme –
Quando si usa:
Quando tutti i valori in un intervallo sono ugualmente probabili.
Esempio:
L’orario in cui arrivi a lezione tra le 9:00 e le 9:10 (ogni minuto è ugualmente probabile)
Definizione:
Media:
Varianza:
2. Distribuzione Normale –
Quando si usa:
È la distribuzione più importante: molti fenomeni naturali la seguono (altezza, pressione, errori di misura).
Ha la classica forma a campana, simmetrica.
Definizione:
- = media (centro della campana)
- = varianza (larghezza della campana)
Normale standardizzata: , cioè con media 0 e varianza 1
Media e varianza:
3. Distribuzione Esponenziale –
Quando si usa:
Per modellare il tempo di attesa tra due eventi (es: tempo tra due clienti, tempo tra due guasti).
- = parametro > 0
Media:
Varianza:
Caratteristica speciale:
Ha la proprietà di memoria nulla:
→ il tempo già passato non influenza il tempo rimanente (come nel caso dei guasti meccanici imprevedibili)
2.2 VARIABILI ALEATORIE CONGIUNTE
Variabili doppie discrete (bivariate)
Due variabili aleatorie discrete X e Y definite sullo stesso spazio di probabilità si dicono congiunte quando si considerano insieme, cioè si analizza la probabilità di coppie .
- Si descrivono con una funzione di probabilità congiunta:
Marginali:
Condizionate:
(solo se )
Valore atteso congiunto
Quando abbiamo due variabili aleatorie discrete X e Y, definite insieme tramite la distribuzione congiunta p(x, y), possiamo calcolare il valore atteso di qualunque funzione g(X, Y).
Definizione
Cosa significa?
Stiamo facendo la media pesata dei valori g(x,y) usando come pesi le probabilità congiunte (p(x,y)).
Ogni coppia (x,y) contribuisce proporzionalmente a quanto è probabile.
Casi particolari
- Per ricavare il valore atteso di (X):
- Per (Y):
Perché ha senso questa formula?
Perché quando le variabili sono congiunte, la probabilità che “X prenda x e Y prenda y” è distribuita su una tabella (x,y). Il valore atteso deve tener conto di tutte le combinazioni possibili.
Valore atteso condizionato
Quando vogliamo sapere “qual è il valore medio di X sapendo che Y = y”, usiamo il valore atteso condizionato.
Definizione
Interpretazione chiara
- Non stiamo più usando la distribuzione congiunta.
- Non stiamo più usando la marginale di X.
- Stiamo usando la distribuzione condizionata di X dato Y = y.
Stiamo cioè calcolando la media di X solo tra i casi in cui Y vale y.
Perché la formula è così?
Per definizione di valore atteso discreto:
Se però non guardiamo l’intera popolazione, ma solo quella parte in cui Y = y, allora dobbiamo sostituire P(X = x) con la probabilità condizionata:
Da cui nasce la formula.
Da dove arriva ?
Dalla definizione:
Quindi il valore atteso condizionato è:
Proprietà fondamentali del valore atteso condizionato
Linearità
Significato: il valore atteso condizionato si comporta come quello normale: le costanti escono, le somme si separano.
Legge della speranza totale
Significato intuitivo
Il valore atteso totale di X è la media dei valori attesi condizionati pesi dalle probabilità di Y.
È una decomposizione:
- dividi la popolazione in gruppi (fissando Y = y)
- calcoli il valore atteso in ogni gruppo
- fai una media pesata dei gruppi
Varianza condizionata
La varianza condizionata misura la variabilità di X sapendo che Y=y
Dove:
Equivalentemente:
Covarianza condizionata (prossimo paragrafo spiego la covarianza)
Significa: la covarianza tra X e Y, quando sappiamo Z, si calcola esattamente come la covarianza normale ma usando i valori attesi condizionati.
Non sempre richiesta, ma compare in qualche esercizio teorico.
Indipendenza e valore atteso condizionato
Se X e Y sono indipendenti:
Perché la distribuzione di X non cambia quando fissiamo Y.
Proprietà delle variabili aleatorie multivariate
Quando hai più di una v.a. insieme (es. X, Y), devi conoscere:
- Indipendenza
- X e Y sono indipendenti
- Oppure:
- Valore atteso di somma
- Vale anche se non indipendenti
- Varianza di somma
- Generale:
- Se indipendenti:
Covarianza e correlazione
Covarianza
Misura la dipendenza lineare tra due v.a.:
> 0: relazione diretta
< 0: relazione inversa
= 0: nessuna correlazione lineare, ma non implica indipendenza!
Proprietà fondamentali
a) Covarianza con costanti
b) Covarianza con costanti moltiplicate
Importantissima quando fai la varianza di combinazioni lineari.
c) Covarianza di somme
c.1) Covarianza tra somma e variabile
Lineare in ogni argomento.
c.2) Covarianza di combinazioni lineari
Se
allora
(soprattutto utile negli esercizi avanzati con medie campionarie).
