Prometeo e il fuoco
All’alba dei tempi, non esistevano creature mortali e, sotto il regno degli dèi dell’Olimpo, vivevano solo i Giganti e i Titani, esseri semidivini dotati di una forza smisurata.
Tra tutti, spiccava Prometeo, che oltre a essere il più intelligente dei Titani aveva il dono della preveggenza. Spesso, grazie a questa dote, metteva in guardia i suoi fratelli Epimeteo e Atlante affinché non si cacciassero nei guai. Ma i due avevano un carattere ribelle e impulsivo e quasi sempre ignoravano i suoi consigli.
Il giorno in cui i Titani dichiararono guerra a Zeus, Atlante chiese al fratello Prometeo di prender parte alla lotta contro il capo degli dèi. Prometeo non aveva simpatia per le divinità dell’Olimpo, ma sapeva che i Titani sarebbero stati sconfitti e perciò scelse di non partecipare alla rivolta.
«È una follia sfidare Zeus» disse Prometeo ai fratelli. «I Ciclopi lo sosterranno e i rivoltosi non avranno scampo!»
«Sei uno stolto codardo!» lo schernì Atlante. «Il nostro esercito è forte. Vinceremo noi!»
E così, mentre Epimeteo si convinse a desistere, Atlante combatté in prima linea al fianco di Crono.
Sebbene i Ciclopi avessero forgiato per gli dèi armi portentose, lo scontro fu lungo, combattuto e sanguinoso. Ma alla fine, proprio come aveva previsto Prometeo, lo schieramento di Zeus ebbe la meglio. Come punizione per aver osato sfidare le divinità, Atlante fu condannato a reggere per sempre la volta celeste sulle spalle, mentre gli altri Titani rivoltosi furono imprigionati in una fortezza nel profondo Tartaro. Prometeo, invece, fu premiato per non aver partecipato alla guerra e ottenne il permesso di accedere liberamente all’Olimpo.
Benché onorato da tale riconoscimento, Prometeo, però, continuava a preferire la compagnia dei suoi simili a quella degli dèi altezzosi e trascorreva la maggior parte del tempo sulla Terra con Epimeteo.
Zeus ignorava i sentimenti di antipatia che il Titano nutriva nei suoi confronti, e d’altra parte aveva apprezzato molto la sua lealtà, per questo un giorno lo convocò sull’Olimpo per affidargli un incarico importante.
«Ho deciso di creare una nuova stirpe mortale» annunciò in tono solenne. «A te spetterà il compito di plasmare queste nuove creature. Daremo loro il nome di “uomini”!»
Prometeo acconsentì entusiasta: finalmente avrebbe avuto compagnia sulla Terra, che al momento era quasi deserta. Scese dall’Olimpo e raggiunse l’argine di un fiume. Quindi, prese del fango e cominciò a lavorarlo. Modellò un corpo maschile e uno femminile, poi diede loro la vita con il suo soffio.
Gli uomini si moltiplicarono. Il Titano si prendeva cura delle sue creature come un padre affettuoso, e nutriva per loro un sentimento profondo. Tuttavia gli umani erano esseri rozzi, primitivi e bisognosi di educazione. Perciò, una notte Prometeo salì sull’Olimpo e rubò alla dea Atena uno scrigno in cui erano custodite la memoria e l’intelligenza. Quindi tornò sulla Terra e fece dono di quel tesoro agli uomini. Infine insegnò loro a coltivare i campi e ad allevare il bestiame e mostrò loro come orientarsi consultando gli astri nel cielo.
A Zeus non sfuggirono le attenzioni particolari che Prometeo rivolgeva agli umani. Presto il re degli dèi iniziò a indispettirsi: temeva che i nuovi abitanti della Terra, forti della protezione e dei favori del Titano, diventassero troppo potenti e irriverenti.
«Dovresti insegnare ai mortali anche a venerare gli dèi!» disse un giorno a Prometeo, dopo averlo convocato sull’Olimpo.
«E sia» rispose il Titano prontamente. «Dirò loro di fare un sacrificio in vostro onore!»
