Ade e Persefone
Nella verde Sicilia circondata dai mari del Sud, viveva una fanciulla dalla bellezza unica di nome Persefone. Abitava insieme alla madre in una reggia incantevole al centro di un bosco rigoglioso. Esile e avventurosa, ogni mattina si preparava a esplorare il mondo indossando una tunica svolazzante e raccogliendo i lunghissimi capelli biondi sulla nuca. Il suo aspetto radioso lasciava intuire che non fosse una ragazza come le altre: il padre infatti era il divino Zeus e la madre, Demetra, la dea dell’agricoltura e dei raccolti.
«Buongiorno, madre mia!» esclamò Persefone una mattina, facendo la sua comparsa nel giardino del palazzo.
«Buongiorno, figlia mia adorata» rispose la dea china ad annusare una rosa. «Il sole è alto nel cielo e la primavera è nel pieno del suo splendore. Che cosa farai in questa giornata così promettente?»
«Voglio andare fino alla valle di Enna e scovare qualche fiore speciale per la nostra tavola!» rispose Persefone.
«Chissà» commentò Demetra «magari oggi sarai tanto fortunata da trovare un narciso bianco!» Il narciso era un fiore molto raro, che incantava persino gli dèi.
«Sarebbe meraviglioso! Se lo trovassi lo donerei senz’altro a te!» ribatté Persefone, che era legata alla madre da un affetto molto profondo.
Dopo averla salutata, la fanciulla si incamminò lungo il sentiero che portava alla valle di Enna. Passeggiava felice, intonando canzoni allegre e facendo il verso agli uccellini. Quando giunse nel mezzo della valle, notò un gruppo di bellissime ninfe immerse nelle acque cristalline di un laghetto.
Una di loro la vide arrivare e sollevò un braccio per salutarla. «Persefone, unisciti a noi, l’acqua è freschissima!» disse.
La dea si tuffò e iniziò a nuotare insieme alle altre.
A pochi passi, qualcuno spiava Persefone senza che lei potesse accorgersene. Era Ade, il dio degli Inferi, e indossava l’elmo dell’invisibilità fabbricato per lui dai Ciclopi. Ade era follemente innamorato di Persefone, e già da qualche tempo la seguiva di nascosto. Ormai, però, non gli bastava più spiarla da lontano: voleva rapirla e costringerla a sposarlo. Per questo, dopo aver escogitato un piano malvagio, lasciò quella valle ridente e tornò negli abissi dell’Oltretomba.
Quando fu stanca di nuotare, Persefone uscì dall’acqua e cominciò a raccogliere i fiori che crescevano sulle rive del lago. Con lei c’era Ciane, una giovane ninfa sua amica. Tutt’a un tratto, mentre si chinava per raccogliere una margherita, Persefone scorse in lontananza un meraviglioso fiore dai petali bianchi che non aveva mai visto prima.
«Ciane, guarda laggiù!» esclamò puntando il dito nella direzione del fiore. «Credi sia un narciso?»
«Lo è, ne sono sicura!» rispose stupefatta la ninfa, che era un’esperta di fiori e non aveva mai visto prima un narciso da quelle parti.
«Devo assolutamente raccoglierlo!» commentò Persefone, pensando già a quanto sarebbe stata orgogliosa di lei la madre. Senza aspettare Ciane, corse verso il fiore, tese la mano per prenderlo e, nel momento stesso in cui lo strappò, vide spalancarsi un’enorme voragine sotto i suoi piedi.
Da quell’abisso emerse Ade sul suo carro d’oro trainato da quattro cavalli neri e alati. Senza lasciarle il tempo di reagire, il re degli Inferi la trascinò sul cocchio e ripartì verso l’Oltretomba. Ciane, che aveva assistito a tutta la scena, scappò via terrorizzata.
«Finalmente sei mia!» esclamò soddisfatto Ade, dopo che ebbe fatto scendere Persefone dal carro.
La povera fanciulla avanzò a tentoni fino alla sala del trono, un luogo tetro e gelido. «Ti prego, fammi tornare a casa!» implorò gettandosi ai suoi piedi.
«Mai!» replicò Ade accarezzandosi la lunga barba. «Da oggi sarai la mia sposa!»
«Mia madre è Demetra» proruppe allora la ragazza, rialzandosi. «Chiederà l’intervento degli dei, e Zeus, mio padre, non ti permetterà di tenermi prigioniera!»
«Povera illusa» sogghignò crudelmente Ade. «È stato mio fratello Zeus a darmi il permesso di prenderti in sposa, anche contro la tua volontà.»
