Quando preparo un esame, raramente mi basta avere davanti slide, appunti presi a lezione e qualche esercizio sparso. Quel materiale può contenere tutte le informazioni necessarie, ma spesso è frammentato: una definizione è nelle slide, un esempio negli appunti, una spiegazione importante è stata detta dal professore a voce e un esercizio chiarisce davvero il concetto meglio di tre pagine di teoria. Per questo, quando posso, cerco di trasformare tutto in un manuale unico e organico, costruito in modo da poter essere studiato dall’inizio alla fine senza dover continuamente saltare da un file all’altro. Per me fare un manuale non significa semplicemente unire documenti o allungare degli appunti sintetici. Significa ricostruire la materia, capire cosa manca, eliminare le ripetizioni, rendere espliciti i passaggi troppo veloci e creare una struttura che abbia senso anche quando tornerò su quell’argomento mesi dopo. È un lavoro che richiede tempo, ma si collega direttamente al mio modo di studiare: se voglio che le informazioni rimangano nella memoria a lungo termine, devo prima averle organizzate in modo chiaro.
Gli appunti non sono ancora un manuale
Gli appunti hanno uno scopo diverso. Quando si segue una lezione, l’obiettivo principale è registrare rapidamente ciò che il docente considera importante. Per questo è normale trovare abbreviazioni, elenchi molto sintetici, passaggi sottintesi e riferimenti che hanno senso soltanto se si ricorda la spiegazione fatta in aula. Per esempio, un appunto può contenere una frase come:
Per chi ha appena seguito la lezione il significato può essere chiarissimo. Sei mesi dopo, però, quella singola riga potrebbe non essere sufficiente per ricostruire tutto il ragionamento. In un manuale preferisco trasformarla in una spiegazione completa: definire ROI e ROE, spiegare il costo del capitale di debito, mostrare perché l’effetto leva può aumentare la redditività del capitale proprio e aggiungere un esempio numerico. Gli appunti servono per catturare l’informazione. Il manuale deve servire per ricostruirla e comprenderla.
Prima raccolgo tutto il materiale
Il primo passaggio che faccio è abbastanza semplice: cerco di avere davanti tutte le fonti che possono servire. Possono esserci:
- slide del professore;
- appunti personali;
- manuale ufficiale;
- esercizi;
- prove d’esame precedenti;
- eventuali dispense;
- normative o fonti ufficiali quando la materia lo richiede.
Non considero automaticamente una fonte migliore delle altre. Le slide possono essere molto precise ma estremamente sintetiche; gli appunti possono contenere una spiegazione utile ma incompleta; il libro può essere dettagliato ma dedicare decine di pagine a qualcosa che il professore tratta soltanto marginalmente. Il mio obiettivo è capire quale informazione utile contiene ciascun materiale e poi costruire una versione unica.
Creo prima l’indice
Una delle cose che considero più importanti è l’indice. Prima di iniziare a scrivere decine di pagine cerco di stabilire quali saranno i capitoli e in quale ordine dovrebbero apparire. L’indice è praticamente la struttura mentale della materia. Se non riesco a costruire un indice sensato, spesso significa che non ho ancora capito abbastanza bene come siano collegati gli argomenti. Preferisco una struttura gerarchica chiara: capitoli principali, sottosezioni e, soltanto quando serve, ulteriori livelli. Un manuale con venti pagine di testo continuo è difficile da studiare anche se contiene informazioni corrette. La struttura deve permettermi di capire immediatamente:
Non voglio un riassunto troppo corto
Una delle cose che cerco di evitare è trasformare tutto in uno schema eccessivamente sintetico. Gli schemi sono utili nel ripasso finale, ma se il materiale principale dice soltanto:
rischio di ricordare una sequenza senza essere realmente in grado di spiegarla. Nel manuale preferisco un paragrafo che chiarisca perché un aumento dei tassi può rendere il credito più costoso, influenzare consumi e investimenti e contribuire a ridurre la domanda aggregata. La sintesi deve arrivare dopo la comprensione, non sostituirla. Per questo i miei manuali tendono a essere più discorsivi rispetto ai classici appunti universitari.
