← Tutti i riassunti

Mitologia greca

Mitologia greca. Dèi, eroi e racconti.

Trentadue racconti e cicli da leggere, dalle origini del mondo alle avventure di Ulisse. Luoghi, genealogie, personaggi e glossario per orientarsi tra le storie.

49capitoli
32racconti e cicli
Come studiareCerca un argomento oppure apri un capitolo dall’indice. I titoli ti portano direttamente alla spiegazione corretta.

Il cavallo di Troia

Tanto tempo fa, in un’epoca contraddistinta dalle imprese di eroi valorosi e impavidi, il figlio del re di Troia, Paride, si era invaghito di Elena, che oltre a essere la fanciulla più bella di tutta la Grecia era anche la moglie del re di Sparta, Menelao. Con l’aiuto di Afrodite, che gli aveva fornito una pozione magica, Paride aveva sedotto Elena e l’aveva convinta a lasciare Sparta per fuggire con lui. Poco tempo dopo, con il benestare di Priamo, re di Troia, i due innamorati si erano sposati.

Da quando l’amata moglie era stata rapita, Menelao non si dava pace. Un giorno, folle di dolore, si recò dal fratello Agamennone, perché lo aiutasse a vendicarsi del grave torto subito. «Chiama a raccolta tutti i principi della Grecia!» lo supplicò. «Insieme dichiareremo guerra a Paride e a tutta la città di Troia.»

«Come desideri» rispose Agamennone e subito inviò i suoi araldi presso ogni corte reale, per diffondere la notizia del rapimento di Elena e invitare i principi greci a prendere parte alla guerra.

Tutti i sovrani risposero al suo appello e si recarono al porto di Aulide, in Beozia, scortati dai loro eserciti: Agamennone fu nominato capo della spedizione. Furono necessari due anni per preparare la flotta che avrebbe solcato il mare in direzione di Troia.

Intanto, Paride ed Elena vivevano felici, ignari dell’imminente tragedia che stava per colpirli. Soltanto Ettore, il saggio e valoroso fratello maggiore di Paride, era in pensiero: sapeva che Menelao era molto potente e che non avrebbe perdonato l’affronto subito. Perciò cominciò a preparare il suo esercito, perché fosse pronto a respingere l’assalto del nemico.

Dopo un lungo viaggio, le navi di Agamennone approdarono nella Troade. I soldati sbarcarono e marciarono compatti verso la città, e quando arrivarono sotto le sue mura, trovarono l’esercito troiano schierato e pronto a combattere. Fu l’inizio di un conflitto cruento. Tra i guerrieri greci spiccavano Ulisse, re di Itaca, e Achille, il temerario figlio della nereide Teti, che aveva il dono dell’invulnerabilità; mentre tra i troiani si distingueva Ettore, che guidava le sue truppe senza mai risparmiarsi.

Per nove anni i due schieramenti combatterono lunghe battaglie all’ultimo sangue, ma nessuno riuscì mai ad avere la meglio: i greci, sostenuti da Atena e da Era, non riuscivano a penetrare all’interno delle mura della città, mentre i troiani, appoggiati da Afrodite, non riuscivano a scacciare definitivamente i nemici.

Gli abitanti della città erano provati da quell’assedio che pareva interminabile, e Paride si sentiva sempre più responsabile delle loro sofferenze. Una sera, quindi, al termine della battaglia si avvicinò all’accampamento nemico per proporre un accordo agli avversari.

«Menelao, ti sfido a duello» disse il principe troiano. «Chi di noi vincerà, potrà tenersi Elena.»

Menelao, anch’egli stanco di quel conflitto lungo e sanguinoso, decise di accettare. «D’accordo!» esclamò. «Che la guerra finisca oggi stesso!»

Il duello ebbe inizio: gli sfidanti si affrontarono armati di lance. Menelao era molto più abile e allenato nel combattimento e presto si trovò in vantaggio. Stava per infliggere a Paride il colpo fatale, quando la dea Afrodite intervenne e mise in salvo il troiano. La rabbia dei greci per quell’intrusione divina fu incontenibile e lo scontro tra gli eserciti riprese più furioso di prima.