Persefone scoppiò a piangere disperata, sapendo che senza l’intercessione degli dèi avrebbe dovuto rassegnarsi alle nozze e vivere in quel luogo spaventoso con la sola compagnia delle anime infelici dei defunti.
Intanto, sulla Terra, era giunta l’ora del tramonto, e Demetra, non vedendo tornare la figlia, cominciò a preoccuparsi. Corse nella valle per cercarla e una volta giunta al lago chiese sue notizie alle ninfe. Nessuna però seppe dirle dove fosse andata Persefone, nemmeno Ciane, che si guardava bene dal raccontare ciò che aveva visto, temendo di attirare su di sé la vendetta di Ade.
In preda a un’angoscia crescente e a presentimenti funesti, Demetra continuò a camminare, alla ricerca della figlia. Vagò per nove giorni e nove notti, per mare e per terra, si rivolse a ogni mortale che incontrò sul cammino, ma nessuno seppe dirle niente. Alla fine, stremata, decise di andare sull’Olimpo per chiedere aiuto agli dèi.
Per primo interpellò Zeus. Lo raggiunse nella sala del trono e gli raccontò in lacrime ciò che era accaduto.
«Mi dispiace, Demetra» la liquidò in fretta lui «ma non ho idea di dove possa essere finita Persefone.»
Demetra, allora, pensò di interrogare Helios, il dio del Sole, che ogni giorno attraversava il cielo da Oriente a Occidente con il suo cocchio, e che dall’alto poteva vedere tutto ciò che accadeva sulla Terra. A mezzodì, la dea salì sulla vetta dell’Olimpo per aspettare il suo passaggio.
«Helios, sono qui per chiederti qualcosa di molto importante» gli disse quando lo vide arrivare.
«Come posso aiutarti?» gli rispose lui, arrestando il carro.
«Dieci giorni fa, mia figlia si è allontanata da casa per andare a raccogliere fiori nella valle di Enna, e da allora non è più tornata!»
«Credevo sapessi…» replicò stupito Helios, accarezzando la criniera di uno dei cavalli. «Ade ha rapito Persefone per farne la sua sposa. Adesso la ragazza vive con lui nel regno dei morti…» Le raccontò anche che era stato Zeus a promettere la mano di Persefone al dio dell’Oltretomba, durante un incontro avvenuto tempo prima sull’Olimpo.
«Come ha potuto fare questo alla propria figlia?» gridò Demetra furente, mentre Helios si allontanava. «E come ha osato mentirmi?»
E così, prima di lasciare l’Olimpo, la dea decise di vendicarsi, lanciando una terribile maledizione: «Fino a quando non potrò riabbracciare mia figlia» disse con lo sguardo rivolto alla Terra «sui campi non crescerà più il grano, gli alberi non daranno frutti, e la siccità e la carestia affliggeranno i mortali!»
Immediatamente i campi si fecero aridi e gli alberi si rinsecchirono. Gli uomini, rimasti senza raccolto, iniziarono ad affollare i templi per chiedere l’aiuto divino. Le loro preghiere divennero incessanti, tanto che a un certo punto Zeus non poté più ignorarle, e un giorno, per trovare una soluzione, convocò Ermes, il messaggero degli dèi.
«Demetra ha ridotto gli uomini alla fame, non posso più stare a guardare» borbottava seduto sul suo trono. «Se non porrà fine alla maledizione, il genere umano si estinguerà!»
«Il risentimento di Demetra è comprensibile» azzardò Hermes, che era noto per le sue doti diplomatiche. «Hai dato in sposa Persefone ad Ade senza chiedere il suo parere e poi le hai mentito.»
«Forse hai ragione» ammise Zeus facendosi pensieroso «avrei dovuto interpellarla.»
«Dobbiamo restituirle la figlia» lo incalzò a quel punto Hermes. «È l’unica soluzione.»
«D’accordo» replicò Zeus dopo una lunga pausa. «Va’ negli Inferi e di’ a mio fratello di liberare Persefone. Deve tornare dalla madre il prima possibile. Non accetterò un rifiuto.»
Ermes ubbidì e si recò immediatamente negli Inferi al cospetto del re dell’Oltretomba. Ade dapprima si mostrò molto contrariato e abbozzò qualche protesta, ma alla fine sembrò piegarsi alla volontà di Zeus.
«Va bene, Ermes» disse sospirando. «Dirò subito a Persefone di prepararsi a partire.»
Soddisfatto, il messaggero degli dèi si affrettò a lasciare quel luogo freddo e cupo, impaziente di tornare alla luce del sole.
