Il mito di Narciso
Tra gli alti monti dell’Aonia viveva Liriope, una ninfa incantevole dalla lunga chioma bionda striata di azzurro. Insieme alle sue sorelle Naiadi, governava le acque dolci del mondo e trascorreva le giornate esplorando i fiumi incontaminati della terra.
Un giorno, mentre passeggiava tra le valli fertili della Focide, scorse un dio sconosciuto a pochi passi da lei. Se ne stava seduto sulla riva del fiume Cefiso, il torace scoperto e le gambe muscolose immerse nell’acqua. I riccioli bruni celavano solo in parte gli occhi bellissimi che fissavano la ninfa rapiti e un bel sorriso aleggiava sulle sue labbra.
«Ninfa Liriope!» disse il misterioso dio. «È un onore ricevere la tua visita!»
«Ti ringrazio» rispose la ninfa accennando un inchino. «Qual è il tuo nome?»
«Sono Cefiso, il protettore di questo fiume. Perché non entri in queste acque tranquille, potrai rinfrescarti…»
Il sole splendeva alto nel cielo e Liriope era ancora accaldata per la lunga passeggiata. Non era la prima volta che una delle divinità dei fiumi la invitava a rinfrescarsi nelle proprie acque, per cui raccolse i capelli, avanzò fino alla riva e si tuffò. Non appena la ninfa mosse le prime bracciate, Cefiso cominciò ad agitare le acque, generando correnti e vortici che spinsero Liriope direttamente tra le sue braccia.
Qualche tempo dopo, da quell’incontro, nacque un bambino talmente bello da suscitare l’amore di tutti a prima vista. Liriope lo chiamò Narciso e ansiosa di conoscerne la sorte decise di consultare un famoso indovino, il cieco Tiresia. «Dimmi che mio figlio avrà una vita lunga e prospera!» lo supplicò Liriope cullando il piccolo tra le braccia.
«Avrà vita lunga solo se non conoscerà mai se stesso!» sentenziò Tiresia, dopo un interminabile silenzio. E senza aggiungere altro, congedò la donna.
Né Liriope, né le altre ninfe sorelle seppero interpretare le parole del veggente. Quella profezia sembrava indecifrabile.
Il giorno dopo, Liriope si recò da Cefiso per chiedere il suo parere. «Che cosa significa, secondo te, che vivrà solo se non conoscerà mai se stesso?» domandò.
«Forse che Narciso non dovrà mai conoscere il proprio aspetto…» rifletté Cefiso. «Ma che pericolo può esserci nel vedere la propria immagine riflessa?»
«Non lo so» replicò Liriope pensierosa «ma sarà meglio non correre rischi!»
E così la ninfa tornò nel suo palazzo e diede ordine alla servitù di coprire ogni specchio e ogni lastra d’argento.
Trascorsero sedici anni e Narciso crebbe bello e affascinante, senza mai poter vedere la propria immagine. Al suo passaggio, ogni fanciulla si innamorava perdutamente e anche le ninfe del bosco e delle acque cadevano ai suoi piedi. Ma nonostante i tratti dolci del viso, Narciso era scontroso e superbo e respingeva con modi bruschi chiunque provasse ad avvicinarlo. Nessuno aveva mai ricevuto alcuna attenzione da lui. Il ragazzo non sapeva cosa fosse l’amore, amava solo se stesso.
Non avendo amici, passava le giornate in solitudine cacciando nei boschi. Un giorno, mentre era all’inseguimento di un cervo, attirò l’attenzione di Eco, la ninfa che non poteva parlare.
In un tempo lontano, a dire il vero, Eco era stata famosa per la parlantina e per l’inclinazione al pettegolezzo, ma proprio quelle grandi doti di affabulatrice erano state causa della sua rovina. Un giorno, infatti, Zeus le aveva chiesto di distrarre la potente moglie Era con i suoi racconti mentre lui era impegnato a corteggiare un’altra dea; Era, però, aveva scoperto l’inganno e si era vendicata infliggendo a Eco una punizione terribile. «D’ora in poi» le aveva detto «con quella terribile linguaccia, potrai soltanto duplicare i suoni che giungeranno alle tue orecchie e non potrai parlare se non al termine dei discorsi altrui.»
Ecco perché Eco, pur essendosi innamorata di Narciso all’istante, non osò avvicinarsi. Cominciò a seguirlo ogni giorno nelle sue battute di caccia, spiandolo da lontano con sguardo adorante.
Un pomeriggio, mentre era nascosta dietro un grosso faggio, smosse inavvertitamente le foglie di un cespuglio provocando un leggerò fruscio.
«C’è qualcuno?» chiese Narciso avvicinandosi al faggio.
«Qualcuuuno…» ripeté Eco.
«Chi sei?» chiese il giovane quando scorse la ninfa inginocchiata dietro l’albero.
«Seeei…» replicò Eco, che trovandosi a così breve distanza da Narciso, non seppe resistere alla tentazione di gettargli le braccia al collo.
«Toglimi subito le mani di dosso, orribile ninfa!» strillò il giovane spingendola a terra. «Vattene via!»
«Viaaa…» disse Eco scoppiando in lacrime, mentre Narciso, dopo averle lanciato un ultimo sguardo carico di disprezzo, si allontanava correndo.
