Il mito di Pan
Nel regno incantato dei pastori, tra fitte selve e grandi pascoli, viveva una ninfa graziosa ed elegante di nome Driope. Era una delle più belle fanciulle dell’Arcadia e la sua fama era giunta anche sull’Olimpo.
«Hai mai visto la ninfa Driope che vive nell’Arcadia?» chiese un giorno Dioniso a Ermes. «La sua bellezza è leggendaria.» I due amavano discutere di donne durante le loro conversazioni: non erano certo insensibili al fascino delle divine creature dei boschi! A entrambi infatti era già capitato più volte di perdere la testa per quelle sfuggenti fanciulle.
«No» rispose Ermes. «Ma ne ho sentito parlare e sarei proprio curioso di incontrarla!» Il messaggero degli dèi fu molto presto accontentato.
In un caldo giorno di primavera, di ritorno da una missione nel Peloponneso per conto di Zeus, Ermes si fermò a riposare sotto gli alberi frondosi del Monte Liceo, nella regione arcadica. Mentre si godeva la frescura, vide avvicinarsi una ninfa vestita di foglie e di pelli, che portava al pascolo un nutrito gregge. Data l’incredibile bellezza della fanciulla, Ermes capì che si trattava di Driope. Quando il suo cuore sussultò, capì di essersi perdutamente innamorato di lei. Per conquistarla, si offrì di aiutarla a condurre le pecore al pascolo. La ninfa, che aveva riconosciuto Ermes ed era molto lusingata dal fatto che un dio così bello le dimostrasse tanto interesse, accettò l’offerta.
Camminarono insieme fino alla valle e quel breve tragitto fu sufficiente perché anche Driope si innamorasse di Ermes. Il loro amore era travolgente e sembrava destinato a durare nel tempo. Dopo qualche giorno trascorso insieme, però, il capriccioso messaggero degli dèi cominciò ad annoiarsi e di lì a poco abbandonò Driope per tornare sull’Olimpo.
La ninfa aveva il cuore a pezzi e non riusciva a darsi pace, finché un giorno si accorse di portare in grembo un bambino, frutto del suo amore per Ermes, e il suo dolore si placò. Decise che il figlio si sarebbe chiamato Pan e pregò gli dèi che fosse bello come il padre.
Giunse finalmente il giorno della nascita. Driope si era immaginata un bambino paffuto e con le guance rosate e non vedeva l’ora di stringerlo tra le braccia e di cullarlo. Ma quando lo abbracciò per la prima volta, si coprì gli occhi e gridò per lo spavento. «Per Zeus!» esclamò. «Questo essere mostruoso non può essere mio figlio!» Pan aveva due grosse corna sulla fronte, il naso schiacciato e una barba irsuta sul mento. Il busto era umano, ma le gambe erano identiche a quelle di una capra, ricoperte di peli e con gli zoccoli.
Driope non riusciva nemmeno a sopportare la vista di quella creatura simile a una bestia. «Il tuo aspetto terrificante è di sicuro uno scherzo di Ermes. Ti affido al bosco e agli dèi!» gridò sconvolta. E si allontanò, abbandonando il piccolo nella selva.
Non sempre, però, la bellezza è visibile agli occhi. Pan aveva un carattere allegro e gentile e con il tempo si fece ben volere da tutti gli abitanti dell’Arcadia. Amava la musica e spesso suonava e danzava con le ninfe. Ma trovava anche il tempo per aiutare i pastori e i contadini, tanto che in breve divenne il loro dio protettore.
Trascorsero parecchi anni, e la fama di Pan giunse alle orecchie di Ermes, insieme alla notizia che quella creatura era proprio suo figlio. Il dio decise così di conoscere colui che tutti descrivevano come il beniamino dei pastori e delle ninfe di Arcadia, e si recò sul monte Liceo. «Per tutti gli dèi! Sei davvero tu, Pan?» esclamò sbigottito quando lo vide. Nessuno infatti aveva osato riferirgli che il figlio aveva fattezze caprine.
«Sì, padre» rispose placido Pan masticando una radice di menta.
«Ma non puoi essere mio figlio!» insistette Ermes. «Io sono il dio più affascinante dell’Olimpo. Tu invece sei tozzo, mostruoso e hai le gambe da capra!»
«Non offendermi, padre» ribatté Pan in tono pacato. «Perché offendendo me, offendi te stesso. In fondo sei tu che mi hai generato. E se il mio aspetto è tanto orrendo, la responsabilità è anche tua.»
«Quello che dici è giusto» ammise Ermes, che cominciava ad apprezzare i modi gentili e pacifici del figlio. «Hai almeno qualche qualità che possa rendermi orgoglioso di te?»
«Certo, padre!» rispose Pan entusiasta. «Amo le arti musicali e porto gioia a chi mi sta vicino!».
«Mi sembrano grandi doti!» replicò Ermes che si era già fatto contagiare dall’allegria di Pan. «È deciso allora: verrai con me sull’Olimpo!»
Ermes e Pan partirono immediatamente per il monte sacro. Una volta giunti a destinazione, Pan si presentò a tutti gli dèi e li conquistò subito con il suo carattere allegro e gioviale. Strinse amicizia soprattutto con Dioniso, il dio del vino. I due condividevano la passione per le feste e i divertimenti e divennero presto compagni inseparabili. Partecipavano a tutti i banchetti che venivano organizzati sull’Olimpo; e quando Pan sentiva nostalgia dei suoi amati boschi, tornavano insieme nell’Arcadia, dove trascorrevano ore di svago, cantando e ballando con le ninfe. Alla fine di quelle serate, spesso si addormentavano insieme sotto gli alberi, esausti ma felici.
