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Mitologia greca

Mitologia greca. Dèi, eroi e racconti.

Trentadue racconti e cicli da leggere, dalle origini del mondo alle avventure di Ulisse. Luoghi, genealogie, personaggi e glossario per orientarsi tra le storie.

49capitoli
32racconti e cicli
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Adone e Afrodite

In un fitto bosco si consumava una terribile tragedia. Mirra, principessa di Cipro, correva tra alberi e arbusti, ferendosi il volto e le braccia tra i rovi in una fuga disperata. I capelli sconvolti e gli occhi bagnati di lacrime, cercava di scampare alla terribile punizione che l’aspettava per aver gravemente offeso suo padre, il re Cinira, sotto l’effetto di un incantesimo.

Ma quando la ragazza stava ormai per arrendersi alla furia cieca degli inseguitori, ecco che si compì un incredibile prodigio. Mani e piedi le si ricoprirono di corteccia e il corpo divenne un tronco nodoso, piegato per il dolore, mentre le lacrime si tramutavano in resina profumata. Sotto gli occhi increduli dei suoi aguzzini, Mirra si era trasformata in un albero. Gli dèi, infatti, impietositi dalla stoltezza della principessa avevano deciso di salvarla da una morte orribile.

Ma non sapevano che Mirra nascondeva un altro, terribile segreto.

Qualche tempo dopo, in primavera, in quello stesso folto bosco, ecco innalzarsi grida strazianti e lamenti disperati.

«Una donna è in pericolo!» esclamarono all’unisono le Naiadi, ninfe delle acque dolci, che si trovavano lì vicino. Le leggiadre creature accorsero trafelate, ma al posto di una fanciulla sofferente trovarono una pianta, che gemeva e trasudava una resina luccicante.

Era Mirra.

Mentre cercavano di capire perché quell’albero soffrisse come un umano, la corteccia si squarciò e dalla profonda crepa nacque un bambino bellissimo. Il piccolo aveva riccioli dorati, guance rosee e paffute e occhi brillanti da sembrare dipinti. Le ninfe, intenerite, lo adagiarono sull’erba soffice e gli si radunarono intorno, rapite da tanta bellezza.

«Il tuo nome sarà Adone» disse una di loro stringendogli una manina «e noi ci prenderemo cura di te.»

Intanto, sull’Olimpo, altre grida di dolore si libravano nell’aria…

«Eros! Attento!!!» strillava Afrodite, ferita involontariamente dal figlio con una delle sue magiche e potenti frecce.

La dea faceva bene a preoccuparsi tanto: le vittime dalle frecce di Eros erano destinate a innamorarsi del primo uomo o della prima donna su cui avessero posato lo sguardo.

«Perdonami, madre» replicò Eros mortificato, cercando di medicare la ferita.

«Per fortuna è soltanto un graffio» ribatté Afrodite, ammorbidita dalla premura dimostrata da suo figlio. Ma la dea non poteva essere più in errore! La freccia l’aveva colpita più in profondità di quanto pensasse e il sortilegio era ormai pronto a compiersi.

Mentre si riposava, Afrodite notò un gran trambusto provenire dalla Terra. Spinta dalla curiosità, si incamminò verso il suo carro, aggiogò i cigni e lasciò l’Olimpo. Poco dopo, giunse nel bosco di Mirra, dove le Naiadi le riferirono cos’era accaduto.

Non appena la dea guardò negli occhi Adone, il cuore prese a martellarle nel petto e le gambe cominciarono a tremarle. Non aveva mai visto un bimbo più bello e tenero, e da subito sentì il desiderio di accudirlo e proteggerlo. L’incantesimo di Eros aveva colpito!

«Care ninfe» esordì Afrodite senza levare lo sguardo dal bambino «vi ringrazio per esservi prese cura di Adone, ma d’ora in poi penserò io a lui. Voi tornate pure alle vostre occupazioni.»

Le ninfe sapevano che non potevano opporsi al volere di una divinità così potente, perciò loro malgrado obbedirono. Ma mentre si allontanavano sotto lo sguardo soddisfatto di Afrodite, era impossibile non leggere nei loro volti una profonda delusione.

Adone crebbe forte e bellissimo: aveva una chioma folta e riccioluta e gli occhi grandi e vispi. Era alto e muscoloso e divenne un abile cacciatore.

Con il passare del tempo, i sentimenti di Afrodite nei suoi confronti si fecero ancora più ardenti: la dea lo adorava e gli dedicava mille attenzioni, destando in questo modo la feroce gelosia del suo amante, Ares, il dio della guerra.

Per occuparsi di Adone, Afrodite trascurava i propri doveri e ormai capitava sempre più di rado di vedere il suo leggiadro cocchio sorvolare il cielo intorno all’Olimpo.

Adone ricambiava i sentimenti di Afrodite. I due erano inseparabili, anche durante le quotidiane battute di caccia del giovane.

La dea intrecciava la sua lunga chioma, arrotolava la tunica fin sopra le ginocchia e partiva con Adone all’inseguimento di lepri selvatiche e cervi dalle grandi corna. Insieme si addentravano nelle selve più intricate, correvano tra i cespugli e guadavano i ruscelli, preceduti da una muta di cani fedeli. E ogni volta facevano ritorno con un ricco bottino di selvaggina.

Presto, però, Adone si stancò delle solite facili prede: voleva mettersi alla prova cacciando un cinghiale, un orso o addirittura un leone.

«Amore mio, il coraggio non è sufficiente per domare una belva feroce» lo ammonì Afrodite. «Non è saggio sfidare una creatura che la natura ha fatto più forte di te. Se continui con queste fantasie, correrai grossi rischi. Anzi, li correremo entrambi!»