Nei giorni successivi entrambi gli schieramenti accusarono gravi perdite. Anche Patroclo, grande amico di Achille, cadde in battaglia. Per vendicarlo, il figlio di Teti si scagliò sui troiani con una forza e una crudeltà mai vista prima. Uccise un soldato dopo l’altro e alla fine si ritrovò a faccia a faccia con Ettore. Quest’ultimo sapeva che Achille era invulnerabile, ma non si tirò indietro. Al contrario, sfidò il nemico apertamente. Lo raggiunse più volte con la spada, ma non riuscì mai a ferirlo. Alla fine, approfittando della stanchezza dell’avversario, Achille mise a segno un colpo violentissimo ed Ettore morì all’istante.

Ora che aveva perso il suo guerriero più valoroso, l’esercito di Troia era allo sbando. Il dio Apollo, impietosito, decise di correre in aiuto dei troiani e svelò a Paride che Achille aveva un punto debole: quando la madre lo aveva immerso ancora in fasce nel fiume Ade per donargli l’invulnerabilità, aveva dimenticato di bagnare anche il tallone per cui lo reggeva.

Paride decise di approfittare subito di quella preziosa informazione e durante la battaglia successiva, armato del suo arco, colpì l’eroe greco proprio al tallone. Achille stramazzò al suolo privo di vita. Entrambi gli eserciti smisero di combattere per rendere omaggio all’eroe. Sul campo di battaglia giunse perfino l’eco del pianto di Teti.

Il morale delle truppe greche era a terra: i soldati erano convinti di combattere una guerra inutile e dannosa, che portava solo morte e nessun vincitore. Agamennone, allora, pensò di rivolgersi al veggente greco Calcante e chiedergli come sconfiggere una volta per tutte i troiani.

«Non posso aiutarti» gli disse, però, Calcante. «L’unico che può risponderti è l’indovino Eleno, figlio di re Priamo, il vostro nemico!»

«Dobbiamo costringerlo a parlare!» rifletté Agamennone e ordinò ai suoi uomini di rapire Eleno e di portarlo all’accampamento greco quella sera stessa.

Il giovane figlio di Priamo era esile e più avvezzo alle arti divinatorie che alla guerra. Al cospetto di Agamennone e degli altri guerrieri greci, tremava come una foglia.

«Svelaci come sconfiggere i troiani e ti sarà risparmiata la vita!» disse Agamennone.

«Dovete appropriarvi delle armi che Filottete ha ricevuto in dono da Eracle!» rivelò Eleno a malincuore. «Quindi, dovrete rubare il Palladio, la statua di legno di Atena, dal tempio dell’Acropoli troiana, per ottenere i favori della dea. E infine, dovrete entrare dentro le mura della città!» Subito dopo, sopraffatto dal senso di colpa per aver tradito il suo popolo, svenne.

Agamennone inviò subito Ulisse a cercare Filottete. Quest’ultimo era partito con i principi greci alla volta di Troia nove anni prima, ma dopo essersi ferito era stato abbandonato dai compagni sull’isola di Lemno. Quando vide arrivare il re di Itaca, Filottete, ancora infuriato per il trattamento subito, si rifiutò di consegnargli le armi di Eracle, ma Ulisse riuscì a prendergliele con la forza e tornò all’accampamento.

La prima missione era compiuta, adesso bisognava rubare la statua di Atena.

«Ci penso io, Agamennone!» si offrì di nuovo Ulisse. «Mi intrufolerò in città travestito da mendicante quindi studierò la via migliore per raggiungere il tempio!»

Il re di Itaca, mascherato, riuscì a superare le mura troiane indisturbato. Giunse nella piazza del mercato e mentre la attraversa incrociò lo sguardo di una donna bellissima: era Elena.

«Chi sei?» domandò insospettita la moglie di Paride, facendo voltare tutti i presenti.

«Sono solo un povero mendicante, signora» rispose Ulisse, chinando il capo.

«Allora vieni con me a palazzo, mi prenderò cura di te» lo esortò Elena con uno strano sguardo.

Ulisse non sapeva se fidarsi, ma non avendo altra scelta decise di seguirla.

«Non ti credo!» esclamò Elena quando si trovarono soli a palazzo. «Tu non sei un mendicante. Dimmi la verità!»

Ulisse allora confessò di far parte dell’esercito di Agamennone e le rivelò i suoi piani. Elena, che da tempo rimpiangeva di aver abbandonato il marito, decise di aiutarlo e gli mostrò come raggiungere l’Acropoli senza essere visto. Quella notte stessa, Ulisse e Diomede entrarono a Troia passando dal condotto delle fogne, raggiunsero il tempio di Atena e portarono via la sua statua.

