Orfeo ed Euridice
Tra le montagne rocciose della selvaggia Tracia, cresceva il giovane Orfeo, figlio del burbero re Eagro e della musa Calliope. Era un ragazzino dall’animo gentile e sensibile che trascorreva le sue giornate nei boschi cantando e recitando poesie. La sua voce era incantevole e il suo talento musicale straordinario, tanto che un giorno attirò perfino l’attenzione del divino Apollo.
«Mio dolce Orfeo» disse il dio dell’arte e della musica comparendo nel bosco all’improvviso «sei un cantore sorprendente.Ti ho portato un dono perché tu possa rendere felici gli uomini e gli dèi con le tue melodie.» Senza aggiungere altro, sfilò dal mantello una lira dalle corde d’oro e gliela porse.
Il giovane tracio allungò la mano esile per prendere quel dono tanto prezioso e subito lo strinse a sé. «Gra… grazie divino Apollo» balbettò con le guance rosse per l’emozione.
Non appena il dio scomparve, Orfeo cominciò a sfiorare le corde della lira con delicatezza e una musica celestiale si diffuse nell’aria. Fu allora che gli uccellini sugli alberi smisero di cinguettare e andarono tutti a radunarsi intorno a lui. E anche i pesci di un laghetto nelle vicinanze uscirono dall’acqua per poter ascoltare più da vicino quelle dolci note.
«Per Zeus!» esclamò il cantore strabuzzando gli occhi.
Arrivavano animali da ogni parte del bosco e anche i più feroci sembravano trasformarsi in teneri agnellini sotto l’effetto della sua musica. Perfino le montagne lo ascoltavano rapite e gli alberi piegavano le loro chiome al ritmo della lira.
Nulla restava indifferente al suono delle note di Orfeo.
Qualche tempo dopo, durante una delle sue passeggiate nelle valli della Tracia, Orfeo si imbatté in Euridice, una bellissima ninfa degli alberi che, appoggiata a una quercia, si pettinava i lunghi capelli. Era distratta e, lì per lì, non si accorse del giovane che stava fermo a fissarla con la bocca aperta e gli occhi innamorati. Non sapendo cosa dire per attirare la sua attenzione, Orfeo pensò di fare la cosa che gli riusciva meglio: intonare un canto appassionato. La ninfa Euridice si voltò verso di lui al primo arpeggio e, nell’attimo in cui i loro sguardi si incrociarono, l’amore sbocciò.
Da quel momento, i due innamorati non si lasciarono più: lui suonava per lei e lei danzava per lui. Il loro sentimento diventò sempre più forte tanto che in breve Orfeo non poteva più immaginare di vivere senza Euridice. Perciò, un giorno, mentre erano seduti in riva al fiume a godere del sole, il giovane cantore le prese la mano e si fece coraggio.
«Euridice, ogni mio canto è per te e con te vorrei trascorrere il resto della mia vita!» disse abbassando gli occhi timidamente. «Vuoi sposarmi?»
La bella ninfa non desiderava altro e acconsentì.
I due giovani si sposarono presto e divennero la coppia più felice dell’intera Tracia. Orfeo era fiero di poter vantare una moglie tanto bella e quasi non riusciva a credere alla propria fortuna. Non sapeva che la sua cara Euridice correva un grave pericolo. Di lei, infatti, si era innamorato pazzamente anche un figlio del dio Apollo, Aristeo, che di divino aveva ben poco: era un pastore rozzo e violento. Il suo unico merito era quello di aver insegnato agli uomini come allevare le api. Aristeo era ossessionato da Euridice: la seguiva ovunque andasse per spiarla. La povera ninfa cercava in ogni modo di sfuggirgli, ma presto il pastore prese a corteggiarla apertamente, in modo sempre più insistente.
Un pomeriggio, mentre Euridice si faceva il bagno in un laghetto, Aristeo, che l’aveva seguita di nascosto, si tuffò in acqua per afferrarla. La ninfa riuscì a scappare e cominciò a correre nel bosco con Aristeo alle calcagna. Nella fuga, posò il piede sopra un serpente nascosto nell’erba e venne morsa alla caviglia. La sfortunata ninfa crollò a terra e perse la vita in quello stesso istante, uccisa dal terribile veleno.