Formula della varianza di combinazioni lineari
Questa è una delle più importanti in assoluto:
È quella che usi sempre negli esercizi con Z = aX + bY.
Caso speciale: indipendenza
Se X e Y sono indipendenti: .
Attenzione: Indipendenza implica covarianza zero, ma covarianza zero non implica indipendenza.
Perché indipendenza implica covarianza zero, ma non il contrario?
1. Se X e Y sono indipendenti → la loro covarianza è zero
Se due variabili sono indipendenti, conoscere X non dà alcuna informazione su Y.
Per variabili indipendenti vale sempre:
E[XY] = E[X] · E[Y]
Allora la covarianza diventa:
Cov(X, Y) = E[XY] − E[X]E[Y] = E[X]E[Y] − E[X]E[Y] = 0
Quindi indipendenza implica sempre covarianza zero.
2. Se covarianza è zero → NON necessariamente sono indipendenti
Covarianza zero significa solo che non c’è una relazione lineare tra X e Y.
Ma potrebbero esserci relazioni non lineari.
Esempio classico (fondamentale da ricordare)
Sia X una variabile che vale -1, 0, +1 con uguale probabilità:
Definiamo:
Allora Y dipende chiaramente da X, perché conoscendo X conosciamo esattamente Y.
Ma calcoliamo la covarianza:
Calcoliamo:
Quindi:
ma X e Y non sono indipendenti.
La covarianza misura soltanto la dipendenza lineare e non rileva necessariamente relazioni non lineari.
Covarianza in campionamento (per le medie campionarie)
Se hai un campione i.i.d. di dimensione (n):
La covarianza tra la media campionaria e una singola osservazione è perché la media include con peso 1/n. Gli altri elementi del campione sono indipendenti da , quindi non contribuiscono alla covarianza.
E in generale:
Covarianza tra variabili identiche
Semplicissima ma fondamentale.
Relazione con il coefficiente di correlazione
Correlazione
Normalizza la covarianza:
- : perfetta positiva
- : nessuna correlazione lineare
- : perfetta negativa
Equazione che ti permette di passare da covarianza a correlazione e viceversa.
Covarianza di X con funzione lineare di X
Molto utile quando negli esercizi appare una cosa tipo Z = 2X + 5.
Correlazione nelle trasformazioni lineari
Se: allora X e Y sono perfettamente correlate:
La costante a non influenza la correlazione.
Esempio:
Poiché il coefficiente di X è negativo:
2.3 SUCCESSIONI DI VARIABILI ALEATORIE
Successione:
Una successione di v.a. è un insieme di variabili casuali (di solito i.i.d. = identicamente distribuite e indipendenti).
Obiettivo: studiare il comportamento della media campionaria
Legge dei Grandi Numeri (LGN)
La media campionaria tende alla media vera al crescere di n
Versione debole (di Chebyshev):
Se sono i.i.d. con media e varianza finita:
Significato intuitivo: con tanti dati, la media osservata si avvicina a quella teorica.
Teorema Centrale del Limite (TCL)
La somma (o media) di molte v.a. indipendenti tende a una distribuzione normale
Se sono i.i.d. con media e varianza , allora:
Significato: anche se X non è normale, la media lo diventa per n grande (es. )
È la base per gli intervalli di confidenza e i test statistici
3. Statistica descrittiva
- Introduzione alla statistica descrittiva
- Classificazione e rilevazione dei dati
- Distribuzioni di frequenza
- Distribuzioni di frequenza in classi
- Rappresentazioni grafiche
- Funzione di ripartizione empirica
- Indici di posizione
- Indici di variabilità
- Boxplot e valori anomali
- Forma della distribuzione
- Trasformazioni lineari dei dati
- Standardizzazione
- Calcoli con dati raggruppati in classi
- Procedura per gli esercizi con dati grezzi
- Procedura per gli esercizi con dati raggruppati in classi
Obiettivo della statistica descrittiva
La statistica descrittiva comprende gli strumenti utilizzati per organizzare, sintetizzare e rappresentare i dati osservati.
Non permette, da sola, di generalizzare i risultati alla popolazione da cui proviene il campione. Questo passaggio appartiene alla statistica inferenziale.
1. Ripasso Terminologia fondamentale
- Popolazione: insieme completo delle unità statistiche oggetto di studio.
- Campione: sottoinsieme della popolazione effettivamente osservato.
- Unità statistica: singolo elemento sul quale vengono raccolte le informazioni.
- Variabile o carattere: proprietà rilevata su ciascuna unità statistica.
- Modalità: possibili valori o categorie assunti dalla variabile.
- Numerosità campionaria: numero complessivo di osservazioni, indicato con (n).