Ogni termine tecnico deve essere spiegabile
Un altro criterio che utilizzo è cercare di non lasciare parole tecniche sospese. Se introduco un termine come EBITDA, duration, realizzo controllato o significatività operativa, voglio che nel manuale sia presente una spiegazione sufficiente a capire cosa significa e perché viene utilizzato. Non necessariamente devo ripetere la definizione ogni volta, ma alla prima comparsa il concetto deve essere chiaro. Questo mi aiuta soprattutto quando torno sul materiale dopo molto tempo. Un manuale dovrebbe riuscire a rispondere alla domanda: “Se oggi avessi quasi dimenticato questa materia, potrei ricostruirla leggendo queste pagine?” Se per capire il manuale devo già ricordare metà della materia, allora non è abbastanza autosufficiente.
Gli esempi sono quasi sempre necessari
Quando un concetto è astratto cerco di aggiungere un esempio. Se devo spiegare la differenza tra utile e liquidità, posso usare un’impresa che vende per 100.000 euro ma non ha ancora incassato il credito. Se devo spiegare la significatività nella revisione, posso costruire un bilancio con determinati ricavi e una soglia esemplificativa. Se devo spiegare la capitalizzazione composta, posso partire da 10.000 euro e vedere cosa accade nel tempo. L’esempio non deve sostituire la teoria, ma renderla concreta. Ho notato che spesso ricordo meglio il ragionamento quando riesco ad associarlo a una situazione numerica precisa.
Nelle materie quantitative teoria ed esercizi devono stare vicini
Nei manuali di matematica, finanza o analisi economico-finanziaria cerco di evitare una separazione eccessiva tra “cento pagine di teoria” e “cento esercizi alla fine”. Preferisco che, dopo un concetto importante, ci sia subito almeno un’applicazione. Se spiego una formula, voglio mostrare:
- cosa rappresentano le variabili;
- quando si utilizza;
- un esempio semplice;
- un esercizio più completo;
- eventualmente gli errori più frequenti.
In questo modo la formula non rimane un oggetto astratto da memorizzare. Una cosa a cui presto molta attenzione è il layout degli esercizi. Tabelle, elenchi e dati devono essere realmente formattati come tali. Se un esercizio presenta tre scenari, quattro percentuali e una matrice ma tutto viene trasformato in un unico blocco di testo, diventa molto più difficile capire quale informazione appartenga a quale variabile. Per questo considero la formattazione una parte del contenuto. Una tabella non è soltanto più bella da vedere: può rendere evidente una relazione che in un paragrafo sarebbe molto meno leggibile. Lo stesso vale per i passaggi matematici. Preferisco vedere chiaramente una trasformazione alla volta, invece di una formula enorme in cui non si capisce quale operazione sia stata eseguita.
Correggere è più importante che ampliare
Quando trasformo degli appunti in manuale, non parto dal presupposto che tutto ciò che trovo sia corretto. Un errore presente negli appunti può essere copiato nel manuale e diventare ancora più pericoloso proprio perché il documento finale appare più autorevole. Cerco quindi di verificare almeno i punti dubbi, soprattutto quando si tratta di:
- normative;
- percentuali;
- formule;
- definizioni tecniche;
- soglie fiscali;
- principi contabili.