Quando venne a sapere della morte improvvisa della sua amata, Orfeo impazzì di dolore e vagò per mesi tra i monti intonando canti strazianti. Per vendicare il suo pupillo, Apollo distrusse tutti gli alveari del malefico Aristeo, ma nemmeno questo servì a placare il dolore di Orfeo.
Un giorno, al culmine della sofferenza, il giovane si disse: «Se sono capace di incantare gli esseri viventi con la mia musica, saprò convincere anche Ade, il re dei morti, a ridarmi la mia bella Euridice!» E con il cuore colmo di speranza, decise di mettersi in viaggio per andare a cercare Ade.
Aveva spesso sentito parlare dell’ingresso segreto che permetteva di accedere al mondo dei morti, ma non sapeva dove si trovasse. Iniziò perlustrando ogni angolo della Tracia, ma non trovò nessun indizio. Decise allora di proseguire la sua ricerca nel resto della Grecia, ma neanche lì c’era traccia di un ingresso per l’altro mondo. Infine andò in Italia e a Cuma, vicino a Napoli, la città di Partenope, trovò una piccola fessura nella montagna che conduceva al regno degli Inferi. Senza timore Orfeo iniziò la discesa.
«Brrr, è freddo e buio qui. Solo tu puoi aiutarmi, mia cara amica» disse rivolto alla lira scintillante che aveva tra le mani. «Se lo farai, Euridice tornerà a casa con me!»
Proseguì per un lungo tratto, senza incontrare difficoltà fino a quando non si trovò di fronte un ostacolo insormontabile: il fiume Stige, che separava il mondo dei vivi da quello dei morti.
«E adesso come faccio a oltrepassarlo?» si chiese Orfeo preoccupato.
In lontananza, scorse un vecchio su una barca che si stava avvicinando. Era Caronte, il traghettatore dell’Ade, che trasportava le anime dei defunti da una sponda all’altra dello Stige in cambio di un soldo.
Orfeo non aveva monete con sé e, soprattutto, era vivo e vegeto: difficilmente avrebbe potuto spacciarsi per un fantasma!
Quando Caronte giunse a riva, il giovane provò a convincerlo.
«Caronte» disse inchinandosi «sono Orfeo, il musico. Sono qui per chiedere al re Ade e alla regina Persefone di restituirmi mia moglie Euridice, uccisa dal morso di un serpente.»
«Non mi interessa chi sei!» replicò Caronte con voce tonante e sguardo impassibile. «Che cosa puoi darmi in cambio del favore che mi chiedi?»
Allora Orfeo impugnò la sua lira e per tutta risposta cominciò a suonare una melodia bella e malinconica. Il viso di Caronte si addolcì all’istante. Catturato da quelle note, il vecchio dimenticò la sua sete di denaro e con un gesto della mano invitò il giovane a salire sulla barca.
Orfeo non smise di suonare fino a quando non giunse sull’altra sponda del fiume Stige. Il giovane si inchinò per salutare Caronte e fece per scendere dalla barca, ma prima di mettere piede a terra si bloccò come una statua, terrorizzato dal mostro che lo aspettava sulla riva. Si trattava di un cane a tre teste di nome Cerbero, il custode degli Inferi messo a guardia del regno dei morti per impedire l’accesso ai vivi.
«Che cosa ci fai qui!» ringhiò Cerbero. «Non ti è consentito entrare nel regno dei morti!»
Orfeo cercò di ignorare le parole e l’aspetto orribile di quel mostro e ripensò a tutte le belve che era riuscito a placare grazie al potere incantatore della sua musica. Perciò cominciò a pizzicare le corde della lira sperando di ottenere lo stesso effetto su Cerbero.
E infatti, non appena le prime celestiali note riecheggiarono nel ventre della montagna, il mostro si accucciò e cominciò a guaire come un cagnolino mansueto.