Esempio: se si osserva l’età di 20 studenti universitari:
- la popolazione potrebbe essere costituita da tutti gli studenti di Ca’ Foscari;
- il campione è formato dai 20 studenti selezionati;
- ogni studente è un’unità statistica;
- l’età è la variabile;
- 19, 20, 21 anni sono alcune possibili modalità.
Classificazione delle variabili
La tipologia della variabile determina quali rappresentazioni grafiche e quali indici possono essere utilizzati.
1) Variabili qualitative
Descrivono una qualità o una categoria.
Variabili qualitative nominali
Le modalità non possiedono un ordine naturale.
Esempi:
- colore degli occhi;
- città di nascita;
- facoltà universitaria;
- metodo di pagamento utilizzato.
È possibile calcolare:
- frequenze assolute, relative e percentuali;
- moda;
- diagrammi a barre;
- diagrammi a torta.
Non ha senso calcolare media, mediana o frequenze cumulate.
Variabili qualitative ordinali
Le modalità possono essere ordinate logicamente, ma la distanza tra categorie non è necessariamente misurabile.
Esempi:
- livello di soddisfazione: insufficiente, sufficiente, buono, ottimo;
- titolo di studio;
- giudizio: basso, medio, alto.
È possibile calcolare:
- frequenze semplici e cumulate;
- moda;
- mediana;
- quantili;
- diagrammi a barre ordinati.
Non è normalmente corretto calcolare la media aritmetica, perché non conosciamo la distanza numerica tra le categorie.
2) Variabili quantitative
Assumono valori numerici.
Variabili quantitative discrete
Derivano generalmente da un conteggio e assumono valori isolati, spesso interi.
Esempi: numero di figli; numero di esami sostenuti; numero di automobili possedute; numero di accessi a un sito.
Variabili quantitative continue
Possono assumere qualsiasi valore all’interno di un intervallo.
Esempi: altezza; peso; tempo di attesa; reddito; temperatura.
Nella pratica, anche una variabile continua viene spesso rilevata con un numero limitato di decimali. Rimane comunque concettualmente continua.
Schema riassuntivo
| Tipo di variabile | Ordine tra modalità | Media | Mediana e quantili | Moda | Frequenze cumulate |
| Qualitativa nominale | No | No | No | Sì | No |
| Qualitativa ordinale | Sì | Generalmente no | Sì | Sì | Sì |
| Quantitativa discreta | Sì | Sì | Sì | Sì | Sì |
| Quantitativa continua | Sì | Sì | Sì | Sì | Sì |
2. Distribuzioni di frequenza
Una distribuzione di frequenza permette di sintetizzare i dati grezzi.
Supponiamo di osservare una variabile X che assume le modalità:
Frequenza assoluta
La frequenza assoluta indica quante volte compare la modalità .
La somma delle frequenze assolute è pari alla numerosità totale:
Frequenza relativa
La frequenza relativa rappresenta la quota di osservazioni corrispondenti alla modalità (x_j):
La somma delle frequenze relative è pari a 1:
Frequenza percentuale
La frequenza percentuale si ottiene moltiplicando la frequenza relativa per 100:
La somma delle frequenze percentuali è pari al 100%.
Frequenze cumulate
Le frequenze cumulate indicano quante osservazioni presentano un valore minore o uguale a una determinata modalità.
Frequenza assoluta cumulata
Frequenza relativa cumulata
L’ultima frequenza assoluta cumulata è sempre n, mentre l’ultima frequenza relativa cumulata è sempre 1.
Le frequenze cumulate hanno senso solamente quando le modalità sono ordinabili:
- variabili qualitative ordinali;
- variabili quantitative discrete;
- variabili quantitative continue.
Non ha senso calcolare la frequenza cumulata dei colori degli occhi o delle città di nascita, perché non esiste un ordine naturale univoco.
3. Distribuzioni in classi
Quando una variabile quantitativa assume molti valori differenti, è conveniente raggruppare i dati in classi.
Esempio:
È necessario leggere attentamente gli estremi:
- [10,20) include 10 ma esclude 20;
- (10,20] esclude 10 ma include 20;
- [10,20] include entrambi gli estremi.
3.1 Ampiezza della classe
L’ampiezza della classe j è: dove è l’estremo inferiore e è l’estremo superiore.
Esempio:
3.2 Centro della classe
Il centro della classe è:
Esempio:
Il centro della classe viene utilizzato per ottenere valori approssimati di media e varianza quando non sono disponibili i dati grezzi.
3.3 Densità di frequenza
La densità relativa di frequenza è:
Con:
- frequenza relativa
- ampiezza della classe
In alternativa, si può utilizzare la densità assoluta:
Con:
- frequenza assoluta
- ampiezza della classe
La scelta dipende da come viene impostato l’esercizio. L’importante è comprendere il principio: la densità corregge la frequenza tenendo conto dell’ampiezza della classe.
Perché la densità è necessaria?
Se le classi hanno ampiezze differenti, confrontare solamente le frequenze può essere fuorviante.
