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Mitologia greca

Mitologia greca. Dèi, eroi e racconti.

Trentadue racconti e cicli da leggere, dalle origini del mondo alle avventure di Ulisse. Luoghi, genealogie, personaggi e glossario per orientarsi tra le storie.

49capitoli
32racconti e cicli
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Amore e Psiche

Il racconto di Amore e Psiche è tramandato nelle Metamorfosi di Apuleio, autore latino del II secolo d.C. Qui i nomi greci convivono con quelli della tradizione romana: Eros è Amore o Cupido, Afrodite è Venere.

Il re e la regina di un’antica città ebbero tre figlie. Le prime due erano di bell’aspetto, ma la bellezza dell’ultima, di nome Psiche, era straordinaria, tanto che il popolo iniziò a venerare la fanciulla scambiandola per la dea Afrodite.

La leggenda della bellezza di Psiche si diffuse anche nelle città vicine e ogni giorno una folla di seguaci adoranti si recava alla reggia per ammirare il volto della ragazza. Tali attenzioni erano motivo di orgoglio per Psiche ma provocarono l’ira di Afrodite.

«Sono io la più bella delle belle!» esclamò, mentre seduta davanti allo specchio si pettinava i lunghi capelli. «Come possono venerare una comune mortale dalla bellezza mediocre?»

«Madre, tu sei la dea della bellezza» ribatté Eros, dio dell’amore e figlio di Afrodite, che suo malgrado si trovava spesso a raccogliere gli sfoghi della madre. «Nessuno può competere con te! Ignora quegli stolti dei mortali!»

«Ma quegli stolti confondono Psiche con me! Scambiano una ragazzina con la dea della bellezza!» sbottò Afrodite. «E quell’insolente se ne sta approfittando. Giuro che se ne pentirà!»

«Cos’hai in mente, madre?» domandò Eros preoccupato.

«Ho già un piano, ma tu dovrai aiutarmi» rispose Afrodite con un ghigno perfido. «Dovrai colpire Psiche con una delle tue frecce e fare in modo che si innamori dell’uomo più brutto della Terra, così tutti si prenderanno gioco di lei e smetteranno di venerarla.»

Pur di porre fine alle lamentele della madre, Eros acconsentì alla sua richiesta e partì alla ricerca di Psiche.

La fanciulla nel frattempo era caduta in preda a una grande tristezza, perché nonostante tutti la adorassero nessuno aveva il coraggio di chiederla in sposa. Il padre, preoccupato, decise di interrogare l’oracolo del dio Apollo per scoprire che cosa le riservasse il destino. Ma Apollo non predisse nulla di buono:

«Porta la fanciulla vestita a nozze

Su un’alta rupe, per il suo sposo

Lascia perdere fiori e carrozze

Non ci sarà festa, ma un eterno riposo».

«Divino Apollo» domandò l’uomo spaventato «non capisco. Che cosa intendi dire?»

«Te lo spiegherò un’ultima volta» replicò il dio spazientito. «Fai vestire tua figlia da sposa e portala su una rupe. Lì si presenterà uno sposo molto diverso da quello che vorresti tu. Sarà un feroce drago alato e si porterà via la ragazza.»

Il padre di Psiche sprofondò nella disperazione: come avrebbe potuto consegnare la sua perla più preziosa a un drago malefico?

Tutti gli abitanti del regno erano tristi al pensiero di perdere Psiche, ma con grande coraggio la ragazza un giorno disse ai genitori: «Non voglio più vedere nessuno piangere intorno a me. è ora che io vada incontro al mio destino. Portatemi sulla rupe!»

Un lungo corteo seguì Psiche in cima al monte, dove la fanciulla sarebbe rimasta sola ad aspettare il drago.

Intanto, Eros era già giunto sulla rupe, pronto a colpirla con una delle sue frecce per mettere in atto il malvagio piano ordito da Afrodite. Ma quando il corteo si fu allontanato e Psiche si voltò nella sua direzione, Eros vide per la prima volta il suo viso e se ne innamorò all’istante. Allora, decise di rapirla e chiese l’aiuto di Zefiro, che con la sua corrente mite sollevò delicatamente la fanciulla e la trasportò fino a valle, dove Psiche cadde addormentata.

Al suo risveglio, si ritrovò di fronte all’ingresso di una reggia splendida, con pareti d’oro e pietre preziose. Era così lussuosa che nessun uomo sulla Terra avrebbe mai potuto costruirla.

La porta era aperta e Psiche entrò. «C’è nessuno?» chiese la fanciulla sentendo subito la sua voce riecheggiare nel grande salone. Non ricevendo risposta, avanzò verso una tavola imbandita, su cui era disposto ogni genere di prelibatezza, ed essendo molto affamata decise di servirsi. Verso sera si sistemò in una delle camere e si appisolò. Nell’oscurità della notte la svegliò la voce di un uomo sconosciuto.

