Il vaso di Pandora
Dopo aver punito duramente Prometeo per il furto del fuoco, non contento Zeus volle vendicarsi anche degli uomini che avevano osato prendersi gioco di lui. Di nuovo, dunque, convocò Efesto nella sala del trono perché lo aiutasse a mettere in pratica il suo piano.
«Dimmi, cosa devo fare?» domandò il dio del fuoco, chinando il capo di fronte al re degli dèi.
«Torna nella tua fucina, e mescola terra e acqua» esordì Zeus. «Con il fango che otterrai, dovrai plasmare il corpo di una donna. Quindi, dopo averle dato vita con il soffio divino, la porterai qui in cima al Monte Olimpo, perché io possa vederla.»
Efesto ignorava la ragione di quella richiesta, ma non fece domande e si recò subito nel suo laboratorio, per mettersi al lavoro. La sua fucina si trovava all’interno di una caverna: era un luogo avvolto dalle ombre e intriso di mistero, traboccante di strumenti da fabbro e di metalli preziosi. Accostate alle pareti rocciose, c’erano anfore colme di acqua limpida e, al centro, si ergeva la torcia sacra, unica fonte di luce della grotta.
Come gli aveva ordinato Zeus, il deforme Efesto mescolò terra e acqua e diede al composto ottenuto la forma di una donna alta, sinuosa e dai lineamenti delicati. Con un soffio, il fango divenne pelle rosata e gli occhi spenti presero a brillare di vita.
«Dove mi trovo? Chi sei tu?» chiese la donna, appena prese coscienza di essere viva.
«Sono il dio del fuoco e ti ho creata per ordine di Zeus, il re degli dèi» rispose Efesto. «Dovrai venire con me al suo cospetto, poiché ti attende sul Monte Olimpo.»
La donna volle una veste per coprirsi e un fermaglio per legare la lunga chioma bruna; e, una volta pronta, seguì Efesto fuori dalla caverna.
«Zeus, ecco la fanciulla che mi hai chiesto!» annunciò il dio del fuoco, quando entrò nella sala del trono.
«Hai fatto un ottimo lavoro!» esclamò Zeus osservando la giovane, che era bella come un cielo stellato. «Ancora qualche piccolo ritocco e poi la manderò dagli uomini!»
«Sarà lei la punizione del genere umano?» osò chiedere Efesto, che non riusciva a comprendere come quella splendida creatura potesse essere considerata un castigo.
«Sarà la loro maledizione» replicò Zeus misterioso. «È il suo destino!»
In quel momento, fecero il loro ingresso nella sala del trono le altre divinità del Monte Olimpo, tutte curiose di ammirare da vicino la splendida sconosciuta che accompagnava Efesto.
Zeus invitò ogni dio e ogni dea a fare un dono speciale alla fanciulla, perché la sua maledizione potesse diventare ancora più irresistibile agli occhi degli uomini.
«Io ti offro la grazia e l’arte della seduzione» propose subito Afrodite, dea dell’amore.
«Io ti dono i più ricchi ornamenti che una donna possa desiderare» disse invece Atena, dea della saggezza, mettendole al collo una collana di smeraldi luccicanti.
Subito dopo intervenne Ermes, il messaggero degli dèi, che offrì alla fanciulla l’astuzia, mentre Apollo le insegnò l’arte del canto.
Gli altri dèi non furono da meno e, quando ognuno ebbe consegnato il proprio dono, Zeus esclamò soddisfatto: «Perfetto! Adesso è pronta».
«Manca ancora qualcosa» suggerì Atena. «Dobbiamo darle un nome.»
«Hai ragione» convenne Zeus. «La chiameremo Pandora, che significa “piena di doni”!»
Felice del suo nome e di tutti i regali che aveva ricevuto, la ragazza fu invitata a trascorrere la sua prima notte nello splendore del Monte Olimpo, tra gli dèi.
L’indomani mattina, Zeus la convocò per comunicarle che sarebbe diventata la moglie di Epimeteo, l’unico Titano che viveva ancora sulla Terra, tra gli uomini. Pandora accettò di buon grado, ma prima di lasciarla andare, il re degli dèi le consegnò un ultimo regalo.
«Lo porterai sulla Terra con te e lo offrirai a tuo marito come dono di nozze» le disse porgendole un vaso chiuso.
«Cosa contiene?» chiese la fanciulla.
«Non posso dirtelo» rispose con un sorriso ambiguo. «Ricordati che non dovrai mai aprirlo per nessuna ragione!»
Pandora promise che avrebbe consegnato il vaso a Epimeteo e giurò che non avrebbe mai cercato di scoprire che cosa contenesse.