Esempio:
| Classe | Frequenza relativa | Ampiezza | Densità relativa |
| [0,10) | 0,30 | 10 | 0,030 |
| [10,30) | 0,40 | 20 | 0,020 |
| [30,40) | 0,30 | 10 | 0,030 |
La seconda classe contiene più osservazioni, ma è anche più ampia. Nell’istogramma avrà un rettangolo più largo e più basso.
3.4 Area dei rettangoli dell’istogramma
In un istogramma, la frequenza di una classe non è rappresentata necessariamente dall’altezza del
Formula
Per ogni classe j:
Nell’istogramma:
- la base è l’ampiezza della classe:
- l’altezza è la densità relativa di frequenza:
Quindi:
Sostituendo la formula della densità:
L’ampiezza della classe si semplifica. Rimane la frequenza relativa.
Esempio semplice
Supponiamo di avere la classe: [0,10) con frequenza relativa:
L’ampiezza della classe è:
La densità è:
Nel grafico il rettangolo avrà:
- base pari a 10;
- altezza pari a 0,03.
La sua area sarà:
Quindi il rettangolo rappresenta il 30% delle osservazioni.
Perché è importante?
Il concetto diventa fondamentale quando le classi hanno ampiezze diverse.
Consideriamo due classi:
| Classe | Ampiezza | Frequenza relativa | Densità |
| [0,10) | 10 | 0,30 | 0,03 |
| [10,30) | 20 | 0,40 | 0,02 |
La seconda classe contiene più osservazioni: 0,40>0,30
Tuttavia il suo rettangolo sarà più basso: 0,02<0,03
Questo avviene perché la seconda classe è più larga.
Le aree restano corrette:
La seconda barra è più larga e più bassa, ma ha comunque un’area maggiore.
Area totale dell’istogramma
Poiché la somma delle frequenze relative è sempre pari a 1:
anche la somma delle aree di tutti i rettangoli è pari a 1:
In percentuale:
1=100%
Quindi l’intero istogramma rappresenta il 100% delle osservazioni.
Regola da ricordare
Nell’istogramma, area = frequenza
Se le classi hanno ampiezze diverse: altezza = densità, non frequenza
4. Rappresentazioni grafiche
4.1 Diagramma a barre
È indicato soprattutto per:
- variabili qualitative;
- variabili quantitative discrete con poche modalità.
Ogni modalità è rappresentata da una barra. Le barre sono separate perché le modalità sono distinte.
L’altezza può rappresentare:
- frequenza assoluta;
- frequenza relativa;
- frequenza percentuale.
4.2 Diagramma a bastoncini
È adatto alle variabili quantitative discrete.
Ogni valore è rappresentato da un segmento verticale. Serve a evidenziare che i valori possibili sono puntuali e separati.
4.3 Diagramma a torta
È utilizzabile principalmente per variabili qualitative nominali o ordinali con poche modalità.
L’ampiezza dell’angolo associato alla modalità j è:
Esempio:
4.4 Istogramma
È utilizzato per variabili quantitative continue o per dati raggruppati in classi.
Caratteristiche essenziali:
- le barre sono adiacenti;
- la base rappresenta l’ampiezza della classe;
- l’altezza rappresenta la densità di frequenza;
- l’area rappresenta la frequenza.
Differenza fondamentale tra diagramma a barre e istogramma
| Diagramma a barre | Istogramma |
| Barre separate | Barre adiacenti |
| Modalità distinte | Intervalli numerici |
| Altezza proporzionale alla frequenza | Area proporzionale alla frequenza |
| Usato per qualitative o discrete | Usato per continue o dati in classi |
5. Funzione di ripartizione empirica
La funzione di ripartizione empirica indica la quota di osservazioni minori o uguali a un determinato valore x.
Si definisce:
dove vale:
- 1 se ;
- 0 se .
In termini più semplici:
5.1 Proprietà fondamentali
La funzione di ripartizione empirica:
- assume valori compresi tra 0 e 1;
- è non decrescente;
- è una funzione a gradini;
- è continua da destra;
- tende a 0 per ;
- tende a 1 per .
5.2 Interpretazione
Se: significa che l’85% delle osservazioni è minore o uguale a 57. Non significa che il valore 57 compare nell’85% dei casi.
5.3 Come costruirla
Supponiamo di avere i dati ordinati: 1;2;2;4;5
La numerosità è: n=5
La funzione di ripartizione empirica è:
Il salto in corrispondenza del valore 2 è pari a: perché il valore 2 compare due volte.
5.4 Collegamento con le frequenze cumulate
Per una modalità osservata :
dove è la frequenza relativa cumulata fino a .
5.5 Collegamento con l’istogramma
Se un istogramma rappresenta densità relative, la frequenza relativa di una classe corrisponde alla sua area:
La funzione cumulata si ottiene sommando progressivamente le aree delle classi precedenti.