«Cara Psiche, questa reggia meravigliosa potrà essere la tua nuova casa se mi accetterai come tuo sposo. Trascorrerò con te ogni notte, ma non potrai mai vedere il mio volto alla luce, né potrai conoscere il mio nome.» Quella voce misteriosa apparteneva a Eros, che aveva deciso di nascondere Psiche nella sua reggia, per proteggerla da Afrodite.

Psiche acconsentì, felice di non essere più sola, e da quel giorno trascorse ogni sera con il dio dell’amore senza mai vedere il suo volto. Ma presto cominciò a sentire la nostalgia della sua famiglia e la tristezza s’impossessò di nuovo del suo cuore.

«Vorrei tanto rivedere le mie sorelle e i miei genitori» disse una sera stringendosi al suo sposo. «Loro non sanno che sto bene e sono felice.»

«Ti avverto, mia dolce Psiche» rispose Eros, enigmatico. «Se mai dovessi rivedere le tue sorelle, qualcosa di brutto potrebbe accaderci.»

«Non preoccuparti» insistette Psiche. «Non permetterò mai che ci succeda niente. Ti prego, consentimi di rivedere le mie sorelle, solo per dire loro che sono viva.»

Eros non seppe resistere a quelle suppliche così struggenti e a malincuore promise alla moglie che presto l’avrebbe accontentata.

Una mattina le sorelle di Psiche si recarono alla rupe per cercare prove della sua scomparsa. Piangevano così forte che i loro lamenti arrivarono fino alla reggia di Eros. Psiche riconobbe le loro voci e subito chiamò Zefiro. «Porta qui le mie sorelle!» gli disse. «Eros ha detto che posso vederle.» Zefiro ubbidì e con un soffio di vento trasportò le due donne a valle.

Non appena videro Psiche, le due fanciulle le corsero incontro felici. Psiche raccontò loro dello sposo misterioso che l’aveva salvata e le accompagnò a visitare la splendida reggia in cui viveva.

I racconti di Psiche dapprima entusiasmarono le sorelle ma presto suscitarono la loro invidia: non solo Psiche viveva circondata dal lusso, ma aveva anche trovato un marito premuroso e affascinante che la rendeva felice e la colmava di ogni attenzione, molto più di quanto facessero i loro sposi mortali.

«Psiche cara, se quest’uomo eccezionale ti ama come dici, non dovrebbe farti trascorrere tutte le giornate da sola» azzardò la sorella più grande.

«Ma non sono sola» rispose pronta Psiche. «Ci sono tanti servitori a palazzo e sono certa che mio marito abbia un valido motivo per non farsi vedere in volto.»

«Non ne dubito… avrà una faccia da mostro!» intervenne l’altra sorella scoppiando a ridere.

«Impossibile!» ribatté stizzita Psiche. «Il suo viso ha tratti gentili e delicati. Ho imparato a conoscerlo accarezzandolo.»

«Allora, che cosa potrà mai succedere se gli dai una sbirciatina mentre dorme?» riprese la maggiore. «E se il tuo sposo fosse il mostro alato della profezia?»

Quelle parole insinuarono un dubbio assillante nella mente di Psiche, che una notte non poté più resistere. Attese che Eros si fosse addormentato, si alzò dal letto, accese una lampada a olio e si avvicinò silenziosa al suo sposo. Non appena ebbe illuminato il suo bellissimo volto, riconobbe il dio dell’amore e senza volerlo lasciò cadere una goccia di olio bollente sulla sua spalla.

Eros si svegliò prima che Psiche facesse in tempo a spegnere la lampada.

«Sapevo che le tue sorelle invidiose ti avrebbero spinto a venir meno alla tua promessa» disse. «Hai tradito il figlio di Afrodite! Ora conosci il mio volto, ma non potrai più stare con me.»

Psiche scoppiò in lacrime, ma Eros non volle sentire ragioni e dopo aver raccolto l’arco e le frecce se ne andò.

Tornato sull’Olimpo, il dio dell’amore raccontò alla madre di averle disubbidito.

«Come hai potuto innamorarti di quella squallida mortale?» lo rimproverò Afrodite. «Proprio tu, che dovevi vendicare il mio onore!» Eros non provò nemmeno a giustificarsi e, sconsolato, si ritirò nella sua stanza d’oro.

Nel frattempo, Psiche non riusciva a rassegnarsi all’idea di aver perso il suo amato sposo e continuava a vagare di città in città alla ricerca di Eros. Non c’era tempio in cui non si fermasse a pregare per chiedere aiuto alle divinità, e un giorno rivolse le sue preghiere anche ad Afrodite.