Quando rientrarono all’accampamento greco con il bottino, furono accolti dalle grida di esultanza degli altri soldati. Adesso che avevano il favore di Atena, occorreva un piano per penetrare all’interno delle mura.

Quella notte, la dea apparve in sogno a Ulisse e gli suggerì un’idea molto fantasiosa. Il giorno dopo, il re di Itaca, si recò presso il laboratorio dell’artigiano Epeo, pregandolo di costruire un enorme cavallo di legno, tanto grande da contenere un intero battaglione di soldati.

Epeo riuscì a completare l’opera in pochi giorni. Predispose delle aperture nascoste ai lati del ventre e, come aveva richiesto Ulisse, incise sulla groppa la scritta: DAI GRECI PER LA DEA ATENA E I TROIANI.

Agamennone scelse i soldati più coraggiosi e ordinò loro di nascondersi all’interno del cavallo; quindi, affidò a Ulisse il comando della missione e disse ai soldati rimasti all’accampamento di tornare alle navi e di nascondersi nel vicino golfo di Tenedo.

Quando i troiani si accorsero che l’accampamento dei greci era stato smantellato, pensarono che finalmente i nemici si fossero arresi e, con circospezione, uscirono dalle mura. Appena fuori dalle porte principali, trovarono il cavallo di legno, e immaginarono che fosse un dono lasciato dagli avversari per compensare il lungo assedio.

Tutti insieme cominciarono a spingere la gigantesca scultura. Era così grande che dovettero, abbattere le porte della città per permettere il suo passaggio. La trascinarono fino all’Acropoli e la sistemarono accanto al palazzo di re Priamo.

Il popolo festante accorse ad ammirare il dono lasciato dai nemici sconfitti. Cassandra, la figlia di Priamo che era stata condannata dagli dèi a non essere mai creduta, si fece largo tra la folla gridando. Grazie alle sue doti divinatorie, sapeva che nel ventre del cavallo si nascondevano i guerrieri greci e tentò in ogni modo di mettere in guardia gli altri, ma nessuno diede importanza al suo avvertimento. I troiani si dedicarono per tutto il giorno ai festeggiamenti, certi che ormai la guerra fosse soltanto un lontano ricordo.

A notte fonda, finalmente, i troiani si addormentarono. In quel momento un soldato greco rimasto sulla spiaggia accese un rogo sul sepolcro di Achille per segnalare alla flotta nascosta di rientrare. Nello stesso istante, i guerrieri greci uscirono dal ventre del cavallo e corsero ad aprire le porte della città perché i rinforzi potessero entrare. Migliaia di soldati armati si sparsero per le vie di Troia, uccidendo tutti coloro che incontravano sul loro cammino. Gli ingenui troiani, colti alla sprovvista, non ebbero modo di organizzare una difesa e tentarono invano di respingere l’assalto. Durante gli scontri, anche Paride fu colpito a morte da una delle frecce di Filottete appartenute a Eracle.

Elena provò a nascondersi, ma Menelao riuscì a trovarla. Felice di poterla finalmente riabbracciare, decise di perdonarla e accettò di riportarla con sé a Sparta.

Il massacro andò avanti per tutta la notte. All’alba, i greci tornarono trionfanti sulle loro navi, lasciando una città deserta e devastata dalle razzie e dagli incendi.

Troia non sarebbe più risorta da quell’atroce sconfitta, ma la stirpe troiana non era destinata a scomparire. Nella notte, l’unico superstite della famiglia reale, il giovane Enea, era fuggito a bordo di una nave. Un lungo viaggio lo attendeva, pieno di incontri e di peripezie. E un giorno, dopo essere approdato sulle coste italiche, Enea avrebbe fondato una nuova civiltà in ricordo della città perduta.

Torna all’inizio ↑

Ripetizioni personalizzate · Da 15€/h

Un dubbio da chiarire?
Studiamolo insieme.

Offro lezioni personalizzate per studenti delle superiori e dell’università: spiegazioni chiare, esercizi guidati e un metodo costruito sulle tue esigenze. Scopri le materie e le tariffe, oppure prenota una lezione per lavorare sul tuo programma.