Se viene richiesta una stima interna a una classe e si assume una distribuzione uniforme all’interno dell’intervallo, la funzione cumulata cresce linearmente entro quella classe.
Attenzione
La funzione di ripartizione empirica costruita sui dati grezzi è a gradini.
La funzione cumulata interpolata a partire da un istogramma può invece essere rappresentata con segmenti lineari. Non bisogna confondere le due costruzioni.
6. Indici di posizione
Gli indici di posizione sintetizzano il livello centrale o la collocazione dei dati.
6.1 Media aritmetica
Per dati grezzi:
Per una distribuzione di frequenza:
oppure, usando le frequenze relative:
Esempio
| 1 | 2 |
| 2 | 3 |
| 4 | 1 |
La numerosità è: n=2+3+1=6
La media è:
6.2 Media per dati raggruppati in classi
Se sono disponibili solamente le classi, si utilizza il centro di ciascuna classe:
Il risultato è approssimato, perché non conosciamo i singoli valori interni alle classi.
6.3 Proprietà della media
La somma degli scarti dalla media è pari a zero:
La media minimizza la somma dei quadrati degli scarti:
tra tutti i possibili valori di a.
La media utilizza tutte le osservazioni, ma è sensibile ai valori estremi.
Esempio: 20;21;22;23;100
La media è:
Il valore 37,2 non rappresenta bene il gruppo centrale, perché il dato 100 altera sensibilmente il risultato.
6.4 Mediana
La mediana è il valore che occupa una posizione centrale dopo aver ordinato i dati.
Dati con numerosità dispari
Se n è dispari, la mediana è l’osservazione in posizione:
Esempio: 2;4;5;7;10
La mediana è: 5
Dati con numerosità pari
In molti testi introduttivi, se n è pari, la mediana viene calcolata come media dei due valori centrali.
Esempio: 2;4;7;10
Mediana convenzionale:
Convenzione importante per l’esame
Negli esercizi basati sulla funzione di ripartizione empirica, utilizza la definizione del quantile adottata nel corso:
{ }
Il quantile di ordine p è il più piccolo valore x per il quale la funzione di ripartizione empirica raggiunge o supera p.
Quindi:
dove:
- n è il numero totale di osservazioni;
- p è il livello del quantile;
- significa arrotondare np all’intero superiore;
- è il k-esimo dato dopo aver ordinato i valori in senso crescente.
Con i dati: [2;4;7;10] il quantile empirico di ordine (0,5) è:
Questo risultato è diverso dalla mediana convenzionale pari a 5,5.
Quando la traccia parla di quantile empirico o utilizza , segui la definizione:
{ }
Non mescolare convenzioni differenti all’interno dello stesso esercizio.
6.5 Moda
La moda è la modalità con frequenza più elevata.
Una distribuzione può essere:
- unimodale: una sola moda;
- bimodale: due mode;
- multimodale: più mode;
- amodale: nessun valore prevalente.
La moda può essere calcolata anche per variabili qualitative nominali.
Moda nei dati raggruppati in classi
Se le classi hanno la stessa ampiezza, la classe modale è quella con frequenza più alta.
Se le classi hanno ampiezze differenti, la classe modale è quella con densità più alta, non necessariamente quella con frequenza più alta.
6.6 Quantili
Il quantile empirico di ordine p, con 0<p<1, è:
{ }
Procedura operativa:
1. ordina i dati;
2. calcola:
3. seleziona l’osservazione in posizione k:
Esempio
Dati ordinati: [2;3;4;5;6;8;9;12;15;20]
Calcolare .
n=10
Quindi:
6.7 Quartili
I quartili sono quantili particolari:
Interpretazione:
- : almeno il 25% dei dati è minore o uguale a ;
- : almeno il 50% dei dati è minore o uguale a ;
- : almeno il 75% dei dati è minore o uguale a .
6.8 Quantili per dati raggruppati in classi
Se sono disponibili solamente dati raggruppati in classi, il quantile può essere stimato tramite interpolazione lineare:
dove:
- è l’estremo inferiore della classe che contiene il quantile;
- è l’ampiezza della classe;
- è la frequenza relativa cumulata prima della classe;
- è la frequenza relativa della classe;
- è l’ordine del quantile.
Questa formula presuppone che le osservazioni siano distribuite uniformemente all’interno della classe.
7. Indici di variabilità
Gli indici di variabilità misurano quanto i valori sono dispersi.
Due distribuzioni possono avere la stessa media ma una dispersione molto diversa.
Esempio:
A: 9;10;11 B: 0;10;20
Entrambe hanno media 10, ma la distribuzione B è molto più dispersa.
7.1 Campo di variazione
Il range o campo di variazione è:
È semplice da calcolare, ma dipende solamente da due valori ed è molto sensibile agli outlier.
7.2 Differenza interquartile
La differenza interquartile, indicata anche con IQ o IQR, è:
Misura l’ampiezza dell’intervallo che contiene il 50% centrale dei dati.
