Re Mida e il tocco d’oro
Dioniso, figlio di Zeus e dio del vino, viaggiava spesso per il mondo per insegnare agli uomini l’arte di produrre la bevanda degli dèi, ma anche in cerca di nuove avventure.
I suoi adepti erano numerosissimi, sia tra i mortali che tra le creature magiche, e lo accoglievano sempre con festeggiamenti grandiosi. Ad accompagnare Dioniso in quelle scorribande, c’era Sileno, il suo maestro, un satiro vecchio e peloso con le zampe da capra, le orecchie appuntite e due corna ritorte. Pur essendo molto saggio, Sileno amava i divertimenti e l’allegria e se ne andava spesso in giro ubriaco in groppa al suo asinello.
Un giorno, mentre attraversava la Frigia al seguito di Dioniso, il satiro, stordito dagli effetti del vino, si allontanò e si perse nei boschi. Due contadini lo ritrovarono semi-addormentato all’ombra di un albero e lo portarono al cospetto del loro re, il grande Mida.
«Questo satiro vagava nelle tue terre» disse uno dei contadini, dopo essersi inchinato.
«Chi sei?» chiese il re rivolto a Sileno, che si reggeva in piedi a fatica.
«Ehm… mi chiamo... Sileno» biascicò il satiro. E a causa del vino che ancora gli annebbiava la mente, non riuscì ad aggiungere altro. Ma quelle parole furono sufficienti per re Mida che, essendo un seguace di Dioniso, conosceva bene la fama del suo strambo maestro.
«Sileno, precettore di Dioniso!» esclamò entusiasta. «Sono onorato di averti come ospite! Per celebrare la tua presenza alla reggia ti renderemo omaggio con un festa magnifica, degna di una divinità!»
E così Sileno trascorse dieci giorni e dieci notti nel sontuoso palazzo del sovrano, allietato da musica, banchetti interminabili e tutti gli altri agi principeschi che gli furono riservati.
«Sileno, spero che la tua permanenza nella mia umile dimora sia stata piacevole» disse re Mida al termine dei festeggiamenti.
«Sì» rispose semplicemente il satiro, che era di carattere schivo e non amava perdersi in chiacchiere, nemmeno al cospetto di un re. «Ma ora devo tornare da Dioniso.»
«Permettimi di accompagnarti» ribatté allora re Mida, che non voleva perdere l’occasione di incontrare il dio da lui tanto venerato.
Re Mida e Sileno partirono all’alba e cavalcarono a lungo per i boschi, seguiti da un corteo infinito di servitori. Nel pomeriggio giunsero nei pressi di un laghetto, dove finalmente scorsero Dioniso. Se ne stava seduto sul suo carro, lo sguardo triste e sconsolato: aveva cercato Sileno per dieci giorni e dieci notti, ma non avendolo trovato si era rassegnato all’idea di non rivederlo più.
«Rallegrati, Dioniso, Sileno è tornato!» esclamò il satiro saltando giù dal suo asino. Al suono di quella voce familiare, il dio si riscosse e corse ad abbracciare il vecchio maestro.
Dopo essersi presentato, re Mida cercò in ogni modo di ottenere la benevolenza di Dioniso. «Ho avuto l’onore di accogliere il tuo maestro nel mio palazzo e gli ho reso omaggio con grandi festeggiamenti...»
«Voglio ricompensarti per la tua generosità!» replicò il dio, commosso. «Esprimi un desiderio e io lo esaudirò.»
Mida si fece pensieroso: non voleva sprecare quella grande occasione, esprimendo un desiderio futile. Mentre rifletteva, gli tornò in mente di quando, da fanciullo, alcune formiche gli avevano infilato in bocca, nel sonno, dei grossi grani di frumento e di come quel prodigio fosse sembrato a tutti il segno di una futura grande ricchezza.
Mida, in effetti, era molto ricco, ma il lusso non gli bastava mai. Così, grazie a quel ricordo, giunse a una decisione.
«C’è una cosa che desidero più di tutte» disse con sguardo avido. «Il potere di trasformare in oro tutto ciò che tocco.»
«Se è quello che vuoi...» replicò Dioniso corrugando la fronte «è quello che avrai!» E così esaudì il desiderio, pur sapendo che quella richiesta tanto stolta avrebbe portato al sovrano soltanto guai.
Subito dopo, Dioniso e Sileno ripartirono insieme, e re Mida congedò i servitori per rimanere solo e mettere alla prova il suo dono. Staccò un rametto da un albero e un istante dopo vide le foglie verdi colorarsi d’oro. Prese da terra un sasso e anche questo diventò oro massiccio al primo tocco. Strappò delle spighe di grano aride e le traformò nel più prezioso dei raccolti. Afferrò una mela e si ritrovò tra le mani un pomo dorato. Non poteva credere ai suoi occhi e così, passo dopo passo, lasciando dietro di sé una scia dorata, tornò alla reggia.
Come ogni sera all’ora di cena, la servitù allestì un grande banchetto nel salone centrale. C’erano carni alla brace, cascate di formaggi caprini, frutta fresca a volontà e pane tostato. Il re era molto affamato e, dopo essersi accomodato a tavola, si avventò subito su quelle pagnotte profumate. Ma non appena le sue dita ne sfiorarono la crosta, quella divenne d’oro. Allora re Mida ordinò a un servitore di avvicinargli alla bocca una succulenta pesca, ma quando i suoi denti toccarono il frutto, quello si ricoprì di una lamina d’oro.
Se non posso mangiare, potrò almeno bere!, pensò il re, ma anche il vino, al contatto con le sue labbra, divenne una colata d’oro. Dopo vari inutili tentativi il re, digiuno e assetato, capì che il dono di Dioniso era in realtà una sciagura e che il suo desiderio insaziabile di ricchezza l’aveva portato alla rovina. «A che serve possedere montagne d’oro se non posso mangiare neanche una stupida mela!» gridava disperato.