Sopraffatta dalla vergogna, Eco decise che nessuno l’avrebbe più vista in volto e si ricoprì di foglie. Poi andò a rifugiarsi in un antro sperduto della terra, dove lentamente cominciò a consumarsi per il dolore. Fino a quando il suo corpo si dissolse e di Eco rimase solo la voce.
Narciso non si lasciò turbare dalla tragica sorte della povera ninfa e, anzi, riservò lo stesso trattamento crudele alle numerose ninfe che in seguito si innamorarono di lui. Ciononostante era sempre riverito da tutti, in particolare da Liriope, che, memore della profezia di Tiresia, vegliava su di lui per tenerlo lontano dai pericoli.
Un giorno, però, le ninfe umiliate da Narciso decisero di chiedere l’intercessione di Nemesi, dea della giustizia riparatrice, affinché quel giovane tronfio pagasse per il dolore che aveva causato.
«Ti imploriamo di vendicare i nostri cuori infranti» chiesero. «Che anche Narciso possa innamorarsi senza essere ricambiato!»
Nemesi ascoltò le loro preghiere e ritenendole giuste acconsentì a esaudirle.
Fu così che nel corso di una delle sua battute di caccia, Narciso trovò sul suo cammino una fonte dalle acque limpide e argentee a cui nessuno si era mai accostato prima. La superficie di quel lago appariva immobile e perfetta come uno specchio, perché la vegetazione fitta che era cresciuta tutt’intorno impediva al sole di riflettervi i suoi raggi.
Il ragazzo, attratto dalla bellezza di quel laghetto e accaldato per la fatica della caccia, decise di fermarsi a bere un po’ d’acqua. Si avvicinò alla fonte, e non appena si sporse oltre la riva sentì il cuore sussultare: si era innamorato a prima vista della propria immagine riflessa.
Cominciò a contemplare quel volto, come impietrito, estasiato dal colorito roseo delle guance, dal candore del collo, dalla lucentezza degli occhi. Ogni dettaglio dell’immagine contribuiva ad accrescere i suoi sentimenti. In preda all’euforia, prese a parlare al suo volto specchiandosi nell’acqua.
«Come sei bello! Chi sei?» diceva con un tono dolce che non aveva mai riservato a nessuno. «Non essere timido, parla con me!»
Non ricevendo risposta, allungò una mano per toccare l’oggetto del suo amore, ma quando le sue dita sfiorarono l’acqua, le acque s’incresparono e l’immagine per un attimo si dissolse. «Dove scappi, amore? Torna qui!» gridò Narciso, temendo di aver perso il suo amato per sempre.
Trascorsero altre ore, ma né il sonno né la fame riuscirono a distoglierlo dalla fonte. Steso sull’erba, il capo proteso verso l’acqua, continuava a parlare con l’immagine ingannevole riflessa sulla superficie.
«Ogni volta che avvicino il mio viso, anche tu sporgi il tuo verso di me. Ma quando le mie labbra toccano l’acqua, scompari!» strepitava. «Perché mi illudi così? Sei crudele!»
«Solo un velo d’acqua ci separa» proseguiva sempre più in preda al delirio. «Perché non vieni fuori?»
Scese la notte e Narciso arrivò perfino a implorare l’aiuto della natura che lo circondava. «Alberi, selve, stelle…» invocò fra i singhiozzi. «Voi che siete testimoni della vita degli uomini, avete mai visto qualcuno che ami più di quanto io amo questo fanciullo? Convincetelo a venire fuori da quelle acque per conoscermi e io, da oggi in poi, sarò generoso con ogni essere vivente!»
Ma nessuno avrebbe potuto aiutare Narciso, nemmeno Zeus. La vendetta di Nemesi era stata implacabile: Narciso si era innamorato di qualcuno che non avrebbe mai potuto avere: se stesso.
Liriope, non avendo visto rientrare Narciso, iniziò a vagare per i boschi, tormentata da presentimenti nefasti. «E se si stesse avverando la profezia dell’indovino Tiresia?» chiese a Cefiso, dopo averlo raggiunto nei pressi del suo fiume.
«Non ci sono specchi nel bosco!» replicò Cefiso. «E poi Tiresia non è che un vecchio pazzo.»
Le parole di Cefiso, tuttavia, non riuscirono a rassicurare Liriope, che continuò a cercare il figlio per i boschi. Ma Narciso era molto distante e ormai nemmeno la madre avrebbe potuto salvarlo, perché la sua ossessione l’aveva reso folle in modo irreversibile.
«Mi guardi quando ti guardo, sorridi quando sorrido e piangi quando piango» gridava, mentre le lacrime gli rigavano le guance. «Se ricambi il mio amore, perché non vuoi parlare con me?»
Il suo dolore era così struggente che persino lo spirito di Eco si commosse. E ogni volta che Narciso sospirava: «Ahimè», lei restituiva il suo dolore con maggiore intensità. «Ahimèee.»
All’alba Narciso, ormai sfinito, cadde a terra privo di vita. La profezia di Tiresia si era svelata: chi ama solo se stesso è destinato a morire solo e in disgrazia.
Quando finalmente, Liriope giunse alla fonte che aveva incantato Narciso, al posto del figlio, trovò uno splendido fiore dai petali bianchi e setosi. Gli dèi, che non avevano voluto sprecare la bellezza di Narciso, diedero il suo nome a quel fiore unico.
La sua anima invece finì negli Inferi e continuò a contemplare la propria immagine, riflessa nelle acque dello Stige, per l’eternità.