È un indice robusto perché risente poco dei valori estremi.
7.3 Varianza descrittiva
La varianza descrittiva è:
Per una distribuzione di frequenza:
oppure:
Formula abbreviata
La formula più rapida negli esercizi è (2ab si semplifica):
Per dati con frequenze:
Attenzione al denominatore
In statistica descrittiva si utilizza normalmente:
Nell’inferenza statistica compare spesso la varianza campionaria corretta:
Non sono la stessa cosa.
Quando l’esercizio riguarda la semplice descrizione dei dati, utilizza la formula indicata nel materiale del corso. Se viene richiesto uno stimatore corretto della varianza della popolazione, il denominatore diventa (n-1).
7.4 Deviazione standard
Lo scarto quadratico medio o deviazione standard è:
La varianza è espressa nell’unità di misura originaria elevata al quadrato. La deviazione standard, invece, possiede la stessa unità di misura dei dati.
Esempio:
- dati espressi in euro;
- varianza espressa in euro quadrati;
- deviazione standard espressa in euro.
7.5 Coefficiente di variazione
Il coefficiente di variazione è:
Talvolta viene espresso in percentuale:
È un indice puro, privo di unità di misura.
Serve per confrontare la variabilità relativa di distribuzioni:
- espresse in unità di misura differenti;
- caratterizzate da medie diverse.
Esempio
Distribuzione A:
Distribuzione B:
Sebbene A abbia una deviazione standard maggiore, B presenta una dispersione relativa più elevata.
Attenzione
Il coefficiente di variazione non è informativo quando la media è pari a zero o molto vicina a zero.
7.6 Indici robusti e non robusti
| Indice | Sensibilità agli outlier |
| Media | Elevata |
| Varianza | Elevata |
| Deviazione standard | Elevata |
| Range | Molto elevata |
| Mediana | Ridotta |
| Quartili | Ridotta |
| Differenza interquartile | Ridotta |
8. Boxplot
Il boxplot sintetizza la distribuzione utilizzando quartili, differenza interquartile e possibili valori anomali.
8.1 Elementi principali
La scatola è delimitata da:
La sua ampiezza è:
All’interno della scatola viene indicata la mediana:
La scatola contiene il 50% centrale dei dati.
8.2 Soglie per individuare gli outlier
Si calcolano le soglie:
Sono considerati potenziali outlier i dati: oppure:
8.3 Posizione corretta dei baffi
I baffi non arrivano automaticamente al minimo e al massimo assoluti.
Arrivano:
- al più piccolo valore osservato che non è un outlier;
- al più grande valore osservato che non è un outlier.
Gli eventuali valori anomali vengono rappresentati separatamente tramite punti.
Esempio
Dati ordinati: [1;2;3;4;5;6;7;20]
Supponiamo:
Soglia superiore:
Il valore 20 è maggiore di 12, quindi è un outlier.
Il baffo superiore arriva a 7, non a 20.
8.4 Interpretazione del boxplot
Dal boxplot è possibile leggere:
- livello centrale dei dati;
- variabilità del 50% centrale;
- eventuale asimmetria;
- presenza di outlier;
- confronto tra distribuzioni differenti.
Possibili segnali di asimmetria positiva:
- baffo superiore più lungo;
- mediana spostata verso il bordo inferiore della scatola;
- outlier soprattutto verso valori elevati.
Possibili segnali di asimmetria negativa:
- baffo inferiore più lungo;
- mediana spostata verso il bordo superiore della scatola;
- outlier soprattutto verso valori bassi.
9. Forma della distribuzione
9.1 Distribuzione simmetrica
Una distribuzione è simmetrica quando la parte sinistra e la parte destra sono speculari rispetto a un valore centrale.
In una distribuzione simmetrica:
quando la media esiste.
Non è sempre corretto affermare che anche la moda coincide con esse. La coincidenza tra media, mediana e moda è tipica delle distribuzioni simmetriche unimodali, come la distribuzione normale.
Una distribuzione simmetrica può avere:
- due mode;
- più mode;
- nessuna moda chiaramente identificabile.
9.2 Asimmetria positiva
Una distribuzione presenta asimmetria positiva quando la coda più lunga si trova verso destra.
Generalmente:
perché i valori elevati trascinano la media verso destra.
Esempio tipico: distribuzione dei redditi.
9.3 Asimmetria negativa
Una distribuzione presenta asimmetria negativa quando la coda più lunga si trova verso sinistra.
Generalmente:
perché i valori bassi trascinano la media verso sinistra.
Precisazione
Le relazioni tra media e mediana sono segnali utili, ma non costituiscono regole matematiche assolute
10. Trasformazioni lineari dei dati
Queste proprietà permettono di risolvere rapidamente molti esercizi.
Supponiamo di trasformare ogni dato secondo la formula:
10.1 Media
10.2 Varianza
L’aggiunta di una costante a non modifica la varianza.