Se devo scegliere tra aggiungere altre cinque pagine e correggere una spiegazione tecnicamente sbagliata, preferisco sempre la seconda cosa. Un manuale lungo ma errato è peggiore di un manuale più breve ma affidabile. Essere discorsivi non significa ripetere tre volte la stessa cosa. Quando utilizzo materiali provenienti da fonti differenti capita spesso che lo stesso concetto compaia in più punti. In quel caso preferisco creare una spiegazione unica completa e, negli altri capitoli, richiamarla soltanto quando serve. Questo rende il manuale molto più coerente. L’obiettivo è che ogni pagina aggiunga qualcosa, non semplicemente aumentare il numero totale delle pagine. Cerco anche di evitare che concetti avanzati vengano introdotti prima dei prerequisiti necessari. Se devo spiegare il ROE, prima devo aver spiegato almeno patrimonio netto e utile. Se devo parlare di duration, prima bisogna comprendere prezzo e rendimento di un’obbligazione. Se devo spiegare la responsabilità degli amministratori dopo una perdita del capitale, prima serve comprendere capitale sociale, patrimonio netto e cause di scioglimento. Un buon manuale dovrebbe quasi accompagnare chi legge. Ogni capitolo dovrebbe utilizzare prevalentemente strumenti già costruiti nei capitoli precedenti.
Inserisco domande perché voglio poter usare il manuale per ripassare
Una volta che la parte teorica è sufficientemente completa, mi piace aggiungere domande. Possono essere domande da orale, quiz a risposta multipla, vero/falso o esercizi. Questo trasforma il manuale da documento da leggere a strumento con cui interrogarmi. È particolarmente utile perché si collega al modo in cui cerco di trasferire le informazioni nella memoria a lungo termine. Non voglio soltanto rileggere una spiegazione; voglio poter chiudere la pagina e chiedermi se riesco a ricostruirla. Le domande sono quindi quasi una seconda funzione del manuale.
Tengo separata la fase di costruzione dalla fase di ripasso
Un manuale completo può essere lungo. Non significa che, il giorno prima dell’esame, io debba necessariamente rileggere ogni singola riga. La fase iniziale mi serve per capire e costruire una base completa. Successivamente posso creare schemi, domande e selezioni più sintetiche per il ripasso. Per me è importante avere entrambe le cose: materiale completo per capire e recuperare. materiale sintetico per ripassare rapidamente. Se provo a far svolgere entrambe le funzioni allo stesso documento, spesso ottengo un compromesso che non funziona bene né come manuale né come schema.
Un manuale ben fatto mi serve anche dopo l’esame
Questo è probabilmente il motivo principale per cui investo tempo nella costruzione del materiale. Se un esame finisce e butto via tutti gli appunti, ogni volta che quell’argomento torna devo ripartire da zero. Se invece ho un manuale ordinato, posso riaprirlo dopo un anno e recuperare molto rapidamente ciò che avevo studiato. Per esempio, una materia come economia aziendale può tornare in bilancio, finanza, revisione o persino in un caso pratico di lavoro. Avere un documento in cui so esattamente dove trovare un concetto mi fa risparmiare moltissimo tempo. Il manuale diventa quindi anche una piccola base di conoscenza personale. Naturalmente costruire tutto questo richiede più tempo rispetto a leggere semplicemente le slide. Il vantaggio emerge dopo.
Studiare da materiale coerente rende più veloce il ripasso, facilita la memorizzazione e riduce il tempo necessario per recuperare la materia in futuro. È quindi una forma di investimento: spendo più tempo all’inizio per risparmiare tempo nelle fasi successive. Questo approccio ha senso soprattutto per le materie che considero importanti per il mio percorso e che so potrebbero ritornare.
Non tutti i corsi richiedono un manuale di cento pagine
Naturalmente cerco anche di evitare l’estremo opposto. Non avrebbe senso trasformare qualsiasi piccolo modulo da 3 CFU in un’enciclopedia. La profondità deve essere proporzionata all’esame, alla sua difficoltà e all’utilità futura della materia. Per alcune discipline può bastare un documento di venti pagine molto ben fatto. Per altre può avere perfettamente senso arrivare a cinquanta, cento o più pagine. Per me la domanda non è: “Quanto deve essere lungo?” ma: “Contiene tutto ciò che mi serve per comprendere, preparare l’esame e recuperare la materia in futuro senza dipendere continuamente da altre fonti?”