Ma Prometeo, sempre più insofferente di fronte alla superbia di Zeus, decise di approfittare dell’occasione per prendersi gioco di lui. Chiamò a raccolta gli uomini e ordinò loro di scegliere il toro più grosso che avevano e di condurlo nella città di Mecone.
«Sacrificheremo questa bestia in onore degli dèi!» spiegò quindi il Titano. Gli uomini acconsentirono.
Lo stesso Prometeo uccise il toro, lo scuoiò e con le pelli fabbricò due sacche: nella prima raccolse le carni migliori, ma le ricoprì con lo stomaco dell’animale, la parte meno buona da mangiare; nella seconda infilò soltanto le ossa, ma le nascose sotto un succulento strato di grasso. Dopo aver disposto le carni su una tavola imbandita, invitò Zeus a partecipare al banchetto.
«Gli uomini hanno sacrificato il loro toro più grande per te» disse Prometeo. «Scegli pure la parte che preferisci, loro si accontenteranno del resto!»
«La parte migliore è senz’altro questa!» commentò Zeus agguantando con prepotenza la sacca da cui spuntava il grasso. Ma, dati i primi morsi e non trovando altro che ossa, si accorse del raggiro.
«Come avete osato prendervi gioco del re degli dèi?» urlò Zeus agli uomini. «Ve ne pentirete!»
Di ritorno sull’Olimpo, il dio cominciò a camminare a grandi passi, su e giù, per la sala del trono, riflettendo su quale castigo dovesse infliggere agli uomini.
Alla fine, dopo aver meditato a lungo, decise che meritavano una punizione severa. Quindi chiamò subito Efesto, dio del fuoco, affinché lo aiutasse a portare a compimento il suo piano.
«Gli uomini si sono macchiati di una grave colpa!» disse Zeus al fabbro degli dèi. «Per questo ho deciso che saranno puniti. D’ora in poi, non dovranno più avere il fuoco, neanche una scintilla!»
«Sarà fatto!» promise Efesto. «Lo custodirò nella mia caverna!»
Da quel momento gli uomini precipitarono in un’epoca di grande tristezza e privazione. Senza il fuoco non potevano scaldarsi, né illuminare le loro dimore di notte, né cuocere il cibo per nutrirsi. Presto persero l’abitudine di imbandire banchetti: nessuno ormai aveva più voglia di ballare o di scherzare.
Prometeo assisteva impotente alla sofferenza delle sue creature, consapevole di essere l’unico responsabile di quella sciagura. Ormai si era pentito di aver scatenato l’ira di Zeus ed era deciso a rimediare al suo errore. Per questo un giorno decise di chiedere aiuto ad Atena, la dea della saggezza, e andò a farle visita sull’Olimpo.
«Divina Atena» disse inchinandosi «cosa posso fare per restituire il fuoco agli uomini?»
«Non posso aiutarti» rispose la splendida dea vestita di bianco e oro. «È stato Zeus a decidere di privarli del fuoco e io non posso oppormi alla sua volontà!»
Prometeo tentò, allora, di muovere la dea a compassione, raccontandole di quanto gli uomini fossero disperati e ammettendo di essere stato il solo ideatore dell’inganno che aveva provocato l’ira di Zeus. Atena, però, fu irremovibile e continuò a negargli il suo sostegno.
«Tuttavia…» aggiunse la dea prima di congedare Prometeo «sono sicura che presso la caverna di Efesto potrai trovare la risposta che cerchi!»
Rincuorato da quel suggerimento inaspettato, Prometeo raggiunse la fucina di Efesto. Il dio del fuoco non era presente, ma Prometeo vide la fiaccola che illuminava la caverna e decise di entrare comunque. La fiamma proiettava la sua ombra gigantesca sulla parete della grotta. Il Titano prese coraggio e si avvicinò alle fiamme divine, ne rubò qualche scintilla e scappò via.
Dopo essere tornato tra gli uomini, consegnò loro il prezioso bottino.

«Vi ho riportato ciò che Zeus vi aveva tolto ingiustamente» annunciò alla folla esultante.