10.3 Deviazione standard
10.4 Coefficiente di variazione
Il coefficiente di variazione rimane invariato se tutti i dati vengono moltiplicati per una costante positiva.
Non rimane necessariamente invariato se viene aggiunta una costante, perché cambia la media ma non cambia la deviazione standard.
10.5 Quantili
Se b>0:
Se b<0, l’ordine dei dati viene invertito e bisogna prestare maggiore attenzione.
11. Standardizzazione
La standardizzazione trasforma un valore nel corrispondente valore standardizzato:
Interpretazione:
- >0: osservazione superiore alla media;
- <0: osservazione inferiore alla media;
- =0: osservazione uguale alla media;
- || elevato: osservazione distante dalla media.
Esempio:
Il valore 28 si trova due deviazioni standard sopra la media.
La distribuzione dei valori standardizzati ha:
,
12. Calcoli con dati raggruppati in classi
Quando vengono fornite solamente le classi, non si conoscono i singoli dati. È possibile ricavare valori approssimati sostituendo ciascuna classe con il proprio centro.
12.1 Media approssimata
12.2 Varianza approssimata
oppure:
12.3 Errore da evitare
Il centro della classe non deve essere utilizzato se sono disponibili i dati grezzi. È solamente uno strumento di approssimazione quando i valori individuali non sono noti.
13. Procedura per risolvere gli esercizi tipici
13.1 Esercizio con dati grezzi
- Ordina i dati in senso crescente.
- Conta la numerosità n.
- Costruisci la tabella delle frequenze.
- Calcola le frequenze cumulate.
- Scrivi a tratti, se richiesto.
- Per il quantile , calcola:
- Se richiesto, calcola:
- Determina le soglie del boxplot: ,
- Individua i baffi e gli eventuali outlier.
- Calcola media, varianza e coefficiente di variazione.
13.2 Esercizio con dati raggruppati in classi
- Calcola l’ampiezza di ogni classe:
- Ricava le frequenze relative, se non sono già fornite:
- Calcola la densità:
- Per disegnare l’istogramma, usa:
base = ampiezza della classe;
altezza = densità;
area = frequenza relativa.
- Per trovare la frequenza di una classe a partire dall’istogramma:
- Per calcolare una frequenza cumulata, somma le aree delle classi precedenti.
- Per calcolare media e varianza approssimate, usa i centri delle classi.
14. Mini-esempio completo
Consideriamo i dati ordinati: [1;2;2;3;4;5;5;5;7;10]
Frequenze
| 1 | 1 | 0,10 | 0,10 |
| 2 | 2 | 0,20 | 0,30 |
| 3 | 1 | 0,10 | 0,40 |
| 4 | 1 | 0,10 | 0,50 |
| 5 | 3 | 0,30 | 0,80 |
| 7 | 1 | 0,10 | 0,90 |
| 10 | 1 | 0,10 | 1,00 |
Funzione di ripartizione empirica
Quantili empirici
Differenza interquartile
Soglie del boxplot
Il valore 10 supera 9,5, quindi è un outlier.
I baffi arrivano:
- inferiormente a 1;
- superiormente a 7.
Moda
La moda è: 5
perché compare tre volte.
Media
La media è superiore alla mediana empirica pari a 4. La presenza del valore elevato 10 spinge la media verso destra.
Errore tipico: media, mediana e moda coincidono sempre nelle distribuzioni simmetriche?
La coincidenza completa è tipica delle distribuzioni simmetriche unimodali. La simmetria, da sola, non garantisce una moda unica.
4. Inferenza statistica — Riassunto Completo per l’Esame
L’obiettivo dell’inferenza statistica è usare i dati del campione per formulare conclusioni sulla popolazione.
Simboli chiave:
X: variabile aleatoria.
X₁,...,Xₙ: campione casuale di n osservazioni.
μ (mu): media della popolazione.
σ² (sigma quadrato): varianza della popolazione.
σ: deviazione standard della popolazione.
(theta): parametro generico da stimare.
p: proporzione della popolazione.
(theta cappello): stimatore del parametro θ.
α (alfa): livello di significatività nei test (probabilità di errore di I tipo).
β (beta): probabilità di errore di II tipo.
Φ (Phi maiuscola): funzione di ripartizione della normale standard.
1. Modello statistico parametrico e campionamento
Modello statistico parametrico
Un modello statistico è una famiglia di distribuzioni che assumiamo possa descrivere la popolazione.
È scritto come:
{ f(x; θ) : θ ∈ Θ }
dove:
f(x; θ) è la densità o la funzione di probabilità;
θ è il parametro (o vettore di parametri) da stimare;
Θ è lo spazio dei parametri.
Esempi:
- Normale N(μ, σ²) con parametri μ e σ².
- Bernoulliana con parametro p.
- Poisson con parametro λ.
Campione casuale
Un campione casuale è una sequenza di variabili indipendenti e identicamente distribuite (i.i.d.) con distribuzione comune f(x; θ).
