Quando preparo un esame non parto dalla domanda “come faccio a passarlo?”, ma da un’altra: come faccio a studiare questa materia in modo che, una volta finito l’esame, non sparisca completamente dalla mia testa? È un approccio che richiede più programmazione e spesso anche più lavoro all’inizio, ma nel tempo mi sono reso conto che per me funziona molto meglio. Ovviamente il voto conta. Sarebbe ipocrita dire il contrario, soprattutto all’università, dove la media può incidere sul voto di laurea e dove ogni esame richiede settimane di preparazione. Ma cerco di evitare il più possibile uno studio costruito esclusivamente per arrivare vivo alla data dell’appello. Il mio obiettivo è che ciò che studio entri progressivamente nella memoria a lungo termine, così da poter recuperare quelle conoscenze anche mesi o anni dopo. Questo cambia completamente il modo in cui organizzo lo studio.

Programmare prima di iniziare

Una delle cose che faccio di più è programmare. Prima ancora di mettermi seriamente a studiare cerco di capire quanto materiale ho davanti, quanti giorni mi separano dall’esame e quale livello di preparazione voglio raggiungere. Non mi piace arrivare alla situazione in cui mancano cinque giorni all’esame e devo ancora scoprire metà programma. Preferisco sapere fin dall’inizio quanti capitoli devo affrontare e distribuirli nel tempo lasciandomi una parte consistente della preparazione finale per ripasso, esercizi e recupero attivo. Per esempio, se ho trenta capitoli e trenta giorni, non considero automaticamente un capitolo al giorno fino alla vigilia. Cerco piuttosto di completare la prima vera copertura del programma prima, così da avere tempo per tornare sugli stessi argomenti più volte. È proprio il ritorno sugli argomenti che, secondo me, fa la differenza tra sapere qualcosa per qualche giorno e ricordarla davvero.

Il primo obiettivo è capire la struttura della materia

Quando inizio una materia nuova non cerco immediatamente di ricordare ogni dettaglio. Prima devo capire come è costruita. Mi interessa sapere quali sono i grandi blocchi, quali concetti vengono prima e quali dipendono dai precedenti. Se studio diritto, per esempio, cerco di capire prima la logica dell’istituto e soltanto dopo le singole regole. Se studio una materia economica o quantitativa, cerco di capire il meccanismo che sta dietro alla formula invece di memorizzarla subito come una sequenza di simboli. Per me una materia diventa molto più semplice nel momento in cui riesco a costruirmi una specie di mappa mentale. A quel punto le informazioni nuove non sono più elementi isolati, ma trovano un posto preciso dentro una struttura già esistente. Ed è anche molto più facile ricordarle.

Cerco di trasformare il materiale in qualcosa di mio

Studiare direttamente da centinaia di pagine senza riorganizzarle non è il metodo che preferisco. Cerco quasi sempre di trasformare il materiale originale in qualcosa che abbia una struttura più coerente con il mio modo di ragionare. Questo significa eliminare ripetizioni inutili, rendere più chiari alcuni passaggi, aggiungere spiegazioni dove il libro è troppo sintetico e collegare argomenti che magari nel materiale originale erano separati. Il risultato ideale, per me, non è il classico riassunto di poche pagine. È piuttosto un manuale personale: abbastanza completo da permettermi di studiare seriamente, ma organizzato in modo molto più leggibile. Scrivere o rielaborare il materiale mi costringe anche a capire quello che sto leggendo. È difficile spiegare bene qualcosa che non si è capito.

Un rischio che cerco di evitare è la memorizzazione puramente verbale. Se conosco una definizione soltanto perché ricordo esattamente le parole utilizzate nel libro, basta che il professore formuli la domanda in maniera diversa per mettermi in difficoltà. Per questo cerco di capire un concetto abbastanza bene da riuscire a riscriverlo o spiegarlo con parole diverse senza modificarne il significato. Naturalmente ci sono elementi che devono essere ricordati con precisione: articoli di legge, formule, classificazioni, termini tecnici. Ma preferisco che questi elementi si appoggino su una struttura già compresa. Se conosco il motivo per cui una determinata regola esiste, ricordarne il contenuto diventa molto più semplice.

La memoria a lungo termine richiede di tornare sulle cose

Una volta studiato un argomento, non considero il lavoro concluso. Se lo leggessi una volta e non lo riprendessi più fino all’esame, gran parte delle informazioni verrebbe inevitabilmente dimenticata. Per questo cerco di inserire diversi momenti di ripasso nel programma. Il primo ripasso può arrivare poco dopo lo studio iniziale; i successivi vengono progressivamente distanziati. Non seguo necessariamente una formula rigida del tipo “ripassa esattamente dopo uno, tre, sette e quattordici giorni”. Preferisco adattare i ripassi alla materia e al tempo disponibile. Il principio, però, è sempre lo stesso: non aspettare di aver dimenticato completamente un argomento prima di rivederlo. Ogni volta che torno su un concetto, recuperarlo diventa più rapido. Ed è proprio questa crescente facilità di recupero che mi interessa.