Anche il layout fa parte del metodo
Un manuale che devo utilizzare per molte ore deve essere leggibile. Cerco quindi titoli chiari, paragrafi non troppo spezzati, tabelle quando servono, formule leggibili e spazio sufficiente tra le sezioni senza però creare pagine quasi vuote. Non mi piace quando un documento sembra lungo soltanto perché contiene enormi spazi bianchi. La lunghezza dovrebbe derivare dai contenuti. Lo stesso vale per gli elenchi: se esiste un vero elenco di elementi, voglio che siano effettivamente separati e leggibili, non inseriti tutti in una frase continua. La forma deve aiutare il cervello a riconoscere la struttura del contenuto.
Come trasformerei tre righe di appunti
Immaginiamo di partire da questo appunto: “Inflazione: aumento prezzi. BCE alza tassi. Credito più caro, meno domanda.” Nel manuale non mi limiterei ad allungare artificialmente la frase. Cercherei di ricostruire il ragionamento. Spiegherei che l’inflazione rappresenta un aumento generalizzato del livello dei prezzi; che una banca centrale può reagire aumentando i tassi ufficiali; che questo tende a trasmettersi al costo del credito per famiglie e imprese; che finanziamenti più costosi possono ridurre consumi e investimenti finanziati a debito; e che una minore domanda aggregata può contribuire a ridurre le pressioni inflazionistiche. A quel punto aggiungerei eventualmente uno schema finale:
La differenza è che ora lo schema rappresenta qualcosa che ho già compreso.
Quando considero finito un capitolo
Per me un capitolo è sufficientemente completo quando riesco a fare tre cose. La prima è leggerlo senza trovare passaggi che presuppongano conoscenze mai spiegate. La seconda è riuscire a rispondere alle principali domande sull’argomento utilizzando quasi esclusivamente quel materiale. La terza è poterlo riaprire dopo tempo e ricostruire rapidamente il ragionamento. Se manca una di queste tre cose, probabilmente il documento ha ancora bisogno di essere sistemato.
Il manuale non sostituisce lo studio
C’è però una distinzione importante. Costruire un manuale può dare una sensazione di produttività molto forte: si sistemano titoli, tabelle, spiegazioni e tutto sembra ordinato. Ma avere un bellissimo documento non significa averlo imparato. Dopo la costruzione deve iniziare la parte più importante: recuperare, ripetere, fare domande, risolvere esercizi e simulare l’esame. Il manuale è l’infrastruttura dello studio. Non è lo studio stesso.
Conclusione
Trasformare appunti sintetici in un vero manuale, per me, significa trasformare informazioni frammentate in una struttura che possa essere compresa, memorizzata e recuperata nel tempo. Parto dai materiali disponibili, creo un indice, verifico le informazioni, amplio i passaggi troppo sintetici, aggiungo esempi, sistemo esercizi e tabelle e infine costruisco domande che mi permettano di utilizzare il manuale anche nel ripasso attivo. Non cerco quindi semplicemente di produrre un documento più lungo. Cerco di creare il documento che avrei voluto avere davanti quando ho iniziato a studiare quella materia. La domanda che mi pongo non è: “Come trasformo questi appunti in cinquanta pagine?” ma: “Che cosa manca perché una persona possa partire da queste pagine e arrivare a comprendere davvero l’argomento?”
È questa, per me, la differenza tra degli appunti ordinati e un vero manuale di studio. E soprattutto è il motivo per cui continuo a costruirli: un esame finisce, ma un buon manuale può rimanere utile per anni.
Nota: l’articolo descrive il mio metodo personale di organizzazione dello studio. Non tutte le materie richiedono lo stesso livello di approfondimento e la struttura del materiale deve essere adattata al tipo di esame e agli obiettivi dello studente.