Zeus, che dall’Olimpo poteva vedere tutto ciò che accadeva sulla Terra, si accorse subito del furto di Prometeo. Inizialmente, il re degli dèi se la prese con Efesto che aveva lasciato incustodito il fuoco, poi scatenò la sua rabbia contro il Titano insolente.
«Come hai potuto disobbedire al tuo sovrano?» urlò scagliando una folgore nel cielo. Un fragore mai udito fece tremare la terra. Prometeo chinò il capo in attesa della sua punizione.
«Rispondi, Titano!» ruggì ancora il re.
«Ho a cuore più gli uomini che gli dèi!» confessò Prometeo incapace di trattenersi.
«Ebbene, verrai punito per questo!» proclamò Zeus.
Il re degli dèi ordinò a Efesto di portare il Titano sulla rupe più alta del mondo, nella regione del Caucaso, e di incatenarlo a una roccia. Quindi inviò un’aquila affinché divorasse il fegato del ribelle. E perché il supplizio potesse ripetersi all’infinito, fece in modo che il fegato gli ricrescesse ogni notte e che il rapace tornasse ogni giorno a mangiarlo.
«Liberatemi da questo strazio!» gridava Prometeo invocando i fratelli. Ma nessuno poteva sentirlo né tantomeno aiutarlo.
Moltissimi anni dopo, Eracle, figlio di Zeus e della mortale Alcmena, vagava per il Caucaso e si imbatté nel Titano incatenato. Prometeo, felice di avere finalmente compagnia, ascoltò rapito la storia delle imprese di Eracle. Per espiare una terribile colpa, l’eroe era stato costretto dal re Euristeo ad affrontare una serie di missioni, una più pericolosa dell’altra, e adesso era alla ricerca dei pomi d’oro custoditi dalle figlie di Atlante, le Esperidi. Prometeo allora gli suggerì di convincere Atlante a raccogliere le mele per lui, perché nessun altro sarebbe riuscito ad accedere al giardino delle Esperidi. Eracle, grato per il consiglio, promise al Titano che sarebbe tornato per aiutarlo.
Dopo pochi giorni, Eracle tornò vincitore. «Caro Prometeo, il tuo aiuto è stato indispensabile!» disse. «Sono qui per tenere fede alla mia promessa!»
Quindi l’eroe imbracciò il suo arco e attese l’arrivo dell’aquila inviata da Zeus. Quando fu abbastanza vicina, scoccò una freccia avvelenata con il sangue dell’Idra di Lerna e colpì il rapace al petto, uccidendolo.
«Adesso tocca a te» disse poi l’eroe a Prometeo. «Se farai qualcosa per Zeus, sono certo che ti concederà il perdono e ti libererà dalle catene!»
Ma per quanto si sforzasse, Prometeo non aveva idea di che cosa fare per ingraziarsi il re degli dèi.
«Tu hai il dono della preveggenza: rivelagli qualcosa che solo tu sai» gli suggerì allora Eracle.
Allora a Prometeo tornò in mente un segreto che tanto tempo prima le tre Moire, custodi del destino di uomini e dèi, gli avevano confidato a proposito del futuro di Zeus. Il Titano non avrebbe mai voluto tradirle, ma d’altra parte desiderava recuperare la sua libertà più di ogni altra cosa. Perciò, gridando, rivelò a Zeus che se mai avesse avuto un figlio dalla ninfa Teti, quest’ultimo sarebbe stato capace di detronizzarlo.
Il re degli dèi, dall’alto dell’Olimpo, ascoltò quella preziosa profezia e decise di perdonare Prometeo.
«Da oggi in poi, porterai al dito un anello delle catene che ti hanno tenuto prigioniero, così ti ricorderai di rispettare gli dèi!» ordinò al Titano, dopo averlo liberato.
Prometeo, che aveva imparato la lezione, da quel giorno andò a vivere sull’Olimpo tra gli immortali, ma non smise mai di seguire le sorti degli uomini. Nonostante fosse lontano, continuò a proteggerli e a guidarli verso la civiltà.