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Mitologia greca

Mitologia greca. Dèi, eroi e racconti.

Trentadue racconti e cicli da leggere, dalle origini del mondo alle avventure di Ulisse. Luoghi, genealogie, personaggi e glossario per orientarsi tra le storie.

49capitoli
32racconti e cicli
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Dedalo e Icaro

Nell’antica Atene viveva Icaro, un ragazzino semplice d’aspetto e dall’aria introversa.

Era un giovane esile e imbranato che combinava grossi guai ovunque andasse. Sapendo di essere una frana si teneva quasi sempre alla larga dalla bottega del padre Dedalo, un burbero architetto, famoso in tutto il mondo grazie alle sue invenzioni straordinarie.

Ogni tanto, però, Dedalo incaricava il figlio di alcune commissioni, come accadde proprio quel pomeriggio.

«Buonasera, papà…» disse Icaro mentre entrava nella bottega. La voce era lamentosa e lo sguardo colpevole non facevano pensare a nulla di buono!

Vedendolo a mani vuote, Dedalo si allarmò: «Cosa fai qui? Dove sono le sessanta arance che dovevi comprare al mercato per il mio esperimento?»

«Papà, io, ehm, sono inciampato nella ruota del carretto del venditore di vasi.»

«E… ovviamente li hai rotti» disse Dedalo terminando la frase e sollevando gli occhi al cielo.

«Ehm… No, papà.»

«Ah, bene! Fai progressi, figliolo!» E gli diede una pacca sulla spalla.

Ma Icaro continuò: «Però… poi sono caduto sul banco della frutta, che si è capovolto, e le arance sono finite giù per la scarpata!»

Per la rabbia Dedalo urlò così forte che il giovane sentì i capelli rizzarglisi in testa. Senza aggiungere una sola parola Icaro se la diede a gambe levate.

Dedalo non era un uomo paziente e la leggerezza del figlio non era l’unica cosa che lo innervosiva. Quel giorno, in particolare, era furioso con Talo, il suo nipote, che si era rivelato il più intelligente degli apprendisti e, sbalordendo tutti, aveva appena inventato la sega di ferro. Questo fatto avrebbe potuto essere motivo d’orgoglio per lo zio, Dedalo pretendeva di essere il migliore e non ammetteva di essere superato da nessuno, tanto meno da quell’imberbe del nipote!

Ogni volta che Talo inventava qualcosa di strabiliante, in Dedalo cresceva l’invidia. Un mattino, all’insaputa di Icaro, l’inventore convinse il nipote a seguirlo sulla parte alta dell’Acropoli e a salire, con una scusa, sul tetto del tempio di Atena. Un attimo dopo, cogliendolo alla sprovvista, lo spinse giù nel vuoto. Per fortuna, gli dèi dell’Olimpo, vista la scena, intervennero subito e salvarono il povero Talo trasformandolo in una bella e tornita pernice.

La notizia del gesto folle di Dedalo si diffuse rapidamente in città e l’Areopago, il temibile tribunale di Atene, convocò immediatamente lo zio traditore.

«Vi dico che è stata una disgrazia!» Questa era l’unica frase che Dedalo ripeteva dinanzi al consiglio, battendosi con forza il petto. Ma i giudici non gli credettero e, ritenendolo colpevole, per punizione lo mandarono in esilio a Creta insieme al figlio Icaro.

Il re di Creta Minosse, figlio di Zeus, fu ben felice di ospitare l’architetto in cambio dei suoi servigi.

«Benvenuto, Dedalo di Atene. Questo palazzo sarà la tua casa finché porterai rispetto al re e al suo regno» disse Minosse quando i due ateniesi furono portati dinanzi al trono.

«Maestà, consideratici vostri fedeli servitori, le mie mani e il mio ingegno sono al vostro servizio!» rispose Dedalo facendo segno a Icaro di inchinarsi e di rimanere in silenzio.

Per ricambiare la generosità di Minosse, Dedalo prese a costruire giocattoli incredibili per i figli del re, soprattutto per la sua preferita Arianna.

E soprattutto, fingeva che anche il giovane Icaro lo aiutasse con il lavoro: era necessario far credere al re che anche la sua presenza fosse importante, così da garantire vitto e alloggio anche a lui. In realtà il giovane era in grado di fare ben poco e si limitava solo a passare al padre gli utensili necessari.

Il tempo per i due ateniesi passava così, tra una scaramuccia e un lavoretto: Dedalo dava sfogo alla sua creatività e Icaro si ambientava a palazzo cercando di non fare troppi danni.

Un giorno, il re si recò nel nuovo laboratorio che aveva fatto costruire per Dedalo all’interno del palazzo reale.

