Giasone e il vello d’oro
A Ea, città della Colchide nel lontano e misterioso Oriente, regnava il perfido Eeta, padrone di uno fra i più grandi tesori della Grecia antica: il Vello d’oro, ovvero le pelli di un ariete alato. Il manto di quella creatura divina era divenuto leggenda e faceva gola a tanti, ma nessuno aveva mai osato attraversare i mari per rubarlo. Forse perché tutti temevano Eeta. O perché il vello d’oro era legato a una terribile tragedia avvenuta anni prima a Iolco, nella Tessaglia…
Lì, il barbuto re di Atamante, invaghitosi della capricciosa Ino, aveva ripudiato la moglie Nefele per convolare a seconde nozze. La nuova regina non sopportava di dover dividere le attenzioni del marito con i figliastri Frisso ed Elle, e con l’inganno spinse il suo sposo a sacrificarli agli dei.
Saputa l’orribile notizia, la madre Nefele era disperata: come poteva salvare i suoi figli? Rivolse quindi le sue preghiere agli dèi; tra questi, Ermes, commosso, decise di ascoltare il pianto della donna e inviò un ariete alato dal vello d’oro a salvare i giovinetti prima che il sacrificio fosse compiuto. I due fuggirono in groppa alla bestia divina, ma solo Frisso sopravvisse al viaggio e raggiunse proprio la città di Ea. Per ringraziare gli dèi sacrificò l’ariete a Zeus e poi nascose il vello d’oro in un bosco sacro ad Ares il dio della guerra.
Il povero Frisso pensava di averla scampata, ma non conosceva il re Eeta che infatti, saputo del vello, non ebbe esitazioni: uccise il ragazzo e pose un perfido drago a guardia del prezioso manto.
Nel frattempo, a Iolco si era insediato il nuovo sovrano Pelia. Era un uomo opportunista e spietato che per salire al comando aveva spodestato il fratello e, non contento, aveva anche ucciso figli e nipoti, suoi possibili rivali al trono. Tutti tranne uno, Giasone. All’insaputa del tiranno, la madre Alcimede lo aveva portato sul monte Pelio e affidato alle cure del centauro Chirone, che lo crebbe forte e valoroso.
Una volta raggiunta la maggiore età, Giasone decise di tornare a Iolco per affrontare lo zio e reclamare il trono paterno.
«Chi sei tu?» domandò Pelia quando il ragazzo si presentò al suo cospetto.
«Sono il legittimo sovrano di questa città!» esclamò Giasone. «Hai strappato il trono a mio padre con la forza e hai ucciso i miei fratelli. Sono qui per riprendermi ciò che mi spetta.»
«Caro Giasone, mi pento di ciò che ho fatto alla tua famiglia» rispose Pelia, tentando di blandirlo. «Per dimostrartelo, ti farò una proposta generosa: ti lascerò il trono, ma prima tu dovrai provare di essere un eroe! Raggiungi la Colchide, trova il mitico vello d’oro e riportamelo! Al tuo ritorno, ti darò ciò che vuoi!».
Quello che sembrava uno scambio accettabile era in realtà un diabolico piano di Pelia per sbarazzarsi di Giasone: le possibilità di successo della missione erano infatti quasi nulle. Il giovane, però, non poteva certo tirarsi indietro: sarebbe stato come ammettere di fronte a Pelia di non meritare il regno. «Ebbene, accetto la tua proposta! Tornerò vincitore!» esclamò il guerriero, e a passi risoluti lasciò il palazzo.
Giasone aveva un carattere impetuoso, ma non era certo uno sprovveduto come credeva lo zio. Infatti, cominciò subito a studiare ogni minimo dettaglio della missione e interpellò un famoso carpentiere di nome Argo, a cui commissionò una nave possente e robusta per affrontare anche i mari più burrascosi. Quindi chiamò a raccolta gli uomini più valorosi di tutta la Grecia: cinquanta eroi risposero al suo appello e si recarono a Iolco, pronti a partire con Giasone alla volta della Colchide. Tra questi c’era anche Eracle, l’uomo più forte del mondo.
Tutti insieme salparono per un lungo e pericoloso viaggio sulla nave battezzata Argo e per questo il gruppo prese il nome di “Argonauti”.
Gli eroi navigarono per giorni sotto il sole cocente e in balia del vento gelido di notte, e si fermarono per la prima, sospirata sosta nell’isola vulcanica di Lemno. Con grande sorpresa scoprirono che era popolata solo da donne!
Quando vide sbarcare gli Argonauti, la regina dell’isola ordinò alle sue suddite di accoglierli con banchetti e festeggiamenti. Molti guerrieri, lusingati dalle attenzioni delle isolane, furono tentati di abbandonare la missione e rimanere a Lemno. Ma Eracle, insensibile al fascino di quelle donne, richiamò duramente i suoi compagni e li convinse a ripartire.
I venti spinsero la nave nella città dei Dolioni. Gli Argonauti furono accolti dal re Cizico che offrì loro cibo e vino, invitandoli a dormire nella sua reggia. Tutti i guerrieri accettarono di buon grado, a eccezione di Eracle che restò di guardia a bordo della nave.
Quella notte, alcuni giganti spaventosi giunsero in riva al mare e attaccarono la nave con grossi macigni. Eracle non si fece trovare impreparato, rispose all’attacco afferrando al volo i massi e rilanciandoli contro i giganti, che stramazzarono al suolo uno dopo l’altro. I pochi superstiti furono uccisi dagli altri eroi che, allertati dalle grida di Eracle, erano tornati verso la nave.
Gli Argonauti ripartirono frettolosamente, ma si fermarono subito dopo in una spiaggia della Tracia a causa della bonaccia: non c’era un alito di vento e, a dispetto della grande forza dei vogatori, la nave non avanzava. A riva trovarono un vecchio pallido e magrissimo di nome Fineo. Era un indovino condannato dagli dèi alla fame eterna. Quando tentava di mangiare, le Arpie, esseri mostruosi con il corpo di donna e le ali d’aquila, calavano su di lui e gli rubavano il cibo. Nell’udire il suo racconto, gli Argonauti Zete e Calais si commossero e decisero di aiutarlo. Erano i due figli del vento Borea, e con un potente soffio spazzarono via le Arpie per sempre. In cambio, Giasone chiese all’indovino di rivelargli quali altri ostacoli attendevano gli Argonauti.
«Passerete attraverso la gola delle Simplegadi» annunciò Fineo. «Sono scogli altissimi che si muovono e si scontrano sospinti dal vento e dalle correnti. Tutte le imbarcazioni che hanno provato a superarle sono state ridotte in briciole, ma se aguzzerete l’ingegno e drizzerete le orecchie sopravviverete!»
Quindi, l’indovino consegnò a Giasone una colomba senza aggiungere altre spiegazioni.
Gli Argonauti ripresero il largo, tenendo a mente l’oscuro avvertimento dell’indovino. Giunti nei pressi dell’Ellesponto, Giasone udì un fragore assordante. Scrutò immediatamente il cielo per vedere se fosse in arrivo un temporale. Ma il sole splendeva alto e non c’erano nubi all’orizzonte. Dal mare invece si levava un ruggito minaccioso.
«Compagni, eccoci alle rupi Simplegadi!» esclamò Giasone, memore delle parole di Fineo «È il loro movimento che fa agitare il mare!»
«Qual è il piano?» chiese Eracle preoccupato.
In quella, Giasone pensò allo strano dono di Fineo. «Liberiamo la colomba e seguiamo il suo volo!» ordinò. «Se supererà la gola, tenteremo di passare anche noi!»
La colomba volò tra le rupi evitando gli ostacoli e dietro di lei gli Argonauti remarono con forza. Così, la nave superò indenne i due altissimi scogli!