Ermes era contento che il figlio fosse così benvoluto. Lui stesso si era molto affezionato a Pan. Tranne che per l’aspetto, in fondo, padre e figlio erano molto simili: erano entrambi sensibili al fascino femminile e si innamoravano facilmente. Ma mentre Ermes conquistava le fanciulle grazie alla sua bellezza, il figlio lo faceva con la simpatia. Non tutte, però, riuscivano ad andare oltre la sua apparenza bestiale.
Un giorno, di ritorno da una passeggiata sulla cima del Monte Liceo, Pan scorse una bellissima ninfa. Aveva lunghi capelli castani ornati da una corona di fiori e indossava una veste fatta di foglie intrecciate. Si chiamava Siringa ed era la figlia del dio fluviale Ladone.
«Quale meraviglia vedono i miei occhi!» esclamò Pan, che perse completamente la testa per lei al primo sguardo. Il suo amore per Siringa fu da subito molto più intenso e profondo di qualsiasi sentimento avesse mai provato in vita sua. Per questo decise di non mostrarsi subito alla ragazza, ma di corteggiarla di nascosto per conquistarla un passo alla volta. Cominciò a seguirla ogni giorno e a lasciarle dei doni sui sentieri che era solita percorrere. Per lei, incideva versi d’amore sulle cortecce degli alberi e suonava dolci melodie rintanato dietro i cespugli. Siringa era commossa da tante attenzioni e più passava il tempo più sentiva crescere il desiderio di conoscere il corteggiatore che la viziava con tanta devozione.
«Perché non ti mostri?» chiedeva Siringa scrutando fra la vegetazione. «Chiunque tu sia, ti donerò il mio cuore!»
Pan ascoltava emozionato le promesse di Siringa, ma aveva troppa paura di deludere le sue aspettative e non osava lasciare il suo nascondiglio.
Un giorno, mentre si trovava sull’Olimpo, Dioniso notò il suo malumore. «Tutta questa tristezza non è da te» gli disse avvicinandosi. «Che cosa succede?»
«Mi sono innamorato della ninfa Siringa!» rispose Pan. «Per lei sarei pronto a fare qualsiasi cosa, ma temo che non potrà mai ricambiare i miei sentimenti a causa del mio aspetto.»
«Il tuo aspetto non ti ha mai scoraggiato» replicò Dioniso. «Perché adesso invece ti preoccupa tanto?»
«Perché lei è la fanciulla più bella della Terra e io sono la più mostruosa delle creature!» rispose Pan inconsolabile.
«Sei pur sempre un dio!» gli disse Dioniso. «Non puoi sapere come reagirà finché non ti farai avanti e non le dichiarerai i tuoi sentimenti!»
Pan decise di dare ascolto a Dioniso e si fece coraggio. Il giorno dopo tornò sul Monte Liceo e rimase ad aspettare Siringa sul sentiero che portava a valle. Quando la vide arrivare, balzò fuori da un cespuglio e si inginocchiò ai suoi piedi.
«Mia dolce Siringa!» esclamò. «Sono io l’autore dei messaggi d’amore che trovi ogni giorno sul tuo cammino.»
La ninfa cominciò a gridare terrorizzata. Non poteva certo immaginare che lo spasimante che le dedicava melodie e versi tanto delicati fosse una creatura dalle fattezze tanto sgraziate. «Non voglio il tuo amore!» replicò sconvolta e scappò via a gambe levate. Pan non si fece scoraggiare da quel brusco rifiuto e cominciò a inseguire la ninfa per i sentieri impervi del bosco.
Siringa riuscì a distanziare Pan correndo con tutto il fiato che aveva in corpo, ma quando giunse davanti alle sponde sabbiose del fiume Ladone fu costretta a fermarsi. Non sapendo come sfuggire al suo inseguitore, decise di invocare le divinità. «Dèi dell’Olimpo» esordì disperata «un dio dal volto caprino si è invaghito di me e non mi lascerà in pace fino a quando non accetterò di stare con lui. Vi prego, dunque, trasformatemi in una qualsiasi altra creatura, così che non possa riconoscermi!»
Gli dèi non potevano rifiutarsi di aiutare la figlia del dio Ladone, perciò decisero di tramutarla in canne palustri. Siringa allungò le braccia verso il cielo e il suo corpo iniziò a irrigidirsi; la pelle si colorò di un verde tenue e alcune foglioline le spuntarono sul capo. Pan arrivò al fiume un attimo prima che la trasformazione fosse compiuta e, disperato, si lanciò su Siringa per abbracciarla, ma si ritrovò tra le mani solo un ciuffo di esili canne, che ondeggiavano al vento, producendo un suono dolce e melodioso.
«Mia dolce Siringa, perché non mi hai voluto?» urlò disperato. Pianse a lungo per la perdita del suo amore, fino a quando non ebbe un’idea. «Costruirò uno strumento musicale con queste canne!» si disse. «Si chiamerà Siringa e avrà il suono della sua voce.»
Strappò alcune canne di lunghezze diverse e le legò insieme. Non appena intonò le prime note, il dolore che provava si alleviò. Nei giorni successivi continuò a suonare, vagando per tutta l’Arcadia. Lentamente il conforto della musica curò le ferite del cuore.
Presto Pan tornò a divertirsi in compagnia delle creature del bosco e di Dioniso, sotto gli occhi attenti di Ermes che non smise più di seguire dall’Olimpo le avventure di quel figlio bizzarro.