C’era solo un modo per salvarsi: chiedere perdono a Dioniso per aver espresso un desiderio tanto stupido e pregarlo di riprendersi il suo dono.
«Ti imploro, Dioniso!» gridava re Mida, in ginocchio sul pavimento d’oro del suo terrazzo, con lo sguardo rivolto al cielo. «Non voglio trasformare più niente in oro, rinuncerò alla ricchezza… mi accontenterò di un tozzo di pane e di qualche sorso del tuo buon vino.»
Impietosito da quella scena, Dioniso comparve di fronte a re Mida. «Hai imparato che la ricchezza non è la cosa più importante» gli disse. «Questo mi basta. D’ora in avanti le tue mani potranno tornare ad accarezzare gli animali, raccogliere i fiori e toccare il cibo, senza recare alcun danno.»
Dopo quella dura lezione, re Mida decise di abbandonare il lusso e gli sfarzi e cominciò a trascorrere quasi tutto il suo tempo nei boschi. E lì conobbe Pan, dio delle selve e amante della musica. Non si separava mai dalla sua zampogna, che si era costruito da solo con sette canne, e suonava senza sosta dalla mattina alla sera. Era convinto di essere così bravo da poter sfidare il dio Apollo, e re Mida, che non era un grande intenditore di musica, non fece nulla per dissuaderlo da quell’idea folle.
Un giorno, indispettito da tanta superbia, il dio Apollo scese dall’Olimpo e raggiunse Pan sul Monte Tmolo. «Ebbene, sostieni di essere più bravo di me…» disse. «E allora che sia una gara a dimostrare se è davvero così!»
«Sono pronto!» rispose Pan, gonfiando il petto.
«Cominceremo subito!» stabilì Apollo. «Il giudice della sfida sarà il dio del Monte Tmolo!»
Re Mida, che si trovava a passare da quelle parti, si fermò per assistere alla gara, sicuro che il vincitore sarebbe stato Pan.
Il dio dei boschi si esibì per primo: iniziò a soffiare nelle sette canne della sua zampogna e liberò nell’aria note piene di gioia e di allegria. Mida, come sempre, lo ascoltò deliziato.
Poi venne il turno di Apollo: quando il dio della musica iniziò a far vibrare le corde della sua lira ornata di gemme, Tmolo e le altre creature del bosco presenti furono immediatamente rapiti dalla dolcezza delle sue melodie soavi. Perfino Pan rimase colpito da tanta bellezza.
Al termine della sfida, Tmolo non aveva alcun dubbio su chi dovesse essere il vincitore. «Deponi la tua zampogna, Pan!» disse perentorio. «E inchinati al cospetto di Apollo.»
Pan accettò la sconfitta di buon grado e si inginocchiò senza esitare di fronte all’avversario, che sorrideva soddisfatto.
La questione sembrava risolta e non avrebbe avuto alcun seguito se re Mida non si fosse intromesso. «Non sono d’accordo!» esclamò. «Pan è stato superiore ad Apollo!»
Il dio delle selve si voltò a guardarlo come se fosse pazzo.
«Come puoi dire una cosa simile!» esclamò Tmolo.
Apollo invece scoppiò a ridere. «Non perdere tempo con quest’uomo, Tmolo. Non è colpa sua, se le orecchie non gli funzionano bene!» commentò divertito, e un istante dopo trasformò le orecchie di Mida in quelle di un asino. «Ecco, adesso hanno la giusta forma!» aggiunse. «Un uomo così stolto non merita di avere orecchie umane!»
Per la vergogna, re Mida scappò via e andò a nascondersi. Quando venne il momento di presentarsi di nuovo davanti al popolo, si coprì il capo con una tiara rossa. Il travestimento funzionò e nessuno parve sospettare che sotto il lungo cappello a forma di cono, il sovrano nascondesse orecchie pelose altrettanto lunghe: finché avesse indossato la tiara, il suo segreto sarebbe stato al sicuro.
Un giorno, però, si presentò alla corte il suo barbiere di fiducia, che come ogni mese avrebbe dovuto tagliargli i capelli.
«Diamine!» esclamò quando gli tolse la tiara. «Che prodigio è mai questo?» E nonostante gli sforzi che fece per trattenersi, scoppiò a ridere, senza riuscire più a fermarsi.
«Ti ordino di non dire ad anima viva ciò che hai visto!» gli intimò subito re Mida. «Queste orecchie di asino sono la mia vergogna, ma se ne parli con qualcuno saranno la tua fine!»
«Hai la mia parola!» esclamò il barbiere, che all’improvviso aveva smesso di ridere. «Non lo dirò a nessuno!»
Il poveretto, però, una volta tornato a casa, non riusciva a darsi pace: il segreto di re Mida era troppo esilarante, non poteva tenerlo tutto per sé. Così decise di scavare una fossa in un terreno. Quando ebbe finito, s’inginocchiò e, avvicinando il volto alla buca, sussurrò: «Re Mida ha le orecchie d’asino!» Poi riempì la cavità con la terra e si allontanò sollevato.
Qualche tempo dopo in quel terreno spuntarono delle lunghe canne: ogni volta che il vento le muoveva, le canne vibravano e sussurravano nell’aria le parole pronunciate dal barbiere: «Re Mida ha le orecchie d’asino».
In breve il suo segreto si sparse per tutto il regno. A nulla servì punire il barbiere: per la gioia di Apollo, la cui vendetta infine si era compiuta, re Mida divenne lo zimbello di uomini e dèi.