Questo significa:
- stessa distribuzione (identicamente distribuite),
- indipendenti una dall’altra,
- non influenzano il valore delle altre.
2. Stima puntuale e proprietà degli stimatori
Stima puntuale
Una stima puntuale è un singolo numero calcolato dal campione che approssima un parametro incognito.
Esempi:
- Stimatore della media:
- Stimatore della proporzione: , dove k è il numero di successi.
- Stimatore della varianza:
Proprietà desiderabili degli stimatori
1. Non distorsione (unbiasedness)
Uno stimatore è non distorto se:
Esempio: la media campionaria è un stimatore non distorto di μ.
2. Distorsione ed errore quadratico medio
La distorsione, o bias, di uno stimatore T del parametro è:
Se: lo stimatore è non distorto.
L’errore quadratico medio misura quanto lo stimatore si discosta mediamente dal parametro vero:
Vale la scomposizione fondamentale:
Per confrontare due stimatori, si preferisce quello con MSE minore.
Attenzione: se entrambi gli stimatori sono non distorti, il confronto si riduce al confronto tra le varianze.
3. Consistenza
è consistente se, al crescere di n, converge al valore vero del parametro:
Significa: con grandi campioni, lo stimatore diventa sempre più preciso.
4. Efficienza
Tra due stimatori non distorti, è più efficiente quello con varianza minore.
5. Sufficienza
Un stimatore è sufficiente se cattura tutta l’informazione del campione sul parametro.
Esempio: per una normale con varianza nota, la media campionaria è sufficiente per μ.
Standard error degli stimatori principali
Lo standard error misura la variabilità dello stimatore.
Media campionaria
Se la deviazione standard della popolazione è nota:
Se è ignota, si utilizza la stima:
Proporzione campionaria
Attenzione: nel calcolo dello standard error stimato della proporzione utilizzi .
3. Stima intervallare
I metodi intervallari costruiscono un intervallo che contiene il parametro con un certo livello di confidenza (1 − α).
Intervalli di confidenza per μ
1. Varianza nota (σ nota)
Per campione grande o X normale:
2. Varianza sconosciuta (σ ignota)
Uso della distribuzione t di Student con n − 1 gradi di libertà:
Intervallo per una proporzione p
Valido per n grande:
4. Verifica di ipotesi
Una ipotesi è un’affermazione sul parametro della popolazione.
Formulazione
H₀: ipotesi nulla (presunta vera fino a prova contraria).
H₁: ipotesi alternativa.
Tre tipi di test:
- Bilaterale: H₁: θ ≠ θ₀
- Unilaterale destro: H₁: θ > θ₀
- Unilaterale sinistro: H₁: θ < θ₀
Errori
Errore di I tipo (α): rifiutare quando è vera.
Errore di II tipo (β): non rifiutare quando è falsa.
Il livello di significatività nominale viene fissato prima di svolgere il test ed è normalmente indicato nel testo dell’esercizio. Rappresenta la probabilità massima tollerata di rifiutare quando è vera.
Test sulla media
1. σ nota (test Z)
2. σ ignota (test t)
Se il valore del test cade nella regione critica, si rifiuta .
Test sulla proporzione
P-value o livello di significatività osservato
Il p-value misura quanto il risultato osservato sia incompatibile con .
Regola decisionale:
Non si scrive mai che è sicuramente vera. Si può soltanto rifiutare o non rifiutare .
Per il test sulla proporzione:
| Ipotesi alternativa | p-value |
| {} |
5. Test di bontà di adattamento (Goodness of Fit)
Serve per verificare se i dati seguono una distribuzione teorica (esempio Poisson, normale, multinomiale).
Si usa il test (lettera greca che si legge chi quadrato).
Formula:
dove:
Oᵢ: frequenze osservate,
Eᵢ: frequenze attese sotto H₀,
k: numero di categorie.
Gradi di libertà: df = k - 1 - m
dove m è il numero di parametri stimati dai dati.
Regola: rifiuto H₀ se il valore calcolato supera il quantile critico
6. Test di indipendenza (tabella di contingenza)
Serve per verificare se due variabili categoriali sono indipendenti.
Ancora test χ²:
- H₀: le due variabili sono indipendenti.
- H₁: non sono indipendenti.
Frequenze attese:
Test statistico:
Gradi di libertà:
df = (r − 1)(c − 1)
dove r è il numero di righe e c delle colonne.
7. Test di omogeneità
È simile al test di indipendenza ma la domanda è diversa:
- test di indipendenza: un solo campione con due variabili.
- test di omogeneità: più campioni da popolazioni diverse e si verifica se le proporzioni sono uguali.
Si usa sempre χ².
Ipotesi:
- H₀: tutte le popolazioni hanno la stessa distribuzione delle categorie.
- H₁: almeno una popolazione ha distribuzione diversa.
Formula identica: