Sisifo, Niobe e Fetonte
Sisifo: l’inganno senza fine
Sisifo, re di Corinto, era celebre per la sua astuzia e per l’abitudine a violare i limiti imposti dagli dèi. Alcuni racconti narrano che rivelò un segreto di Zeus; altri descrivono il modo in cui riuscì a incatenare Thanatos, la Morte stessa, interrompendo per un tempo l’ordine naturale. Quando fu infine condotto nel regno dei morti, escogitò un altro inganno: chiese di poter tornare fra i vivi con il pretesto di correggere una mancanza nei propri funerali e tentò di restarvi.
La sua punizione nell’Ade è fra le più celebri dell’immaginario greco: deve spingere un enorme masso su per un pendio, ma, proprio quando sta per raggiungere la cima, la pietra rotola di nuovo a valle. Il lavoro ricomincia per sempre. La pena non consiste solo nella fatica, ma nell’impossibilità di portare a termine l’impresa. Il mito è divenuto simbolo delle attività ripetitive e apparentemente prive di conclusione; questa interpretazione moderna non esaurisce però il tema antico dell’inganno rivolto contro la morte.
Niobe: l’orgoglio e il lutto
Niobe, regina di Tebe e moglie di Anfione, vantava numerosi figli. Orgogliosa della propria maternità, osò proclamarsi superiore a Latona, chiamata Leto in greco, che aveva generato soltanto Apollo e Artemide. La dea offesa si rivolse ai figli divini. Apollo colpì i figli maschi di Niobe, Artemide le figlie, con archi che non lasciavano scampo. Il numero dei figli e di quelli eventualmente sopravvissuti varia nelle fonti.
Niobe, che aveva costruito la propria superiorità sul numero dei discendenti, si ritrovò privata di ciò che più amava. Secondo una tradizione, fu trasformata in pietra sul monte Sipilo; eppure dalla roccia continuarono a scorrere lacrime. L’immagine della madre pietrificata dal dolore dà forma a un paradosso: chi ha preteso di essere più grande degli dèi diventa un monumento alla fragilità umana. La sua vicenda può essere letta come condanna della superbia, ma anche come rappresentazione di un castigo terribilmente sproporzionato.
Fetonte: il carro del Sole
Fetonte, figlio di Elio secondo la tradizione più nota, desiderava una prova pubblica della propria discendenza divina. Il padre promise di soddisfare una sua richiesta e il giovane domandò di guidare per un giorno il carro solare. Elio cercò di dissuaderlo: neppure gli dèi, spiegò, avrebbero governato facilmente cavalli e percorso tanto difficili. Vincolato dalla promessa, gli consegnò tuttavia le redini.
Fetonte non riuscì a mantenere la traiettoria del Sole. I cavalli si allontanarono dal cammino stabilito: in alcune zone la terra fu bruciata, in altre il cielo precipitò nel disordine. Per impedire la distruzione del mondo, Zeus lo colpì con il fulmine. Il giovane cadde nel fiume Eridano, mentre le sorelle Eliadi lo piansero e, in una celebre versione poetica, furono trasformate in pioppi dalle cui lacrime si formò l’ambra. Il racconto contiene una lezione sul divario tra desiderio e competenza: ottenere il comando non significa saper governare ciò che si è ottenuto.
Chiave di lettura. Sisifo sfida il limite della morte, Niobe quello dell’orgoglio, Fetonte quello della capacità. I castighi divini, tuttavia, pongono anche la questione della proporzione.