«Dedalo, devo parlarti di una questione di vitale importanza!» Minosse entrò nella grande stanza con passo impetuoso, cogliendo l’inventore di sorpresa.

«Che gioia avervi qui, io e, ehm… mio figlio siamo pronti ad aiutarvi» scattò l’ateniese.

«I miei sudditi sono terrorizzati» continuò Minosse. «Un mostruoso Minotauro semina il panico nel regno; non voglio che venga ucciso, ma dobbiamo costruirgli una degna prigione. Non dovrà uscirne mai più!»

Il re Minosse era freddo e senza scrupoli con i suoi nemici, figuriamoci nei confronti di un mostro! Ma quell’essere così pericoloso mezzo uomo e mezzo toro lo affascinava. Non voleva che morisse... Decise piuttosto di usarlo come “arma” per spaventare gli avversari.

«Non preoccupatevi; costruiremo una prigione da cui nessuno potrà scappare, nemmeno un così orribile animale» disse Dedalo corrugando la fronte, preoccupato.

Soddisfatto della risposta dell’inventore, il re gli ordinò di mettersi subito a lavoro e se ne andò.

Dopo qualche giorno di studio intenso, l’inventore si recò dal figlio sventolando entusiasta il foglio su cui aveva disegnato un progetto ambizioso. «Eccola, la mia opera più importante!»

«Per tutti gli dèi, padre» esclamò Icaro sgranando gli occhi incredulo. «È bellissima»!

«Una prigione labirinto. Neanche Zeus ne uscirebbe vivo» continuò Dedalo gonfiando il petto per l’orgoglio.

Sembrava proprio che avesse ragione. Il labirinto venne costruito in poco tempo: i muri erano talmente alti e i sentieri talmente intricati che lo stesso Dedalo non sarebbe stato in grado di ritrovare la strada, una volta entrato. Almeno questo era ciò che credevano tutti.

Re Minosse, soddisfatto, vi imprigionò il Minotauro e i cretesi furono contenti di non doversi più preoccupare di quel mostro orrendo. L’unico pericolo adesso rimaneva il collerico e violento sovrano: i suoi nemici, tra cui molti prigionieri ateniesi, venivano sempre più spesso spediti nel labirinto a fare da spuntino per l’orrendo animale.

La notizia del folle comportamento di Minosse giunse alle orecchie di Teseo, un guerriero valoroso, figlio del re di Atene, che s’imbarcò per Creta deciso a uccidere il Minotauro e mettere fine ai soprusi del re.

Arrivato in città, il principe conobbe Arianna, la figlia di Minosse, e i due si innamorarono perdutamente. Teseo le confidò il piano che aveva elaborato per togliere di mezzo il mostro. Ma sottovalutava il labirinto: credeva di poter entrare, uccidere il Minotauro e uscirne illeso.

«No, Teseo, così non funzionerà» gli disse Arianna.

Pensare di potersi muovere liberamente in un intricatissimo labirinto non sembrava un piano brillante, in effetti!

«Ti perderai, non si può uscire da quel posto!» continuò la ragazza con un triste sospiro, preoccupata per l’ingenuità del guerriero. «La forza non ti basterà. Ammesso che riuscirai a battere il Minotauro, come farai poi a scappare dal labirinto?» Arianna era molto saggia e decise di chiedere aiuto all’unico uomo che potesse darglielo. Dedalo.

Il burbero architetto non seppe resistere ai tristi occhioni della principessa e le suggerì il solo modo possibile per aiutare Teseo a orientarsi nella prigione: entrare nel labirinto con un gomitolo di lana e srotolarlo lungo il percorso verso il Minotauro. Una volta ucciso il mostro, avrebbe dovuto solo seguire il filo per ritornare all’ingresso. Sano e salvo.

Arianna corse a dare l’imbeccata al suo Teseo, che riuscì incredibilmente nell’impresa. Il Minotauro venne sconfitto e ucciso, l’eroe riuscì a ritrovare la via d’uscita giusta e i due innamorati scapparono da Creta per non dover affrontare la collera del re.

Minosse era furibondo e voleva vendetta: in un solo giorno il Minotauro era stato ucciso e sua figlia lo aveva abbandonato. Il responsabile di tutto doveva pagare.

«Dedalo, Dedaloooo!» tuonava il re impazzito vagando per il palazzo. L’inventore era l’unico che avrebbe potuto rivelare a Teseo il modo per uscire dal labirinto.

«Siamo qui!» rispose Dedalo con un filo di voce, sapeva che il re lo stava cercando per punirlo.