Cerco di ricordare prima di rileggere

Una cosa che trovo molto utile è provare a recuperare le informazioni prima di riaprire il materiale. Se devo ripassare un capitolo, prima provo a chiedermi cosa ricordo: quali erano i concetti principali? Quali distinzioni? Quali formule? Quali collegamenti? Solo dopo confronto ciò che sono riuscito a ricostruire con il manuale. In questo modo il ripasso non diventa una semplice rilettura passiva. Diventa una verifica della memoria. Se apro direttamente il libro, tutto mi sembra familiare e rischio di convincermi di sapere qualcosa che in realtà non sarei in grado di ricostruire da solo. Quando invece provo prima a ricordare, le lacune emergono immediatamente. Negli esami orali mi piace trasformare il programma in una grande raccolta di domande. Non soltanto le domande che penso possa fare il professore, ma domande che mi costringano a ricostruire tutti i principali argomenti della materia.

L’obiettivo non è imparare una risposta preconfezionata. È verificare se, partendo da una domanda, riesco a costruire autonomamente una risposta ordinata. Per esempio, non mi basta leggere dieci volte un capitolo di diritto commerciale. Preferisco arrivare al punto in cui qualcuno può chiedermi un argomento senza preavviso e io riesco a iniziare dalla definizione, sviluppare la disciplina, distinguere le diverse ipotesi e collegare eventualmente altri istituti. Quando riesco a farlo, considero quella parte realmente acquisita.

Per le materie quantitative devo riuscire a risolvere gli esercizi da zero

Con matematica, economia quantitativa o materie che richiedono calcoli, la stessa logica assume una forma diversa. Guardare un esercizio svolto può creare una fortissima illusione di comprensione. Mentre leggo i passaggi, tutto sembra evidente. Ma il vero test arriva quando ho davanti soltanto il testo dell’esercizio. Devo essere in grado di capire da solo da dove iniziare, quali formule utilizzare e in quale ordine procedere. Per questo considero molto più utile sbagliare dieci esercizi durante la preparazione che arrivare all’esame avendo soltanto letto trenta soluzioni corrette. L’errore, se viene analizzato, mi dice esattamente quale passaggio non ho ancora interiorizzato.

Programmo anche il margine per sbagliare

Quando preparo il calendario di studio cerco di non costruire un programma talmente preciso da funzionare soltanto se ogni giornata va perfettamente. Ci saranno inevitabilmente capitoli più difficili del previsto, giornate in cui studio meno, argomenti che devo rifare completamente e imprevisti. Per questo preferisco avere giorni cuscinetto e non arrivare con la prima lettura del programma fino alla sera prima dell’esame. La programmazione, almeno per me, non serve a controllare ogni minuto della giornata. Serve a sapere con anticipo se sto accumulando un ritardo e poterlo correggere quando è ancora gestibile.

Divido mentalmente la preparazione in fasi

Il mio studio tende quindi ad avere fasi abbastanza precise. Nella prima devo capire e organizzare il programma. Nella seconda devo consolidare la materia, completare il materiale e iniziare a ricordare seriamente i contenuti. Nella terza devo riuscire a recuperare le informazioni senza supporto. Nell’ultima fase devo trasformare tutto questo nella prestazione richiesta dall’esame. Quindi, in sintesi:

comprensione → organizzazione → memorizzazione → recupero → simulazione

Non cerco di fare tutto nello stesso momento. Quando sto affrontando per la prima volta un capitolo particolarmente complesso, non mi preoccupa non ricordarne immediatamente ogni dettaglio. Prima devo capirlo. La memoria viene costruita nei passaggi successivi. Idealmente, negli ultimi giorni prima dell’esame non voglio ancora stare “studiando” nuovi argomenti. Voglio utilizzare quella fase per capire che cosa non riesco ancora a recuperare. È il momento delle domande casuali, degli esercizi completi, delle simulazioni e dei collegamenti tra capitoli. Se mi accorgo che una parte non è sufficientemente solida, torno sul materiale. Ma lo faccio in modo mirato. Questo è molto diverso dal rileggere l’intero manuale dall’inizio alla fine soltanto perché l’esame si avvicina. Questo probabilmente è uno dei principi che ha modificato di più il mio modo di studiare.

“Ho studiato questo capitolo” non significa, per me, “l’ho letto e sottolineato”. Significa piuttosto: l’ho capito, riesco a ricostruirlo senza guardare e sono in grado di rispondere a una domanda o applicarlo. Tra questi due livelli possono esserci diverse ore di lavoro. La lettura iniziale è soltanto l’ingresso dell’informazione. Il vero lavoro consiste nel renderla disponibile quando serve.

Voglio poter recuperare una materia anche dopo l’esame

Naturalmente dimentico anche io. Sarebbe impossibile ricordare perfettamente tutto ciò che si studia durante una laurea. Quello che cerco di ottenere è diverso: voglio che le informazioni fondamentali rimangano abbastanza strutturate nella memoria da poter essere riattivate molto rapidamente. Se dopo un anno riapro un argomento già studiato, non voglio avere la sensazione di non averlo mai visto. Magari non ricorderò subito una formula specifica o il numero di un articolo del codice, ma dovrei ricordare la struttura dell’argomento, i concetti fondamentali e dove collocare quel dettaglio una volta recuperato. Per me questa è la vera differenza tra aver studiato una materia e aver semplicemente superato un esame.