«Ti imploro!» disse, ignara dell’odio che la dea provava nei suoi confronti. «Intercedi affinché tuo figlio possa perdonarmi!»

Per tutta risposta Afrodite fece portare Psiche sull’Olimpo e le propose di superare una serie di prove in cambio del suo aiuto.

Come prima prova fece preparare una montagna di granaglie, composta da chicchi di frumento, d’orzo e di miglio, ceci, lenticchie, fave e semi di papavero.

«Se vuoi riabbracciare mio figlio dovrai creare tanti mucchietti e riunire i semi dello stesso tipo» disse con un sorriso malizioso. «Prima di sera verrò a controllare che tu abbia eseguito il lavoro.» Quindi la lasciò sola, sicura di averle affidato un compito improbo.

Psiche era già pronta ad arrendersi, ma una formica ebbe pietà di lei e chiamò a raccolta le compagne per aiutare la bella sposa di Eros. In pochi minuti i mucchietti erano pronti.

«Come hai fatto?» esclamò Afrodite, inviperita, quando andò a controllare il lavoro. «Qualcuno deve averti aiutato! Ma ora ti attende un’altra prova, ancora più temibile. Dovrai raccogliere la lana delle pecore dal vello d’oro, che pascolano incustodite nel bosco a valle.»

Psiche raggiunse subito il bosco, ma le pecore erano agitate e non sapeva come avvicinarle. Allora una canna verde s’intenerì e decise di aiutarla. «Fa’ attenzione» le disse. «Le pecore di giorno sono aggressive per colpa del sole che le tormenta. Attendi la sera e raccogli solo la lana che è rimasta impigliata nei cespugli, così non ti faranno del male.»

Psiche seguì il consiglio e anche questa volta riuscì a superare la prova, ma Afrodite, non contenta, le lanciò una sfida ancora più difficile.

«Vedi quel monte altissimo che s’innalza a strapiombo sulla palude Stigia?» chiese la dea. «Arrampicati sulla cima e raccogli l’acqua che sgorga dalla sua sorgente.»

Psiche partì, ignara del fatto che da quella fonte fluivano acque infernali, temute perfino dagli dèi. Per fortuna l’aquila di Zeus, vedendo la ragazza in pericolo, volle aiutarla e le procurò un’ampolla di quell’acqua gelida da portare ad Afrodite.

«Ti credi furba, eh?» la apostrofò la dea della bellezza vedendola arrivare trionfante. «Non festeggiare, c’è un’ultima prova da superare: andrai nel regno dei morti dalla dea Persefone e le chiederai di mettere in questo cofanetto un po’ della sua divina bellezza. Poi me la porterai.» Afrodite era sicura che in questo modo si sarebbe liberata di Psiche una volta per tutte, perché nessuno poteva tornare vivo dall’Oltretomba!

Psiche non aveva idea di come si arrivasse negli Inferi, ma sapeva che si poteva raggiungere quel regno solo da morti. Allora salì su una torre altissima, pronta a buttarsi giù. Ma la torre la fermò: «Dolce Psiche, sei arrivata fino a questo punto, non vorrai morire e arrenderti proprio adesso?»

«Ma non esiste altra via per il regno dei morti…»

«Certo che esiste: fa’ ciò che ti dico e riuscirai a parlare con Persefone prima che cali il sole.»

E così Psiche seguì le indicazioni della torre e dopo un percorso lungo e tortuoso si ritrovò al cospetto della regina dei morti.

«Oh, Persefone» disse porgendo alla dea un cofanetto d’oro. «Afrodite mi manda a chiederti un po’ della tua bellezza regale.»

Persefone fu felice di aiutare la fanciulla e, dopo averlo riempito, le restituì il cofanetto.

Psiche tornò sulla terra soddisfatta, ma esausta. Il viaggio e tutte le fatiche a cui Afrodite l’aveva sottoposta avevano intaccato anche la sua bellezza: il volto appariva sciupato, i capelli aggrovigliati e le vesti stracciate. Temeva che Eros non l’avrebbe più voluta. Allora pensò di approfittare del siero di bellezza divina che Persefone le aveva donato e aprì il cofanetto. Ne fuoriuscì una nuvola di fumo che fece addormentare Psiche all’istante.

In quel momento giunse dal cielo Eros. Richiuse la nuvola nel cofanetto e prese la sua sposa tra le braccia: aveva finalmente deciso di perdonarla. «Nessuno potrà mai più separarci» disse a Psiche, che aveva riaperto gli occhi. «Nemmeno mia madre. Chiederò l’aiuto di Zeus.»

Zeus, commosso dall’amore dei due innamorati, trasformò Psiche in una dea immortale. Afrodite fu costretta a mettere da parte i suoi propositi di vendetta e da quel momento Amore e Psiche vissero insieme felici e contenti.

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