«Dedalo, hai osato tradire la fiducia del tuo re, adesso anche tuo figlio ne farà le spese!» urlò il re rabbioso. Icaro, all’oscuro di ciò che era successo, impallidì per lo spavento e incominciò a tremare. Intanto guardava il padre sperando che potesse dire qualcosa per calmare il sovrano.

«Avete ragione, mio re» si limitò a dire Dedalo.

Icaro strabuzzò gli occhi incredulo. Ma come, “ha ragione”?!, pensava. Non potevi dire che non è stata colpa nostra?

«Da oggi tu e tuo figlio sarete imprigionati nel tuo stesso labirinto. Per sempre. Non ci sarà alcun filo a salvarvi!»

Filo? Icaro continuava a non capire ma stette zitto per non peggiorare la situazione.

Minosse fu irremovibile, i due andavano puniti severamente. Anche se gli dispiaceva dover rinunciare per sempre alle invenzioni dell’ateniese.

Una volta nel labirinto, Dedalo raccontò al figlio tutta la storia e il ragazzo si sentì tradito. Lui di pasticci ne aveva sempre combinati tanti, ma questo del padre valeva per tutti!

«E adesso che faremo?» chiese Icaro avvilito.

«Il re crede che il filo sia l’unico modo per uscire da qui, ma si sbaglia.»

«Che vuoi dire?» incalzò il ragazzo pieno di speranza.

«Esiste una via di fuga che il re non ha considerato: il cielo!»

Bam. A Icaro cadde il mondo addosso, il padre doveva aver perso la ragione.

Il cielo? Ma che assurdità era questa? Non potevano arrampicarsi: le pareti del labirinto erano alte come montagne e scivolose come i pesci del fiume Ilisso!

«Padre, ma il cielo…» Icaro voleva esprimere le sue perplessità, ma Dedalo il padre gli mise una mano sulla bocca per zittirlo.

«Non sprecare fiato e abbi pazienza.»

Dedalo convinse Minosse a concedergli cera e piume, dicendogli di aver avuto un’idea brillante che doveva assolutamente realizzare. Minosse era ingolosito dal pensiero di poter continuare a sfruttare l’ingegno di Dedalo per i suoi interessi e gli fece consegnare ciò di cui aveva bisogno.

«Figliolo, costruirò delle ali con queste piume e le attaccherò ai nostri corpi con la cera. Scapperemo prima che tramonti il sole» promise Dedalo in tono solenne.

E così fece. Incollò una a una le piume e costruì due paia di splendide ali che avrebbero fatto invidia a un’aquila. Le attaccò con la cera sulle spalle di entrambi, poi prese il viso del figlio tra le mani e disse: «Icaro, questa volta non dovrai fare sciocchezze, ascolta bene quello che ti dico: le tue ali sono solide e ti sosterranno in cielo, ma stammi dietro e ricordati che non sei un uccello! Soprattutto, stai lontano dal sole, il suo calore può sciogliere la cera… Precipiteresti in un istante. Sono stato chiaro?»

«Sì, padre, questa volta non combinerò guai, te lo giuro.»

Rassicurato dal giuramento del figlio, Dedalo si apprestò a decollare. Iniziò a correre agitando le braccia su e giù, sempre più veloce, finché i piedi non si staccarono da terra e poté spiccare il volo. Icaro imitò il padre e lo seguì, librandosi nel cielo.

Il labirinto si faceva sempre più piccolo man mano che i due volavano verso la libertà. Padre e figlio ridevano entusiasti, non potevano credere a ciò che stavano vivendo. «Per tutti gli dèi, padre, è questa la tua opera più grande!» urlò Icaro nel vento. «Imprigionaci adesso, stolto di un re!»

Il cielo era limpido e, sotto, il Mar Egeo brillava come uno specchio. Continuarono a planare, finché Icaro, esaltato dall’esperienza del volo, non dimenticò la promessa fatta al padre e puntò con le ali sempre più in alto.

Sempre più vicino al sole.

Dopo una vita da imbranato, ora si sentiva una divinità invincibile. Non gli sarebbe successo niente, lassù, ne era certo.

Dedalo gli dava le spalle, e non poteva accorgersi che il figlio era in pericolo.

Icaro pagò cara la sua imprudenza: arrivò quasi a toccare il sole, ma le ali si sciolsero, così come aveva previsto il padre, e lui precipitò in mare a far compagnia ai pesci.

Dedalo, invece, atterrò da solo sulla terraferma e per commerare la tragica scomparsa del ragazzo decise di progettare un’altra delle sue costruzioni, un meraviglioso tempio da dedicare ad Apollo.

Lo realizzò in onore di Icaro, il figlio disubbidiente e un po’ goffo che però in fondo aveva sempre amato.

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