Nel frattempo, Epimeteo fu informato da Ermes che, per decisione di Zeus, presto avrebbe avuto in moglie una giovane donna meravigliosa. Il Titano inizialmente cercò di rifiutare: più volte, il fratello Prometeo lo aveva messo in guardia dalle perfide manovre di Zeus. Ma in seguito, per non rischiare di scatenare le sue ire, accettò di conoscere la ragazza.
Pandora si presentò avvolta in una morbida tunica, con i capelli bruni intrecciati a filamenti d’oro, e le labbra, rosse come le fragole, distese in un ampio sorriso. Quando Epimeteo la vide, rimase incantato da tanta bellezza e, abbandonando ogni timore, accettò immediatamente di sposarla.
«Questo vaso è il dono di nozze che ti manda Zeus» gli spiegò allora Pandora. «Lo custodiremo nella nostra dimora, ma non dovremo mai aprirlo!»
Epimeteo, che non avrebbe mai osato contraddire il re degli dèi, prese l’anfora, la portò subito nella sua reggia e la nascose nella sua stanza, dove nessuno poteva accedere.
Qualche tempo dopo, furono celebrate le nozze. Gli uomini che presero parte ai festeggiamenti rimasero abbagliati dallo splendore della sposa e si congratularono con Epimeteo.
Il banchetto si protrasse per qualche giorno e Pandora riuscì presto a farsi amare da tutti. Anche in seguito, quando andò a vivere nel palazzo di Epimeteo, si dimostrò una moglie amorevole e premurosa e si guadagnò la fiducia del marito, che le concesse di accedere liberamente alle sue stanze private.
Ma Pandora non era perfetta come sembrava. Il suo difetto più grande era la curiosità, che la spingeva a ficcare il naso dove non doveva. Spesso, infatti, si spingeva fino alla stanza di Epimeteo e frugava tra i suoi oggetti. Ogni volta che vedeva il vaso misterioso, sentiva un desiderio irrefrenabile di aprirlo, ma poi si allontanava, per paura di indispettire il re degli dèi.
Un giorno, il marito uscì di buon’ora per andare a caccia di cinghiali, lasciandola da sola in casa. La fanciulla si aggirava per il palazzo annoiandosi terribilmente e, giunta nella stanza personale di Epimeteo, si trovò per l’ennesima volta al cospetto del misterioso regalo di Zeus.
«E se gli dessi soltanto una sbirciatina?» disse tra sé e sé avvicinandosi all’anfora. La prese tra le mani e, incapace di resistere oltre, sollevò il coperchio.
Immediatamente, un fascio di luce le illuminò il volto, e una nube gigantesca invase la stanza insieme a un coro di grida e di lamenti.
Spaventata, Pandora tentò invano di richiudere il coperchio, ma ormai era troppo tardi: tristezza, vecchiaia, malattia, follia, invidia e tanti altri mali erano usciti come spettri dal vaso e si stavano già diffondendo in tutto il mondo. Soltanto la Speranza rimase incastrata sul fondo.
Gli esseri umani, che fino ad allora avevano vissuto liberi dalle preoccupazioni e dagli affanni, furono travolti da tutte quelle sciagure e per la prima volta conobbero la disperazione.
Dal suo trono sull’Olimpo, Zeus assisteva soddisfatto alla disfatta dei mortali. «La punizione degli uomini è compiuta!» disse a Efesto che sedeva accanto a lui.
«Sapevi che Pandora non avrebbe rispettato la promessa, vero?» gli chiese il dio del fuoco.
«Curiosa com’è per natura, ero certo che non avrebbe resistito alla tentazione di aprire un vaso dal contenuto ignoto!» replicò Zeus sogghignando.
«E adesso che cosa succederà agli uomini?» domandò Efesto.
«Adesso che hanno conosciuto il dolore, saranno costretti a implorare l’aiuto degli dèi e impareranno a venerarci con devozione» concluse Zeus.
Gli uomini, però, sembravano inconsolabili, non facevano che piangere e disperarsi. La Terra era diventata un luogo terribilmente triste e desolato.
Pandora, che si sentiva responsabile di quella catastrofe, implorò gli dèi di perdonarla e di aiutarla a trovare un rimedio. Ma ormai nemmeno loro avrebbero potuto intervenire: il male e il dolore si erano radicati nel mondo e non potevano più essere cancellati.
Un giorno, però, la donna ebbe l’idea di liberare l’ultimo spirito che era rimasto chiuso nel vaso: sollevò di nuovo il coperchio e lasciò che la Speranza fuoriuscisse. Immediatamente, una scintilla di ottimismo si accese nel suo cuore e in quello di tutti gli uomini.
Da quel momento i mortali ritrovarono la fiducia e, con il tempo, impararono a convivere con la sofferenza.
Nelle Opere e i giorni di Esiodo la Speranza resta nel vaso. La sua successiva liberazione è una rielaborazione narrativa; il significato della sua permanenza nel recipiente è stato interpretato in modi diversi.