Orfeo ne approfittò per saltare giù dalla barca e con un altro balzo scavalcò Cerbero. Percorse un lungo sentiero in salita avvolto nella nebbia e, sempre suonando la sua lira e intonando canti malinconici, giunse nella grotta del trono, dove Ade e sua moglie Persefone decidevano il destino delle anime dei defunti.
Orfeo si inchinò al cospetto dei due sovrani.
«Chi sei tu?» tuonò Ade. «E che cosa cerchi in questo regno che non ti appartiene?»
«Sono Orfeo, cantore tracio» rispose con la sua voce delicata «e vengo a chiedervi la grazia di restituirmi la mia amata Euridice, morta per colpa di un serpente.»
«Perché dovrei concedere a un mortale qualsiasi un simile privilegio?» ribatté il re degli Inferi.
Di nuovo, Orfeo rispose con la sua musica e, accompagnandosi con la lira, intonò per il re un canto meraviglioso in cui esprimeva tutto il suo amore per Euridice.
Persefone, seduta accanto ad Ade, si commosse: «Devi permettere al giovane di riavere la sua amata!» implorò il marito.
Ade, anch’egli affascinato da quella musica, rifletté qualche istante e alla fine decise di assecondare i desideri di Persefone. «Orfeo, apri bene le orecchie» disse. «Potrai riportare con te tua moglie Euridice a una sola condizione: fino a quando sarete nel regno de morti, lei camminerà dietro di te e tu non dovrai mai voltarti a guardarla. Ermes, il messaggero degli dèi, verrà con voi per controllarvi. Se non farai come ti dico, Euridice resterà negli Inferi per l’eternità!»
«Grazie, Ade» disse Orfeo e imboccò di nuovo il sentiero nebbioso che conduceva alla porta del regno.
Come aveva stabilito Ade, Euridice seguiva il cantore a distanza e Ermes chiudeva il corteo. Orfeo avanzava rapido, con il cuore colmo di gioia al pensiero che la moglie gli fosse di nuovo così vicina.
Ma questa gioia gli avrebbe giocato un brutto scherzo.
Man mano che risalivano verso l’uscita, infatti, insieme alla felicità cresceva in Orfeo anche l’impazienza di rivedere il bel viso di Euridice. Ricordava ogni parola del re Ade, sapeva che non doveva girarsi, ma il desiderio di riabbracciarla era fortissimo. Un attimo prima che Euridice riemergesse nel regno dei vivi, Orfeo si voltò. Immediatamente, l’ombra di Euridice precipitò negli Inferi senza che Orfeo potesse fare niente per trattenerla.
«Cosa hai fatto, stolto?» disse Ermes. «A causa della tua stupida impazienza, Euridice è morta per sempre.» Pronunciate queste parole, anche lui sparì.
Orfeo, che non poteva reggere al dolore di aver perso la moglie una seconda volta, fuggì disperato. Vagò per mesi tra i boschi e i campi e alla fine si rifugiò sopra un monte inospitale della Tracia, dove trascorreva il tempo nella solitudine e non permetteva a nessuno di avvicinarglisi.
Con il suo atteggiamento ostile e scontroso attirò su di sé l’ira delle Menadi, le sacerdotesse di Dioniso, amanti delle feste e dei divertimenti sfrenati. Erano donne superbe e vanitose e non potevano accettare che Orfeo rifiutasse la loro compagnia e rimanesse indifferente alla loro bellezza. Soprattutto, non gli perdonavano di amare ancora così tanto Euridice, anche se lei non c’era più.
Così un giorno, furenti di invidia, si avventarono sul povero Orfeo e lo gettarono nelle acque turbolente di un fiume. La corrente lo trascinò via e il giovane cantore non fece mai più ritorno.
Il dio Apollo, profondamente colpito dalla triste fine di Orfeo, decise di rendere omaggio alla sua sublime poesia e alle sue melodie celestiali, e convinse gli altri dèi dell’Olimpo a trasformare la lira dello sfortunato cantore in una costellazione splendente.