Finalmente, gli eroi approdarono nella Colchide. Nella città di Ea governava ancora il terribile Eeta, che era ormai diventato molto anziano. Il sovrano organizzò un banchetto in onore degli Argonauti nello splendido palazzo reale. Fu lì, fra lo scintillio dei piatti dorati e il profumo delle pietanze deliziose, che Giasone conobbe la principessa Medea, esperta di arti magiche. La fanciulla rimase affascinata dalla bellezza e dai racconti dell’eroe. Ma non fu l’unica.
«Cosa vi ha portato ad affrontare un simile viaggio?» chiese infatti Eeta quando il banchetto giungeva al termine.
Gli Argonauti lasciarono che fosse Giasone a parlare.
«Siamo venuti fin qui perché vogliamo che ci consegni il Vello d’oro di Frisso!» rispose il giovane con la sua consueta sfrontatezza.
Il re sussultò: come osava quello sconosciuto fargli una simile richiesta? Non avrebbe rinunciato al Vello d’oro per nessuna ragione al mondo. Ma non poteva dichiararlo apertamente, o avrebbe dovuto vedersela con cinquanta uomini valorosi. Cercò allora di escogitare un piano per liberarsi dell’impudente guerriero. «Giuro sugli dèi che ti consegnerò il Vello d’oro» disse il re. «Ma prima dovrai fare qualcosa per me!»
Il re possedeva due tori selvatici dagli zoccoli di bronzo, in grado di lanciare fiamme dalle narici. «Voglio che tu li metta al giogo» spiegò Eeta mostrando i tori a Giasone. «Poi dovrai arare il campo e seminare denti di serpente.»
La sfida era impossibile, Giasone l’avrebbe persa se non fosse stato per la principessa Medea. La fanciulla gli consegnò un balsamo che lo avrebbe reso invulnerabile alle fiamme dei tori. «Fa’ attenzione!» si raccomandò. «Dai denti di serpente sorgeranno giganti. Sono creature tanto spaventose quanto stupide. Per liberartene, getta loro una grossa pietra. Vedrai che litigheranno per contendersela e tu potrai fuggire indisturbato!»
Giasone seguì le istruzioni di Medea: riuscì a domare i tori, a seminare il terreno e a sfuggire ai giganti. Re Eeta, dunque, fu costretto a rivelare al guerriero il nascondiglio del Vello d’oro.
La stessa Medea guidò Giasone e gli Argonauti fino al fitto bosco sacro ad Ares. Ma c’era ancora un ultimo ostacolo da superare: il terribile drago che faceva da guardia al manto divino.
«Al drago penso io» disse Medea. Intonò un’ammaliante melodia, e pian piano la creatura prese a ondeggiare, incantata dalle dolci note. Medea, allora, si avvicinò alla bestia e le spruzzò negli occhi una pozione che la fece cadere in un sonno profondo. Il gruppo ebbe così tutto il tempo di recuperare il Vello d’oro e di scappare.
«Io vengo con voi» disse Medea, che si era ormai perdutamente innamorata di Giasone. Il giovane ricambiava i suoi sentimenti e fu felice di accoglierla sull’imbarcazione.
Dopo quattro mesi di navigazione e numerose altre avventure, la nave Argo approdò infine in Tessaglia. Il popolo esultante accolse gli eroi tra grida di giubilo e danze festose. Giasone e Medea furono portati in trionfo fino al palazzo reale di Iolco.
A corte, Giasone avrebbe dovuto superare altri ostacoli, ma Medea sarebbe stata al suo fianco, pronta a intervenire con le sue arti magiche.
La missione degli Argonauti divenne leggendaria e da quel momento, ovunque andassero, Giasone e i suoi compagni ricevettero onori e i tributi degni delle divinità.
Il percorso prosegue nel capitolo Giasone e Medea dopo il vello d’oro.