«Per niente al mondo, mia cara, vorrei che ti accadesse qualcosa» replicò Adone scosso da quelle parole. «Sei la cosa più importante per me.»

«Allora giurami che starai lontano dagli animali pericolosi, perché se ti succedesse qualcosa, mi si spezzerebbe il cuore.»

«Te lo giuro» rispose Adone commosso.

Nei mesi a seguire, però, il bel cacciatore riusciva sempre meno a tenere a bada la propria smania di avventure, e presto dimenticò la promessa fatta.

Una mattina d’estate, scorse le tracce di un leone allontanatosi dal branco. Era la sua grande occasione! Partì all’inseguimento, ma un attimo prima di raggiungere la preda, sopraggiunse Afrodite, che lo portò in salvo appena in tempo. Il leone, infatti, con un balzo fulmineo e le fauci spalancate stava per avventarsi il giovane.

La dea condusse Adone in una radura e lo invitò a sedere all’ombra della chioma di un pioppo.

«Oggi hai rischiato la vita» disse Afrodite scura in volto. «Io conosco bene la ferocia dei leoni perché ho potuto vederne due da vicino. E forse, dopo che avrai ascoltato la mia storia, anche tu ti renderai conto di quanto queste belve possano essere spaventose.»

Afrodite si sedette accanto ad Adone e cominciò a raccontargli la vicenda di Atalanta, la donna più veloce al mondo.

«Il padre di Atalanta insisteva perché la fanciulla si sposasse, ma lei non intendeva prendere marito e pose una condizione: chiunque avesse voluto sposarla, avrebbe prima dovuto batterla in una gara di corsa.

«Si fecero avanti innumerevoli pretendenti, giovani aitanti e muscolosi, eppure nessuno si dimostrò all’altezza della ragazza, che quando correva pareva volare. I suoi calzari sembravano alati e la sua chioma un ammasso di fulmini.

«Un giorno si presentò un pretendente di stirpe divina: si chiamava Ippomene ed era il nipote del dio Poseidone. Il ragazzo era profondamente innamorato di Atalanta e, sapendo che da solo non sarebbe mai riuscito a batterla, invocò il mio aiuto. Mi lasciai commuovere dall’amore e dal coraggio del giovane, così gli donai tre pomi d’oro e gli suggerii di lasciarli cadere lungo il percorso della gara, per distrarre e rallentare Atalanta.

«La mia idea si rivelò vincente e Ippomene batté la fanciulla, che però non si mostrò affatto addolorata per essere stata sconfitta, anche perché nel frattempo si era innamorata del suo pretendente.

«I due si sposarono poco dopo e fecero una grande festa. Ma Ippomene dimenticò di ringraziarmi: ormai aveva ottenuto quello che voleva! Ero terribilmente offesa, e quando seppi che anche la terribile dea Cibele era infuriata con loro non feci niente per fermarla. E lei trasformò la coppia di sposi in due leoni ferocissimi.

«Ho potuto vedere da vicino le loro dita incurvarsi in artigli appuntiti, i visi docili mutarsi in grugni incattiviti e l’umanità lasciare spazio all’efferatezza delle bestie!» concluse la sua storia Afrodite. «Non dimenticherò mai quello spettacolo terribile.»

Adone rimase in silenzio, profondamente turbato dal racconto.

«Stai alla larga dagli animali feroci» aggiunse Afrodite. «La tua bellezza può soggiogare gli esseri umani, il coraggio può aiutarti con le prede più deboli, ma nessuna di queste qualità potrà salvarti dalla ferocia di una belva!»

Anche questa volta, tuttavia, le parole della dea erano destinate a rimanere inascoltate.

Un giorno in cui sentiva la nostalgia del vento sul viso e dei suoi amati cigni, Afrodite decise di fare un giro a bordo del proprio cocchio. «Torno presto, mio amato» disse ad Adone prima di lasciarlo. «Abbi cura di te.»

Adone, rimasto solo, si incamminò nei boschi per la sua consueta battuta di caccia.

Non aveva intenzione di disobbedire alla dea, ma a un tratto i suoi cani dal fiuto infallibile stanarono un grosso cinghiale e il cacciatore non seppe resistere alla tentazione di colpirlo. Lo trafisse al fianco con un colpo netto ed esultò pensando di averlo ucciso.

La bestia, invece, addentò la lancia di Adone e riuscì a strapparla via dalla ferita, poi si rialzò e partì alla carica contro il cacciatore. Quel cinghiale, infatti, era il dio Ares, che aveva deciso di togliere di mezzo il suo rivale in amore.

Adone fuggiva disperato, ma la bestia era troppo veloce per lui e quando lo raggiunse gli infilzò le zanne appuntite nella gamba destra.

Afrodite dall’alto udì le urla di Adone e, immediatamente, diede ordine ai suoi cigni di riportarla da lui.

Appena lo vide riverso a terra e sanguinante, capì di essere arrivata troppo tardi e che per il giovane ormai non c’era più niente da fare.

Allora, disperata, si rivolse agli dèi. «Voi che avete trasformato Mirra in una pianta, concedetemi di mutare il mio amato in un fiore che gli somigli, così che il suo ricordo non possa mai svanire».

Detto ciò, Afrodite versò un nettare profumato sopra il sangue del povero cacciatore, che in quell’istante si trasformò in uno splendido anemone di colore vermiglio. Il vento ne disperse in fretta i petali, ma da allora l’anemone, un fiore delicato e fragile proprio come Adone, rifiorì ogni estate più bello che mai.

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