Il voto rimane comunque un obiettivo

Tutto questo non significa che io non studi anche in funzione del voto. Al contrario, proprio perché voglio ottenere un buon risultato, analizzo attentamente la struttura dell’esame, le domande che vengono fatte, il livello di dettaglio richiesto e il modo in cui il professore valuta. Se un esame è composto principalmente da esercizi, passo molto tempo sugli esercizi. Se è orale, preparo l’esposizione. Se ci sono quiz, mi alleno anche con domande a risposta multipla. Non vedo contraddizione tra queste due cose. Capire la materia e capire l’esame sono due problemi diversi e bisogna risolverli entrambi.

Gli esami precedenti servono per capire il tipo di preparazione richiesta

Quando ho a disposizione prove degli anni precedenti, le utilizzo molto. Non semplicemente per cercare di prevedere le domande, ma per capire quali competenze il docente tende a verificare. Se alcuni esercizi ricorrono spesso, significa probabilmente che rappresentano concetti fondamentali del corso. Se le domande orali richiedono spesso collegamenti tra capitoli, dovrò prepararmi in quel modo. Le vecchie prove sono quindi una specie di mappa del livello di profondità richiesto. Il problema nasce soltanto quando si smette di studiare la materia e si iniziano a memorizzare esclusivamente gli esami precedenti. Questo metodo ha anche un costo: probabilmente in alcuni casi studio più di quanto sarebbe strettamente necessario per ottenere la sufficienza. Potrei forse superare alcuni esami imparando meno contenuti e concentrandomi soltanto sulle domande statisticamente più frequenti.

Ma non è il tipo di preparazione che preferisco. Se una materia fa parte del mio percorso universitario, voglio uscirne avendo almeno una struttura mentale decente della disciplina. Soprattutto nelle materie collegate a ciò che potrei utilizzare professionalmente in futuro, studiare soltanto per il voto mi sembrerebbe un’occasione sprecata.

Il vero vantaggio emerge negli esami successivi

Uno dei motivi per cui cerco di costruire memoria a lungo termine è che le materie universitarie non sono realmente indipendenti. Quello che studio oggi torna spesso più avanti. Concetti di economia aziendale riemergono nel bilancio, nella finanza e nella revisione. Nozioni giuridiche studiate in un esame diventano prerequisiti impliciti per materie successive. Gli strumenti matematici ritornano in econometria e finanza. Se ogni esame azzerasse completamente le conoscenze del precedente, ogni nuova materia diventerebbe molto più difficile. Studiare per conservare almeno la struttura essenziale significa invece creare progressivamente una base sempre più ampia. Questo è forse l’obiettivo che descrive meglio il mio modo di studiare. Non pretendo di ricordare ogni pagina per sempre. Voglio però evitare che, sei mesi dopo un esame, il materiale sia diventato completamente estraneo.

Quando torno su un concetto già studiato voglio riconoscerlo, sapere dove collocarlo e riuscire a recuperarlo velocemente. È anche per questo che tendo a organizzare bene i miei materiali. Un manuale ordinato, delle domande, degli esercizi e una struttura chiara mi permettono di riattivare la materia molto più velocemente anche in futuro.

Studiare per capire e studiare per l’esame non sono alternativi

Alla fine, per me, la contrapposizione iniziale è sbagliata. Io studio per capire abbastanza bene da ricordare e, successivamente, studio per trasformare ciò che ricordo nella prestazione richiesta dall’esame. Sono due fasi dello stesso processo. La prima costruisce la conoscenza. La seconda la rende utilizzabile sotto pressione, con poco tempo e davanti a una domanda che non posso scegliere. Se manca la prima fase, la preparazione è fragile. Se manca la seconda, posso conoscere bene una materia ma non riuscire a dimostrarlo all’esame.

Conclusione

Il mio metodo di studio ruota molto attorno alla programmazione e alla memoria a lungo termine. Cerco di iniziare abbastanza presto da poter vedere più volte gli stessi argomenti, trasformare il materiale in una struttura che abbia senso per me, recuperare le informazioni senza guardare e utilizzare esercizi, domande e simulazioni per capire ciò che ancora non so. Non considero quindi l’esame come il punto finale dello studio. È piuttosto la prima verifica importante di una conoscenza che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe rimanere disponibile anche dopo. La domanda che cerco di farmi non è soltanto: “Se me lo chiedono domani, so rispondere?” ma anche: “Se tra sei mesi dovessi tornare su questo argomento, avrei ancora una base da cui ripartire?”

Per me una buona preparazione dovrebbe riuscire a rispondere sì a entrambe. Perché superare l’esame è importante. Ma il risultato migliore è non dover ristudiare da zero tutto ciò che si è già studiato una volta.

Nota: quello descritto è un metodo personale di studio, non una formula universale. Materie, modalità d’esame, tempo disponibile e caratteristiche individuali richiedono adattamenti diversi.