Ma la questione non era affatto risolta: Ade in realtà stava già tramando un altro piano, per fare in modo che Persefone restasse per sempre con lui.
«Mia cara» le disse quando la fanciulla fece il suo ingresso nella sala del trono. «L’amore e il coraggio di tua madre ci hanno commosso. Zeus e io abbiamo deciso che puoi tornare da lei.»
«Oh, ti ringrazio!» esclamò la fanciulla scoppiando in lacrime e gettandogli le braccia al collo.
«Prima di andartene, però» aggiunse Ade «è bene che mangi qualcosa. Sei molto debole…» E con un sorriso invitante, le porse un succoso melograno.
Persefone accettò il dono con gratitudine: non toccava cibo dal giorno in cui era stata rapita ed era molto affamata. Ma era anche molto impaziente di tornare a casa, perciò disse addio ad Ade e si mise subito in viaggio, senza nemmeno assaggiare il frutto.
Poco prima di attraversare il fiume Stige, però, i morsi della fame si fecero più taglienti e Persefone decise di succhiare qualche chicco di melograno per trovare un po’ di sollievo.
In quel momento comparve Ascalafo, uno dei giardinieri di Ade. «Non fare un altro passo!» le ordinò, sbarrandole la strada. «Non conosci le leggi di questo regno? Chiunque assaggi un frutto degli Inferi è destinato a rimanere nell’Oltretomba per l’eternità!»
«Ma è stato Ade a darmi in dono questo melograno» ribatté Persefone confusa.
«E tu sei stata stolta a fidarti di me!» replicò Ade, sopraggiunto in quell’istante. «Ora nemmeno Zeus potrà fare più niente per riportarti sulla Terra. Nessuno può infrangere le leggi degli Inferi.»
«Mi hai ingannata…» singhiozzò Persefone affranta, mentre Ade la afferrava per un braccio e con un ghigno crudele stampato sul volto la trascinava un’altra volta verso il regno dei morti.
Quando Demetra venne a sapere di quell’ennesimo imbroglio, andò su tutte le furie e corse subito da Zeus. Gli disse che se non avesse costretto Ade a restituirle la figlia una volta per tutte, la siccità e la carestia che affliggevano i mortali sarebbero durate in eterno. Sembrava una situazione senza speranza, ma dopo una lunga riflessione, il re degli dèi ebbe un’idea e convocò Demetra e Ade sull’Olimpo per proporre loro un accordo.
«Ascoltatemi!» esordì. «Tu, Ade, sei sinceramente innamorato di Persefone, ma prima l’hai rapita contro la sua volontà e poi l’hai trattenuta con l’inganno. Questa condotta non ti fa onore.»
Ade chinò il capo, di fronte all’evidenza della sua colpa.
«Demetra» proseguì Zeus «tu ami tua figlia più di te stessa e vuoi che torni a vivere con te, ma per quanto il tranello di Ade sia stato crudele, dobbiamo rispettare la legge degli Inferi!»
Demetra scosse il capo sconsolata.
«Ma…» riprese Zeus dopo una pausa «in fondo, Persefone, non ha mangiato che qualche chicco del melograno che Ade le ha offerto… Perciò vi propongo un patto. La ragazza resterà negli Inferi solo per un numero di mesi equivalente al numero di chicchi che ha consumato e trascorrerà il resto dell’anno sulla Terra con la madre»
Ade e Demetra non avrebbero voluto accontentarsi di un compromesso, ma sapevano che Zeus non avrebbe concesso di più perciò si rassegnarono e accettarono l’accordo. Così fu stabilito che Persefone avrebbe vissuto sei mesi nel regno dei morti e sei mesi sulla Terra.
Da allora, la terra è rigogliosa e fertile in primavera ed estate, quando Persefone è nel regno dei vivi, e il cuore di Demetra scoppia di gioia. Mentre in autunno e in inverno, quando Persefone torna nel mondo sotterraneo, la tristezza s’impossessa del cuore di Demetra, e sugli uomini e i campi calano il buio e il gelo.
Le versioni differiscono sulla durata del soggiorno di Persefone negli Inferi: l’Inno omerico a Demetra parla di un terzo dell’anno, mentre altre tradizioni dividono l’anno in due parti. Il racconto esprime il rapporto tra separazione, ritorno e fertilità della terra.
Questo approfondimento segue l’Inno omerico e sviluppa il punto di vista di Demetra; le differenze rispetto al racconto precedente dipendono dalle diverse tradizioni. Demetra alla ricerca di Persefone.